La Storia Dell’Impeachment Negli Stati Uniti: Da Johnson a Trump

Il 13 febbraio l’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato assolto dal Senato nell’ambito del secondo processo di impeachment che lo ha visto protagonista. Ovviamente, non è la prima volta nella storia del Paese che viene avviato un procedimento giudiziario di questo tipo. Tuttavia, in tutta la storia degli USA, mai nessun Presidente è stato deposto dall’incarico in seguito ad una positiva conclusione del procedimento di messa in stato di accusa. Ma che cosa vuol dire davvero impeachment e quali sono stati i predecessori di Trump che vi sono stati sottoposti? Scopriamolo insieme.

Il significato letterale della parola “impeachment” è “incriminazione”, specificatamente dei membri dell’esecutivo o di un pubblico ufficiale.  L’Articolo 2, sezione IV della Costituzione degli Stati Uniti d’America provvede a menzionare gli illeciti che rendono il Presidente passibile di destituzione ed il Congresso è competente a pronunciarsi circa le accuse rivolte al soggetto in questione. In altre parole, viene messo in stato di accusa il Presidente sospettato di aver violato la Costituzione.

                                                           Andrew Johnson

 Il democratico Andrew Johnson fu il primo capo di Stato statunitense contro il quale fu mossa questa accusa. Divenuto Presidente nel 1865, ereditò la difficile situazione in cui versava il Paese dopo la tragica morte di Lincoln. Ci furono tre tentativi di impeachment nei suoi confronti.

Il primo fu quando pose il veto al Freedmen’s Bureau Bill, un disegno di legge per la creazione di un apposito Ufficio con l’obiettivo di assicurare cibo, medicine, riparo, istruzione ed un luogo dove stabilirsi agli schiavi ormai liberi degli Stati meridionali, oltre alla regolamentazione dei rapporti di lavoro. Nonostante lo strappo creatosi fra il Presidente ed il Republican Party, l’atto venne approvato e quindi le accuse contro Johnson ritirate.

Nel 1867, il capo dello Stato ed il Congresso si fronteggiarono in un feroce testa a testa per l’approvazione del Tenure of Office Act, una legge che avrebbe posto un limite ai poteri presidenziali, di fatto impedendogli di poter licenziare i funzionari civili senza il consenso del Senato. Anche questa volta, i repubblicani riuscirono a spuntarla, imponendosi sul veto presidenziale.

Nello stesso anno si verifico l’ultimo ed unico tentativo  di mettere in stato di accusa Johnson, senza tuttavia concludersi in una sua condanna: fu una diretta conseguenza dell’approvazione del Tenure of Office Act e della sua violazione da parte del Presidente. Quest’ultimo licenziò il funzionario Stanton e assunse al suo posto Grant, considerato più in linea con il suo credo politico — che si potrebbe definire razzista, data anche la “fortissima tendenza a simpatizzare” per i latifondisti ex schiavisti degli Stati meridionali —. Contestualmente, si verificò anche un importante conflitto all’interno del Partito repubblicano: fra i 19 che votarono per l’assoluzione vi erano anche i cosiddetti “Republican recusants”, che si misero contro il proprio partito per salvare il Presidente dalla destituzione, in nome della tutela della Costituzione. 

                                                                Richard Nixon

In questo panorama, il caso Nixon assume sicuramente un contorno particolare. Il processo di impeachment contro Nixon fu voluto dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America nel 1973, a seguito ed a causa dei fatti accaduti all’Hotel Watergate: si trattò di intercettazioni illegali a danno del Partito Repubblicano, che aveva il suo quartier generale al sesto piano del complesso di Washington. Il ruolo della stampa fu, in questa vicenda, cruciale: la vicenda che portò alle dimissioni di Nixon nacque da un’inchiesta portata avanti da due giornalisti del Washington Post, Carl Bernstein e Bob Woodward, i quali non si limitarono a riportare le notizie che venivano fuori man mano che si procedeva nell’indagine, ma sistematizzarono i risultati delle loro inchieste in un libro, la cui risonanza, non solo all’interno della nazione americana, ebbe un impatto rimarchevole, a tal punto che la vicenda che di fatto decretò la fine della Presidenza Nixon è passata alla storia con il nome ad essa data dai giornalisti che se ne occuparono: scandalo Watergate. il Presidente si dimise il 9 agosto 1974, prima che la Camera potesse votare sugli Articoli di impeachment. Pertanto, il processo di impeachment contro Nixon non iniziò mai, però è facile comprendere come il solo fatto di aver rinunciato all’incarico presidenziale costituisce di per sé non soltanto un unicum, ma un evento talmente particolare da far pensare che i reati di cui il Presidente sarebbe stato eventualmente accusato a carico del Presidente fossero particolarmente gravi.

Fonte: The White House

 

                                                                         Bill Clinton

Ex governatore dell’Arkansas e quarantaduesimo Presidente degli Stati Uniti, fu protagonista di un procedimento parlamentare che si articolò essenzialmente in due fasi. Promosso dagli esponenti repubblicani della Camera dei deputati come un processo per spergiuro e ostruzione alla giustizia, prese avvio nel 1998 dopo la denuncia per molestie sessuali a carico del Presidente da parte della giornalista Paula Jones, perpetrate nel 1991, quando Clinton era ancora governante dell’Arkansas. 

Le altre due imputazioni su cui si incardinò la seconda parte del processo cominciata nel 1999, ovvero ancora una volta quella di spergiuro e di abuso di potere, non arrivarono al Senato. Chiamato a rispondere alle accuse della Jones, in quello stesso processo Bill Clinton negò di aver avuto “rapporti personali” che esulassero dal legame professionale con la psicologa Monica Lewinsky, stagista presso la White House durante il primo mandato della sua Presidenza. Inoltre, secondo Ken Starr, il quale presedette l’inchiesta, Bill Clinton avrebbe cercato, interfacciandosi con l’avvocato della Lewinski, di “comprare il silenzio” della stessa offrendole un posto di lavoro alle Nazioni Unite, di fatto ostruendo la giustizia cercando di corrompere la psicologa. Il Presidente impeached tentò anche di ostruire la giustizia obbligandola a sottoscrivere una dichiarazione giurata in cui negava la loro relazione. Ancora più̀ grave fu il tentativo di influenzare la sua segretaria personale Betty Currie sul contenuto della deposizione che ella avrebbe dovuto rilasciare davanti al Gran Giurì.  

Quello di Clinton fu un caso caratterizzato da una forte mobilitazione popolare, dovuta anche alla vasta copertura mediatica data al processo. Nella votazione per il reato di falsa testimonianza 10 senatori repubblicani e 45 democratici sostennero che Clinton non dovesse essere dichiarato colpevole: da tale accusa venne quindi assolto con 55 voti favorevoli e 45 contrari. Anche il secondo capo di imputazione, quello per il quale il Presidente era accusato di aver ostruito la giustizia, non raggiunse il numero di favorevoli alla destituzione (i due terzi dei senatori, ovvero 67), ma il Senato si spaccò esattamente a metà: 50 senatori votarono per l’assoluzione di Clinton e gli altri 50 lo ritennero colpevole invece del reato di cui era accusato. Una volta dichiarato innocente per entrambi gli illeciti che lo videro imputato nella prima parte del processo contro di lui, la nuova accusa contro Clinton assunse un carattere particolare ed inusitato se guardiamo alla giurisprudenza statunitense: la senatrice democratica Dianne Feinstein propose una “condanna morale” per il Presidente, a causa del suo comportamento da ella considerato “vergognoso e indifendibile”, ma la mozione non passò.

                                                                   Donald Trump

L’ultimo Presidente contro il quale si è avviato un processo per impeachment è stato il repubblicano Trump. Si è cercato più volte di avviare un procedimento contro di lui: possiamo praticamente affermare che da quando è stato eletto capo di Stato nel 2016, la spada di Damocle di un eventuale processo di impeachment ha sempre pesato sulla sua testa. Il primo processo di impeachment a suo carico è stato promosso dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi ed è conosciuto con il nome di “Ucrainagate”. Trump è stato accusato di aver fatto pressioni sul Presidente ucraino Volodymyr Zelensky affinchè venissero avviate delle indagini sugli affari in Ucraina del figlio di Joe Biden, al tempo uno dei candidati democratici alle elezioni presidenziali del 2020 ed ex Vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione Obama. 

 

Fonte: AGI
Fonte: AGI

Il secondo processo a suo carico è cominciato all’inizio del 2021 dopo i fatti di Capitol Hill. L’accusa ufficiale era quella di aver incitato i suoi sostenitori ad assaltare il Campidoglio. Anche questa volta l’ex Presidente è stato assolto con il numero più altro di defezioni nel suo partito di appartenenza: 7 senatori repubblicani lo hanno ritenuto colpevole, ma ciò non è bastato per procedere alla sua condanna. Un esito ritenuto scontato da molti. È rilevante che, grazie a questa assoluzione, Trump potrà partecipare nuovamente alla corsa alla Casa Bianca fra quattro anni per svolgere un eventuale secondo ed ultimo mandato.

About the Author


Sofia Annarelli 

Nata a Napoli nel 1999, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e sta attualmente frequentando il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso la LUISS. Adora viaggiare, leggere e scoprire nuove culture. È una grande appassionata di quella statunitense: ha visitato molte volte questo Paese e nel 2019 ha preso parte ad una simulazione di una seduta delle Nazioni Unite a New York. View more articles. 

 

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole è la nuova rubrica settimanale di The Political Corner. Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che, ogni venerdì, presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!


20 febbraio – 26 febbraio 2021


Nord AmericaEuropaSud AmericaAfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

Dialogo Biden-re Salman su Yemen e diritti umani – 25 febbraio

Image Credits: AP Photo/Hassan Ammar

 

Questo giovedì ha avuto luogo il primo dialogo fra il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il re dell’Arabia Saudita Salman bin Abdulaziz al Saud. È stato oggetto di confronto l’attenzione statunitense verso il rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto e, a tal proposito, Biden ha espresso approvazione per il rilascio di diversi attivisti, tra cui Loujain al-Hathloul. Inoltre, il presidente statunitense ha riconfermato l’impegno del proprio Paese nel difendere Riyad dall’influenza e da potenziali attacchi dell’Iran, nonché invitato allo sforzo congiunto per la risoluzione del conflitto in Yemen.

Gli USA rispondono all’attacco in Siria: prima azione militare di Biden – 26 febbraio

Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha recentemente autorizzato la prima azione militare dall’inizio del suo mandato, in risposta al recente attacco missilistico contro la base militare di Erbil. Biden ha quindi dato l’ok per un raid aereo nella zona orientale della Siria, al confine con l’Iraq, risultato nella distruzione di strutture utilizzate da milizie supportate dall’Iran e nell’uccisione di 22 combattenti pro-Teheran.

Image Credits: ANSA/DOD/US AIR FORCE/SGT. SHAWN NICKEL

EUROPA

Caos in Armenia: PM Pashinyan sotto pressione – 25 febbraio

Il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha accusato l’esercito di aver tentato un colpo di Stato, dopo che gli apparati militari avevano richiesto le pronte dimissioni del PM. Infatti, lo stato maggiore dell’esercito armeno e altri alti funzionari militari avevano pubblicato una dichiarazione, scrivendo: “la gestione inefficace delle attuali autorità e i gravi errori in politica estera hanno portato il Paese sull’orlo del collasso”. Il riferimento è al conflitto in Nagorno-Karabakh, conclusosi lo scorso novembre con la firma di un accordo con l’Azerbaigian, che prevede la perdita di ogni controllo armeno sulla regione contesa. Questa soluzione di compromesso aveva già scatenato numerose proteste popolari contro il PM. In seguito alla richiesta dell’esercito, Pashinyan ha rimosso il capo di Stato maggiore dell’esercito, Onnik Gasparyan, invitando i militari a non intromettersi nella vita politica del Paese. Successivamente, è sceso in piazza, radunando attorno a sé i suoi sostenitori; in risposta, anche i suoi oppositori hanno organizzato manifestazioni di protesta, al grido di “Nikol, dimettiti“. La comunità internazionale, e la Russia in primis, si è detta preoccupata della situazione di tensione crescente nel Paese, e, in particolare, del sempre maggiore intervento dell’esercito nella vita pubblica, inedito nell’area ex sovietica.

Image Credits: REUTERS/Artem Mikryukov

Proteste in Georgia dopo arresto del candidato dell’opposizione Melia – 23 febbraio

Image Credits: AP

Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza nella capitale georgiana, Tbilisi, a causa dell’arresto di Nika Melia, leader del maggiore partito di opposizione della Georgia, il Movimento Nazionale Unito (ENM). L’arresto segue la decisione del Tribunale di Tbilisi, davanti al quale Melia è accusato di aver incitato alla violenza nel corso delle proteste del giugno 2019, quando i manifestanti avevano tentato di assaltare il Parlamento, dove un deputato russo stava tenendo un discorso. Il Parlamento georgiano ha sospeso lo status di deputato di Melia, consentendo all’accusa di chiedere il suo arresto. La detenzione di Nika Melia segue di qualche giorno le dimissioni del PM georgiano Giorgi Gakharia, che si è detto in disaccordo con la decisione del Tribunale di arrestare il leader dell’opposizione, ritenendo che una tale delibera avrebbe esacerbato le divisioni e la polarizzazione nel Paese. La decisione ha ulteriormente alimentato le proteste e l’opposizione, che chiede un rapido ritorno alle urne e la liberazione di tutti gli oppositori politici. La Georgia è in una situazione di crisi politica da ottobre, quando i risultati delle elezioni parlamentari avevano scatenato la reazione dell’opposizione, che aveva denunciato ampie violazioni e frodi.

Spagna: continuano le proteste per l’arresto del rapper Pablo Hasél – 20 febbraio

L’arresto del rapper spagnolo Pablo Hasél, condannato a nove mesi di carcere per aver insultato la monarchia spagnola e glorificato il terrorismo nei suoi testi, ha spinto centinaia di cittadini a scendere in piazza. Le proteste, che hanno come obiettivo la difesa della libertà di espressione, si sono trasformate in diverse città in manifestazioni violente e in duri scontri contro le forze di polizia. Il premier Pedro Sanchez si era già espresso sulla questione, condannando ogni forma di violenza, considerata un “attacco alla democrazia”. Le manifestazioni puntano alla riforma della legge sulla libertà di espressione, ritenuta da molti una “legge bavaglio“.

Image Credits: REUTERS

SUD AMERICA

Il Venezuela espelle il capo delegazione UE – 24 febbraio

Image Credits: EPA/Rayner Peña

Questo mercoledì, il ministro degli Esteri venezuelano Jorge Arreaza ha annunciato la decisione del Presidente Maduro di espellere il capo della delegazione dell’Unione Europea presso Caracas, Isabel Brilhante, classificata come “persona non grata”. L’espulsione di Brilhante è la risposta di Maduro alle recenti sanzioni imposte dall’Unione Europea contro 19 funzionari venezuelani, con l’accusa di “ostacolare il diritto al voto dell’opposizione” e aver commesso “serie violazioni di diritti umani”, in particolare in riferimento alla vittoria della maggioranza di Maduro alle elezioni legislative di dicembre 2020.

Rivolte nelle carceri dell’Ecuador, diverse vittime – 23 febbraio

Secondo quanto dichiarato dalle forze di polizia ecuadoriane, violente rivolte hanno interessato tre diverse prigioni del Paese, rispettivamente nelle città di Guayaquil, Cuenca e Latacunga, causando almeno 79 vittime. Si sarebbe trattato di scontri tra prigionieri appartenenti a gang rivali e scoppiati questo lunedì in seguito al tentativo dei detenuti di prendere in ostaggio una guardia carceraria.

Image Credits: EPA/Robert Puglla

 

Lo scandalo vaccini si estende all’Argentina – 20 febbraio

Image Credits: Afp

In seguito alle dimissioni di due ministri peruviani, lo scandalo vaccini giunge anche in Argentina con le dimissioni presentate dal ministro della Salute Gines Gonzalez Garcia questo venerdì. Anche in questo caso, lo scandalo riguarderebbe la somministrazione anticipata dei vaccini e sarebbe emerso in seguito a dichiarazioni di un giornalista argentino, che avrebbe ammesso di aver avuto accesso al vaccino dopo aver parlato con il ministro.


AFRICA

Agguato a convoglio ONU in RDC: ucciso l’ambasciatore italiano Attanasio – 22 febbraio

Lo scorso lunedì, l’ambasciatore italiano in Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, un carabiniere della sua scorta, Vittorio Iacovacci, e l’autista che guidava il veicolo sul quale i due si trovavano, il congolese Mustapha Milambo, sono stati uccisi in quello che — secondo le più recenti informazioni — sembra essere stato un agguato di un gruppo di milizie armate operanti nella regione del Nord Kivu, nord-est della RDC. Il convoglio ONU sul quale viaggiavano era diretto verso la città di Rutshuru, situata sulla direttrice stradale Goma-Butembo, nei pressi della quale la delegazione avrebbe dovuto visitare un progetto di alimentazione scolastica del World Food Program (WFP). La strada, che era stata in precedenza considerata sicura, attraversa il parco del Virunga, situato nei pressi nel confine della RDC con il Ruanda e l’Uganda, e spesso sede di attacchi da parte di milizie armate, che, secondo i più recenti rapporti, ammontano a circa centoventi operanti nel nord-est del Paese. Il convoglio viaggiava senza scorta. Sebbene la dinamica dell’attacco non sia ancora chiara — pare, tuttavia, che si sia trattato di un tentativo di rapimento a fine di estorsione —, il Ministro dell’Interno congolese ha dichiarato che l’agguato era stato organizzato dalle FDLR (Forces Démocratiques de Libération du Rwanda), milizia a maggioranza Hutu costituitasi in seguito al genocidio del Ruanda. Le FDLR hanno tuttavia negato ogni coinvolgimento. Un altro gruppo armato consistente nell’area è quello delle ADF (Allied Democratic Forces), nate negli anni ’90 con l’obiettivo di rovesciare il regime di Yoweri Museveni nella vicina Uganda, che da anni organizzano rappresaglie contro le comunità locali e le missioni ONU, e che — a quanto pare — operano in congiunzione con lo Stato Islamico (Islamic State in Central African Province). I ROS si sono recati in RDC per indagare sull’accaduto, mentre il WFP ha comunicato che l’ONU condurrà un’ “approfondita verifica dei fatti”.

Image Credits: EPA/STR via Ansa

Presidenziali in Niger: secondo turno vinto da Mohamed Bazoum – 23 febbraio

Image Credits: Issouf SANOGO/AFP

In Niger si è svolto il secondo turno delle elezioni presidenziali, avvenute il 27 dicembre scorso. Il ballottaggio è stato vinto da Mohamed Bazoum, che si è aggiudicato il 56% delle preferenze, mentre lo sfidante, l’ex Presidente Mahamane Ousmane, ha ottenuto il 44% dei voti. In seguito alla certificazione dei risultati, Ousmane ha denunciato frodi elettorali in numerose località del Paese, mentre nella capitale, Niamey, i suoi sostenitori sono stati coinvolti in duri scontri contro la polizia. Tuttavia, la Commission Électorale Nationale Indépendente (CENI) e gli osservatori esterni dell’ECOWAS non hanno rimarcato irregolarità nelle elezioni. Queste elezioni sono state considerate la prima vera transizione democratica del Paese.

Libia: tentato assassinio del Ministro dell’Interno Bashagha – 21 febbraio

Il Ministro dell’Interno del GNA (Governo di Accordo Nazionale), Fathi Bashagha, è sopravvissuto a un tentativo di assassinio, mentre viaggiava su un convoglio diretto a Tripoli. Bashagha stava tornando da una visita al Presidente della società petrolifera nazionale (NOC), quando un’auto blindata ha aperto il fuoco contro la sua delegazione. Sebbene il movente sia ancora sconosciuto, i quattro responsabili, di cui uno è stato ucciso, uno ferito e gli atri due arrestati, sono stati identificati. Il GNA, di cui Bashagha fa parte, sarà presto sostituito dal nuovo governo ad interim nominato durante il Forum sul dialogo politico libico tenutosi a Ginevra.

Image Credits: MAHMUD TURKIA/AFP via Getty Images

MEDIO ORIENTE

Accordo Iran-AIEA sul nucleare, opposizione del Parlamento – 22 febbraio

Image Credits: AP Photo/Ronald Zak

Il dialogo fra Teheran e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) dell’ONU di questa domenica ha portato alla firma di un accordo, definito dal direttore generale dell’AIEA Rafael Grossi come un’ “intesa tecnica bilaterale temporanea” che permetterebbe all’agenzia ONU di proseguire l’attività di ispezione e verifica sulle attività nucleari iraniane per altri tre mesi, ma in modo significativamente ridotto. Questo accordo segue all’annuncio delle autorità iraniane della sospensione del Protocollo aggiuntivo del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), confermata dalla legge entrata in vigore questo martedì. Nel frattempo, il Parlamento iraniano, in profondo disaccordo con il Presidente Rouhani e il raggiungimento dell’intesa con l’AIEA, ha approvato con un’ampia maggioranza il ricorso contro il recente accordo, in quanto in violazione di una legge entrata in vigore a dicembre, e una mozione contro il presidente iraniano, da perseguire legalmente per l’implementazione di tale accordo.

Vaccini di Israele all’estero: bloccato il piano di Netanyahu – 25 febbraio

Questo mercoledì, Benjamin Netanyahu aveva annunciato un piano di “diplomazia vaccinale”, secondo il quale Israele avrebbe esportato dosi in eccesso di vaccino anti-Covid a 19 Paesi alleati. Tuttavia, questo giovedì il ministro della Difesa Gantz ha bloccato l’implementazione del piano, fortemente criticato anche dal ministro degli Esteri palestinese, Riyad al-Maliki, che lo ha definito “ricatto politico e atto immorale”.

Image Credits: MIRIAM ALSTER/POOL/AFP via Getty Images

Distensione Iran-Sud Corea: sblocco di circa 10 miliardi di fondi iraniani – 22 febbraio

Image Credits: EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Le tensioni fra Iran e Sud Corea, che avevano portato al sequestro da parte di Teheran di una petroliera sudcoreana nel Golfo Persico lo scorso gennaio, sembrano gradualmente attenuarsi. La Banca centrale iraniana ha infatti riportato la decisione del governo sudcoreano, come dichiarato dall’ambasciatore in un meeting, di sbloccare circa 10 miliardi di fondi iraniani.


ASIA-PACIFICO

India-Pakistan: accordo di cessate il fuoco lungo il confine della zona contesa del Kashmir – 25 febbraio

Gli eserciti di India e Pakistan hanno concordato di indire una tregua lungo il confine conteso tra le aree di controllo pachistane e indiane della regione del Kashmir. I direttori generali delle operazioni militari hanno infatti deciso di osservare strettamente l’accordo di cessate il fuoco tra i due Paesi, che — in teoria — è in vigore dal 2003. Tuttavia, questo accordo è stato in numerose occasioni violato sia dalle truppe indiane che da quelle pachistane, causando profonda instabilità nella regione e numerose casualità, sia civili che militari.

Image Credits: Al Jazeera

La Malesia rimpatria più di 1000 cittadini birmani – 23 febbraio

Image Credits: AFP

La Malesia ha rimpatriato in Birmania 1086 cittadini residenti sul suolo malese. La decisione è stata presa nonostante la richiesta di revisione giudiziaria presentata da Amnesty International e da Asylum Access davanti all’Alta Corte di Kuala Lumpur. Infatti, parrebbe che un numero consistente di questi cittadini in attesa di rimpatrio potesse accedere alla protezione dell’UNHRC in quanto rifugiati, e che molti fossero i bambini con almeno un genitore in Malesia, cosa violerebbe la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, di cui la Malesia fa parte. Il governo malese guidato da Muhyddin Yassin, tuttavia, ha proceduto con la deportazione, sostenendo che tra 1086 persone riportate in Birmania non ci fossero richiedenti asilo né rifugiati appartenenti alla minoranza Rohingya.

Tailandia: governo sopravvive alla mozione di sfiducia – 20 febbraio

Il PM tailandese Prayut Chan-ocha e 9 altri Ministri del suo governo sono sopravvissuti al voto di sfiducia in Parlamento. Il governo era stato accusato di aver gestito male la situazione economica, gravemente impattata dalla pandemia, e la fornitura vaccinale, oltre ad aver abusato dei diritti umani e promosso la corruzione. In più, Prayut era stato criticato per aver usato la monarchia come una sorta di scudo contro le numerose proteste della società civile contro l’operato governativo. In particolare, il riferimento è all’uso estensivo da parte del governo dell’art. 112 del codice penale tailandese, che istituisce il reato di lesa maestà. Infatti, numerosi sono stati gli attivisti e gli oppositori politici che sono stati arrestati sulla base del reato di lesa maestà per aver criticato il governo. Proprio lo scorso mese, l’ex parlamentare Thanathorn Juangroongruangkit era stato arrestato, sulla base di una presunta violazione dell’art. 112 c.p., dopo aver dichiarato che l’approvvigionamento di vaccini da parte del governo contro il Covid-19 era stato “tardivo e inadeguato”.

Image Credits: AP

 

 

About the Authors


Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Effetto Elon Musk: Come La Fiducia In Un Individuo Influenza Le Aspettative Dei Mercati

Ultimamente si sente tanto parlare di “effetto Musk”: espressione utilizzata per indicare come, da ormai più di un mese, un semplice tweet dell’imprenditore sudafricano, naturalizzato statunitense, sia in grado di scuotere i mercati, quasi al punto da farli impazzire. Gli è stato attribuito il ruolo di “influencer” più popolare nel mondo finanziario, ed è stato definito da alcuni come il “Re Mida di Wall Street” perché, ormai, tutto ciò che sfiora diventa oro. Basta un hashtag, una frase, un semplice accenno sul suo profilo Twitter per far schizzare i valori di mercato.

Criptovalute

Prima del 19 gennaio il valore di Bitcoin, la criptovaluta più famosa al mondo, stava scendendo vertiginosamente rispetto all’inizio dell’anno, ma è bastato che il fondatore di Tesla inserisse nella sua biografia di Twitter “#Bitcoin” per avere un balzo del valore della moneta elettronica.

Non si tratta, tuttavia, di un elemento isolato nel mondo delle criptovalute. Qualche giorno fa, infatti, l’imprenditore ha postato, tra le altre cose, la copertina di un magazine che fa il verso a Vogue, ovvero “Dogue”, dichiarando poco dopo in un altro tweet: “Dogecoin è la criptovaluta del popolo”. È così che la moneta elettronica, il cui logo si ispira al cane Shiba Inu, meme di Internet famosissimo, ha visto la sua valutazione incrementare di oltre il 50%.

Casi Gamestop ed Etsy

Il 26 gennaio Musk pubblica una foto del suo cane con un cappellino acquistato su Etsy, dicendo di amare l’azienda e-commerce, mercatino online di oggetti vintage; inutile dire che le azioni di Etsy sono aumentate nel giro di pochi minuti di oltre l’8%, e anche la sua market cap (quotazione di mercato) ha registrato un notevole incremento.

Lo stesso giorno il fondatore di Tesla scrive solamente “Gamestonk”, dando adito a uno degli scontri finanziari più incredibili degli ultimi anni: quello tra gli hedge funds che hanno shortato le azioni di Gamestop (scommettendo al ribasso) e un gruppo davvero inaspettato di traders che le ha spinte al rialzo, dando vita, in termini tecnici, a uno “short squeeze”.

Effetti collaterali

Le reazioni di una fetta superficiale dei followers del tycoon hanno, però, generato alcuni equivoci che si sono tradotti in un costo per alcuni e in un beneficio per altri.

A inizio gennaio il tweet “Use Signal”, riferito all’omonima app di messaggistica, è stato frainteso da alcuni investitori, che hanno acquistato azioni della Signal Advice, micro società tech che, pur non avendo nulla a che fare con la vera destinataria della “call to action”, ha visto il prezzo delle sue azioni crescere nel giro di poche ore.

A fine gennaio, invece, Musk dà appuntamento ai suoi seguaci sul social Clubhouse — la cui notorietà è l’ennesima conseguenza dell’effetto Musk — ma alcuni di loro hanno creduto si riferisse all’azienda Clubhouse Media Group, altra destinataria di un regalo inatteso (azioni +116,7%).

A cosa si devono aspettative tanto alte?

Dopo un breve excursus delle ultime vicende che hanno visto protagonista il famigerato imprenditore, sorge spontaneo un quesito: è sufficiente essere uno degli uomini più ricchi del mondo per poter condizionare l’andamento dei mercati in una frazione di secondo e con un semplice movimento di dita? La risposta è no. Non è la ricchezza di un individuo a condizionare i mercati, sono le sue capacità.

Elon Musk è noto per essere il fondatore di Tesla, e già questo basta a rendergli onore, ma è anche molto altro. È un visionario. È stato uno dei primi a vedere il potenziale dei pagamenti elettronici, co-fondando nel 1999 l’azienda che oggi conosciamo come PayPal. Ha promesso 100 milioni di dollari a chi gli porterà la migliore tecnologia per catturare le emissioni di anidride carbonica, un piano di contrasto al cambiamento climatico che va di pari passo con quanto si augura di fare anche il neo presidente statunitense Joe Biden.

A inizio 2021, Musk ha annunciato di aver inserito un chip nel cervello di una scimmia, secondo esperimento della sua azienda Neuralink, che punta a impiantare interfacce neurali nel cervello umano con l’obiettivo di curare malattie cerebrali degenerative. Nel lungo periodo, tuttavia, l’ambizione è quella di poter aumentare le capacità fisiche e mentali umane attraverso l’intelligenza artificiale. Parla di colonie su Marte, treni volanti e tunnel sotterranei: in poche parole, la fantascienza potrebbe diventare realtà.

Quello che lo rende un passo avanti agli altri non sono i suoi progetti, ma la certezza che riuscirà a realizzarli. È per questo che ha la capacità di generare cambiamenti istantanei nei comportamenti dei mercati, perché questi comportamenti si basano sulle aspettative del sistema rispetto a ciò che succederà in futuro. È la credibilità delle sue affermazioni a renderle tanto potenti. L’effetto Musk è l’esempio di come, in qualsiasi periodo storico, la fiducia in un individuo è più forte della sfiducia nel resto del mondo. 

(Featured Image Credits: BBC News)

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Mafalda Pescatore

Nata ad Avellino nel 2001. Ha conseguito il doppio diploma ESABAC. Frequenta il corso triennale di economia e management presso la LUISS Guido Carli, a Roma. Innamorata della cultura, da sempre. Particolarmente interessata a tematiche di attualità di natura politico-economica. Nel 2019 ha recensito e giudicato i romanzi iscritti alla finale del Prix Goncourt. Nel 2020 è stata volontaria per l’UNICEF, contribuendo a pubblicizzare il Progetto Pigotta. View more articles. 

 

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Together We Stand, Divided We Fall

In tempo di pandemia la nostra vita ha subito dei drastici cambiamenti e così anche il nostro vocabolario. Parole come “smart working” o “didattica a distanza” entrano sempre più spesso nelle nostre conversazioni e caratterizzano le nostre giornate. Ma cosa hanno in comune questi termini? Qual è il denominatore? La risposta risiede in ciò che in gergo prende il nome di digitalizzazione, elemento portante dell’organizzazione sociale in tempi di Covid e ricetta per un futuro che deve prestare attenzione al distanziamento. L’accesso ad un miglior sistema di connessione, infatti, permette di usufruire di determinati servizi prima inaccessibili e, allo stesso modo, di ridurre le distanze, argomento quanto mai cruciale nello sviluppo di un sistema economico e sociale post-pandemico.

Ma siamo veramente tutti pronti per un mondo digitale o esistono delle differenze?

Un report fornito dell’Istat nel 2019 (“Cittadini e ICT”) descrive una situazione dove circa tre quarti delle famiglie italiane dispongono di una connessione a banda larga e dove quasi il 70% dei cittadini italiani presenta un’attività costante sul web, con dei trend in crescita su base annua. I principali utilizzi del web riguardano perlopiù la sfera informativa, quella dell’intrattenimento e dell’home banking, oltre agli aspetti connessi all’e-commerce.  

Guardando ai risultati della ricerca dovremmo dunque dare una risposta affermativa alla domanda che ci siamo posti, ma, come spesso accade, saremmo troppo avventati.

Un fenomeno eterogeneo che comporta un consistente freno a tutte le strategie incentrate sulla digitalizzazione è quello del “digital divide”. Con questo termine si intendono tutti quei differenziali fra chi ha accesso all’utilizzo delle tecnologie di comunicazione e chi ne è escluso. I fattori connessi sono molteplici e coprono sia la dimensione economico-strutturale, sia quella demografico-sociale di una particolare area. Ragionando su macro aggregati è possibile catalogare questo fenomeno in tre classi: globale, democratico e sociale. Il primo si basa su una comparazione fra diversi Paesi, più o meno sviluppati dal punto di vista digitale. Il secondo ed il terzo, coprendo la sfera personale, ragionano in relazione alle disuguaglianze interne ad uno stesso Paese e alla partecipazione stessa alla vita sociale e politica. Immaginate per un momento come si sarebbe svolta la campagna elettorale dell’ex presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, ad esempio, senza strumenti di comunicazione digitale, e in particolare senza social media, durante il periodo di lockdown. Sembra essere cosa impossibile, eppure tantissime persone si ritrovano escluse dall’accesso alle informazioni o dal dibattito politico semplicemente perché impossibilitate da un vero e proprio scoglio immateriale.

Alla luce di ciò verrebbe da chiedersi quali siano le discriminanti e quali le condizioni che portano a differenze consistenti fra le persone; guardando ai diversi studi posti in essere, il divario digitale sembra essere particolarmente penalizzante per alcuni soggetti rispetto altri. Essendo le strategie di digitalizzazione basate su un presupposto di conoscenze informatiche minime da parte di un individuo, condizioni più agevoli si riscontrano in alcune categorie sociali come studenti, giovani e professionisti, piuttosto che in altre, come quelle che comprendono anziani, immigrati ed individui con scarso livello di scolarizzazione. I dati forniti dall’Istat consentono di avere numerosi elementi a sostegno di questa tesi: basti pensare al cosiddetto “divario digitale intergenerazionale” che pone in essere una seria riflessione relativa al differenziale percepito dai soggetti over 65. Infatti, solamente il 34% delle famiglie composte esclusivamente da persone ultrasessantacinquenni ha accesso ad una connessione Internet a banda larga.

Ma tutte le aree geografiche sono ugualmente colpite? Esistono delle differenze consistenti fra regioni?

I risultati delle ricerche sembrano suggerire un dualismo fra aree interne ed aree metropolitane. Le prime, infatti, non sembrano riuscire a cogliere le opportunità che la digitalizzazione ha generato all’interno delle aree urbane, dove è stata catalizzatore per lo sviluppo di attività imprenditoriali e per la fruibilità di servizi essenziali, oramai quasi tutti caratterizzati da una grossa componente digital. Le amministrazioni locali e tutte le forme istituzionali ed aggregative sembrano soffrire della stessa problematica, in quanto espressione di soggetti che vengono penalizzati dal divario stesso. I risultati mostrano dei numeri impietosi.

Stando al rapporto DESI 2020 (Digital Economy and Society Index), nelle nostre aree interne solamente il 2,13% delle famiglie italiane dispone di una connettività in fibra, e, secondo l’AGCOM (DESI 2020 e Indicatori 1H2019), il 17% dei civici in queste aree risulta non collegabile.

Questi dati contribuiscono al posizionamento dell’Italia al quartultimo posto in Europa in materia di digitalizzazione, con gap consistenti di natura infrastrutturale e umana, elementi che non possono e non devono caratterizzare un paese democratico nelle sue traiettorie di sviluppo future. Nella ricostruzione dello scenario post-pandemico, a seguito del ribaltamento del concetto di prossimità, il compito di chi fa politica sarà quanto mai quello di contenere questo divario e di permettere a tutti un’adeguata educazione digitale, strutturata in relazione alle esigenze sociali del territorio e orientata verso un modello di sviluppo inclusivo che miri effettivamente ad abbattere questa distanza percepita. Il risultato sarà una popolazione più informata e matura, in grado di cogliere tutte le opportunità che il web le metterà a disposizione, tra le quali l’assidua lettura del Political Corner.

(Featured Image Credits: Inside Marketing)

About the Author


Francesco Lelli

Nato a Rieti nel 1991, è appassionato di Economia e Scienze Sociali. Attualmente è PhD student presso il Gran Sasso Science Institute (GSSI) in Regional Science and Economic Geography, dove si occupa di studi relativi all’economia applicata a contesti territoriali. Ama la musica e qualsiasi forma di espressione. View more articles. 

 

 

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Politica Estera in Pillole


13 febbraio – 19 febbraio 2021

Nord AmericaEuropaSud AmericaAfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

Al Congresso USA proposta di legge sull’immigrazione – 18 febbraio

Image Credits: EPA/Joebeth Terriquez

Questo giovedì una proposta di legge di riforma sull’immigrazione è stata presentata al Congresso, supportata dall’amministrazione Biden e dalla maggioranza democratica. Secondo tale legge, circa 11 milioni di persone – secondo le stime più recenti – che risiedono illegalmente negli Stati Uniti potrebbero avere accesso a un percorso di cittadinanza facilitato, di una durata di otto anni. Tuttavia, la strada per l’adozione di questa proposta di legge sembrerebbe essere in salita in un Congresso fortemente diviso.

Gli USA reintroducono una legge contro il lavoro forzato nello Xinjiang – 18 febbraio

La Camera dei Rappresentanti degli USA ha reintrodotto questo giovedì una legge che bloccherebbe le importazioni dalla regione cinese dello Xinjiang, a contrasto del lavoro forzato, e permetterebbe di imporre sanzioni su funzionari cinesi colpevoli di maltrattamenti e abusi sulla popolazione degli uiguri o altri musulmani che abitano nella regione. La versione aggiornata del testo, simile a una legge adottata già precedentemente dal Senato, introdurrebbe anche la possibilità di richiedere trasparenza finanziaria da imprese statunitensi in affari con società cinesi riconducibili ad abusi e lavoro forzato.

Image Credits: Reuters

Divieto d’ingresso negli USA per 43 cittadini bielorussi – 18 febbraio

Image Credits: Maxim Guchek/BelTA Pool Photo via AP

Secondo quanto dichiarato dal Segretario di Stato Antony Blinken, il governo degli Stati Uniti ha introdotto questo giovedì il divieto d’ingresso per 43 cittadini bielorussi, che avrebbero supportato l’azione repressiva di Lukashenko contro manifestanti e giornalisti. Questa decisione è seguita alla recente condanna di due giornaliste, Katsiaryna Bakhvalava e Daria Chultsova, a due anni di prigione per aver documentato le proteste anti-Lukashenko del novembre 2020 e per questo accusate di “aver fomentato le rivolte”.


EUROPA

Elezioni regionali in Catalogna: i partiti indipendentisti hanno la maggioranza assoluta – 14 febbraio

Nel corso delle ultime elezioni regionali catalane, i partiti pro-indipendenza, ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), Junts per Catalunya (partito fondato dal leader Carles Puigdemont), e Cup (Candidatura d’Unitat Popular), hanno collettivamente guadagnato 74 dei 135 seggi del Parlamento regionale di Barcellona, ottenendo dunque la maggioranza assoluta. Il candidato di ERC, Pere Aragonès, ha subito precisato che un tale risultato riflette la necessità di organizzare un nuovo referendum per l’indipendenza della regione, mentre la candidata di Junts per Catalunya, Laura Borràs, evidenzia la solidità della base elettorale, decisa ad un cambio di passo. Il PSC (Partit dels Socialistes de Catalunya) e il suo candidato, l’ex Ministro della sanità spagnolo Salvador Illa, ottengono 33 seggi — stesso numero di quelli di ERC —, e fa il suo ingresso nel Parlamento regionale anche l’estrema destra di Vox, che guadagna 11 deputati. Ora, i possibili scenari sono due: i partiti indipendentisti potrebbero presentare un fronte compatto e formare un governo di coalizione chiaramente opposto a quello di Madrid, oppure Illa potrebbe riuscire a creare un governo di  sinistra con ERC e il piccolo En Comù Podem, sebbene Esquerra Republicana abbia escluso una tale prospettiva durante la campagna elettorale. 

Image Credits: GETTY

Kosovo: partito anti-establishment vince le elezioni parlamentari – 14 febbraio

Image Credits: REUTERS/Florion Goga

Il Partito kosovaro Vetëvendosje (VV), il “Movimento per l’Autodeterminazione”, si conferma il primo partito del Paese, ottenendo il 48% delle preferenze. Il leader Albin Kurti, ex prigioniero politico, ha dichiarato che questo risultato corrisponde ad un “referendum per la giustizia e il lavoro”. Sul tavolo programmatico la lotta alla corruzione e l’implementazione di riforme economiche per contrastare gli effetti della pandemia. La sfida per Kurti, ora, è la formazione di un governo di coalizione che gli garantisca la maggioranza in Parlamento. Il Partito Democratico del Kosovo (PDK), che ha il 18% dei seggi, ha già annunciato di non avere intenzione di formare un’alleanza con VV.

Francia: “Islamo-gauchisme cancrena della società” – 17 febbraio

La Ministra dell’insegnamento superiore, Fréderique Vidal, ha avviato un’indagine circa l’imparzialità della produzione accademica relativa all’Islam e al fenomeno islamista, sostenendo che il cosiddetto “Islamo-gauchisme” — termine utilizzato, specialmente negli ambienti dell’estrema destra francese, per screditare le posizioni della sinistra, ritenuta troppo accondiscendente nei confronti dell’Islam “militante” — sia ben diffuso nelle università e costituisca la “cancrena della società”. Vidal ha inoltre aggiunto: “quello che osserviamo nelle università è che c’è gente che può utilizzare i propri titoli e il proprio nome per diffondere idee radicali o militanti”. Il dibattito aperto dalla Ministra si incanala nel malcontento generalizzato causato dalla proposta di legge, approvata dall’Assemblea Nazionale, che consentirebbe allo Stato di sciogliere gruppi religiosi considerati “estremisti”.

Image Credits: AFP

 


SUD AMERICA

Sospeso il riconteggio per il ballottaggio in Ecuador – 17 febbraio


Image Credits: Cristina Vega Rhor, AFP

Il Consiglio nazionale elettorale dell’Ecuador, il quale aveva annunciato nei giorni precedenti il riconteggio dei voti (100% della Provincia della Guayas e 50% in altre 16 province del Paese) per designare l’avversario di Arauz nel ballottaggio, ha sospeso il procedimento. Il riconteggio, richiesto dal candidato Yaku Perez che si fronteggia con Guillermo Lasso sulla soglia del 19%, è stato bloccato per l’impossibilità di raggiungere una maggioranza all’interno del Consiglio elettorale. .

Dimissioni del Ministro degli Esteri peruviano dopo lo scandalo vaccini – 15 febbraio

Il ministro degli Esteri peruviano, Elizabeth Astete, ha rassegnato le proprie dimissioni dopo essere stata coinvolta nel recente scandalo della somministrazione anticipata di vaccini. Lo stesso ministro, infatti, ha dichiarato su Twitter di essere consapevole di aver commesso un “errore serio” ricevendo la prima dose del vaccino cinese Sinopharm ancor prima dell’inizio del programma nazionale di immunizzazione. Il nome di Elizabeth Astete, che ha rifiutato la somministrazione della seconda dose, si aggiunge alla lista di altre personalità politiche coinvolte nello stesso scandalo. Infatti, le dimissioni di Astete erano state poco prima anticipate da quelle del ministro della Salute Pilar Mazzetti, questa volta per una somministrazione anticipata per l’ex Presidente peruviano Martin Vizcarra.

Image Credits: Luis Iparraguire/Peruvian Presidency/AFP

 


AFRICA

Ngozi Okonjo-Iweala: prima donna africana a capo del WTO – 15 febbraio

Image Credits: REUTERS/Afolabi Sotunde

La nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala, prima donna a ricoprire le cariche di Ministra delle finanze (2003-2006; 2011-2015) e degli esteri (2006) nel Paese africano, sarà anche la prima donna — e la prima africana — ad occupare il ruolo di Direttrice Generale del WTO. Dopo le dimissioni del precedente Direttore Generale Roberto Azevêdo il 31 agosto scorso, il processo di selezione aveva lasciato solo due candidate in lizza per la successione: Okonjo-Iweala e l’attuale Ministra sudcoreana del commercio Yoo Myung-hee, sostenuta, in particolare, dagli Stati Uniti guidati dall’amministrazione Trump, contraria alla nomina della nigeriana sulla base della presunta mancanza di competenze necessarie per occuparsi di commercio mondiale. Tuttavia, l’elezione di Joe Biden a Presidente USA e il ritiro della candidatura di Myung-hee hanno eliminato ogni ostacolo. Ngozi Okonjo-Iweala ha già espresso la sua volontà di riformare il WTO, chiarendo che sotto la sua guida non sarà “business as usual”, e che sarà tra le sue priorità quella di ristabilire un contesto multilaterale il più disteso possibile, affinché il commercio possa beneficiarne. In merito alla pandemia, Okonjo-Iweala ha sottolineato inoltre come sia necessario garantire l’accesso ai vaccini anche ai Paesi più poveri.

Ciad: riunione del G5 Sahel – 16 febbraio

A N’Djamena, capitale del Ciad, si è tenuto l’incontro del G5 Sahel, un network regionale di coordinamento politico e militare volto a contrastare l’attività dei gruppi terroristici che operano nell’area. A partecipare al summit, oltre ai Presidenti dei 5 Stati membri — Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad — anche il Presidente francese Macron, collegato dall’Eliseo in videoconferenza. La partecipazione della Francia a tale incontro va letta alla luce della massiccia presenza militare francese in Sahel, potenziata, tra l’altro, proprio lo scorso anno. Infatti, l’Éxagone interviene in Sahel attraverso l’Opération Barkhane, che, assieme alle truppe ONU, alle missioni europee e ai contingenti del G5 Sahel, punta a debellare la presenza di gruppi terroristici nell’area. Nonostante Macron sembrasse intenzionato a ridurre il numero delle truppe impiegate in Sahel, specialmente in ottica elettorale — sono infatti molti in Francia a criticare gli eccessivi costi dell’operazione, sia in termini economici che di vite umane —, il Presidente francese ha annunciato che non ci sarà nessuna riduzione “immediata” delle truppe, sebbene abbia lasciato intendere di voler progressivamente ridurre la presenza di Barkhane nell’area e di voler privilegiare la collaborazione francese nella task force europea “Takuba”. Altri temi sul tavolo anche la possibile estensione della cooperazione antiterroristica ai Paesi dell’ECOWAS, il finanziamento delle operazioni militari e l’annuncio da parte del Ciad dell’invio di 1200 militari nell’hotspot della “zone des trois frontières”, tra Niger, Mali e Burkina Faso.

Image Credits: Secrétariat Exécutif du G5 Sahel

Algeria: il Presidente Tebboune dissolve il Parlamento – 18 febbraio

Image Credits: RYAD KRAMDI/AFP via Getty Images

Nel corso di un discorso alla nazione, il Presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha annunciato la sua decisione di dissolvere il Parlamento e andare ad elezioni anticipate. Ha inoltre comunicato che nel giro di 48 ore avrebbe effettuato un rimpasto di governo, dopo aver in più occasioni criticato l’operato del Primo Ministro Abdelaziz Djerad e del suo gabinetto. Infine, Tebboune ha dichiarato di voler concedere il perdono presidenziale ad alcuni membri dell’Hirak, il movimento rivoluzionario che nel 2019 aveva portato alle dimissioni del predecessore di Tebboune, Bouteflika.


MEDIO ORIENTE

Iran e l’Accordo sul nucleare: Khamenei richiede fatti, non parole – 17 febbraio

Image Credits: ANSA/EPA

La Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei ha dichiarato in un discorso in diretta streaming di questo mercoledì che Teheran accoglierà e promuoverà la cooperazione nel quadro dell’Accordo sul nucleare del 2015 solo dopo azioni concrete da parte degli altri Stati parte dell’accordo. Khamenei ha affermato che “l’Iran non sarà soddisfatto da promesse”, alla luce della “violazione di promesse fatte in passato”. Il primo passo atteso dall’Iran è quindi esplicitamente la rimozione di sanzioni da parte degli Stati Uniti e dei Paesi europei.

Iraq: attacco missilistico contro la base militare di Erbil – 15 febbraio

Questo lunedì un attacco missilistico ha interessato la base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, uccidendo un contractor e ferendo altre 14 persone. Gli USA e gli Stati europei alleati (Francia, Italia, Germania e Regno Unito), le cui forze militari e diplomatiche sono stanziate nella base curda, hanno prontamente condannato l’attacco e affermato in una dichiarazione congiunta che non avrebbero tollerato ulteriori offensive.

Image Credit: La Stampa

ASIA-PACIFICO

Disputa Australia-Facebook per nuova legge – 18 febbraio

Image Credits: ANSA/EPA

Facebook ha impedito agli utenti australiani la visualizzazione e la condivisione di contenuti di informazione, causando, tra l’altro, numerosi problemi legati non solo alla diffusione di notizie relative al Covid-19, ma anche di comunicazioni di violenza domestica e di comunicati di emergenza dei vigili del fuoco o del personale medico. La decisione di Facebook è stata vista dalle autorità australiane come una sorta di ritorsione, confermando i timori relativi allo strapotere delle società Big Tech e alla loro influenza sulla società. Infatti, al Parlamento australiano è in via di approvazione una legge che imporrebbe a colossi tecnologici come Facebook, di pagare agli editori la condivisione delle loro notizie. Il dibattito ha coinvolto anche Google, che, nonostante l’iniziale opposizione, ha poi concluso degli accordi con le principali testate australiane, e, in particolare, con News Corporation, una delle maggiori società mediatiche del mondo.

Afghanistan: la NATO non ritirerà le sue truppe – 17 febbraio

Il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha affermato che la NATO lascerà l’Afghanistan solo quando le condizioni di sicurezza lo consentiranno. “La nostra presenza in Afghanistan è basata su precise condizioni, e i talebani devono rispettare gli impegni presi […] Il problema principale è che i Talebani devono ridurre la violenza, negoziare in buona fede e smettere di sostenere gruppi terroristici come al-Qaeda”, ha aggiunto. Questa dichiarazione va intesa alla luce dell’accordo tra gli USA e i talebani concluso nel 2020, secondo cui le truppe statunitensi dovranno lasciare le loro basi in Afghanistan entro il primo maggio. Il Presidente Joe Biden sembrerebbe tuttavia intenzionato a rinegoziare l’accordo. 

Image Credits: Olivier Hoslet/Pool via REUTERS

 

Cina nega coinvolgimento nel colpo di Stato in Birmania – 17 febbraio

Image Credits: Reuters

L’ambasciatrice cinese in Birmania, Hai Chen, ha dichiarato che Pechino non era a conoscenza dell’intenzione dei militari di voler organizzare un colpo di Stato, negando qualsiasi coinvolgimento. Questa dichiarazione segue le proteste della popolazione birmana, che accusa la Cina di aver sostenuto — e di continuare a sostenere — i golpisti e di volerli aiutare a istallare un firewall per impedire loro di organizzare online le proteste; le manifestazioni davanti all’ambasciata cinese a Yangon vanno avanti da giorni. La risposta cinese è stata, tuttavia, considerata ambigua: infatti, Hai Chen, ha affermato di avere “relazioni amichevoli” sia con il partito di Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia, che con gli apparati militari. 


About the Authors


Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Le Tre P Del Governo Draghi

È  passato qualche giorno dalla prima seduta del Consiglio dei Ministri presieduto da Mario Draghi, a capo del Governo di un’unità nazionale invocata da molti ma voluta nei fatti da pochi.

È ora interessante cercare di capire in che direzione si muoverà il nuovo esecutivo, che, nel clima creatosi in questi giorni, sembra poggiarsi su tre elementi, o meglio, le tre P: Politica, Polemica, Potenzialità.

IL GOVERNO DRAGHI

Tra riconferme, nuovi ingressi e figure condivise da tutti, il tanto atteso Governo Draghi comprende 23 Ministri, di cui 8 tecnici e 15 politici:

  • Luciana Lamorgese, già Prefetto di Venezia, Capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno e Prefetto di Milano, confermata al Ministero dell’Interno;
  • Lorenzo Guerini, deputato del PD, già Presidente della Provincia e Sindaco di Lodi, ex Presidente del COPASIR, confermato al Ministero della Difesa;
  • Marta Cartabia, già Presidente della Corte Costituzionale, al Ministero della Giustizia;
  • Dario Franceschini, esponente del PD, già Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel Governo D’Alema e per tre volte nello stesso dicastero con i Governi Renzi, Gentiloni e Conte, è stato confermato al Ministero della Cultura;
  • Andrea Orlando, vicesegretario del PD, già Ministro dell’Ambiente nel Governo Letta e Ministro della Giustizia nei Governi Renzi e Gentiloni, al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali;
  • Giancarlo Giorgetti, vicesegretario della Lega, deputato, già Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel Governo Conte I, al Ministero dello Sviluppo Economico;
  • Luigi Di Maio, deputato del M5S, già Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico nel Governo Conte I, confermato al Ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale;
  • Daniele Franco, già Ragioniere di Stato e Direttore della Banca d’Italia, al Ministero dell’Economia e delle Finanze;
  • Stefano Patuanelli, senatore del M5S, passato dal MISE al Ministero per le Politiche Agricole;
  • Massimo Garavaglia, deputato della Lega, già Viceministro dell’Economia nel Governo Conte I, Ministro del Turismo;
  • Enrico Giovannini, già Ministro del Lavoro e Presidente dell’ISTAT, al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti;
  • Roberto Cingolani, fisico e Direttore scientifico presso l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, al Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare (ora anche Ministero della Transizione Ecologica);
  • Mara Carfagna, deputata di Forza Italia e già Ministra per le Pari Opportunità nel Governo Berlusconi e Vicepresidente della Camera dei Deputati, Ministra per il Sud e la coesione territoriale;
  • Renato Brunetta, deputato di Forza Italia e già Ministro della Pubblica Amministrazione nel Governo Berlusconi, ricoprirà lo stesso incarico nel Governo Draghi;
  • Cristina Messa, già Rettrice dell’Università degli studi di Milano-Bicocca, Ministro dell’Università e della Ricerca;
  • Patrizio Bianchi, già Rettore dell’Università degli studi di Ferrara e assessore alle politiche europee per lo sviluppo, scuola, formazione, ricerca, università e lavoro della Regione Emilia-Romagna, sarà il Ministro dell’Istruzione;
  • Federico D’Incà, deputato del M5S, è stato confermato come Ministro per i Rapporti con il Parlamento;
  • Fabiana Dadone, deputata del M5S e già Ministro della Pubblica Amministrazione, sarà il Ministro per le Politiche Giovanili;
  • Elena Bonetti, professoressa di analisi matematica presso l’Università degli Studi di Milano ed esponente di Italia Viva, è stata confermata come Ministro delle Pari Opportunità e della Famiglia;
  • Erika Stefani, senatrice della Lega e già Ministra per gli Affari Regionali e le autonomie nel Governo Conte I, sarà a capo del Ministero per le Disabilità;
  • Maria Stella Gelmini, deputata di Forza Italia e già Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel Governo Berlusconi, sarà il Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie;
  • Vittorio Colao, già Direttore Generale per Omnitel (oggi Vodafone) e amministratore delegato per Rcs MediaGroup, sarà il Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale;
  • Roberto Speranza, deputato di LeU e Segretario di Articolo Uno, è stato confermato al Ministero della Salute.

Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri sarà Roberto Garofoli, già Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, Capo di Gabinetto del Ministero dell’Economia nel Governo Renzi e docente dell’Università LUISS Guido Carli.

Tutte le forze politiche presenti in Parlamento, a parte +Europa e Azione — e Fratelli D’Italia che, però, non voterà la fiducia — sono rappresentate nella nuova formazione proposta da Mario Draghi: 4 Ministri per il M5S, 3 per Lega, PD e Forza Italia, 1 per Italia Viva e LeU.

P DI POLEMICA

La sospensione, totale prima, parziale adesso, delle normali abitudini della popolazione italiana a causa del tragico sopraggiungere della pandemia è stata per i cittadini la scusa — e anche la strada obbligata — per avvicinarsi alla tanto odiata politica, o meglio a quello che oggi si fa passare per politica: personalismi, gossip e pochi e risicati dibattiti su quello che dovrebbe essere la Politica (con la p maiuscola), vale a dire i temi.

In questi mesi si è accentuata quella che è la divisione in fazioni, per cui gli uni sono contro gli altri non perché la si pensi diversamente su determinati argomenti, ma perché la “sondaggiocrazia” ci impone uno schema per cui solo alcuni hanno il diritto di esprimere la propria opinione (di solito i più popolari, i più simpatici). Uno schema che è molto interessante e anche importante.

Come è noto, le polemiche non sono mancate in questa crisi di Governo: da quelle che hanno accompagnato l’amarezza per la perdita della fiducia da parte del Governo Conte II a quelle che hanno dato il benvenuto alla lista dei Ministri sopra riportata.

Polemiche che non si rigettano a priori, ovviamente, ma che per certi versi sfociano nell’assurdo. Se c’è una cosa che, infatti, hanno chiesto a gran voce quasi tutte le forze parlamentari è che ci fosse una quota politica sostanziale nel nuovo esecutivo.  Di cosa ci si può dunque lamentare quando 14 su 15 Ministri del nuovo esecutivo sono membri dell’attuale Parlamento? Abbiamo forse paura dell’Italia che vota, rappresentata nelle Camere di Montecitorio e Palazzo Madama?

Bisogna tuttavia evidenziare una polemica che sento di condividere. Più che polemica, era un auspicio che il Governo Draghi fosse un esecutivo in cui ritrovare la parità di genere, con qualche donna in più nei Ministeri chiave. La delegazione del Partito Democratico, in particolare, è stata l’unica che, nonostante il continuo accento posto sulla necessità di una rappresentanza equamente distribuita tra uomini e donne, abbia fatto prevalere nella scelta dei Ministri il bisogno di garantire a ciascuna corrente di partito — probabilmente anche scontentando qualche esponente, che, chissà, potrebbe in futuro provocare un’ulteriore scissione, ndr. — un posto nella compagine governativa.

Tuttavia, ora è tempo di mettere da parte questa prima P di polemiche. È tempo di fare il tifo per l’Italia.

P DI POLITICA

Qualcuno dice che in questo periodo sia fallita la politica. C’è chi pensa che sia mancata la politica perché si è sempre cercato di sviare sui temi e chi dice che la politica sia fallita perché non si è riusciti a trovare una quadra, una sintesi, intorno ad una maggioranza politica. Sta di fatto che, nel frattempo, in due settimane, è successo qualcosa di inimmaginabile.

Se ci sforziamo di ricordare il quadro politico del post elezioni regionali, ricorderemo che, nel centrosinistra, il PD si era rinforzato, e quindi forse avrebbe potuto chiedere un ruolo più centrale nella coalizione di maggioranza. Il M5S, uscito un po’ con le ossa rotte dalle regionali ma forte in Parlamento. Coalizione del centrodestra infrangibile, capace di trovare sempre una sintesi all’interno, con i sondaggi che la premiavano con più del 50%.

Dalla crisi di Governo ad oggi, è riduttivo dire che questi schemi siano completamente saltati:

  • Il PD ha ceduto la possibilità di giocare da protagonista appiattendosi sulle posizioni dei 5stelle e sullo slogan “o Conte o morte”. Cresce la fronda di quelli che chiedono il Congresso subito;
  • Il M5S affonda giorno dopo giorno nelle contraddizioni interne: perde pezzi importanti come il frontman nelle piazze, Alessandro Di Battista, con la frangia del “NO” al Governo Draghi sempre più invadente;
  • Forza Italia spacca volentieri la coesione del centrodestra accogliendo a braccia aperte il nome di Draghi per formare un nuovo esecutivo, staccandosi, forse per sempre, dalla destra sovranista;
  • La Lega, dall’alto dei sondaggi che la danno ancora come primo partito, è per la prima volta in seria difficoltà: soprattutto, il leader Salvini, con le spalle al muro, cede alle pressioni dell’area più moderata e istituzionale, guidata da Giancarlo Giorgetti;
  • Fratelli d’Italia, isolato nel suo NO al Governo Draghi, rischia di essere trascinato da Giorgia Meloni in una strategia perdente. Si può dire che il destino del partito sia legato al successo o al fallimento di Mario Draghi.

Senza dare meriti o demeriti a eventuali creatori di questa situazione inedita, bisogna dire che l’intervento del Presidente della Repubblica ha rimesso in gioco tutti i partiti politici.

P DI POTENZIALITÀ

È la P più importante di questa analisi, quella che rappresenta le sfide del Presidente Draghi e del suo Governo. Cosa dovranno fare è chiaro a tutti, il come farlo è quello che aspettiamo tutti di vedere nelle prossime settimane.

Si è detto priorità a campagna vaccinale, nuove generazioni, giovani, Recovery Plan, scuole e università. Passata la confusione di questi giorni, rimarrà un duro lavoro da portare avanti e dovremmo essere tutti dalla stessa parte con fiducia. Fiducia perché, a parte le beghe, i complotti e i pregiudizi su alcuni membri dell’esecutivo, nei ruoli chiave ci sono delle persone, dei professionisti, uomini e donne di esperienza che hanno tutte le competenze per riuscire in quella che è una sfida epocale: ripartire, e, soprattutto, entrare nell’ottica di un futuro basato su nuove tecnologie, su innovazioni nel campo della medicina, su una società più green. Questa la visione di Italia che il Governo Draghi dovrà mettere in campo e che dovrà tenere a mente nell’utilizzo delle risorse che ci saranno affidate.

Non è essere pessimisti se diciamo che questa è l’ultima chiamata per l’Italia.

Si può essere, quindi, pro o contro questo Governo, può essere simpatico o antipatico Mario Draghi, ma adesso c’è qualcosa di più importante in gioco e dobbiamo affrontarlo con serietà. È importante sottolineare l’importanza di stringerci intorno all’azione del nuovo esecutivo. Ci siamo tutti (quasi) dentro ed è giusto così, perché bisogna salvare l’Italia, whatever it takes.

(Featured Image Credits: Il Riformista)

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Francesco Palermo

Nato a Soveria Mannelli nel 2000, è appassionato di politica italiana ed è profondamente europeista. Attualmente frequenta il corso di laurea triennale in Economia presso l’Università della Calabria, dove è anche impegnato nella rappresentanza studentesca. È amante della musica e della letteratura. View more articles. 

 

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1921-2021: Il Centenario Della Nascita Dell’Irlanda Del Nord Tra COVID, Brexit E Attriti Di Lunga Data

Il 2021 ha, tra le sue molte peculiarità, quella di segnare il centenario dell’entrata in vigore del Government of Ireland Act del 1920, l’atto del Parlamento Britannico che a partire dal 3 Maggio 1921 divise “l’Isola Smeralda” in due: le sei contee di Antrim, Armagh, Down, Fermanagh, Derry e Tyrone rimasero parte del Regno Unito e gli diedero vita nella sua forma attuale, mentre le restanti ventisei andarono a costituire la neonata, e indipendente, Repubblica d’Irlanda (Eire).

Per l’occorrenza, il Governo di Boris Johnson ha stanziato ben 3 milioni di sterline —approssimativamente 3, 4 milioni di Euro — volti a supportare iniziative connesse alla storia, alle tradizioni e alla cultura dell’Irlanda del Nord, con l’intento di promuovere la regione e le sue eccellenze, ad esempio il Nobel per la letteratura Seamus Heaney.

Le commemorazioni, tuttavia, richiederanno attenzione e tatto fuori dal comune, e non solamente a causa del COVID 19: Michelle O’Neill, co-leader del partito repubblicano Sinn Féin e vice Primo Ministro dell’Assemblea dell’Irlanda del Nord, ha dichiarato infatti che non vi è alcun motivo di celebrazione, e gli appartenenti al suo schieramento si sono rifiutati di partecipare allo spazio consultivo “Northern Ireland Centenary Forum”, incaricato di avanzare proposte e progetti relativi agli eventi per il centenario.

Il motivo di tale ostilità è da ricercarsi nella lunga tradizione repubblicana irlandese, di cui Sinn Féin è l’espressione più evidente. I repubblicani irlandesi, tipicamente cattolici, propugnano, infatti, l’unione delle sei contee con l’Eire, opponendosi dunque ai discendenti dei coloni inglese e scozzesi, di fede protestante, che difendono la permanenza dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito.

In tal senso, per gli elettori di Sinn Féin, i festeggiamenti per la divisione dell’isola costituiscono esclusivamente un doloroso memento della separazione dalla Repubblica, separazione che è stata ulteriormente aggravata dalla Brexit. Il dirimere le questioni relative al confine tra le due parti d’Irlanda post-Brexit è senza dubbio un imperativo imprescindibile per il governo di Londra, tenuto a rispettare il Good Friday Agreement che nel 1998 mise fine a un lungo periodi di disordini nella regione.

Sull’Irlanda del Nord e nello specifico sulla capitale Belfast aleggia infatti lo spettro delle atrocità commesse durante gli anni 60, 70 e 80 del secolo scorso, anni che videro contrapporsi l’Irish Republican Army (I.R.A.) da un lato, e l’esercito britannico, appoggiato da milizie locali quali l’Ulster Volunteer Force (U.V.F.), dall’altro.

Il conflitto provocò oltre 3500 morti, lasciando cicatrici profonde e, in alcuni casi, visibili: ad esempio, Belfast è attraversata dai cosiddetti Peace Walls, vere e proprie muraglie decorate con graffiti commemorativi, che dividono i quartieri abitati da comunità cattoliche dalle zone dove risiedono, invece, famiglie protestanti. Il quadro che ci viene presentato è dunque quello di una regione ancora fortemente divisa, per quanto forse non così polarizzata come nella seconda metà del XX secolo. L’I.R.A. infatti, accettando lo storico accordo del 1998, ha deposto le armi in cambio di una rivitalizzazione del governo locale, trasferendo la lotta per la riunificazione dalle strade alle urne elettorali.

Sinn Féin ha dunque assorbito molti dei rivoluzionari repubblicani, eleggendo negli anni parlamentari negli organi legislativi dell’Irlanda del Nord, nel Parlamento britannico vero e proprio — sebbene i candidati si rifiutino, per tradizione, di prendere i loro posti all’interno della Camera dei Comuni — ed anche nell’Oireachtas (il Parlamento bicamerale della Repubblica d’Irlanda), dove ha recentemente ottenuto un incredibile successo, ponendo fine allo storico duopolio Fine Gael – Fianna Fàil.

Tra i rappresentanti designati nel corso degli anni, figura particolarmente rilevante e rivelatrice è quella di Robert “Bobby” Sands, ventisettenne attivista dell’I.R.A. eletto a Westminster nel 1981, mentre era detenuto nel carcere di Long Kesh, e deceduto a poche settimane dalla sua elezione al termine di 66 giorni di sciopero della fame.

Fonte Immagine: Wikimedia Commons

La copertura mediatica dell’incredibile storia di Bobby Sands ebbe ripercussioni importanti, i cui echi si possono avvertire ancora oggi; ad esempio, i versi da lui scritti durante la prigionia sono stati recentemente pubblicati in Italia sotto il titolo di “Scritti dal Carcere. Poesie e Prose” (Edizioni Paginauno, 2020), a testimonianza del duraturo interesse per la questione nord-irlandese anche nel nostro Paese. 

Le celebrazioni del centenario saranno quindi un momento critico, di profonda riflessione per politici e cittadini su entrambi i lati del Mar d’Irlanda, mentre importanti decisioni si affacciano all’orizzonte per i vari governi. L’implementazione della Brexit, anche dopo il frettoloso accordo tra UE e Regno Unito, rischia di risvegliare tensioni mai del tutto sopite — vedasi, ad esempio, le problematiche emerse recentemente riguardo alla distribuzione dei vaccini per il COVID-19 —, alimentate anche dalle tendenze indipendentiste dell’amministrazione scozzese, e l’elezione del Presidente USA Joe Biden, che vanta forti radici irlandesi, rappresenta un ulteriore elemento di complessità. Nel prossimo decennio dunque, Belfast, Dublino e Londra saranno teatro di una convergenza di forze e movimenti importanti, da monitorare e seguire attentamente.

(Featured Image Credits: Vox)

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Luca Venga

Nato a Rieti nel 1999, da sempre si interessa di storia, geopolitica e relazioni internazionali. Dopo aver vissuto negli Stati Uniti e in Germania, dove consegue l’International Baccalaureate Diploma, si trasferisce a Manchester per frequentare il corso di laurea triennale in Politics and International Relations presso la University of Manchester (ottenendo il Leadership Award per l’anno accademico 2020/21). Affascinato da lingue e culture diverse, ama leggere e viaggiare, dedicandosi ad esperienze di volontariato quali il Tanzania Project e il Community Mapping Project Uganda. View more articles

 

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole è la nuova rubrica settimanale di The Political Corner. Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che, ogni venerdì, presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!


6 febbraio – 12 febbraio 2021

Nord AmericaEuropaSud AmericaAfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

Primo confronto Biden-Xi Jinping – 10 febbraio

Image Credits: AFP

 

Il primo confronto tra il Presidente degli USA Joe Biden e l’omologo cinese Xi Jinping ha avuto luogo questo mercoledì, con una conversazione telefonica di più di due ore. In questa occasione, il Presidente statunitense ha ribadito le proprie preoccupazioni in merito alla salvaguardia dei diritti umani, in particolare in riferimento a Taiwan, Hong Kong e Xinjiang, su cui, però, Pechino ha richiamato Washington alla prudenza, ricordando i principi di sovranità e integrità territoriale. Inoltre, Biden ha riconosciuto la Cina come maggiore competitor degli USA, avvertendo i senatori poco dopo di far presto prima che la Cina “mangi tutto il loro pranzo“, ma ha acconsentito a cooperare per far fronte alle grandi sfide globali, sempre nell’interesse del popolo statunitense.

Dialogo tra ex Repubblicani per la formazione di un terzo partito? – 10 febbraio

Secondo alcune testimonianze raccolte da Reuters, diversi ex funzionari ed esponenti del Partito Repubblicano si sarebbero riuniti virtualmente per discutere della possibilità di aprire ad una nuova e terza forza politica, di centro-destra. Tale partito, fondato su un “conservatorismo di principio” e totale rispetto della Costituzione, della democrazia e dello Stato di diritto, si inserirebbe nella frattura lasciata dalla Presidenza Trump all’interno del Partito Repubblicano, che, secondo alcuni dei partecipanti alla riunione, non sarebbe stato sufficientemente rigido alla luce dei recenti avvenimenti di Capitol Hill .

Image Credits: PBS/Associated Press

Il post-Trump: sviluppi del processo di impeachment e blocco definitivo da Twitter – 10 febbraio

Image Credits: Associated Press

Il quadro delineato dall’accusa durante il processo di impeachment contro Donald Trump è chiaro: non solo l’ex inquilino della Casa Bianca ha rappresentato di fatto l’istigatore degli episodi di violenza a Capitol Hill, ma non vi è garanzia che, semmai rieletto, non possa nuovamente incitare all’uso illegittimo della forza. Nel frattempo, è giunta anche la notizia del ban definitivo da Twitter: Trump, infatti, rimarrebbe escluso dal social anche in caso di ricandidatura.


EUROPA

Crisi diplomatica UE-Russia: Borrell nel mirino – 9 febbraio

L’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE, Joseph Borrell, è stato fortemente criticato per l’improvvisa visita a Mosca, dove il 5 febbraio ha incontrato il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. A poche ore dall’incontro, durante il quale Lavrov aveva accusato l’UE di essere “un partner inaffidabile”, Mosca aveva espulso gli ambasciatori della Germania, della Polonia e della Svezia per aver presumibilmente partecipato a manifestazioni a sostegno della liberazione di Aleksej Naval’nyj. Borrell è ora nel mirino di molti parlamentari europei, che ne chiedono le dimissioni

Image Credits: Handout photo/EPA/EFE

Bielorussia: Lukashenko organizza l’“Assemblea del Popolo” – 11 febbraio

Image Credits: Sergei Sheleg/BelTA/Handout via Reuters

Il Presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, da mesi oggetto del malcontento popolare, che ne richiede la deposizione, ha avviato l’“Assemblea del Popolo”, un incontro volto all’elaborazione di riforme politiche e, in particolare, della nuova Costituzione, che, idealmente, dovrà essere sottoposta a referendum popolare nel 2022. A partecipare a questa assemblea straordinaria per lo più funzionari governativi fedeli a Lukashenko, cosa che ha innescato dure critiche da parte dell’opposizione e la possibilità di nuove proteste

Parlamento UE approva il Recovery Fund – 9 febbraio

Il Parlamento europeo ha dato il via libera al regolamento UE per l’istituzione della “Recovery and Resilience Facility”, adottandolo con una maggioranza di 582 voti (con 40 contrari e 69 astenuti). I fondi previsti, volti ad “alleviare le conseguenze economiche e sociali della pandemia”, saranno composti da contributi a fondo perduto e a debito per un totale di €672.5 miliardi. La “Recovery and Resilience Facility” è la componente maggiore del piano Next Generation EU (€750 miliardi), e una quantità considerevole dei fondi stanziati dovrà essere indirizzata a transizione verde e digitalizzazione. I Paesi UE avranno fino ad aprile per poter presentare i propri piani nazionali alla Commissione, che dovrà poi approvarli. 

Image Credits: European Union

SUD AMERICA

Crisi istituzionale ad Haiti – 9 febbraio

Image Credits: EPA/JEAN MARC HERVE ABELARD

Negli ultimi giorni, si sono intensificate le tensioni tra le forze politiche haitiane di opposizione e il Presidente Moïse, che ha confermato la scadenza del proprio mandato nel 2022. Questa domenica, infatti, secondo dichiarazioni del Ministro della Giustizia, un tentativo di colpo di Stato sarebbe stato sventato dalle forze di sicurezza e sarebbe culminato nell’arresto di 23 persone, tra cui un giudice della Corte di Cassazione. È seguito, questo lunedì, l’ordine esecutivo di Moïse per la sospensione dal ruolo di altri due giudici della Cassazione. Questi tre, infatti, erano stati proposti dall’opposizione come alternativa ad interim, con la decisione finale delle forze politiche di presentare Joseph Mécène Jean Louis. Dopo quest’ultima mossa del Presidente Moïse, diversi protestanti si sono riversati nelle strade di Port-Au-Prince, denunciando la “dittatura” del Presidente e scontrandosi con le forze di polizia.

Elezioni in Ecuador: si andrà al ballottaggio – 8 febbraio

Questa domenica in Ecuador si sono aperti i seggi per l’elezione del successore del Presidente Lenin Moreno. I risultati elettorali sembrano chiari per il candidato Andres Arauz, economista e politico di sinistra, con il 32.44%, ma c’è più incertezza sull’avversario con il quale dovrà andare al ballottaggio. Dall’altro lato, infatti, troviamo l’indigeno Yaku Perez, attivista per l’ambiente, con il 19.65%, di poco in vantaggio rispetto all’ex banchiere Guillermo Lasso, di destra, con il 19.60%. Mentre una piccola percentuale dei voti deve essere ancora conteggiata, il quasi ex presidente Moreno auspica che il Paese possa giungere velocemente a un risultato elettorale attendibile.

Image Credits: EPA/Jose Jacome

AFRICA

Libia: il Libyan Political Dialogue Forum elegge i membri del Consiglio Presidenziale e il PM ad interim – 6 febbraio

Image Credits: AFP PHOTO/ UNITED NATIONS

A Ginevra, il Libyan Political Dialogue Forum, un’assemblea formata da 75 delegati libici sponsorizzata dall’ONU per raggiungere un compromesso sulla caotica situazione politica in Libia, ha nominato i tre membri del Consiglio Presidenziale, che rappresenteranno le tre aree geografiche maggiori del Paese, e il Primo Ministro ad interim, che avrà il compito di guidare un governo di transizione volto a organizzare elezioni democratiche entro la fine dell’anno. Il PM sarà Abdul Hamid Dbeibah, che avrà 21 giorni per formare un governo e ulteriori 21 per ottenere la fiducia in Parlamento. Tuttavia, non sono mancate le critiche, dati gli stretti legami tra Dbeibah e Gheddafi durante il regime del colonnello, e il presunto coinvolgimento del nuovo PM in attività di riciclaggio di denaro, finanziamento della Fratellanza Musulmana e compravendita di voti. Nel frattempo, Libyan Airways ha ripreso i voli tra Tripoli e Bangasi, rispecchiando l’apparente riunificazione del Paese.

Senegal: l’esercito prende basi ribelli nella regione della Casamance – 11 febbraio

L’esercito del Senegal ha annunciato di aver preso il controllo di tre basi ribelli nella regione meridionale della Casamance, striscia di terra compresa tra gli Stati del Gambia e della Guinea-Bissau. Il controllo della Casamance, contesa tra Francia e Portogallo durante il periodo coloniale, è stato oggetto di un conflitto tra il governo centrale di Dakar e il Movimento delle Forze Democratiche della Casamance, mai del tutto risolto. L’offensiva governativa potrebbe causare ulteriore instabilità della regione, sede, tra l’altro, di traffici di droga.

Image Credits: AFP – JOHN WESSELS

Impasse elettorale in Somalia: l’ONU chiede la fine della crisi politica – 10 febbraio

Image Credits: AFP

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto al governo somalo e ai rappresentanti regionali di riprendere i colloqui per l’organizzazione delle elezioni, che in teoria si sarebbero dovute svolgere lo scorso 8 febbraio, quando è giunto a conclusione il mandato dell’attuale PM Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo. Il ritardo è dovuto non solo alla continua minaccia terroristica di al-Shabaab, gruppo notoriamente anti-governativo, ma soprattutto al complesso sistema elettorale somalo, che prevede la partecipazione dei clan, che eleggono indirettamente i membri della Camera Bassa del Parlamento, e dei 5 Stati federali, che invece eleggono i membri della Camera Alta. Tuttavia, la frammentazione dello Stato somalo, con ben tre Stati regionali (Somaliland, Jubbaland e Puntland) che rivendicano maggiori autonomie — se non l’indipendenza —, ha reso l’organizzazione delle elezioni problematica.


MEDIO ORIENTE

L’Egitto riapre il confine con la striscia di Gaza – 9 febbraio

Questo martedì, l’Egitto ha deciso di riaprire “a tempo indeterminato” il valico di Rafah, al confine con la striscia di Gaza. Questa decisione è il risultato di un incontro tenutosi per due giorni nella città de Il Cairo fra le fazioni palestinesi di Fatah e Hamas in vista delle prossime elezioni. La riapertura del valico di Rafah permetterebbe una maggiore libertà di movimento ai palestinesi stanziati nella striscia, controllata da Hamas e sottoposta da diversi anni a un blocco marittimo, terrestre e aereo stabilito da Israele e precedentemente anche dall’Egitto.

Image Credits: EPA/MOHAMMED SABER

Arabia Saudita: rilasciata l’attivista Loujain al-Hathloul – 10 febbraio

 

Come annunciato dalla sorella dell’attivista saudita su Twitter questo mercoledì, Loujain al-Hathloul è stata rilasciata dopo circa tre anni di prigionia, secondo le dichiarazioni dei familiari. Al-Hathloul era stata, infatti, imprigionata nel 2018 e incarcerata con l’accusa di attività legate al terrorismo, dopo essersi strenuamente opposta al divieto di guida imposto alle donne saudite. La decisione della scarcerazione è stata accolta con approvazione dalla comunità internazionale e, in particolare, dall’amministrazione Biden e dal consigliere del Presidente, Jake Sullivan. Tuttavia, la detenzione di attiviste per diritti umani in Arabia Saudita rimane un problema: Al-Jazeera ricorda, in particolare, i casi di Samar Badawi, Nassima al-Sadah e Mayaa al-Zahrani.

Fallite le negoziazioni del Consiglio di Sicurezza ONU per la Siria – 10 febbraio

È nuovamente fallito il tentativo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di raggiungere un accordo riguardo alla drammatica situazione in Siria. Le negoziazioni, infatti, supportate dall’Inviato Speciale ONU Geir Pedersen, avrebbero dovuto portare a una dichiarazione congiunta per far ripartire il processo di pacificazione nel territorio siriano. Secondo alcuni diplomatici, a fare ostruzionismo sarebbe stata la Russia, maggiore alleato della Siria, che avrebbe avanzato richieste non accettabili per gli Stati occidentali. Tale informazione è stata poi smentita da diplomatici russi. In ogni caso, si rinnova l’invito dell’Inviato Speciale a “superare le attuali divisioni nella comunità internazionale” e ad attuare una “diplomazia internazionale costruttiva”, tassello fondamentale per un reale processo di pace.

Image Credits: UN Photo/Loey Felip

 


ASIA-PACIFICO

Pacific Island Forum: gli Stati micronesiani annunciano il ritiro dall’organizzazione – 10 febbraio

Image Credits: AFP

La decisione dei 5 Stati della Micronesia (Kiribati, Isole Marshall, Stati federati di Micronesia, Nauru e Palau) di ritirarsi dal Pacific Islands Forum (PIF), organizzazione internazionale finora composta da 18 Stati membri, tra cui Australia e Nuova Zelanda, potrebbe avere severe conseguenze, considerando che l’area è al centro degli interessi geopolitici di Washington, Canberra, Wellington, Tokyo e Pechino. La decisione ha fatto seguito al voto per il Segretario Generale del PIF, che, sulla base di un criterio informale di rotazione delle cariche tra le tre aree componenti il PIF (Micronesia, Melanesia e Polinesia), sarebbe spettato alla Micronesia. Quando, invece, il candidato portato avanti dalla Polinesia, Henry Puna, ex PM delle Isole Cook, è stato eletto, gli Stati micronesiani hanno notificato la volontà di recedere dall’organizzazione. Questa decisione ha implicazioni anche in ambito internazionale, dato che la presenza nel PIF della Micronesia, da sempre sostenuta dagli USA, impediva ad Australia e Nuova Zelanda di sviluppare la loro “agenda di integrazione”, volta alla creazione di più stretti legami con la Melanesia e la Polinesia. 

Continuano le proteste in Birmania: Biden annuncia sanzioni – 10 febbraio

Il Presidente USA Joe Biden ha dichiarato che saranno inflitte sanzioni contro la Repubblica del Myanmar. In particolare, Biden ha annunciato controlli sulle esportazioni birmane e l’irrogazione di sanzioni mirate contro i militari che hanno organizzato il coup, mentre continueranno gli aiuti umanitari e l’assistenza medica. A più di una settimana dal colpo di Stato organizzato dall’esercito birmano, le proteste continuano; mentre gli arresti sfiorano la soglia dei 300, i manifestanti sperano che le forze di polizia, sebbene dipendenti dalle autorità militari, si uniscano alle proteste.  

Image Credits: VOA Burmese Service

Accordo Nuova Delhi-Pechino per disimpegno militare sul confine himalayano – 11 febbraio

Image Credits: AFP

India e Cina hanno raggiunto un’intesa riguardo l’area contesa del lago Pangong Tso, Himalaya occidentale, riguardante il ritiro delle rispettive truppe dal confine. La tensione tra i due Paesi, che da anni discutono circa l’effettiva delimitazione dei loro territori, specialmente lungo l’arco himalayano, si era acuita l’aprile scorso, quando Nuova Delhi aveva accusato Pechino di essersi introdotta in territorio indiano. Successivi scontri sul confine avevano causato il dispiegamento da ambo le parti di forze militari. 

 

About the Authors


Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Il Mare È In Pericolo: Cosa Sta Facendo L’Italia?

Il 2021 sembra essere l’anno giusto per porre un limite all’inquinamento marittimo del Mare Nostrum. Tra i buoni propositi di inizio anno, il Ministero dell’Ambiente ha messo al primo posto la pulizia delle acque mediterranee. La condizione in cui versa il mare che circonda il nostro Paese è, infatti, alquanto delicata. Il Mar Mediterraneo è sempre più invaso da rifiuti e ciò rappresenta un’emergenza che non deve essere assolutamente ignorata, soprattutto dall’Italia. Il litorale del nostro Paese, infatti, è secondo solo a quello egiziano per inquinamento costiero e, durante la stagione estiva, l’arrivo dei turisti non fa altro che peggiorare una situazione già molto critica.

Il nemico principale è la plastica: il 95% dei rifiuti che inquinano il mare è rappresentato da materiale plastico e 90 sono le tonnellate di plastica che galleggiano sulle acque italiane. Questi numeri esorbitanti fanno sicuramente riflettere e soprattutto indicano il rischio di compromettere irreversibilmente l’ambiente, ma non solo: gli studi, infatti, mostrano la presenza di un’elevatissima percentuale di polimeri sintetici nelle acque, evidenziandone le potenzialità minacciose non solo per l’integrità del patrimonio marittimo, ma anche per la salute dell’uomo.

La caratteristica principale della plastica, ossia la resistenza agli agenti atmosferici, la rende al contempo il materiale prediletto per la costruzione a basso costo di molti oggetti e il peggior nemico dell’ambiente.

La risposta dell’Italia

Queste stime hanno fatto allarmare gli scienziati e gli ambientalisti di tutto il mondo, che ogni giorno incoraggiano i Paesi a promuovere un’economia circolare al fine di garantire il riciclo di questo materiale così dannoso. Tale esigenza è stata colta dall’Italia, che ha risposto positivamente all’allarme mosso dagli esperti. Il primo febbraio il Ministro dell’Ambiente ha inaugurato a Fiumicino la flotta antinquinamento, rivolta alla pulizia del mare e delle foci italiane. Eliminare i residui di idrocarburi e i cosiddetti marine litter (rifiuti marini) è l’obiettivo principale della flotta antinquinamento del consorzio Castalia. Le 32 navi specializzate di Castalia noleggiate dal Ministero dell’Ambiente, di cui 23 costiere e 9 d’altura, ripuliranno fino al 2023 i rifiuti marini delle aree più inquinate del Mediterraneo. Oltre al presidio del mare territoriale e dei fiumi, 4 unità navali sorveglieranno le zone di mare dove si trovano le piattaforme petrolifere.

Per risolvere definitivamente il problema, dal 2020 l’Italia si è affidata a Corepla, il Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica. In questa fase, Corepla si occuperà principalmente della fase di analisi sui vari rifiuti raccolti dalla flotta antinquinamento, al fine di valutare quali siano i modi corretti per riciclare ogni tipologia di scarto e realizzare concretamente un principio di blue economy. L’economia circolare e la corretta gestione dello smaltimento dei rifiuti sono da sempre stati al centro dell’interesse di Corepla, afferma il Presidente Quagliuolo. Tuttavia, l’inquinamento dei mari è un problema che può essere risolto solo grazie ad un’azione collettiva e supportata dalle istituzioni locali e internazionali: attenendosi agli impegni di cui l’Italia si è fatta carico in campo europeo e internazionale, Corepla svolgerà anche attività di monitoraggio, tracciamento e analisi sulla composizione dei marine litter. Il fine è sempre quello di fornire tutti gli strumenti necessari per approcciarsi ad una mentalità di riuso degli oggetti, in cui il rifiuto non è più considerato solo un materiale di scarto, ma rappresenta l’elemento essenziale e il presupposto di una nuova catena produttiva.

Le Manta: l’innovazione green per ripulire i mari dai rifiuti

L’ultima innovazione green è stata creata dall’attivista Yvan Bourgnon, conosciuto come “il gladiatore dei mari”. Due anni fa, in seguito ad un viaggio nell’Oceano Indiano in cui rimase quasi bloccato dalla coltre di rifiuti plastici che oggi coprono il blu delle sue acque, Bourgnon decide di dare vita al progetto Le Manta. Il desiderio di dare nuovamente quell’aspetto incontaminato che ha da sempre caratterizzato le acque oceaniche ha portato Yvan a realizzare la prima nave-fabbrica della storia. Manta innovation è il nome dell’enorme catamarano di oltre 50 metri che si occupa di ripulire i mari dai rifiuti plastici. Possiamo definire Manta innovation come il più grande netturbino artificiale mai creato nella storia. La barca è stata progettata per autoalimentarsi circa al 70% attraverso l’energia che produce dalla raccolta dei rifiuti; il fulcro principale della sua energia deriva infatti dall’accumulo e dal successivo riciclo dei materiali raccolti. Manta innovation navigherà tra i mari grazie a 4 motori elettrici alimentati solo da energia rigorosamente rinnovabile: turbine eoliche e pannelli solari. Ovviamente, per evitare che la barca raccolga indistintamente anche i pesci, sarà dotata di un impianto ad onde sonore per allontanare la fauna marittima.

Tale innovazione rappresenta una reale svolta nella battaglia contro l’inquinamento e permette di ripristinare — almeno in parte — un ambiente che purtroppo l’umanità ha trattato come una discarica a cielo aperto, tralasciandone l’importanza e abbandonandolo a se stesso.

(Featured Image Credits: Iconaclima.it)

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Costanza Berti

Nata a Massa Marittima nel 1998, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e ora frequenta il corso di laurea magistrale in Gestione d’Impresa presso l’università LUISS di Roma.  La sua vita si divide tra Roma e Follonica. Da sempre appassionata di viaggi, nel corso degli anni ha potuto scoprire e vivere culture molto diverse tra loro. Nel 2019 ha preso parte al progetto Erasmus a Rotterdam, trascorrendo un semestre di studio alla Erasmus University of Rotterdam. View more articles

 

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L’Importanza Dei Giovani Per Il Futuro Dell’Italia

L’Italia sta “invecchiando”

È noto a tutti il fatto che l’Italia sia il secondo Paese più vecchio del mondo; l’età media della popolazione italiana, infatti, si attesta a 45 anni contro una media mondiale di 30 anni. Un dato preoccupante, soprattutto considerato che – secondo dati Istat – il numero di giovani italiani che migrano all’estero alla ricerca di un lavoro cresce di anno in anno: «Nel 2019 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 180mila unità, in aumento del 14,4% rispetto all’anno precedente». Nel complesso, sono circa 900 mila gli italiani che si sono trasferiti all’estero negli ultimi 10 anni. È chiaro, quindi, perché a livello politico si conferisce poca importanza alle giovani generazioni: materialmente, a livello di voti, essi contano poco. Sono gli adulti/anziani – numericamente più influenti – a destare l’interesse delle classi politiche, le quali si contendono questi voti offrendo ciò che più aggrada gran parte della popolazione italiana e mettendo da parte i temi che più interessano i giovani.

L’Italia non è un Paese per giovani 

Non si presta molta attenzione ai problemi che affliggono i giovani, in primis la disoccupazione. Si registrano tassi di disoccupazione (15-29 anni) che superano il 30%. Non è una situazione che può essere sostenuta nel lungo periodo, non solo per il fatto che chi riesce a trovare un lavoro all’estero lascia il Paese senza ritornare, ma anche perché tali perdite di capitale umano non vengono rimpiazzate in alcun modo. L’Italia non è affatto un Paese attrattivo: i giovani talenti che intendono lavorare in Italia non hanno – il più delle volte – possibilità di avanzare e di crescere professionalmente. Pertanto, è lecito chiedersi perché dall’estero dovrebbero decidere di trasferirsi in Italia? Oltre alla fama di “Bel Paese”, cos’altro può offrire?

Cosa succede in Europa? 

L’Unione europea si è impegnata a dare ulteriori garanzie ai giovani. In particolare, il Parlamento europeo ha condannato la pratica di tirocini e apprendistati non retribuiti. L’8 ottobre è stata votata una risoluzione (574 sì, 77 no, 43 astenuti) in cui si invitavano gli Stati membri a proporre possibili soluzioni per l’introduzione di uno strumento giuridico comune a tutti, con l’obiettivo di garantire una remunerazione equa per tirocinanti e apprendisti nel mercato del lavoro dell’UE. Un grande passo in avanti, se non fosse per il fatto che la risoluzione è un atto di per sé non vincolante, tramite cui il Parlamento sostanzialmente chiede alla Commissione europea di portare avanti questo progetto presentando «un quadro giuridico per un divieto efficace ed applicabile di queste pratiche». Si tratta quindi di una situazione in continuo divenire.

C’è da dire comunque che a livello europeo c’è un impegno più marcato rispetto quello che si vede a livello nazionale. Un esempio di ciò è il famoso “Next Generation EU”, più comunemente noto come “Recovery Fund”: fondi europei che puntano non solo alla ripresa economica, ma che puntano anche al futuro, alla transizione digitale, ad un’economia più sostenibile e alla creazione di nuovi posti di lavoro per la nuova generazione. Il problema sta nel fatto che bisogna saper sfruttare a pieno queste risorse con misure e piani di lungo periodo. 

Image Credits: DazebaoNews.it

La luce in fondo al tunnel 

«Il Governo italiano sta scegliendo – ancora una volta – di non investire nel suo futuro, i giovani: dal piano nazionale Next Generation Italia per “giovani e politiche del lavoro” l’Italia investirà solo l’1% dei fondi europei. Uno, per, cento. È poco.», con queste parole molti giovani si stanno battendo per far sentire la loro voce che in coro urla Uno Non Basta! La loro petizione (che ha già raggiunto le quasi 100 mila firme) chiede al governo italiano di potenziare la voce “Giovani e Politiche del Lavoro” del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) con ulteriori proposte di investimento, perché investire sui giovani vuol dire investire sulla possibilità per l’Italia di costruirsi un futuro. La loro petizione sta riscuotendo molto successo, tanto che i promotori sono riusciti a presentare le loro proposte in audizione alla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati. L’eco di “Uno Non Basta” ha raggiunto finalmente i corridoi governativi e le aule parlamentari, ma gli organizzatori della petizione confidano di poter fare di più, considerando che la data ultima di presentazione del PNRR alla Commissione europea è fissata al 30 Aprile 2021.

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Con l’entrata in scena di Mario Draghi come papabile nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, i giovani vedono uno spiraglio di luce in più. Ricordiamo come proprio Draghi, durante il Meeting di Rimini e più recentemente nel suo primo discorso da premier incaricato, abbia fatto riferimento in modo esplicito alle nuove generazioni: «Abbiamo a disposizione le risorse straordinarie dell’Unione europea. Abbiamo l’opportunità di fare molto per il nostro Paese, con uno sguardo attento al futuro delle giovani generazioni e al rafforzamento della coesione sociale». Grazie al suo costante impegno nel ricordare i giovani – ormai dimenticati – l’ex presidente della BCE sta raccogliendo molto sostegno nel mondo giovanile. Ad esempio, negli ultimi giorni è nato il movimento apartitico “Studenti per Draghi”, secondo cui il premier incaricato rappresenterebbe una vera svolta per l’Italia, un Paese a cui servono mezzi per costruire solide basi e non meri incentivi che fanno arrestare la crescita e lo sviluppo.

Draghi piace, soprattutto ai giovani, perché per la prima volta si sentono chiamati in causa, perché per la prima volta si sentono considerati come parte integrante di una società ormai “vecchia”. Bisogna comunque riflettere sul fatto che solo le figure apolitiche osano sbilanciarsi tanto, sintomo dell’ennesimo fallimento dell’attuale politica italiana. Siamo in un momento storico in cui bisogna prendere le giuste decisioni e l’Italia ha bisogno di un programma serio sul quale basare il proprio futuro. Lasceremo il giudizio ai posteri, ma come presupposti si potrebbe dire che si sta partendo col piede giusto.

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About the Author


Silvia Foti

Nata a Reggio Calabria nel 1999, è una grande appassionata delle tematiche relative all’economia e alla finanza. Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto varie attività di volontariato nel corso degli anni e nell’estate 2019 ha potuto prendere parte a un progetto di volontariato svolto in collaborazione con Croce Rossa Italiana. Tra le sue varie passioni anche l’arte, le lingue straniere e il nuoto. View more articles

 

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