Recovery Fund, Cos’è E Perché L’Italia È Già In Ritardo

Sono già passati circa 4 mesi dal 27 maggio, giorno ritenuto storico dal presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, in cui i 27 Paesi membri dell’Unione Europea sono giunti all’accordo sul Recovery Fund. Di quest’ultimo strumento ormai si sente parlare quasi quotidianamente non solo sui giornali o dai vari tg, ma anche durante un semplice dibattito in famiglia. Tuttavia, molti italiani non hanno ancora pienamente compreso le sue caratteristiche e il suo funzionamento. Ripassiamo velocemente in che cosa consisterebbe.

Lo strumento europeo per uscire dalla crisi

Il Recovery Fund è un fondo che prevede lo stanziamento di 750 miliardi di euro in bilancio dell’Unione Europea con lo scopo di emettere obbligazioni, soprannominate recovery bond o Ursula bond (dal nome della Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen). Tale evento viene identificato come storico perché, per la prima volta in assoluto, si assiste all’emissione di un debito comune tra tutti i membri dell’UE. I 750 miliardi verranno così suddivisi: 500 miliardi di contributi a fondo perduto e 250 miliardi destinati a prestiti. Stando alle prime linee di distribuzione del piano fatte dalla Commissione, all’Italia è stata riservata la fetta più grande della torta, seguita rispettivamente da Spagna, Polonia e Grecia. Infatti, al nostro Paese sono stati destinati ben 172 miliardi e 82 di questi saranno assegnati a fondo perduto. Nonostante l’Italia sia uscita vincitrice dai negoziati, due sono i vincoli legati al Recovery Fund: i soldi non saranno subito disponibili e dovranno essere destinati a progetti futuri nei campi del lavoro, dell’istruzione e dell’ambiente. In sostanza, l’Italia dovrà presentare alla Commissione Europea una proposta di come vorrebbe investire tali soldi e dovrà attendere l’approvazione da parte del Consiglio Europeo, che avrà 60 giorni di tempo per far passare il progetto. Questa somma sarà restituita all’Italia solo quando il Comitato Economico Finanziario, esaminando i primi risultati tangibili conseguiti grazie a tale progetto, avrà dato il suo assenso.

Il piano del governo

Il 9 settembre a Palazzo Chigi è stata presentata, durante la riunione del Ciae (Comitato interministeriale per gli affari europei), la bozza del Recovery Plan: un documento di circa 30 pagine che espone le linee guida per rilanciare l’Italia e che dovrà essere inviato a Bruxelles nel mese di aprile. Nello schema del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sono elencati i vari obiettivi che il nostro governo si propone di raggiungere. Sei sono state le missioni elencate nel fascicolo: digitalizzazione e innovazione; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per la mobilità; istruzione e formazione; equità, inclusione sociale e territoriale; salute. Seguendo l’ordine dei 6 cluster, il primo progetto del governo italiano sarebbe il «5G in cento città italiane», un piano nato dalla collaborazione tra il Ministero dello Sviluppo Economico e Infratel. Esso è incentrato sulla diffusione del tanto dibattuto 5G in almeno 100 città (da definire) e sul miglioramento della rete nazionale in fibra ottica. La seconda mossa del governo è quella di approcciarsi alla cosiddetta green economy, ossia quel ramo dell’economia che mira alla riduzione dell’impatto ambientale introducendo politiche più “verdi” ed ecosostenibili. Certamente un progetto dispendioso, ma nobile e necessario affinché il nostro pianeta “possa tornare a respirare”. Nell’ambito delle infrastrutture si spazia dal completamento dei corridoi ferroviari europei Ten-T alla mobilità pubblica e privata per i cittadini. Altro punto fondamentale – e che oggi è all’ordine del giorno – riguarda la macroarea dell’istruzione, della formazione e della ricerca da affrontare attraverso politiche mirate alla digitalizzazione del sistema scolastico e all’aumento degli studenti universitari. Tramite il penultimo cluster il governo si ripropone di riequilibrare le disuguaglianze accentuate dal lockdown, focalizzandosi sul tema lavoro e sulla riqualificazione del territorio. Ultima, ma non per importanza, la macroarea salute. Quest’ultima, che non era stata inizialmente delineata nel Pnrr, verte al miglioramento degli ospedali con un aumento dei posti in terapia intensiva e alla diffusione capillare dell’assistenza domiciliare.

Le criticità del piano italiano e la concretezza di Parigi

Alla luce di ciò che è stato esposto durante la riunione del Ciae, il Presidente del Consiglio Conte auspica un’Italia nuova, incentrata su progetti a lungo termine che hanno il duplice obiettivo di far aumentare di 10 punti percentuali il tasso di occupazione e di far raddoppiare il tasso di crescita. I progetti esposti sono tutti molto interessanti e ambiziosi, ma il problema fondamentale è come e quando si possono raggiungere. Per attingere al fondo servono progetti concreti, in cui vengano descritti sia le tempistiche per ogni fase di attuazione sia i costi di ogni manovra specifica. Questo è ciò che manca nella bozza del nostro Recovery Plan: la concretezza. Ovviamente si tratta di uno schema provvisorio e si intuisce la voglia di riscatto da parte del governo, ma sappiamo già in partenza che questa somma di denaro (anche se ingente) non basterà a dar vita a tutti questi progetti. Quali allora verranno accolti e, soprattutto, qual è il budget per ogni cluster? Un’idea più chiara ce l’ha invece la Francia. «Preparare la Francia del 2030». È con questo ambizioso obiettivo che il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha riassunto la filosofia del piano di rilancio di 100 miliardi di euro per affrontare la crisi economica provocata da lockdown e pandemia. Il France Relance, ossia la versione francese del nostro Pnrr, è stato presentato a inizio mese e consta di ben 290 pagine. Non si vuole di certo porre l’attenzione sulla celerità della proposta francese (perché è giusto che ogni Paesi valuti minuziosamente la propria situazione), ma confrontando i due piani di rilancio sarebbe necessario che l’Italia prendesse spunto, in termini di dettaglio e pianificazione, dalla Francia. Il France Relance si presenta molto più strutturato e preciso sia dal punto di vista delle tempistiche che dei costi. Anche il governo francese guarda al futuro, promettendo che i risultati finali si raggiungeranno solo nell’arco di 10 anni, ma, nello stesso tempo, afferma che i benefici saranno tangibili fin da subito. Innanzitutto, la Francia ha deciso di suddividere i 100 miliardi di euro a sua disposizione in 3 grandi cluster, specificando il budget che verrà utilizzato per ognuno di questi: ecologia (30 mld), competitività (34 mld) e infine, coesione sociale e territoriale (36 mld). Inoltre, per ogni area ha già individuato i progetti fondamentali sottolineando la spesa che sarà necessaria per metterli in atto. Ad esempio, una manovra riguarda l’abbassamento delle tasse sulla produzione e ciò richiederà circa 20 miliardi di euro, ossia 2/3 del budget destinato alla sezione della competitività.

Confrontando i due piani di rilancio non si nota molta discrepanza tra gli obiettivi ultimi dei rispettivi governi, in quanto entrambi promettono di realizzare un futuro più moderno ed ecosostenibile, come dimostrato dalla grande attenzione data al tema della “green economy”. Ma ciò che si vorrebbe vedere di più è una maggiore concretezza della proposta del governo italiano. Il compito dell’Italia oggi dovrebbe essere quello di delineare un piano più dettagliato e fare un’analisi più seria dei costi-benefici di questi progetti che, per il momento, ahimè, sono solo abbozzati.

(Foto del Consiglio europeo straordinario di luglio. Image Credits: ISPI).

Costanza Berti

Nata a Massa Marittima nel 1998, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e ora frequenta il corso di laurea magistrale in Gestione d’Impresa presso l’università LUISS di Roma.  La sua vita si divide tra Roma e Follonica. Da sempre appassionata di viaggi, nel corso degli anni ha potuto scoprire e vivere culture molto diverse tra loro. Nel 2019 ha preso parte al progetto Erasmus a Rotterdam, trascorrendo un semestre di studio alla Erasmus University of Rotterdam. View more articles

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