Sugar Tax: Il Difficile Trade-Off Tra Sviluppo e Sostenibilità

Almeno una volta negli ultimi due anni si sarà sentito parlare di Sugar Tax. Come spesso accade, però, non sempre si conosce a fondo ciò di cui si dibatte. O comunque, non sempre ciò di cui si dibatte è facilmente definibile.

Di cosa si tratta effettivamente?

Innanzitutto, la Sugar Tax è un’imposta sul consumo di bevande analcoliche edulcorate (vale a dire contenenti edulcorante, ovvero qualsiasi sostanza, di origine naturale o sintetica, in grado di conferire sapore dolce alle bevande), volta a limitare l’assunzione delle stesse, introdotta in Italia ai commi 661-676 della Legge di Bilancio 2020. Essa si applica nella misura di 10€ per ettolitro nel caso di prodotti finiti e 0,25€ per kg nel caso di prodotti predisposti a essere utilizzati previa diluizione.

È esigibile: al momento della cessione di bevande edulcorate da parte del produttore nazionale a consumatori nel territorio dello Stato oppure a rivenditori; per i prodotti provenienti dall’UE, quando l’acquirente nazionale li riceve; quando si importano in Italia bevande edulcorate da Paesi extra UE. Fermo restando la previsione di talune esenzioni, quali ad esempio: in caso di prodotti destinati all’export; o in caso bevande edulcorate il cui contenuto complessivo di edulcoranti sia inferiore o uguale a 25 gr per litro (se si tratta di prodotti finiti) o a 125 gr per Kg (se si tratta di prodotti predisposti a essere utilizzati previa diluizione). Le diverse sanzioni sono previste in caso di: mancato pagamento dell’imposta, ritardato pagamento dell’imposta, tardiva presentazione della dichiarazione (e ogni altra violazione).

Al di là degli aspetti più tecnici, una cui breve trattazione risulta in ogni caso imprescindibile per avere a mente di cosa si sta discutendo, è importante tenere presente che la scelta di introdurre questa imposta in Italia è il frutto della volontà, a livello europeo, di perseguire un fine ben preciso: combattere l’obesità dilagante, soprattutto tra i giovani e i bambini, causata da una tendenziale malsana alimentazione, e molto rischiosa per la salute presente e futura. Un obiettivo secondario che si intende raggiungere percorrendo questa strada è quello di provare a uniformare il sistema fiscale dei Paesi Membri dell’UE, difatti, imposte che si prefiggono lo stesso scopo sono già presenti in ben oltre 30 Stati europei.

Legge di Bilancio 2020 e Plastic Tax.

Prima di giungere al cuore dell’analisi che si intende svolgere, pare opportuno aprire una breve parentesi riguardo a un’ulteriore imposta introdotta dalla stessa Legge di Bilancio 2020, che può essere considerata metaforicamente “la sorella” di quella in esame: la Plastic Tax. Si tratta di un’imposta del valore fisso di 0,45 centesimi per ogni chilo di prodotti di plastica monouso venduto.

Anche in questo caso, quello che si vuole ottenere è il raggiungimento di un traguardo piuttosto importante per quanto concerne l’interesse della collettività: tentare di salvaguardare l’ambiente, riducendone l’inquinamento. E, ancora una volta, si tratta di una missione comune a tutti i Paesi Membri dell’UE. 

Entrambe le imposte, in ogni caso, non sono ancora entrate in vigore, in quanto la forte pressione proveniente dal settore imprenditoriale ha spinto verso ripetuti rinvii. Ad oggi, sembrerebbe che l’entrata in vigore sia prevista per il 2023.

Effetti a breve e lungo termine della Sugar Tax.

L’astio con cui è stata accolta la Sugar Tax da parte degli imprenditori italiani non è, di certo, totalmente immotivato. Il discorso, infatti, non è la difficoltà di comprendere le ragioni sociali alla base di tale scelta, quanto piuttosto lo scetticismo riguardo all’efficacia della stessa nel combattere i disturbi alimentari che mira ad abbattere, nonché la disperazione innegabile di un settore (quello dei soft drinks) già messo in ginocchio da una pandemia mondiale.

L’impatto del Covid sul consumo dei soft drinks, infatti, è stato a dir poco gravoso, e non servono numeri per provarlo, perché basta pensare alla contrazione dei flussi turistici e al diffondersi dello smart working. Sebbene un po’ di normalità dovrebbe significare una ripresa per i prossimi anni, l’introduzione di questa nuova forma di prelievo fiscale, a dire dei lavoratori del settore, impedirà un ritorno ai livelli pre-Covid.

Un altro punto controverso riguarda poi la sua effettiva necessità, per quanto concerne i risultati, in un Paese come l’Italia. Anche qui c’è un po’ di confusione: tra studi che sembrano dimostrare che gli italiani tendono comunque a prediligere un’alimentazione piuttosto sana, analisi che prevedono uno scarso impatto sul consumatore finale dal punto di vista del prezzo, e dati che sembrano invece allarmare in merito allo stato nutrizionale, soprattutto dei bambini. La vera domanda da porsi è, prendendo per veri ed attendibili questi ultimi risultati, se tassare le bevande edulcorate, dimenticandosi degli alimenti contenenti le stesse sostanze, può essere considerata una scelta saggia e coerente.

Sintesi di un sistema in mutamento?

Al di là dei vari dibattiti su quelli che possono essere i pro e i contro di questa decisione, sta di fatto che è ormai una scelta compiuta (e, si spera, anche ben riflettuta).

La realtà dei fatti è che si tratta di un passo che andava compiuto inevitabilmente, perché è la sintesi di un sistema, non solo fiscale, in mutamento. È la sintesi, cioè, di un sistema Paese che si dirige, o almeno ci prova, verso un processo di armonizzazione sempre più intenso e ampio.

Il difficile trade-off tra sviluppo e sostenibilità: ha senso rimandare ancora?

Quindi ci si sta muovendo, ma verso dove? La domanda è piuttosto semplice, forse proprio per questo la risposta è molto complessa.

Ormai sempre più, le scelte politiche ed economiche intraprese da chiunque sono mosse da due fini: la sostenibilità e lo sviluppo. Ampliare il concetto di sostenibilità, attribuendogli una triplice accezione (economica, ambientale e sociale), è stato il punto di partenza di un percorso intrapreso un po’ di tempo fa. Avere tutto e subito, come si sa bene, non è però possibile, soprattutto quando gli interessi coinvolti sono di una certa portata.

Il punto della questione, quindi, è capire come conciliare la salvaguardia di un ambiente in condizioni degradanti, la ripresa di un’economia in ginocchio e la tutela di diritti sociali indispensabili. Si tratta di un equilibrio che ancora non è stato trovato, e che sicuramente non sarà mai facile da mantenere.

Contestualizzando, è un dato di fatto che nuove entrate per lo Stato italiano potrebbero portare potenziali benefici futuri, ma i soggetti interessati dalle stesse dovrebbero sostenere dei sacrifici e dei costi, molto probabilmente, irrecuperabili. Certamente, tornare sui propri passi è un segno di debolezza e incertezza che non dovrebbero esistere. Per questo, forse, l’opzione rimasta è una sola: sfruttare al meglio il tempo che si ha a disposizione per cercare di capire come prepararsi ad affrontare la nuova sfida, tentando di far leva sui benefici che la stessa può portare con sé.

A volte, il pregiudizio negativo su qualcosa tende ad essere un limite per vederne le potenzialità.

Come sempre, si sceglie di concludere con una domanda, che vuole essere un invito a riflettere: è sempre possibile (e sempre necessario), trovare un perfetto bilanciamento?

(Featured Image Credits: easytaxassistant.it)

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Mafalda Pescatore

Nata ad Avellino nel 2001. Ha conseguito il doppio diploma ESABAC. Frequenta il corso triennale di economia e management presso la LUISS Guido Carli, a Roma. Innamorata della cultura, da sempre. Particolarmente interessata a tematiche di attualità di natura politico-economica. Nel 2019 ha recensito e giudicato i romanzi iscritti alla finale del Prix Goncourt. Nel 2020 è stata volontaria per l’UNICEF, contribuendo a pubblicizzare il Progetto Pigotta. View more articles. 

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Quanto Contano I Diversi Sport In Italia: Tra Riaperture Negli Stadi e Chiusure nei Palazzetti

Lo sport italiano nella sua interezza chiede al governo di ripartire. Quest’ultimo, però, risponde con protocolli diversificati, quasi come a dare più importanza ad uno sport piuttosto che ad un altro. La pandemia di coronavirus ha inciso marcatamente nei già fragili equilibri del mondo sportivo italiano, ma ad oggi la situazione epidemiologica sembra essere molto più rosea delle aspettative. La campagna vaccinale portata avanti fa registrare l’81% della popolazione over-12 completamente immunizzata (www.governo.it) e a rassicurare è anche una risposta più che convincente dalla fascia giovanile, che maggiormente affolla i teatri del gioco. Le misure anti-contagio che regolano gli ambienti chiusi, così come gli spazi aperti, appaiono in linea con quel “rischio controllato” di cui il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha sempre parlato, per tutti da assumere inevitabilmente a causa dell’alta aleatorietà dei meccanismi di trasmissione.
In tale situazione appare scontata la reintroduzione di una componente fondamentale per ogni sport, ovvero i tifosi, relegati durante la gran parte delle passate stagioni ad un esilio forzato. Una platea di tifosi calorosa può cambiare il volto delle gare, riuscendo a dare una mano ai propri beniamini in campo e ciò viene confermato dalle parole degli addetti ai lavori. Il Commissario Tecnico della Nazionale italiana di calcio, Roberto Mancini, il 5 luglio scorso affermava: “Meglio giocare davanti ad uno stadio pieno piuttosto che davanti a poche persone, perché credo sia il bello del calcio come di ogni spettacolo.”, ma l’impressione è che questo sia il sentore comune alla maggior parte dei protagonisti. Come si diceva in fase di apertura, il percorso per riportare la gente negli stadi e nei palazzetti è risultato più tortuoso del previsto ed all’orizzonte la soluzione definitiva appare ancora piuttosto lontana. Ad oggi è permessa l’affluenza negli stadi all’aperto per il 75% dei posti disponibili, ai soli possessori del Green Pass e ciò permetterebbe agli sport che godono di tale caratteristica di fare un enorme passo in avanti rispetto al recente passato. Per fare una stima si prenda ad esempio il comunicato diramato dalla Juventus F.C sulla situazione economico-finanziaria relativa al primo semestre 2020-2021: nella nota si legge che le perdite dovute ai mancati ricavi da gare, vendite di prodotti, licenze ed affini, ammonta a 39 milioni di euro, cifra considerevole se affiancata alla perdita totale dell’esercizio di circa 113 milioni di euro. L’aumento delle possibilità dovute all’ultimo decreto governativo è visibile e se da una parte Giovanni Malagò, Presidente del CONI, afferma che sarebbe disposto ad interloquire con il governo per una possibile riapertura al 100% di capienza, lo stesso conferma che tale soluzione sarebbe piuttosto marginale nella maggior parte dei casi, riferendosi ad una tendenza negativa nel numero di persone che effettivamente si recano allo stadio. Questa tendenza negativa è stata solo in parte sopperita dai club dall’aumento dei ricavi dovuti ai diritti televisivi o di altre piattaforme streaming. Ma la fortuna in questo caso – come in molti altri – si ferma ai club calcistici di alto livello.
La situazione muta notevolmente se si getta lo sguardo oltre la siepe. Dopo il calcio, attenendosi al numero di atleti ufficialmente tesserati con il CONI, la pallavolo ed il basket sono gli sport più praticati nel nostro paese. Ciò che accomuna questi ultimi due è la completa dipendenza da una struttura al chiuso per lo svolgimento delle gare ed allora, in contrasto con la situazione epidemiologica, il governo ha varato una serie di restrizioni differenti per la presenza del pubblico alle partite.

Umberto Gandini, a.d. Lega Basket Serie A.
Credits: FABRICE COFFRINI/AFP via Getty Images

Umberto Gandini, presidente della Lega Basket Serie A, in un’intervista alla Gazzetta dello Sport si è mostrato deluso e amareggiato del trattamento riservato: ad oggi, soltanto il 35% della capienza totale dei palazzetti può essere coperta dal pubblico, mostrando una netta controtendenza con i dati nazionali per gli sport all’aperto, ma anche con le percentuali europee degli impianti al chiuso. L’ipotesi paventata dell’aumento di tale percentuale fino al 50% è ancora osteggiata dalla figura preminente del basket italiano, visto che i dati del riempimento medio dei palazzetti in Italia è del 73%. Secondo Gandini l’accesso con Green Pass ai palazzetti garantirebbe l’estrema protezione per i tifosi, dato che anche nel caso di una copertura totale dei posti disponibili ogni individuo dovrà attenersi alle precise direttive del governo da attuare nei luoghi al chiuso, riducendo i rischi di contagio al minimo. Con un trattamento del genere, dice lo stesso Gandini, si rischia di far passare un’immagine degli impianti come dei luoghi non sicuri, minatori della salute pubblica. La data del 10 ottobre, fissata dapprima per la risoluzione di tali controversie e l’aumento della capienza nei palazzetti dal 35% al 50% è stata prorogata, dando un ulteriore segnale di contrapposizione da parte del governo, nonostante il CTS abbia ratificato che i benefici di tale aumento supererebbero di molto gli eventuali rischi.

Questa situazione, dagli strascichi inevitabili per tutte le parti in gioco, mette in luce un problema ancora evidente nel nostro paese: la cultura sportiva in Italia è pienamente viziata da quella calcistica. Lo sport non è considerato a trecentosessanta gradi come attività formativa e non incoraggiato nelle sue molteplici accezioni, ma per gran parte del paese è solamente riconducibile al calcio, con buona pace delle politiche governative. In questo caso è controproducente farne una questione economica, poiché se da una parte è lampante che gli indotti provenienti dal calcio per tutte le attività collaterali sia preminente, dall’altra non devono essere dimenticati i benefici provenienti dalla narrazione dello sport nelle sue forme più disparate, soprattutto per le nuove generazioni. Tra gli sport le cui gare si svolgono in luoghi aperti e quelli legati ad impianti al chiuso la distinzione di trattamento è netta e non può far altro che aumentare il divario di attenzione che si riserva ad una parte piuttosto che all’altra. In questo contesto una famiglia può portare i figli allo stadio con molta più facilità rispetto che in un palazzetto che ospita una gara di pallavolo, piuttosto che una competizione di ginnastica artistica, precludendone la conoscenza di un mondo che potrebbe abbracciare ed amare.
Se si spera nel cambiamento, nell’anno dei maggiori successi italiani in ogni contesa sportiva, la presa di posizione da parte degli “svantaggiati” deve essere dura, mostrando con chiarezza i pro di una narrazione ampliata degli aspetti del gioco, con il fine di educare le nuove leve alla conoscenza delle particolarità di ogni sport.

(Featured Image Credits: Arezzo Notizie)

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Camillo Cosenza



Nato a Cosenza nel 1999, è un grande appassionato di sport, economia e politica. Frequenta il Corso di Laurea triennale in Ingegneria Gestionale all’Università della Calabria. Ama anche la storia e la filosofia, passioni nate durante il periodo liceale. View more articles

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Riforma Cartabia: Il Processo Penale È, Ancora Una Volta, “Nuovo”.

Che il settore Giustizia, in Italia, necessiti di una generale riforma è a tutti chiaro, ormai da tempo. Il sistema processuale, sia civile che penale, soffre di grandi interrogativi nella teoria che, inevitabilmente, si ripercuotono sulla pratica in maniera evidente. E questo, ricordiamolo, non intacca solo l’amministrazione della Giustizia di per sé considerata, ma la vita di ognuno di noi. Un sistema improntato su una tradizione che ormai sembra essere sconosciuta alla modernità tecnologica dei nostri tempi, una durata dei processi che è tutt’altro che “ragionevole”, sono due dei temi che risultano stare alla base della nuova Riforma Cartabia. Questa infatti, si ripropone, attraverso modifiche processuali e sostanziali, strutturali ed organizzative, di implementare i caratteri dell’efficienza e della stabilità.

È il 23 settembre scorso quando il Senato approva il disegno di legge per la riforma del processo penale, il 3 ottobre successivo la – ormai – legge viene pubblicata in Gazzetta Ufficiale. La Riforma Cartabia fa parte di una serie di progetti di cui si fa carico il Governo in attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR), nel più grande ambito dei fondi stanziati dal Next Generation EU.

Che cosa prevede la riforma?

La buona riuscita della riforma della Giustizia ruota intorno allo strumento della delega, con la quale il Parlamento affida al Governo il potere di attuare e quindi, individuare, i principi e criteri generali per garantire una migliore efficienza del sistema giurisdizionale. Il provvedimento, infatti, contiene criteri direttivi cui dovranno attenersi i decreti legislativi che dovranno essere emanati in un anno dall’entrata in vigore della legge.

In particolare, la riforma si compone di due articoli: un primo con il quale il Parlamento delega il Governo, un secondo con il quale si attuano modifiche dirette al codice penale e a quello di procedura penale.

Il meccanismo di improcedibilità.

Le materie oggetto di delega sono tante, ma il punto intorno al quale si è acceso un forte dibattito politico è senz’altro quello del meccanismo di improcedibilità, e quindi della tanto controversa prescrizione. Così come da Ministero della Giustizia, “le misure contenute nell’Atto Senato n. 2067 mirano principalmente a semplificare e rendere spedita la celebrazione dei processi penali, dando attuazione al principio della ragionevole durata del processo”. Non è infatti sconosciuto il grande problema della lentezza dei procedimenti nella giustizia penale; motivo per il quale l’Italia conta ben 1202 richiami da parte della Corte di Strasburgo per violazione del principio di ragionevole durata del processo. Secondo una stima il processo penale durerebbe in media 4 anni.

È, quindi, in nome di esigenze di economia processuale che la Riforma Cartabia introduce il cd. meccanismo di improcedibilità prevedendosi una durata massima per ogni grado di giudizio: 2 anni per l’appello, 1 anno per la Cassazione. Questo sistema conosce tuttavia delle eccezioni. Una prima generale è a discrezione del giudice che può prorogare il termine per l’appello di 1 anno, e ulteriori 6 mesi per la Cassazione. Ancora, per alcuni processi particolarmente gravi, come quelli per mafia, terrorismo, violenze sessuali è concessa la proroga all’infinito. Per ultimo, sono sottratti al meccanismo della prescrizione i procedimenti di reati puniti con l’ergastolo. L’obiettivo è, in ogni caso, quello di ridurre il 25% del contenzioso penale.  Lungo tale direzione, la riforma introduce vari criteri decisori volti a smaltire il contenzioso. Il primo fra tutti è la possibilità di instaurare il processo solo nei casi in cui sia ragionevole una previsione di condanna.

Sebbene il cuore della riforma sia quello appena descritto, vi sono ulteriori materie su cui questa interviene che meritano di essere richiamate. Se è vero che il processo penale necessita di una maggiore efficienza, la riforma non può prescindere dalla sua digitalizzazione. I meccanismi tradizionali di notificazione e comunicazione, con i quali si informano i diretti interessati dello svolgimento del procedimento, lasciano il posto al deposito di atti in via telematica. Questo non risponde solo ad esigenze di adattamento al mondo odierno, ma contribuisce anche ad evitare inutili perdite di tempo. Questo il motivo per il quale, con l’entrata in vigore della legge, tutte le modalità non telematiche ormai sono eccezionali.

Ancora, una riforma generale non può guardare dall’altro lato ed ignorare il grosso problema del sovraffollamento carcerario. Analizzando le sue radici storiche, la pena carceraria è sempre stata la punizione generale e principale, rispetto a tutte le altre sanzioni sostitutive. Ecco quindi che la riforma, con una serie di criteri e direttive, implementa l’utilizzo e la maggiore adozione della pena pecuniaria, semi libertà, detenzione domiciliare e lavoro di pubblica utilità, quando possibile.

Intorno alla Riforma Cartabia si levano voci contrastanti: chi lo ritiene un intervento necessario, chi, invece, crede che sia approssimativo, non incisivo. In particolare, le posizioni del Movimento 5 Stelle e di Giuseppe Conte –  già agli antipodi della presentazione del disegno di legge – erano chiare: la facoltà di attribuire al Governo ampio potere di scelta nell’esercizio dell’azione penale, viene vista come una grande ingerenza della politica nel settore giudiziario. E così come il Consiglio Nazionale della Magistratura ribadisce, vi è un vero e proprio “contrasto con l’assetto dei rapporti tra i poteri dello Stato, perché ciò rispecchierà le maggioranze politiche del momento”.

In ogni caso, è necessario avere consapevolezza dell’impossibilità di mutare a 360 gradi il sistema della giustizia italiana con un’unica riforma, a causa della sua complessità. Posto ciò, si è in attesa dei primi risultati della Riforma Cartabia ed intanto, ancora una volta, si apprezza lo sforzo.

(Featured Image Credits: La Stampa)

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Enrica Cucunato

Nata nel 1999 a Cosenza, appassionata di cronaca giudiziaria, giornalismo d’inchiesta e politica estera. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Alma Mater Studiorum a Bologna. Durante la sua formazione universitaria ha avuto l’opportunità di seguire corsi presso la Gazzetta di Bologna. Nel 2015 ha viaggiato negli Stati Uniti, dove ha potuto approfondire, presso la New York University, quelle che sono due delle sue passioni più grandi: la danza e l’inglese. Appassionata di libri riguardanti lo studio delle criminalità organizzate e le più grandi inchieste giudiziarie, i suoi interessi riguardano anche la lettera e il cinema. View more articles

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La Presidenza Italiana Del G20: Tra Crisi Afghana, Economia E Ambiente

“Persone, pianeta, prosperità”, queste le tre parole chiave del G20 di Roma del 30 e 31 ottobre, presieduto dal Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi. In vista della conferenza, questo martedì, si è tenuta una riunione straordinaria dei leader G20 per via telematica con, in cima all’agenda politica, la crisi afghana.

Image Credits: g20.org

La conferenza straordinaria e il nodo Afghanistan

Al termine della conferenza straordinaria pre-G20, tenutasi il 12 ottobre, il premier Draghi si è detto soddisfatto dell’incontro «fruttuoso» e della «convergenza di vedute» riguardo alla risposta alla crisi in Afghanistan.

Tale sforzo congiunto dovrebbe tradursi in un mandato alle Nazioni Unite, un ampio «ombrello» in termini di organizzazione e interventi concreti, sotto il quale convergerebbero gli Stati, la stessa UE e i giganti finanziari come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale. Si tratterebbe di una risposta su più piani, dal sostegno per impedire il «collasso economico del Paese», all’accoglienza dei migranti, la lotta al terrorismo, l’impegno a garantire i diritti delle donne e l’accesso all’istruzione.

Image Credits: g20.org

Il G20 di Roma

I tre pilastri del G20 di Roma incentreranno l’agenda politica del summit tra le più grandi potenze del mondo su questioni come equità, tutela ambientale, sfida pandemica, crescita e stabilità finanziaria e sostegno alle economie vulnerabili.

(Featured Image Credits: Ambasciata d’Italia Washington)

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 Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

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La Pillola Anti-Covid Della Casa Farmaceutica Merck: Una Ragione In Più Per Essere Ottimisti

La pandemia causata dal Covid-19 è iniziata ormai da più di un anno e mezzo. Lockdown e allentamenti delle misure restrittive si sono alternati ciclicamente non solo in Italia ma in tutto il mondo. Ciò che ha accomunato tutte le fasi del complesso periodo storico che stiamo vivendo è stata la ricerca affannosa di un vaccino contro il nuovo Coronavirus. Se da una parte c’è stato chi ha tirato un sospiro di sollievo, dall’altra, alla perplessità per la velocità con cui i vaccini sono stati messi a punto, si sono alternate vere e proprie crociate no-vax. Le campagne vaccinali sono ad un ottimo punto almeno nei Paesi occidentali. Ma come cambierebbe la nostra vita se venisse commercializzata una pillola da prendere comodamente a casa per curare il Covid? Questa domanda dobbiamo porcela, perché tale futuro potrebbe presto trasformarsi in realtà. Vediamo perché.

LA TEMERARIA SFIDA DELLA MERCK&CO

L’azienda Merck&Co, filiale statunitense della società Merck KGaA, ha le idee chiare: brevettare il primo antivirale somministrato per via orale contro il Covid-19. La “pillola Merck” è un farmaco a base di molnupiravir, che agisce contro un enzima di cui il Sars-CoV-2 necessita per replicarsi nell’organismo. Vanno assunte quattro pillole al giorno per cinque giorni, ed il farmaco aumenta la sua efficacia se somministrato entro cinque giorni dalla comparsa dei sintomi di infezione da Coronavirus, quindi nelle prime fasi della malattia. Rispettando queste tempistiche, il farmaco sarebbe in grado di dimezzare il rischio di ricoveri e di decessi per i pazienti adulti affetti da Covid in forma lieve o moderata. 700 dollari è il costo per ogni ciclo di terapia.

La “pillola Merck” può non solo essere assunta senza somministrazione o sorveglianza medica ma anche, fattore ancor più cruciale, senza ricorrere all’ospedalizzazione, evitando di gravare sulle strutture sanitarie, i cui reparti Covid fagocitano posti letto (non solo in terapia intensiva) che potrebbero essere destinati a persone con altre patologie. Uno studio clinico effettuato su 775 pazienti non vaccinati ha dato risultati incoraggianti.

LA CORSA PER IL PRIMATO

La Merck ha intenzione di richiedere il prima possibile l’approvazione emergenziale della sua pillola a base di molnupiravir alla Food and Drug Administration, scalzando così la Pfizer, che ha da poco avviato l’ultima fase di studio su due diverse pastiglie antivirali, e la Roche, che sta sviluppo un farmaco molto simile. L’azienda si è detta pronta a consegnare 10 milioni di dosi già entro la fine dell’anno.L’immunologo di punta della Casa Bianca Anthony Fauci si è detto impressionato dai risultati della pillola Merck: gli USA sono stati il primo Paese a stipulare un accordo con la casa farmaceutica e, una volta acquisito il via libera dalla FDA, riceveranno 1,7 milioni di dosi di molnupiravir. Anche altri Stati si sono messi in comunicazione con la Merck. Inoltre, l’Agenzia europea del farmaco ha preso in considerazione la rolling review, uno strumento regolatorio cui l’EMA ricorre per accelerare la valutazione di un medicinale che si mostra promettente durante un’emergenza sanitaria pubblica.

UNA SOLUZIONE PER I PAESI POVERI

La “pillola Merck” potrebbe rappresentare uno strumento efficace, almeno temporaneamente, per i Paesi più poveri, dove i tassi di vaccinazione sono molto bassi. Da parte sua, la Merck non si è tirata indietro davanti alla responsabilità sociale che il suo ruolo richiede nei confronti degli Stati con disponibilità economica più limitata. Innanzitutto, la casa farmaceutica differenzierà i prezzi a vantaggio di questi Paesi e ha preso contatti con cinque aziende che producono farmaci generici in India per aumentare la produzione dell’antivirale. Inoltre, non richiedendo particolari condizioni per il trasporto, potrebbe essere portato agevolmente anche nelle aree più remote.

L’ “EFFETTO PILLOLA” NEI MERCATI FINANZIARI

La guerra al primato per la commercializzazione della pillola è solo una faccia della battaglia della Merck. Infatti, Dopo aver annunciato la sperimentazione di un farmaco da assumere a casa per via orale, il titolo della casa farmaceutica è volato di oltre il 9% a Wall Street, mentre sono scesi in picchiata quelli di Novavax, Moderna e Biontech. Questa può essere considerata una fotografia in numeri del futuro nella battaglia al Covid che vuole imporsi sullo stato di cose presenti.

Mentre alcuni Paesi stanno valutando la possibilità di somministrare una terza dose di vaccino ed altri hanno già iniziato a farlo, è inevitabile interrogarsi sul ruolo che la “pillola Merck” potrebbe avere nella lotta al Covid. Psicologicamente, avere una cura affidabile nei casi di infezione lieve o con un rischio moderato, da assumere senza allontanarsi dalle mura domestiche, potrebbe far tirare un sospiro di sollievo a coloro i quali hanno ripreso a frequentare spazi sociali, come gli studenti e in generale i lavoratori non in smart-working che ritornano ad interagire con i colleghi e gli utenti. Sicuramente, potremmo avere una nuova arma da non sottovalutare. 

(Featured Image Credits: Tgcom24)

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Sofia Annarelli 

Nata a Napoli nel 1999, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e sta attualmente frequentando il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso la LUISS. Adora viaggiare, leggere e scoprire nuove culture. È una grande appassionata di quella statunitense: ha visitato molte volte questo Paese e nel 2019 ha preso parte ad una simulazione di una seduta delle Nazioni Unite a New York. View more articles. 

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Elezioni Amministrative: Crolla Il “Populismo” Ma Anche L’Affluenza. Governo Draghi A Rischio?

Nel centrodestra Salvini è in difficoltà, Fratelli D’Italia regge ma non stravince. A sinistra, Letta può gioire per la ritrovata, anche se probabilmente temporanea, centralità del PD ma l’alleato di governo – il Movimento 5 Stelle – è a rischio estinzione. Nel frattempo, iniziano ad emergere nuove tensioni nell’esecutivo: Draghi prosegue ma attenzione ai mal di pancia leghisti. In tutto questo, il bilancio sull’affluenza per le elezioni comunali è marcatamente negativo. La grande sfiducia dei cittadini nei confronti della politica si fa sempre più evidente.

Il Pd di Letta sorride, il M5S di Conte collassa

A fronte di un risultato complessivo largamente atteso – con la vittoria del centrosinistra a Milano, Napoli e Bologna e il ballottaggio fra le due coalizioni principali a Roma e Torino – il voto amministrativo ci consegna un quadro profondamente mutato per quanto concerne gli equilibri fra le principali forze politiche. Il Pd è indiscutibilmente il vincitore di queste elezioni, d’altronde riesce a imporsi al primo turno in molte città e a Roma e Torino ha buone possibilità di farcela al secondo turno. Il partito di Letta – prima forza politica a Milano, Torino, Bologna e Napoli – ben cosciente del risultato ottenuto avrà la possibilità di consolidare il progetto di allargamento al M5S oppure di ricercare un’apertura a quei soggetti centristi che potrebbero essere interessati ad una qualche forma di collaborazione (in primis Calenda). Tuttavia, è doveroso notare che il Pd non è primo partito a Roma, tra le grandi città, dove, alle spalle della lista Calenda, FdI con il 17,4% supera il 16,4% dei democratici. Dall’altra parte, il Movimento fondato da Grillo, nonostante l’impegno di Giuseppe Conte in campagna elettorale, continua il suo trend di declino nelle urne. Anche con la nuova leadership dell’avvocato del popolo, il M5S certifica ancora una volta la sua scarsa competitività a livello locale, non confermando nessun sindaco uscente e non aggiudicandosi nemmeno l’accesso al ballottaggio con i propri candidati. Al momento, il M5S rappresenta il junior partner per il PD con un forte radicamento nel Sud.

 FdI punta alla leadership della coalizione mentre la Lega è in difficoltà

Il partito della Meloni è certamente l’altra grande forza politica che può sorridere in virtù di questo risultato. Oltre al successo romano, Fratelli d’Italia avanza dappertutto e si impone per la prima volta come lista più votata del centrodestra. Nonostante l’ultimo periodo di campagna elettorale sia stato alquanto duro per FdI (ci si riferisce all’inchiesta di Fanpage sul finanziamento illecito della campagna elettorale milanese di Fratelli d’Italia che ha visto coinvolto il capo delegazione al Parlamento europeo Carlo Fidanza), il partito della Meloni può essere considerato, insieme al Pd, unica forza politica a non diminuire il proprio consenso ma, anzi, a rafforzarlo ulteriormente. In casa Lega, invece, le cose si complicano: le accuse nei confronti dell’ex capo della comunicazione di Salvini, Luca Morisi, nell’ambito dell’indagine per cessione e detenzione di sostanze stupefacenti, hanno inciso negativamente sul gradimento del partito, il quale già da molti mesi mostra una tendenza sempre più calante di consensi. 

Crollo dell’affluenza

Rispetto alle ultime elezioni comunali, emerge con forza il dato estremamente negativo dell’affluenza: con un tasso di partecipazione al voto del 54,7%, viene registrato un calo di quasi sette punti percentuali rispetto alle amministrative di cinque anni fa (61,6%).  Mettendo a confronto le politiche del 2008 con le comunali del 2011 vi erano 10 punti di differenza, confrontando le politiche del 2018 con le ultime comunali la differenza è di 18 punti. Un aumento marcato anche se va detto che in mezzo c’è stata la pandemia, che qualche effetto l’ha sicuramente prodotto. Ma, pandemia a parte, però, si può dire che le elezioni comunali – che, in una fase della politica italiana che appare ormai lontana, sembravano al centro del confronto e avevano effetti cruciali nel modificare gli scenari politici – oggi sembrano attrarre scarsa attenzione da parte degli elettori: la partecipazione sembra ormai non molto lontana da quella delle elezioni europee, tradizionalmente poco considerate dall’elettorato. Inoltre, in queste comunali le differenze di affluenza tra Nord e Sud si annullano: il calo nella parte settentrionale del Paese è molto più marcato. La spiegazione di questa anomalia della partecipazione deve probabilmente essere cercata nel peso della personalizzazione dei consensi, tradizionalmente più presente nelle regioni meridionali.

Ripercussioni sull’esecutivo

«Il risultato delle elezioni non ha indebolito il governo, ma non so neppure se l’abbia rafforzato». È questo il primo commento di Mario Draghi a seguito del risultato delle elezioni. Dopo il voto il governo è più stabile o rischia? Rispondere non è facile: lo stesso Presidente del Consiglio non è stato in grado di farlo con convinzione. Anche se le sue parole, raffreddando l’entusiasmo di Enrico Letta circa l’effetto positivo della vittoria del Pd sul governo, hanno avuto una leggera inflessione pessimistica. In questo clima la salute del governo Draghi è quantomeno sotto stress ma, probabilmente, questo voto avrà un impatto solo sugli equilibri interni dei partiti – e delle coalizioni – e non sul governo in sé. Ma la sconfitta in questa tornata elettorale porterà quasi sicuramente Salvini a far pesare di più la presenza della Lega al governo su certi temi, come immigrazione, tasse e pensioni. 

Quelle amministrative certo sono elezioni locali. La politica nazionale e l’azione di governo sono un’altra cosa. Ma tra le une e le altre c’è sempre un nesso: specie nell’attuale contesto. Dopo le amministrative, infatti, proprio per il loro esito circa i nuovi rapporti di forza tra i partiti politici, un dato appare chiaro: il governo Draghi si avvia a un destino più incerto di quanto non fosse prima del voto. 

(Featured Image Credits: Today)

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Luca Cupelli

Nato a Cosenza nel 1998, è appassionato di storia risorgimentale, politica italiana e relazioni internazionali. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Nel 2019 ha lavorato come analista politico tirocinante presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. È un grande fan della musica anni ’80 e delle serie tv americane. View more articles

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Guasto di Facebook, Instagram e WhatsApp: Infrastrutture in Bilico? Facciamo Chiarezza

«Could I interest you in everything?
All of the time?
A little bit of everything
All of the time
Apathy’s a tragedy
And boredom is a crime
Anything and everything
All of the time».

Nella canzone “Welcome to the Internet”, inserita nel comedy special “Inside” distribuito da Netflix, il celebre comico statunitense Bo Burnham afferma che Internet ci offre «qualsiasi cosa e tutto quanto, per tutto il tempo». Per alcuni paesi, come l’India, l’idea di Internet coincide con Facebook. Più di tre miliardi e mezzo di persone al mondo usano Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp per restare in contatto con amici e parenti, espandere la propria attività attraverso la pubblicità, creare contenuti monetizzandoli, e così via. Non solo: Facebook è anche usato per accedere a molte altre app e servizi terzi, come reti di e-commerce o dispositivi casalinghi connessi a Internet. Ora, immaginate se qualcuno “cancellasse” Facebook e Instagram. Quante persone sarebbero nei guai? Quanti influencer avrebbero dei danni economici enormi? Quanti organizzatori di eventi farebbero fatica a comunicare con i partecipanti? Quante persone non riuscirebbero più a contattarsi? Quanti termostati e Smart TV non risponderebbero al controllo dei rispettivi proprietari?

È passato poco più di un decennio dall’arrivo dei social e sono già essenziali, a tal punto che possiamo definire platformization la centralità delle piattaforme digitali nella vita sociale contemporanea. Lo stesso Mark Zuckerberg ha definito Facebook «un’infrastruttura sociale». Ma come per tutte le infrastrutture – piccole o grandi, visibili o non: ponti o reti elettriche o server o autostrade – ci si accorge della loro esistenza solo nel momento in cui si rompono. Lo scorso 4 ottobre i servizi di proprietà di Facebook hanno ripreso a funzionare dopo circa 6 ore di interruzione.

L’ultimo malfunzionamento di grossa portata risaliva all’aprile del 2019. Se le infrastrutture falliscono, lo si nota sempre: una volta percepite come generalmente inaffidabili, anche il significato stesso di “infrastruttura” cambia, diventando sinonimo di “precario”, ovvero non essere degno di fiducia. E ci vuole molta fiducia – molto tecno-ottimismo – nei confronti di una piattaforma per arrivare ad affidargli tutto, perfino la domotica (cioè l’automazione) degli stessi uffici in cui si lavora. Di certo, questo tecno-ottimismo è associato all’immagine che l’azienda-piattaforma costruisce di sé per apparire solida.

Dallo scorso lunedì, Facebook e i suoi servizi appaiono meno solidi che mai, ma per fortuna non c’è stato alcun problema di cybersecurity. Dopo la smentita dell’ipotesi di correlazione con il caso della whistleblower Frances Haugen, infatti, la compagnia stessa ha rilasciato un comunicato ammettendo l’errore tecnico nell’errata configurazione dei server di Facebook in un aggiornamento di routine. Nel dettaglio, c’è stato un cambiamento nell’infrastruttura dei border gateway protocol (BGP) destinati a coordinare il traffico di dati tra i suoi centri. Di conseguenza, sono state interrotte le comunicazioni e – a cascata – anche quelle di altri centri dati. Il BGP è uno dei sistemi che Internet usa per far indirizzare il traffico dove deve andare e nel modo più veloce possibile. Visto che ci sono tonnellate di diversi provider di servizi internet, router e server responsabili della trasmissione dei dati a Facebook, ci sono miliardi di percorsi diversi che i dati potrebbero intraprendere.

Quando, però, le “mappe” che il BGP può rilevare non sono corrispondenti tra loro, l’infrastruttura vacilla. Il ponte cade. E il ponte univa strade all’interno di Facebook. Il BGP ha avuto ripercussioni anche sui DNS (“domain name server”), ossia il modo in cui i computer sanno a quale indirizzo IP può essere trovato un sito web. In pratica, è sembrato come se Facebook comunicasse al resto di Internet di togliere i suoi server dalle loro mappe e, come conseguenza, non esisteva più la “città-Facebook” che le mappe indicavano: Facebook e i suoi servizi erano spariti. Il centro operativo di sicurezza globale di Facebook ha rilevato che l’interruzione è stata «un rischio ALTO per le persone, un rischio MODERATO per gli asset e un rischio ALTO per la reputazione di Facebook».

Alex Hern, tech journalist per il Guardian, ha sintetizzato la vicenda su Twitter in maniera ironica, raccontando che il problema è che Facebook fa funzionare tutto tramite Facebook stesso, quindi quando i server sono stati “cacciati” dall’Internet, è sparita anche la possibilità di poter inviare i dati, nonché la capacità di fare il login per inviarli, e – addirittura – la capacità di usare la chiave magnetica dell’entrata dell’edificio che contiene fisicamente i server, che a loro volta controllano i sistemi di invio dei dati. Come se non bastasse, era impossibile perfino ricorrere al servizio di messaggistica per contattare il capo della sicurezza al fine di richiedere una chiave fisica per entrare al data centre senza dover ricorrere al sistema inutilizzabile di chiavi magnetiche: Facebook è scomparso dall’Internet e i dipendenti sono rimasti fuori dalle loro stesse sedi.

Gli stessi sentimenti di incertezza e vulnerabilità che ora accompagnano il lavoro, l’istruzione, la gestione pandemica e molti altri aspetti della vita contemporanea sono anche parte delle infrastrutture in cui opera quella vita. Rifiutare soluzioni alla precarietà infrastrutturale produce confusione e paura. Forse Zuckerberg e colleghi, oltre a cambiare le serrature delle proprie sedi, dovrebbero ripartire da questo.

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Margherita Pucillo

Nata ad Anzio nel 1999, è particolarmente interessata alle interazioni tra tecnologia e società, alla comunicazione pubblica della scienza e alle politiche di genere. Dopo la maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche, sta proseguendo il suo percorso universitario presso la LUISS Guido Carli con il corso magistrale in Governo, Amministrazione e Politica, indirizzo Politica e Comunicazione. Da un biennio è membro della Consulta Giovanile del Pontificio Consiglio della Cultura. Tra le sue passioni ci sono anche la scherma, il laboratorio teatrale e lo speaking radiofonico. View more articles.

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Legge Di Bilancio: Più Fiducia E Investimenti Per L’Italia

Weekend pieno di tumulto per il Consiglio dei Ministri che lo scorso mercoledì ha dato il via libera alla Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza. È stato proprio il premier Mario Draghi a spiegare, durante la conferenza stampa di presentazione della NaDEF, che “il quadro economico è di gran lunga migliore di quello che noi stessi pensavamo potesse essere cinque mesi fa”. 

Il 2021 è stato un anno abbastanza pesante per quanto riguarda il versante economico e, proprio per questo, il premier ha ampiamente ringraziato il ministro dell’economia Daniele Franco, e tutti i suoi collaboratori, per l’impegno che hanno dimostrato nel dare all’Italia ben tre leggi di bilancio durante la crisi pandemica.

Cosa si prevede?

In generale, le previsioni presenti nella NADEF prospettano uno scenario di crescita dell’economia italiana e di graduale riduzione del deficit e del debito pubblico. 

L’intonazione della politica di bilancio rimane espansiva nei prossimi due anni e poi diventa gradualmente più focalizzata sulla riduzione del rapporto debito/PIL. Se si pensa che attualmente si sta attraversando il più complesso ed articolato periodo della storia recente, una vera e propria sfida che si pone l’attuale Governo è la completa realizzazione del PNRR nei prossimi anni. Rispetto alle previsioni del DEF, infatti, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo inverte la sua rotta e, invece di salire, scende dal 155,6 % al 153,5 %.

La legge di bilancio definitiva che sarà presentata – come di solito accade – verso la fine dell’anno, punta a una crescita equa, sostenibile e duratura, a tassi di crescita più alti di quelli precedenti la pandemia, i quali erano veramente molto bassi ed erano alla base della crisi continua dell’economia.

L’obiettivo è il raggiungimento del livello di PIL trimestrale pre-crisi entro la metà del prossimo anno. Dopodiché si punta a una crescita, anche dell’occupazione, “nettamente al di sopra dei ritmi registrati nell’ultimo decennio”, come affermato in conferenza stampa.

Novità e aggiustamenti

Un’altra notizia positiva per gli italiani sta nel fatto che stanno aumentando gli investimenti nei confronti del bel Paese. Draghi ha sottolineato che, dopo il calo del 9,2% nel 2020, si prevede per gli investimenti un aumento di circa il 15% per il 2021 e di oltre il 6% per il 2022.  “Un rimbalzo – ha detto il premier – che recupera tutto ciò che è stato perso lo scorso anno e anche più”.

Inoltre, il Governo cerca di rassicurare gli investitori internazionali facendo leva sul fatto che è riuscito a mantenere tutte le promesse fatte e a rispettare tutti i suoi appuntamenti sull’esecuzione dell’accordo con la Commissione europea sul PNRR. Tutto ciò ha permesso all’Italia di acquisire credibilità agli occhi dei finanziatori e l’esecutivo guidato da Draghi ha tutta l’intenzione di sfruttare al meglio questa opportunità.

Fra i corridoi di Palazzo Chigi si sta parlando ultimamente anche di Decreto Bollette e di riforma fiscale. Ma se il primo è stato già approvato dal Consiglio dei Ministri – manca solo l’ufficializzazione da parte del Parlamento – la seconda è ancora un’idea svolazzante tra le scrivanie governative. Non c’è ancora nulla di certo sulla portata della riforma, né tantomeno su un quadro completo delle eventuali novità che arriveranno sull’IRPEF, sul cuneo fiscale, sull’IRAP e sui diversi bonus. 

Il testo è ancora tutto da scrivere, ma – purtroppo – i fondi attualmente a disposizione non lasciano spazio a molti margini di manovra. Ad oggi, le risorse ammontano a 2-3 miliardi di euro per il 2022 e il 2023: ogni bonus, esenzione o agevolazione rappresenta una scelta politica, quindi, il Governo è chiamato ad affrontare questa nuova sfida e cercare di alleggerire il carico fiscale per gran parte delle famiglie italiane operando scelte abbastanza ponderate.

A prescindere da cosa deciderà di fare l’esecutivo, ciò che interessa primariamente è la stabilità economica del Paese. Sembra che si stia realmente procedendo con cautela – e a piccoli passi – per assicurare un futuro florido per l’Italia, perciò dare priorità all’economia e all’attuazione finanziaria del PNRR sembra scontato, ma non lo è. 

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Silvia Foti

Nata a Reggio Calabria nel 1999, è una grande appassionata delle tematiche relative all’economia e alla finanza. Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto varie attività di volontariato nel corso degli anni e nell’estate 2019 ha potuto prendere parte a un progetto di volontariato svolto in collaborazione con Croce Rossa Italiana. Tra le sue varie passioni anche l’arte, le lingue straniere e il nuoto. View more articles

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UE-Marocco: Come Bruxelles (non) Sta Risolvendo La Questione Del Sahara Occidentale

Appena due giorni fa, il 29 settembre, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è nuovamente pronunciata sugli accordi di associazione tra Bruxelles e Rabat. Ultima di una lunga serie di sentenze proiettate verso l’esclusione del territorio del Sahara Occidentale, e, soprattutto, delle sue risorse, da ogni tipo di accordo commerciale, potrebbe nuovamente mettere sotto i riflettori l’ambigua relazione tra Marocco e Unione Europea.

La Corte, seguendo una linea giurisprudenziale ormai consolidata, ha annullato due accordi, uno in materia commerciale e uno in materia di pesca, il cui scopo si estendeva anche al disputato territorio sahrawi.

La confusione nasce dallo status ambiguo del Sahara Occidentale, “l’ultima colonia africana”, considerato dall’ONU un non-self-governing territory, dal Marocco parte integrante del territorio nazionale e dalla comunità internazionale una fonte di imbarazzo senza una vera e propria soluzione. 

Gran parte del territorio sahrawi, ricco di risorse naturali, è sotto il controllo del governo centrale di Rabat, con una piccola striscia desertica a est, al confine con Mauritania e Algeria, amministrata dal Fronte Polisario, entità politico-militare che si batte per il diritto all’auto-determinazione del popolo sahrawi dal 1973 e che, dal 1976, governa la Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi. Proprio il Fronte Polisario, a fronte della firma dei due accordi di associazione tra Marocco e UE, aveva fatto ricorso alla Corte di Lussemburgo affermandone non solo il chiaro contrasto con le precedenti sentenze della Corte di Giustizia, ma anche il mancato consenso del popolo sahrawi alla loro conclusione.

Image Credits: Financial Times

L’ambiguità europea sulla questione nasce dall’apparente contrasto tra le varie istituzioni europee, divise tra una forte volontà politica di rafforzare i rapporti con il partner nordafricano e un altrettanto forte potere giudiziario, che, nel 2016, nel 2018 e nel 2019 aveva già sentenziato che gli accordi di associazione UE-Marocco non potessero applicarsi al territorio sahrawi, sulla base delle norme generali di diritto internazionale e, in particolare, del principio di auto-determinazione dei popoli. 

La questione sahrawi ha assunto nuova rilevanza a partire dalla conclusione degli Accordi di Abramo dello scorso anno, che condizionavano la normalizzazione dei rapporti tra Marocco ed Israele al riconoscimento statunitense della sovranità di Rabat sul Sahara Occidentale. La reazione a catena che ha seguito tali accordi ha implicato un deciso deterioramento dei rapporti tra Marocco e Algeria, sostenitrice del Fronte Polisario e dell’indipendenza del territorio sahrawi – la sede della Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi è, tra l’altro, su territorio algerino – e da sempre critica dell’atteggiamento ambiguo di Rabat in merito alla questione palestinese. 

Sul fronte europeo, in molti hanno esplicitamente ripudiato quanto previsto dagli Accordi di Abramo, criticando l’allora Presidente USA Trump e sottolineando il diritto del popolo sahrawi all’autodeterminazione; nella pratica, tuttavia, attraverso dichiarazioni di intenti e accordi di cooperazione con il governo centrale marocchino, può essere affermato che la risoluzione della questione del Sahara Occidentale non è tra le priorità di Bruxelles. 

Inoltre, gli interessi europei nei confronti del Marocco – in termini economici, commerciali, diplomatici, ma soprattutto securitari – decisamente superano gli interessi valoriali. Il Marocco, in particolare, funge da partner chiave dell’UE in merito alla gestione dei flussi migratori via terra e via mare, nel controllo della cosiddetta “rotta atlantica” e dei tentativi di attraversamento del confine con le enclaves spagnole di Ceuta e Melilla. Proprio pochi mesi fa, tra l’altro, l’interconnessione tra questione sahrawi e nodo migratorio era stata la causa di un’escalation di tensioni tra Marocco e Spagna.

Mentre il Sahara Occidentale continua ad essere un irrisolto tassello nel complicato scenario nordafricano, sempre più in tensione, l’UE sconta una politica estera traballante e duale, non solo a livello istituzionale, ma anche a livello di obiettivi, rincorrendo legittimi interessi economici e securitari ma, allo stesso tempo, desiderando un ruolo di “potere normativo” nello scenario internazionale. 

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Angela Venditti 

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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La Crisi Evergrande: Quando Un Gigante Vacilla

Negli ultimi giorni è rimbalzata con forza la notizia che il Gruppo Evergrande è caduto in una profonda crisi di liquidità da cui sarà molto complesso uscire. Ma cos’è questo gruppo e per quale motivo occorre conoscere e monitorare la situazione?

Evergrande Group, precedentemente Hengda Group, è stato fondato a Guangzhou nel 1996 dal miliardario Xu Jiayin ed è, ad oggi, la seconda azienda di sviluppo immobiliare della Cina. Il gruppo, quotato alla Borsa di Hong Kong, ha la sede principale nella metropoli finanziaria di Shenzhen. Per una più chiara comprensione delle dimensioni dell’azienda basta citare alcuni numeri: 160.000 lavoratori diretti che salgono a quasi 4 milioni considerando l’indotto. Nel 2020 il suo giro d’affari è stato pari a 350 miliardi di dollari, ovvero oltre il 2% dell’intero Prodotto Interno Lordo cinese. Nel corso degli anni il gruppo ha allargato i propri interessi ben oltre i confini del settore immobiliare; parchi a tema, assicurazioni e investimenti, peraltro notevolmente esosi, nel mondo del calcio.

Per coprire tutte le iniziative Evergrande ha dovuto richiedere numerosi prestiti, principalmente alle banche, fino a diventare il gruppo immobiliare più indebitato della Cina con passività che hanno toccato i 305 miliardi di dollari. Il gruppo ha dovuto ammettere ai propri creditori e agli investitori di avere problemi di liquidità e per farvi fronte ha iniziato a vedere parte degli immobili a prezzi inferiori di quelli di mercato. Ma c’è di più: molti acquirenti sono sul piede di guerra a causa della politica aziendale di vendere immobili ancor prima che la costruzione degli stessi sia conclusa. Si stima che quasi un milione e mezzo di persone abbiano acquistato appartamenti i cui lavori non sono ancora terminati; la conseguenza diretta, in caso di default, è il rischio per i suddetti acquirenti di non ricevere i beni immobili acquistati e di non riavere indietro il denaro speso.

La situazione politica

Nell’estate 2020 il governo cinese ha tentato di dare respiro al settore immobiliare, dal momento che rappresenta quasi un terzo della produzione economica nazionale e che otto delle dieci società immobiliari più indebitate del mondo appartengono proprio al Paese del Dragone. La People’s Bank of China, la banca centrale cinese, ha fissato delle regole ferree, anche conosciute come le “tre linee rosse”, da non violare per garantire la sostenibilità del principale settore produttivo del paese: rapporto massimo debito-asset del 70%, tetto masso nel rapporto tra indebitamento e capitale del 100% e liquidità almeno pari ai debiti a breve.

Il Gruppo Evergrande si trovava e si trova tuttora in palese violazione dei paletti fissati dalla banca centrale e dunque vive una situazione di esposizione economica, mediatica e politica non di poco conto. La linea del presidente cinese e segretario nazionale del Partito Comunista Xi Jinping è quella di non intervenire in maniera decisa in favore del gruppo ma di adottare, eventualmente, piccoli interventi stabiliti in base alla situazione contingente. Sostanzialmente si esclude la possibilità di un salvataggio statale ma allo stesso tempo si cerca di evitare una catastrofe incontrollata che minaccerebbe gravemente acquirenti, creditori e investitori. La freddezza rispetto a un intervento statale massiccio è dovuta alla volontà di mantenere un profilo distaccato per non creare pericolosi precedenti, pur monitorando costantemente la situazione al fine di evitare il malcontento di ampie fette della popolazione. Una necessità politicamente rilevante se si considera che nel 2022 si riunirà il Congresso del Partito Popolare e Xi ha tutto l’interesse a salvaguardare la propria immagine in vista dell’ottenimento del terzo mandato da segretario generale.

La situazione economica e le possibili conseguenze del crollo

Il caso Evergrande ha acceso i fari sulla crisi del settore immobiliare cinese che ha portato l’agenzia di rating Fitch a tagliare le stime di crescita della Cina per il 2021 dall’8,4% all’8,1%.

Analizzando la situazione di Evergrande e le sue dimensioni, il paragone più immediato che ricorre nella mente è il crack della Lehman Brother’s del 2008, anche se i punti di contatto non sembrano essere molti: in primis, il gruppo Evergrande ha un debito di circa la metà rispetto a quello della società finanziaria americana. Da qui si arriva immediatamente alla seconda differenza sostanziale: il gruppo cinese è una società immobiliare, non una società finanziaria, con la conseguenza che tutto ciò che il gruppo ha costruito ha un valore e può ancora essere rivenduto. Anche il mercato interno sembra poter essere sufficientemente al riparo da un’eventuale caduta in quanto, secondo gli esperti, le banche cinesi sono ben capitalizzate e dunque, a differenza del 2008, si eviterebbe un effetto domino ed una stretta sul credito rilevante che andrebbe altrimenti ad incidere direttamente sulla popolazione trasformando la crisi finanziaria in una crisi economica a tutti gli effetti.

Per quanto fragorosa e degna di attenzione, la caduta di Evergrande non sembra fortunatamente poter generare conseguenze economiche interne ed esterne di particolare rilievo sebbene si sia registrato un deciso ma fisiologico calo dei mercati azionari in concomitanza della notizia. La stessa presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde ha affermato che la situazione resta monitorata ma non sembra che banche e investitori europei possano essere esposti e colpiti in maniera rilevante dalla crisi di questo colosso. La parola d’ordine, dunque, dovrà essere monitoraggio per seguire la strada di una gestione controllata della crisi ed evitare che possa trasformarsi in un crack con conseguenze di livello globale.

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Alessandro Cinque

Nato a Roma nel 1996, sono un grande appassionato di materie storico-politiche oltre che amante dello sport. Per questa ragione ho deciso di iscrivermi al Master in Sport Management presso la 24Ore Business School. Ho trascorso i cinque anni della mia carriera universitaria presso la Luiss “Guido Carli” dove ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e la laurea magistrale in Governo e Politiche – Istituzioni e Politiche. Nel 2020 ho iniziato a lavorare come “Customer Service Assistant” tirocinante presso una società di servizi informatici di Roma la quale ha successivamente deciso di inserirmi a tempo pieno nell’organico aziendale.View more articles. 

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