Effetto Elon Musk: Come La Fiducia In Un Individuo Influenza Le Aspettative Dei Mercati

Ultimamente si sente tanto parlare di “effetto Musk”: espressione utilizzata per indicare come, da ormai più di un mese, un semplice tweet dell’imprenditore sudafricano, naturalizzato statunitense, sia in grado di scuotere i mercati, quasi al punto da farli impazzire. Gli è stato attribuito il ruolo di “influencer” più popolare nel mondo finanziario, ed è stato definito da alcuni come il “Re Mida di Wall Street” perché, ormai, tutto ciò che sfiora diventa oro. Basta un hashtag, una frase, un semplice accenno sul suo profilo Twitter per far schizzare i valori di mercato.

Criptovalute

Prima del 19 gennaio il valore di Bitcoin, la criptovaluta più famosa al mondo, stava scendendo vertiginosamente rispetto all’inizio dell’anno, ma è bastato che il fondatore di Tesla inserisse nella sua biografia di Twitter “#Bitcoin” per avere un balzo del valore della moneta elettronica.

Non si tratta, tuttavia, di un elemento isolato nel mondo delle criptovalute. Qualche giorno fa, infatti, l’imprenditore ha postato, tra le altre cose, la copertina di un magazine che fa il verso a Vogue, ovvero “Dogue”, dichiarando poco dopo in un altro tweet: “Dogecoin è la criptovaluta del popolo”. È così che la moneta elettronica, il cui logo si ispira al cane Shiba Inu, meme di Internet famosissimo, ha visto la sua valutazione incrementare di oltre il 50%.

Casi Gamestop ed Etsy

Il 26 gennaio Musk pubblica una foto del suo cane con un cappellino acquistato su Etsy, dicendo di amare l’azienda e-commerce, mercatino online di oggetti vintage; inutile dire che le azioni di Etsy sono aumentate nel giro di pochi minuti di oltre l’8%, e anche la sua market cap (quotazione di mercato) ha registrato un notevole incremento.

Lo stesso giorno il fondatore di Tesla scrive solamente “Gamestonk”, dando adito a uno degli scontri finanziari più incredibili degli ultimi anni: quello tra gli hedge funds che hanno shortato le azioni di Gamestop (scommettendo al ribasso) e un gruppo davvero inaspettato di traders che le ha spinte al rialzo, dando vita, in termini tecnici, a uno “short squeeze”.

Effetti collaterali

Le reazioni di una fetta superficiale dei followers del tycoon hanno, però, generato alcuni equivoci che si sono tradotti in un costo per alcuni e in un beneficio per altri.

A inizio gennaio il tweet “Use Signal”, riferito all’omonima app di messaggistica, è stato frainteso da alcuni investitori, che hanno acquistato azioni della Signal Advice, micro società tech che, pur non avendo nulla a che fare con la vera destinataria della “call to action”, ha visto il prezzo delle sue azioni crescere nel giro di poche ore.

A fine gennaio, invece, Musk dà appuntamento ai suoi seguaci sul social Clubhouse — la cui notorietà è l’ennesima conseguenza dell’effetto Musk — ma alcuni di loro hanno creduto si riferisse all’azienda Clubhouse Media Group, altra destinataria di un regalo inatteso (azioni +116,7%).

A cosa si devono aspettative tanto alte?

Dopo un breve excursus delle ultime vicende che hanno visto protagonista il famigerato imprenditore, sorge spontaneo un quesito: è sufficiente essere uno degli uomini più ricchi del mondo per poter condizionare l’andamento dei mercati in una frazione di secondo e con un semplice movimento di dita? La risposta è no. Non è la ricchezza di un individuo a condizionare i mercati, sono le sue capacità.

Elon Musk è noto per essere il fondatore di Tesla, e già questo basta a rendergli onore, ma è anche molto altro. È un visionario. È stato uno dei primi a vedere il potenziale dei pagamenti elettronici, co-fondando nel 1999 l’azienda che oggi conosciamo come PayPal. Ha promesso 100 milioni di dollari a chi gli porterà la migliore tecnologia per catturare le emissioni di anidride carbonica, un piano di contrasto al cambiamento climatico che va di pari passo con quanto si augura di fare anche il neo presidente statunitense Joe Biden.

A inizio 2021, Musk ha annunciato di aver inserito un chip nel cervello di una scimmia, secondo esperimento della sua azienda Neuralink, che punta a impiantare interfacce neurali nel cervello umano con l’obiettivo di curare malattie cerebrali degenerative. Nel lungo periodo, tuttavia, l’ambizione è quella di poter aumentare le capacità fisiche e mentali umane attraverso l’intelligenza artificiale. Parla di colonie su Marte, treni volanti e tunnel sotterranei: in poche parole, la fantascienza potrebbe diventare realtà.

Quello che lo rende un passo avanti agli altri non sono i suoi progetti, ma la certezza che riuscirà a realizzarli. È per questo che ha la capacità di generare cambiamenti istantanei nei comportamenti dei mercati, perché questi comportamenti si basano sulle aspettative del sistema rispetto a ciò che succederà in futuro. È la credibilità delle sue affermazioni a renderle tanto potenti. L’effetto Musk è l’esempio di come, in qualsiasi periodo storico, la fiducia in un individuo è più forte della sfiducia nel resto del mondo. 

(Featured Image Credits: BBC News)

About the Author


Mafalda Pescatore

Nata ad Avellino nel 2001. Ha conseguito il doppio diploma ESABAC. Frequenta il corso triennale di economia e management presso la LUISS Guido Carli, a Roma. Innamorata della cultura, da sempre. Particolarmente interessata a tematiche di attualità di natura politico-economica. Nel 2019 ha recensito e giudicato i romanzi iscritti alla finale del Prix Goncourt. Nel 2020 è stata volontaria per l’UNICEF, contribuendo a pubblicizzare il Progetto Pigotta. View more articles. 

 

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Together We Stand, Divided We Fall

In tempo di pandemia la nostra vita ha subito dei drastici cambiamenti e così anche il nostro vocabolario. Parole come “smart working” o “didattica a distanza” entrano sempre più spesso nelle nostre conversazioni e caratterizzano le nostre giornate. Ma cosa hanno in comune questi termini? Qual è il denominatore? La risposta risiede in ciò che in gergo prende il nome di digitalizzazione, elemento portante dell’organizzazione sociale in tempi di Covid e ricetta per un futuro che deve prestare attenzione al distanziamento. L’accesso ad un miglior sistema di connessione, infatti, permette di usufruire di determinati servizi prima inaccessibili e, allo stesso modo, di ridurre le distanze, argomento quanto mai cruciale nello sviluppo di un sistema economico e sociale post-pandemico.

Ma siamo veramente tutti pronti per un mondo digitale o esistono delle differenze?

Un report fornito dell’Istat nel 2019 (“Cittadini e ICT”) descrive una situazione dove circa tre quarti delle famiglie italiane dispongono di una connessione a banda larga e dove quasi il 70% dei cittadini italiani presenta un’attività costante sul web, con dei trend in crescita su base annua. I principali utilizzi del web riguardano perlopiù la sfera informativa, quella dell’intrattenimento e dell’home banking, oltre agli aspetti connessi all’e-commerce.  

Guardando ai risultati della ricerca dovremmo dunque dare una risposta affermativa alla domanda che ci siamo posti, ma, come spesso accade, saremmo troppo avventati.

Un fenomeno eterogeneo che comporta un consistente freno a tutte le strategie incentrate sulla digitalizzazione è quello del “digital divide”. Con questo termine si intendono tutti quei differenziali fra chi ha accesso all’utilizzo delle tecnologie di comunicazione e chi ne è escluso. I fattori connessi sono molteplici e coprono sia la dimensione economico-strutturale, sia quella demografico-sociale di una particolare area. Ragionando su macro aggregati è possibile catalogare questo fenomeno in tre classi: globale, democratico e sociale. Il primo si basa su una comparazione fra diversi Paesi, più o meno sviluppati dal punto di vista digitale. Il secondo ed il terzo, coprendo la sfera personale, ragionano in relazione alle disuguaglianze interne ad uno stesso Paese e alla partecipazione stessa alla vita sociale e politica. Immaginate per un momento come si sarebbe svolta la campagna elettorale dell’ex presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, ad esempio, senza strumenti di comunicazione digitale, e in particolare senza social media, durante il periodo di lockdown. Sembra essere cosa impossibile, eppure tantissime persone si ritrovano escluse dall’accesso alle informazioni o dal dibattito politico semplicemente perché impossibilitate da un vero e proprio scoglio immateriale.

Alla luce di ciò verrebbe da chiedersi quali siano le discriminanti e quali le condizioni che portano a differenze consistenti fra le persone; guardando ai diversi studi posti in essere, il divario digitale sembra essere particolarmente penalizzante per alcuni soggetti rispetto altri. Essendo le strategie di digitalizzazione basate su un presupposto di conoscenze informatiche minime da parte di un individuo, condizioni più agevoli si riscontrano in alcune categorie sociali come studenti, giovani e professionisti, piuttosto che in altre, come quelle che comprendono anziani, immigrati ed individui con scarso livello di scolarizzazione. I dati forniti dall’Istat consentono di avere numerosi elementi a sostegno di questa tesi: basti pensare al cosiddetto “divario digitale intergenerazionale” che pone in essere una seria riflessione relativa al differenziale percepito dai soggetti over 65. Infatti, solamente il 34% delle famiglie composte esclusivamente da persone ultrasessantacinquenni ha accesso ad una connessione Internet a banda larga.

Ma tutte le aree geografiche sono ugualmente colpite? Esistono delle differenze consistenti fra regioni?

I risultati delle ricerche sembrano suggerire un dualismo fra aree interne ed aree metropolitane. Le prime, infatti, non sembrano riuscire a cogliere le opportunità che la digitalizzazione ha generato all’interno delle aree urbane, dove è stata catalizzatore per lo sviluppo di attività imprenditoriali e per la fruibilità di servizi essenziali, oramai quasi tutti caratterizzati da una grossa componente digital. Le amministrazioni locali e tutte le forme istituzionali ed aggregative sembrano soffrire della stessa problematica, in quanto espressione di soggetti che vengono penalizzati dal divario stesso. I risultati mostrano dei numeri impietosi.

Stando al rapporto DESI 2020 (Digital Economy and Society Index), nelle nostre aree interne solamente il 2,13% delle famiglie italiane dispone di una connettività in fibra, e, secondo l’AGCOM (DESI 2020 e Indicatori 1H2019), il 17% dei civici in queste aree risulta non collegabile.

Questi dati contribuiscono al posizionamento dell’Italia al quartultimo posto in Europa in materia di digitalizzazione, con gap consistenti di natura infrastrutturale e umana, elementi che non possono e non devono caratterizzare un paese democratico nelle sue traiettorie di sviluppo future. Nella ricostruzione dello scenario post-pandemico, a seguito del ribaltamento del concetto di prossimità, il compito di chi fa politica sarà quanto mai quello di contenere questo divario e di permettere a tutti un’adeguata educazione digitale, strutturata in relazione alle esigenze sociali del territorio e orientata verso un modello di sviluppo inclusivo che miri effettivamente ad abbattere questa distanza percepita. Il risultato sarà una popolazione più informata e matura, in grado di cogliere tutte le opportunità che il web le metterà a disposizione, tra le quali l’assidua lettura del Political Corner.

(Featured Image Credits: Inside Marketing)

About the Author


Francesco Lelli

Nato a Rieti nel 1991, è appassionato di Economia e Scienze Sociali. Attualmente è PhD student presso il Gran Sasso Science Institute (GSSI) in Regional Science and Economic Geography, dove si occupa di studi relativi all’economia applicata a contesti territoriali. Ama la musica e qualsiasi forma di espressione. View more articles. 

 

 

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole è la nuova rubrica settimanale di The Political Corner. Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che, ogni venerdì, presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!

13 febbraio – 19 febbraio 2021

Nord AmericaEuropaSud AmericaAfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

Al Congresso USA proposta di legge sull’immigrazione – 18 febbraio

Image Credits: EPA/Joebeth Terriquez

Questo giovedì una proposta di legge di riforma sull’immigrazione è stata presentata al Congresso, supportata dall’amministrazione Biden e dalla maggioranza democratica. Secondo tale legge, circa 11 milioni di persone – secondo le stime più recenti – che risiedono illegalmente negli Stati Uniti potrebbero avere accesso a un percorso di cittadinanza facilitato, di una durata di otto anni. Tuttavia, la strada per l’adozione di questa proposta di legge sembrerebbe essere in salita in un Congresso fortemente diviso.

Gli USA reintroducono una legge contro il lavoro forzato nello Xinjiang – 18 febbraio

La Camera dei Rappresentanti degli USA ha reintrodotto questo giovedì una legge che bloccherebbe le importazioni dalla regione cinese dello Xinjiang, a contrasto del lavoro forzato, e permetterebbe di imporre sanzioni su funzionari cinesi colpevoli di maltrattamenti e abusi sulla popolazione degli uiguri o altri musulmani che abitano nella regione. La versione aggiornata del testo, simile a una legge adottata già precedentemente dal Senato, introdurrebbe anche la possibilità di richiedere trasparenza finanziaria da imprese statunitensi in affari con società cinesi riconducibili ad abusi e lavoro forzato.

Image Credits: Reuters

Divieto d’ingresso negli USA per 43 cittadini bielorussi – 18 febbraio

Image Credits: Maxim Guchek/BelTA Pool Photo via AP

Secondo quanto dichiarato dal Segretario di Stato Antony Blinken, il governo degli Stati Uniti ha introdotto questo giovedì il divieto d’ingresso per 43 cittadini bielorussi, che avrebbero supportato l’azione repressiva di Lukashenko contro manifestanti e giornalisti. Questa decisione è seguita alla recente condanna di due giornaliste, Katsiaryna Bakhvalava e Daria Chultsova, a due anni di prigione per aver documentato le proteste anti-Lukashenko del novembre 2020 e per questo accusate di “aver fomentato le rivolte”.


EUROPA

Elezioni regionali in Catalogna: i partiti indipendentisti hanno la maggioranza assoluta – 14 febbraio

Nel corso delle ultime elezioni regionali catalane, i partiti pro-indipendenza, ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), Junts per Catalunya (partito fondato dal leader Carles Puigdemont), e Cup (Candidatura d’Unitat Popular), hanno collettivamente guadagnato 74 dei 135 seggi del Parlamento regionale di Barcellona, ottenendo dunque la maggioranza assoluta. Il candidato di ERC, Pere Aragonès, ha subito precisato che un tale risultato riflette la necessità di organizzare un nuovo referendum per l’indipendenza della regione, mentre la candidata di Junts per Catalunya, Laura Borràs, evidenzia la solidità della base elettorale, decisa ad un cambio di passo. Il PSC (Partit dels Socialistes de Catalunya) e il suo candidato, l’ex Ministro della sanità spagnolo Salvador Illa, ottengono 33 seggi — stesso numero di quelli di ERC —, e fa il suo ingresso nel Parlamento regionale anche l’estrema destra di Vox, che guadagna 11 deputati. Ora, i possibili scenari sono due: i partiti indipendentisti potrebbero presentare un fronte compatto e formare un governo di coalizione chiaramente opposto a quello di Madrid, oppure Illa potrebbe riuscire a creare un governo di  sinistra con ERC e il piccolo En Comù Podem, sebbene Esquerra Republicana abbia escluso una tale prospettiva durante la campagna elettorale. 

Image Credits: GETTY

Kosovo: partito anti-establishment vince le elezioni parlamentari – 14 febbraio

Image Credits: REUTERS/Florion Goga

Il Partito kosovaro Vetëvendosje (VV), il “Movimento per l’Autodeterminazione”, si conferma il primo partito del Paese, ottenendo il 48% delle preferenze. Il leader Albin Kurti, ex prigioniero politico, ha dichiarato che questo risultato corrisponde ad un “referendum per la giustizia e il lavoro”. Sul tavolo programmatico la lotta alla corruzione e l’implementazione di riforme economiche per contrastare gli effetti della pandemia. La sfida per Kurti, ora, è la formazione di un governo di coalizione che gli garantisca la maggioranza in Parlamento. Il Partito Democratico del Kosovo (PDK), che ha il 18% dei seggi, ha già annunciato di non avere intenzione di formare un’alleanza con VV.

Francia: “Islamo-gauchisme cancrena della società” – 17 febbraio

La Ministra dell’insegnamento superiore, Fréderique Vidal, ha avviato un’indagine circa l’imparzialità della produzione accademica relativa all’Islam e al fenomeno islamista, sostenendo che il cosiddetto “Islamo-gauchisme” — termine utilizzato, specialmente negli ambienti dell’estrema destra francese, per screditare le posizioni della sinistra, ritenuta troppo accondiscendente nei confronti dell’Islam “militante” — sia ben diffuso nelle università e costituisca la “cancrena della società”. Vidal ha inoltre aggiunto: “quello che osserviamo nelle università è che c’è gente che può utilizzare i propri titoli e il proprio nome per diffondere idee radicali o militanti”. Il dibattito aperto dalla Ministra si incanala nel malcontento generalizzato causato dalla proposta di legge, approvata dall’Assemblea Nazionale, che consentirebbe allo Stato di sciogliere gruppi religiosi considerati “estremisti”.

Image Credits: AFP

 


SUD AMERICA

Sospeso il riconteggio per il ballottaggio in Ecuador – 17 febbraio


Image Credits: Cristina Vega Rhor, AFP

Il Consiglio nazionale elettorale dell’Ecuador, il quale aveva annunciato nei giorni precedenti il riconteggio dei voti (100% della Provincia della Guayas e 50% in altre 16 province del Paese) per designare l’avversario di Arauz nel ballottaggio, ha sospeso il procedimento. Il riconteggio, richiesto dal candidato Yaku Perez che si fronteggia con Guillermo Lasso sulla soglia del 19%, è stato bloccato per l’impossibilità di raggiungere una maggioranza all’interno del Consiglio elettorale. .

Dimissioni del Ministro degli Esteri peruviano dopo lo scandalo vaccini – 15 febbraio

Il ministro degli Esteri peruviano, Elizabeth Astete, ha rassegnato le proprie dimissioni dopo essere stata coinvolta nel recente scandalo della somministrazione anticipata di vaccini. Lo stesso ministro, infatti, ha dichiarato su Twitter di essere consapevole di aver commesso un “errore serio” ricevendo la prima dose del vaccino cinese Sinopharm ancor prima dell’inizio del programma nazionale di immunizzazione. Il nome di Elizabeth Astete, che ha rifiutato la somministrazione della seconda dose, si aggiunge alla lista di altre personalità politiche coinvolte nello stesso scandalo. Infatti, le dimissioni di Astete erano state poco prima anticipate da quelle del ministro della Salute Pilar Mazzetti, questa volta per una somministrazione anticipata per l’ex Presidente peruviano Martin Vizcarra.

Image Credits: Luis Iparraguire/Peruvian Presidency/AFP

 


AFRICA

Ngozi Okonjo-Iweala: prima donna africana a capo del WTO – 15 febbraio

Image Credits: REUTERS/Afolabi Sotunde

La nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala, prima donna a ricoprire le cariche di Ministra delle finanze (2003-2006; 2011-2015) e degli esteri (2006) nel Paese africano, sarà anche la prima donna — e la prima africana — ad occupare il ruolo di Direttrice Generale del WTO. Dopo le dimissioni del precedente Direttore Generale Roberto Azevêdo il 31 agosto scorso, il processo di selezione aveva lasciato solo due candidate in lizza per la successione: Okonjo-Iweala e l’attuale Ministra sudcoreana del commercio Yoo Myung-hee, sostenuta, in particolare, dagli Stati Uniti guidati dall’amministrazione Trump, contraria alla nomina della nigeriana sulla base della presunta mancanza di competenze necessarie per occuparsi di commercio mondiale. Tuttavia, l’elezione di Joe Biden a Presidente USA e il ritiro della candidatura di Myung-hee hanno eliminato ogni ostacolo. Ngozi Okonjo-Iweala ha già espresso la sua volontà di riformare il WTO, chiarendo che sotto la sua guida non sarà “business as usual”, e che sarà tra le sue priorità quella di ristabilire un contesto multilaterale il più disteso possibile, affinché il commercio possa beneficiarne. In merito alla pandemia, Okonjo-Iweala ha sottolineato inoltre come sia necessario garantire l’accesso ai vaccini anche ai Paesi più poveri.

Ciad: riunione del G5 Sahel – 16 febbraio

A N’Djamena, capitale del Ciad, si è tenuto l’incontro del G5 Sahel, un network regionale di coordinamento politico e militare volto a contrastare l’attività dei gruppi terroristici che operano nell’area. A partecipare al summit, oltre ai Presidenti dei 5 Stati membri — Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad — anche il Presidente francese Macron, collegato dall’Eliseo in videoconferenza. La partecipazione della Francia a tale incontro va letta alla luce della massiccia presenza militare francese in Sahel, potenziata, tra l’altro, proprio lo scorso anno. Infatti, l’Éxagone interviene in Sahel attraverso l’Opération Barkhane, che, assieme alle truppe ONU, alle missioni europee e ai contingenti del G5 Sahel, punta a debellare la presenza di gruppi terroristici nell’area. Nonostante Macron sembrasse intenzionato a ridurre il numero delle truppe impiegate in Sahel, specialmente in ottica elettorale — sono infatti molti in Francia a criticare gli eccessivi costi dell’operazione, sia in termini economici che di vite umane —, il Presidente francese ha annunciato che non ci sarà nessuna riduzione “immediata” delle truppe, sebbene abbia lasciato intendere di voler progressivamente ridurre la presenza di Barkhane nell’area e di voler privilegiare la collaborazione francese nella task force europea “Takuba”. Altri temi sul tavolo anche la possibile estensione della cooperazione antiterroristica ai Paesi dell’ECOWAS, il finanziamento delle operazioni militari e l’annuncio da parte del Ciad dell’invio di 1200 militari nell’hotspot della “zone des trois frontières”, tra Niger, Mali e Burkina Faso.

Image Credits: Secrétariat Exécutif du G5 Sahel

Algeria: il Presidente Tebboune dissolve il Parlamento – 18 febbraio

Image Credits: RYAD KRAMDI/AFP via Getty Images

Nel corso di un discorso alla nazione, il Presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha annunciato la sua decisione di dissolvere il Parlamento e andare ad elezioni anticipate. Ha inoltre comunicato che nel giro di 48 ore avrebbe effettuato un rimpasto di governo, dopo aver in più occasioni criticato l’operato del Primo Ministro Abdelaziz Djerad e del suo gabinetto. Infine, Tebboune ha dichiarato di voler concedere il perdono presidenziale ad alcuni membri dell’Hirak, il movimento rivoluzionario che nel 2019 aveva portato alle dimissioni del predecessore di Tebboune, Bouteflika.


MEDIO ORIENTE

Iran e l’Accordo sul nucleare: Khamenei richiede fatti, non parole – 17 febbraio

Image Credits: ANSA/EPA

La Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei ha dichiarato in un discorso in diretta streaming di questo mercoledì che Teheran accoglierà e promuoverà la cooperazione nel quadro dell’Accordo sul nucleare del 2015 solo dopo azioni concrete da parte degli altri Stati parte dell’accordo. Khamenei ha affermato che “l’Iran non sarà soddisfatto da promesse”, alla luce della “violazione di promesse fatte in passato”. Il primo passo atteso dall’Iran è quindi esplicitamente la rimozione di sanzioni da parte degli Stati Uniti e dei Paesi europei.

Iraq: attacco missilistico contro la base militare di Erbil – 15 febbraio

Questo lunedì un attacco missilistico ha interessato la base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, uccidendo un contractor e ferendo altre 14 persone. Gli USA e gli Stati europei alleati (Francia, Italia, Germania e Regno Unito), le cui forze militari e diplomatiche sono stanziate nella base curda, hanno prontamente condannato l’attacco e affermato in una dichiarazione congiunta che non avrebbero tollerato ulteriori offensive.

Image Credit: La Stampa

ASIA-PACIFICO

Disputa Australia-Facebook per nuova legge – 18 febbraio

Image Credits: ANSA/EPA

Facebook ha impedito agli utenti australiani la visualizzazione e la condivisione di contenuti di informazione, causando, tra l’altro, numerosi problemi legati non solo alla diffusione di notizie relative al Covid-19, ma anche di comunicazioni di violenza domestica e di comunicati di emergenza dei vigili del fuoco o del personale medico. La decisione di Facebook è stata vista dalle autorità australiane come una sorta di ritorsione, confermando i timori relativi allo strapotere delle società Big Tech e alla loro influenza sulla società. Infatti, al Parlamento australiano è in via di approvazione una legge che imporrebbe a colossi tecnologici come Facebook, di pagare agli editori la condivisione delle loro notizie. Il dibattito ha coinvolto anche Google, che, nonostante l’iniziale opposizione, ha poi concluso degli accordi con le principali testate australiane, e, in particolare, con News Corporation, una delle maggiori società mediatiche del mondo.

Afghanistan: la NATO non ritirerà le sue truppe – 17 febbraio

Il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha affermato che la NATO lascerà l’Afghanistan solo quando le condizioni di sicurezza lo consentiranno. “La nostra presenza in Afghanistan è basata su precise condizioni, e i talebani devono rispettare gli impegni presi […] Il problema principale è che i Talebani devono ridurre la violenza, negoziare in buona fede e smettere di sostenere gruppi terroristici come al-Qaeda”, ha aggiunto. Questa dichiarazione va intesa alla luce dell’accordo tra gli USA e i talebani concluso nel 2020, secondo cui le truppe statunitensi dovranno lasciare le loro basi in Afghanistan entro il primo maggio. Il Presidente Joe Biden sembrerebbe tuttavia intenzionato a rinegoziare l’accordo. 

Image Credits: Olivier Hoslet/Pool via REUTERS

 

Cina nega coinvolgimento nel colpo di Stato in Birmania – 17 febbraio

Image Credits: Reuters

L’ambasciatrice cinese in Birmania, Hai Chen, ha dichiarato che Pechino non era a conoscenza dell’intenzione dei militari di voler organizzare un colpo di Stato, negando qualsiasi coinvolgimento. Questa dichiarazione segue le proteste della popolazione birmana, che accusa la Cina di aver sostenuto — e di continuare a sostenere — i golpisti e di volerli aiutare a istallare un firewall per impedire loro di organizzare online le proteste; le manifestazioni davanti all’ambasciata cinese a Yangon vanno avanti da giorni. La risposta cinese è stata, tuttavia, considerata ambigua: infatti, Hai Chen, ha affermato di avere “relazioni amichevoli” sia con il partito di Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia, che con gli apparati militari. 


About the Authors


Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Le Tre P Del Governo Draghi

È  passato qualche giorno dalla prima seduta del Consiglio dei Ministri presieduto da Mario Draghi, a capo del Governo di un’unità nazionale invocata da molti ma voluta nei fatti da pochi.

È ora interessante cercare di capire in che direzione si muoverà il nuovo esecutivo, che, nel clima creatosi in questi giorni, sembra poggiarsi su tre elementi, o meglio, le tre P: Politica, Polemica, Potenzialità.

IL GOVERNO DRAGHI

Tra riconferme, nuovi ingressi e figure condivise da tutti, il tanto atteso Governo Draghi comprende 23 Ministri, di cui 8 tecnici e 15 politici:

  • Luciana Lamorgese, già Prefetto di Venezia, Capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno e Prefetto di Milano, confermata al Ministero dell’Interno;
  • Lorenzo Guerini, deputato del PD, già Presidente della Provincia e Sindaco di Lodi, ex Presidente del COPASIR, confermato al Ministero della Difesa;
  • Marta Cartabia, già Presidente della Corte Costituzionale, al Ministero della Giustizia;
  • Dario Franceschini, esponente del PD, già Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel Governo D’Alema e per tre volte nello stesso dicastero con i Governi Renzi, Gentiloni e Conte, è stato confermato al Ministero della Cultura;
  • Andrea Orlando, vicesegretario del PD, già Ministro dell’Ambiente nel Governo Letta e Ministro della Giustizia nei Governi Renzi e Gentiloni, al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali;
  • Giancarlo Giorgetti, vicesegretario della Lega, deputato, già Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel Governo Conte I, al Ministero dello Sviluppo Economico;
  • Luigi Di Maio, deputato del M5S, già Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico nel Governo Conte I, confermato al Ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale;
  • Daniele Franco, già Ragioniere di Stato e Direttore della Banca d’Italia, al Ministero dell’Economia e delle Finanze;
  • Stefano Patuanelli, senatore del M5S, passato dal MISE al Ministero per le Politiche Agricole;
  • Massimo Garavaglia, deputato della Lega, già Viceministro dell’Economia nel Governo Conte I, Ministro del Turismo;
  • Enrico Giovannini, già Ministro del Lavoro e Presidente dell’ISTAT, al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti;
  • Roberto Cingolani, fisico e Direttore scientifico presso l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, al Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare (ora anche Ministero della Transizione Ecologica);
  • Mara Carfagna, deputata di Forza Italia e già Ministra per le Pari Opportunità nel Governo Berlusconi e Vicepresidente della Camera dei Deputati, Ministra per il Sud e la coesione territoriale;
  • Renato Brunetta, deputato di Forza Italia e già Ministro della Pubblica Amministrazione nel Governo Berlusconi, ricoprirà lo stesso incarico nel Governo Draghi;
  • Cristina Messa, già Rettrice dell’Università degli studi di Milano-Bicocca, Ministro dell’Università e della Ricerca;
  • Patrizio Bianchi, già Rettore dell’Università degli studi di Ferrara e assessore alle politiche europee per lo sviluppo, scuola, formazione, ricerca, università e lavoro della Regione Emilia-Romagna, sarà il Ministro dell’Istruzione;
  • Federico D’Incà, deputato del M5S, è stato confermato come Ministro per i Rapporti con il Parlamento;
  • Fabiana Dadone, deputata del M5S e già Ministro della Pubblica Amministrazione, sarà il Ministro per le Politiche Giovanili;
  • Elena Bonetti, professoressa di analisi matematica presso l’Università degli Studi di Milano ed esponente di Italia Viva, è stata confermata come Ministro delle Pari Opportunità e della Famiglia;
  • Erika Stefani, senatrice della Lega e già Ministra per gli Affari Regionali e le autonomie nel Governo Conte I, sarà a capo del Ministero per le Disabilità;
  • Maria Stella Gelmini, deputata di Forza Italia e già Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel Governo Berlusconi, sarà il Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie;
  • Vittorio Colao, già Direttore Generale per Omnitel (oggi Vodafone) e amministratore delegato per Rcs MediaGroup, sarà il Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale;
  • Roberto Speranza, deputato di LeU e Segretario di Articolo Uno, è stato confermato al Ministero della Salute.

Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri sarà Roberto Garofoli, già Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, Capo di Gabinetto del Ministero dell’Economia nel Governo Renzi e docente dell’Università LUISS Guido Carli.

Tutte le forze politiche presenti in Parlamento, a parte +Europa e Azione — e Fratelli D’Italia che, però, non voterà la fiducia — sono rappresentate nella nuova formazione proposta da Mario Draghi: 4 Ministri per il M5S, 3 per Lega, PD e Forza Italia, 1 per Italia Viva e LeU.

P DI POLEMICA

La sospensione, totale prima, parziale adesso, delle normali abitudini della popolazione italiana a causa del tragico sopraggiungere della pandemia è stata per i cittadini la scusa — e anche la strada obbligata — per avvicinarsi alla tanto odiata politica, o meglio a quello che oggi si fa passare per politica: personalismi, gossip e pochi e risicati dibattiti su quello che dovrebbe essere la Politica (con la p maiuscola), vale a dire i temi.

In questi mesi si è accentuata quella che è la divisione in fazioni, per cui gli uni sono contro gli altri non perché la si pensi diversamente su determinati argomenti, ma perché la “sondaggiocrazia” ci impone uno schema per cui solo alcuni hanno il diritto di esprimere la propria opinione (di solito i più popolari, i più simpatici). Uno schema che è molto interessante e anche importante.

Come è noto, le polemiche non sono mancate in questa crisi di Governo: da quelle che hanno accompagnato l’amarezza per la perdita della fiducia da parte del Governo Conte II a quelle che hanno dato il benvenuto alla lista dei Ministri sopra riportata.

Polemiche che non si rigettano a priori, ovviamente, ma che per certi versi sfociano nell’assurdo. Se c’è una cosa che, infatti, hanno chiesto a gran voce quasi tutte le forze parlamentari è che ci fosse una quota politica sostanziale nel nuovo esecutivo.  Di cosa ci si può dunque lamentare quando 14 su 15 Ministri del nuovo esecutivo sono membri dell’attuale Parlamento? Abbiamo forse paura dell’Italia che vota, rappresentata nelle Camere di Montecitorio e Palazzo Madama?

Bisogna tuttavia evidenziare una polemica che sento di condividere. Più che polemica, era un auspicio che il Governo Draghi fosse un esecutivo in cui ritrovare la parità di genere, con qualche donna in più nei Ministeri chiave. La delegazione del Partito Democratico, in particolare, è stata l’unica che, nonostante il continuo accento posto sulla necessità di una rappresentanza equamente distribuita tra uomini e donne, abbia fatto prevalere nella scelta dei Ministri il bisogno di garantire a ciascuna corrente di partito — probabilmente anche scontentando qualche esponente, che, chissà, potrebbe in futuro provocare un’ulteriore scissione, ndr. — un posto nella compagine governativa.

Tuttavia, ora è tempo di mettere da parte questa prima P di polemiche. È tempo di fare il tifo per l’Italia.

P DI POLITICA

Qualcuno dice che in questo periodo sia fallita la politica. C’è chi pensa che sia mancata la politica perché si è sempre cercato di sviare sui temi e chi dice che la politica sia fallita perché non si è riusciti a trovare una quadra, una sintesi, intorno ad una maggioranza politica. Sta di fatto che, nel frattempo, in due settimane, è successo qualcosa di inimmaginabile.

Se ci sforziamo di ricordare il quadro politico del post elezioni regionali, ricorderemo che, nel centrosinistra, il PD si era rinforzato, e quindi forse avrebbe potuto chiedere un ruolo più centrale nella coalizione di maggioranza. Il M5S, uscito un po’ con le ossa rotte dalle regionali ma forte in Parlamento. Coalizione del centrodestra infrangibile, capace di trovare sempre una sintesi all’interno, con i sondaggi che la premiavano con più del 50%.

Dalla crisi di Governo ad oggi, è riduttivo dire che questi schemi siano completamente saltati:

  • Il PD ha ceduto la possibilità di giocare da protagonista appiattendosi sulle posizioni dei 5stelle e sullo slogan “o Conte o morte”. Cresce la fronda di quelli che chiedono il Congresso subito;
  • Il M5S affonda giorno dopo giorno nelle contraddizioni interne: perde pezzi importanti come il frontman nelle piazze, Alessandro Di Battista, con la frangia del “NO” al Governo Draghi sempre più invadente;
  • Forza Italia spacca volentieri la coesione del centrodestra accogliendo a braccia aperte il nome di Draghi per formare un nuovo esecutivo, staccandosi, forse per sempre, dalla destra sovranista;
  • La Lega, dall’alto dei sondaggi che la danno ancora come primo partito, è per la prima volta in seria difficoltà: soprattutto, il leader Salvini, con le spalle al muro, cede alle pressioni dell’area più moderata e istituzionale, guidata da Giancarlo Giorgetti;
  • Fratelli d’Italia, isolato nel suo NO al Governo Draghi, rischia di essere trascinato da Giorgia Meloni in una strategia perdente. Si può dire che il destino del partito sia legato al successo o al fallimento di Mario Draghi.

Senza dare meriti o demeriti a eventuali creatori di questa situazione inedita, bisogna dire che l’intervento del Presidente della Repubblica ha rimesso in gioco tutti i partiti politici.

P DI POTENZIALITÀ

È la P più importante di questa analisi, quella che rappresenta le sfide del Presidente Draghi e del suo Governo. Cosa dovranno fare è chiaro a tutti, il come farlo è quello che aspettiamo tutti di vedere nelle prossime settimane.

Si è detto priorità a campagna vaccinale, nuove generazioni, giovani, Recovery Plan, scuole e università. Passata la confusione di questi giorni, rimarrà un duro lavoro da portare avanti e dovremmo essere tutti dalla stessa parte con fiducia. Fiducia perché, a parte le beghe, i complotti e i pregiudizi su alcuni membri dell’esecutivo, nei ruoli chiave ci sono delle persone, dei professionisti, uomini e donne di esperienza che hanno tutte le competenze per riuscire in quella che è una sfida epocale: ripartire, e, soprattutto, entrare nell’ottica di un futuro basato su nuove tecnologie, su innovazioni nel campo della medicina, su una società più green. Questa la visione di Italia che il Governo Draghi dovrà mettere in campo e che dovrà tenere a mente nell’utilizzo delle risorse che ci saranno affidate.

Non è essere pessimisti se diciamo che questa è l’ultima chiamata per l’Italia.

Si può essere, quindi, pro o contro questo Governo, può essere simpatico o antipatico Mario Draghi, ma adesso c’è qualcosa di più importante in gioco e dobbiamo affrontarlo con serietà. È importante sottolineare l’importanza di stringerci intorno all’azione del nuovo esecutivo. Ci siamo tutti (quasi) dentro ed è giusto così, perché bisogna salvare l’Italia, whatever it takes.

(Featured Image Credits: Il Riformista)

About the Author


Francesco Palermo

Nato a Soveria Mannelli nel 2000, è appassionato di politica italiana ed è profondamente europeista. Attualmente frequenta il corso di laurea triennale in Economia presso l’Università della Calabria, dove è anche impegnato nella rappresentanza studentesca. È amante della musica e della letteratura. View more articles. 

 

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1921-2021: Il Centenario Della Nascita Dell’Irlanda Del Nord Tra COVID, Brexit E Attriti Di Lunga Data

Il 2021 ha, tra le sue molte peculiarità, quella di segnare il centenario dell’entrata in vigore del Government of Ireland Act del 1920, l’atto del Parlamento Britannico che a partire dal 3 Maggio 1921 divise “l’Isola Smeralda” in due: le sei contee di Antrim, Armagh, Down, Fermanagh, Derry e Tyrone rimasero parte del Regno Unito e gli diedero vita nella sua forma attuale, mentre le restanti ventisei andarono a costituire la neonata, e indipendente, Repubblica d’Irlanda (Eire).

Per l’occorrenza, il Governo di Boris Johnson ha stanziato ben 3 milioni di sterline —approssimativamente 3, 4 milioni di Euro — volti a supportare iniziative connesse alla storia, alle tradizioni e alla cultura dell’Irlanda del Nord, con l’intento di promuovere la regione e le sue eccellenze, ad esempio il Nobel per la letteratura Seamus Heaney.

Le commemorazioni, tuttavia, richiederanno attenzione e tatto fuori dal comune, e non solamente a causa del COVID 19: Michelle O’Neill, co-leader del partito repubblicano Sinn Féin e vice Primo Ministro dell’Assemblea dell’Irlanda del Nord, ha dichiarato infatti che non vi è alcun motivo di celebrazione, e gli appartenenti al suo schieramento si sono rifiutati di partecipare allo spazio consultivo “Northern Ireland Centenary Forum”, incaricato di avanzare proposte e progetti relativi agli eventi per il centenario.

Il motivo di tale ostilità è da ricercarsi nella lunga tradizione repubblicana irlandese, di cui Sinn Féin è l’espressione più evidente. I repubblicani irlandesi, tipicamente cattolici, propugnano, infatti, l’unione delle sei contee con l’Eire, opponendosi dunque ai discendenti dei coloni inglese e scozzesi, di fede protestante, che difendono la permanenza dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito.

In tal senso, per gli elettori di Sinn Féin, i festeggiamenti per la divisione dell’isola costituiscono esclusivamente un doloroso memento della separazione dalla Repubblica, separazione che è stata ulteriormente aggravata dalla Brexit. Il dirimere le questioni relative al confine tra le due parti d’Irlanda post-Brexit è senza dubbio un imperativo imprescindibile per il governo di Londra, tenuto a rispettare il Good Friday Agreement che nel 1998 mise fine a un lungo periodi di disordini nella regione.

Sull’Irlanda del Nord e nello specifico sulla capitale Belfast aleggia infatti lo spettro delle atrocità commesse durante gli anni 60, 70 e 80 del secolo scorso, anni che videro contrapporsi l’Irish Republican Army (I.R.A.) da un lato, e l’esercito britannico, appoggiato da milizie locali quali l’Ulster Volunteer Force (U.V.F.), dall’altro.

Il conflitto provocò oltre 3500 morti, lasciando cicatrici profonde e, in alcuni casi, visibili: ad esempio, Belfast è attraversata dai cosiddetti Peace Walls, vere e proprie muraglie decorate con graffiti commemorativi, che dividono i quartieri abitati da comunità cattoliche dalle zone dove risiedono, invece, famiglie protestanti. Il quadro che ci viene presentato è dunque quello di una regione ancora fortemente divisa, per quanto forse non così polarizzata come nella seconda metà del XX secolo. L’I.R.A. infatti, accettando lo storico accordo del 1998, ha deposto le armi in cambio di una rivitalizzazione del governo locale, trasferendo la lotta per la riunificazione dalle strade alle urne elettorali.

Sinn Féin ha dunque assorbito molti dei rivoluzionari repubblicani, eleggendo negli anni parlamentari negli organi legislativi dell’Irlanda del Nord, nel Parlamento britannico vero e proprio — sebbene i candidati si rifiutino, per tradizione, di prendere i loro posti all’interno della Camera dei Comuni — ed anche nell’Oireachtas (il Parlamento bicamerale della Repubblica d’Irlanda), dove ha recentemente ottenuto un incredibile successo, ponendo fine allo storico duopolio Fine Gael – Fianna Fàil.

Tra i rappresentanti designati nel corso degli anni, figura particolarmente rilevante e rivelatrice è quella di Robert “Bobby” Sands, ventisettenne attivista dell’I.R.A. eletto a Westminster nel 1981, mentre era detenuto nel carcere di Long Kesh, e deceduto a poche settimane dalla sua elezione al termine di 66 giorni di sciopero della fame.

Fonte Immagine: Wikimedia Commons

La copertura mediatica dell’incredibile storia di Bobby Sands ebbe ripercussioni importanti, i cui echi si possono avvertire ancora oggi; ad esempio, i versi da lui scritti durante la prigionia sono stati recentemente pubblicati in Italia sotto il titolo di “Scritti dal Carcere. Poesie e Prose” (Edizioni Paginauno, 2020), a testimonianza del duraturo interesse per la questione nord-irlandese anche nel nostro Paese. 

Le celebrazioni del centenario saranno quindi un momento critico, di profonda riflessione per politici e cittadini su entrambi i lati del Mar d’Irlanda, mentre importanti decisioni si affacciano all’orizzonte per i vari governi. L’implementazione della Brexit, anche dopo il frettoloso accordo tra UE e Regno Unito, rischia di risvegliare tensioni mai del tutto sopite — vedasi, ad esempio, le problematiche emerse recentemente riguardo alla distribuzione dei vaccini per il COVID-19 —, alimentate anche dalle tendenze indipendentiste dell’amministrazione scozzese, e l’elezione del Presidente USA Joe Biden, che vanta forti radici irlandesi, rappresenta un ulteriore elemento di complessità. Nel prossimo decennio dunque, Belfast, Dublino e Londra saranno teatro di una convergenza di forze e movimenti importanti, da monitorare e seguire attentamente.

(Featured Image Credits: Vox)

About the Author


Luca Venga

Nato a Rieti nel 1999, da sempre si interessa di storia, geopolitica e relazioni internazionali. Dopo aver vissuto negli Stati Uniti e in Germania, dove consegue l’International Baccalaureate Diploma, si trasferisce a Manchester per frequentare il corso di laurea triennale in Politics and International Relations presso la University of Manchester (ottenendo il Leadership Award per l’anno accademico 2020/21). Affascinato da lingue e culture diverse, ama leggere e viaggiare, dedicandosi ad esperienze di volontariato quali il Tanzania Project e il Community Mapping Project Uganda. View more articles

 

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole è la nuova rubrica settimanale di The Political Corner. Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che, ogni venerdì, presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!


6 febbraio – 12 febbraio 2021

Nord AmericaEuropaSud AmericaAfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

Primo confronto Biden-Xi Jinping – 10 febbraio

Image Credits: AFP

 

Il primo confronto tra il Presidente degli USA Joe Biden e l’omologo cinese Xi Jinping ha avuto luogo questo mercoledì, con una conversazione telefonica di più di due ore. In questa occasione, il Presidente statunitense ha ribadito le proprie preoccupazioni in merito alla salvaguardia dei diritti umani, in particolare in riferimento a Taiwan, Hong Kong e Xinjiang, su cui, però, Pechino ha richiamato Washington alla prudenza, ricordando i principi di sovranità e integrità territoriale. Inoltre, Biden ha riconosciuto la Cina come maggiore competitor degli USA, avvertendo i senatori poco dopo di far presto prima che la Cina “mangi tutto il loro pranzo“, ma ha acconsentito a cooperare per far fronte alle grandi sfide globali, sempre nell’interesse del popolo statunitense.

Dialogo tra ex Repubblicani per la formazione di un terzo partito? – 10 febbraio

Secondo alcune testimonianze raccolte da Reuters, diversi ex funzionari ed esponenti del Partito Repubblicano si sarebbero riuniti virtualmente per discutere della possibilità di aprire ad una nuova e terza forza politica, di centro-destra. Tale partito, fondato su un “conservatorismo di principio” e totale rispetto della Costituzione, della democrazia e dello Stato di diritto, si inserirebbe nella frattura lasciata dalla Presidenza Trump all’interno del Partito Repubblicano, che, secondo alcuni dei partecipanti alla riunione, non sarebbe stato sufficientemente rigido alla luce dei recenti avvenimenti di Capitol Hill .

Image Credits: PBS/Associated Press

Il post-Trump: sviluppi del processo di impeachment e blocco definitivo da Twitter – 10 febbraio

Image Credits: Associated Press

Il quadro delineato dall’accusa durante il processo di impeachment contro Donald Trump è chiaro: non solo l’ex inquilino della Casa Bianca ha rappresentato di fatto l’istigatore degli episodi di violenza a Capitol Hill, ma non vi è garanzia che, semmai rieletto, non possa nuovamente incitare all’uso illegittimo della forza. Nel frattempo, è giunta anche la notizia del ban definitivo da Twitter: Trump, infatti, rimarrebbe escluso dal social anche in caso di ricandidatura.


EUROPA

Crisi diplomatica UE-Russia: Borrell nel mirino – 9 febbraio

L’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE, Joseph Borrell, è stato fortemente criticato per l’improvvisa visita a Mosca, dove il 5 febbraio ha incontrato il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. A poche ore dall’incontro, durante il quale Lavrov aveva accusato l’UE di essere “un partner inaffidabile”, Mosca aveva espulso gli ambasciatori della Germania, della Polonia e della Svezia per aver presumibilmente partecipato a manifestazioni a sostegno della liberazione di Aleksej Naval’nyj. Borrell è ora nel mirino di molti parlamentari europei, che ne chiedono le dimissioni

Image Credits: Handout photo/EPA/EFE

Bielorussia: Lukashenko organizza l’“Assemblea del Popolo” – 11 febbraio

Image Credits: Sergei Sheleg/BelTA/Handout via Reuters

Il Presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, da mesi oggetto del malcontento popolare, che ne richiede la deposizione, ha avviato l’“Assemblea del Popolo”, un incontro volto all’elaborazione di riforme politiche e, in particolare, della nuova Costituzione, che, idealmente, dovrà essere sottoposta a referendum popolare nel 2022. A partecipare a questa assemblea straordinaria per lo più funzionari governativi fedeli a Lukashenko, cosa che ha innescato dure critiche da parte dell’opposizione e la possibilità di nuove proteste

Parlamento UE approva il Recovery Fund – 9 febbraio

Il Parlamento europeo ha dato il via libera al regolamento UE per l’istituzione della “Recovery and Resilience Facility”, adottandolo con una maggioranza di 582 voti (con 40 contrari e 69 astenuti). I fondi previsti, volti ad “alleviare le conseguenze economiche e sociali della pandemia”, saranno composti da contributi a fondo perduto e a debito per un totale di €672.5 miliardi. La “Recovery and Resilience Facility” è la componente maggiore del piano Next Generation EU (€750 miliardi), e una quantità considerevole dei fondi stanziati dovrà essere indirizzata a transizione verde e digitalizzazione. I Paesi UE avranno fino ad aprile per poter presentare i propri piani nazionali alla Commissione, che dovrà poi approvarli. 

Image Credits: European Union

SUD AMERICA

Crisi istituzionale ad Haiti – 9 febbraio

Image Credits: EPA/JEAN MARC HERVE ABELARD

Negli ultimi giorni, si sono intensificate le tensioni tra le forze politiche haitiane di opposizione e il Presidente Moïse, che ha confermato la scadenza del proprio mandato nel 2022. Questa domenica, infatti, secondo dichiarazioni del Ministro della Giustizia, un tentativo di colpo di Stato sarebbe stato sventato dalle forze di sicurezza e sarebbe culminato nell’arresto di 23 persone, tra cui un giudice della Corte di Cassazione. È seguito, questo lunedì, l’ordine esecutivo di Moïse per la sospensione dal ruolo di altri due giudici della Cassazione. Questi tre, infatti, erano stati proposti dall’opposizione come alternativa ad interim, con la decisione finale delle forze politiche di presentare Joseph Mécène Jean Louis. Dopo quest’ultima mossa del Presidente Moïse, diversi protestanti si sono riversati nelle strade di Port-Au-Prince, denunciando la “dittatura” del Presidente e scontrandosi con le forze di polizia.

Elezioni in Ecuador: si andrà al ballottaggio – 8 febbraio

Questa domenica in Ecuador si sono aperti i seggi per l’elezione del successore del Presidente Lenin Moreno. I risultati elettorali sembrano chiari per il candidato Andres Arauz, economista e politico di sinistra, con il 32.44%, ma c’è più incertezza sull’avversario con il quale dovrà andare al ballottaggio. Dall’altro lato, infatti, troviamo l’indigeno Yaku Perez, attivista per l’ambiente, con il 19.65%, di poco in vantaggio rispetto all’ex banchiere Guillermo Lasso, di destra, con il 19.60%. Mentre una piccola percentuale dei voti deve essere ancora conteggiata, il quasi ex presidente Moreno auspica che il Paese possa giungere velocemente a un risultato elettorale attendibile.

Image Credits: EPA/Jose Jacome

AFRICA

Libia: il Libyan Political Dialogue Forum elegge i membri del Consiglio Presidenziale e il PM ad interim – 6 febbraio

Image Credits: AFP PHOTO/ UNITED NATIONS

A Ginevra, il Libyan Political Dialogue Forum, un’assemblea formata da 75 delegati libici sponsorizzata dall’ONU per raggiungere un compromesso sulla caotica situazione politica in Libia, ha nominato i tre membri del Consiglio Presidenziale, che rappresenteranno le tre aree geografiche maggiori del Paese, e il Primo Ministro ad interim, che avrà il compito di guidare un governo di transizione volto a organizzare elezioni democratiche entro la fine dell’anno. Il PM sarà Abdul Hamid Dbeibah, che avrà 21 giorni per formare un governo e ulteriori 21 per ottenere la fiducia in Parlamento. Tuttavia, non sono mancate le critiche, dati gli stretti legami tra Dbeibah e Gheddafi durante il regime del colonnello, e il presunto coinvolgimento del nuovo PM in attività di riciclaggio di denaro, finanziamento della Fratellanza Musulmana e compravendita di voti. Nel frattempo, Libyan Airways ha ripreso i voli tra Tripoli e Bangasi, rispecchiando l’apparente riunificazione del Paese.

Senegal: l’esercito prende basi ribelli nella regione della Casamance – 11 febbraio

L’esercito del Senegal ha annunciato di aver preso il controllo di tre basi ribelli nella regione meridionale della Casamance, striscia di terra compresa tra gli Stati del Gambia e della Guinea-Bissau. Il controllo della Casamance, contesa tra Francia e Portogallo durante il periodo coloniale, è stato oggetto di un conflitto tra il governo centrale di Dakar e il Movimento delle Forze Democratiche della Casamance, mai del tutto risolto. L’offensiva governativa potrebbe causare ulteriore instabilità della regione, sede, tra l’altro, di traffici di droga.

Image Credits: AFP – JOHN WESSELS

Impasse elettorale in Somalia: l’ONU chiede la fine della crisi politica – 10 febbraio

Image Credits: AFP

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto al governo somalo e ai rappresentanti regionali di riprendere i colloqui per l’organizzazione delle elezioni, che in teoria si sarebbero dovute svolgere lo scorso 8 febbraio, quando è giunto a conclusione il mandato dell’attuale PM Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo. Il ritardo è dovuto non solo alla continua minaccia terroristica di al-Shabaab, gruppo notoriamente anti-governativo, ma soprattutto al complesso sistema elettorale somalo, che prevede la partecipazione dei clan, che eleggono indirettamente i membri della Camera Bassa del Parlamento, e dei 5 Stati federali, che invece eleggono i membri della Camera Alta. Tuttavia, la frammentazione dello Stato somalo, con ben tre Stati regionali (Somaliland, Jubbaland e Puntland) che rivendicano maggiori autonomie — se non l’indipendenza —, ha reso l’organizzazione delle elezioni problematica.


MEDIO ORIENTE

L’Egitto riapre il confine con la striscia di Gaza – 9 febbraio

Questo martedì, l’Egitto ha deciso di riaprire “a tempo indeterminato” il valico di Rafah, al confine con la striscia di Gaza. Questa decisione è il risultato di un incontro tenutosi per due giorni nella città de Il Cairo fra le fazioni palestinesi di Fatah e Hamas in vista delle prossime elezioni. La riapertura del valico di Rafah permetterebbe una maggiore libertà di movimento ai palestinesi stanziati nella striscia, controllata da Hamas e sottoposta da diversi anni a un blocco marittimo, terrestre e aereo stabilito da Israele e precedentemente anche dall’Egitto.

Image Credits: EPA/MOHAMMED SABER

Arabia Saudita: rilasciata l’attivista Loujain al-Hathloul – 10 febbraio

 

Come annunciato dalla sorella dell’attivista saudita su Twitter questo mercoledì, Loujain al-Hathloul è stata rilasciata dopo circa tre anni di prigionia, secondo le dichiarazioni dei familiari. Al-Hathloul era stata, infatti, imprigionata nel 2018 e incarcerata con l’accusa di attività legate al terrorismo, dopo essersi strenuamente opposta al divieto di guida imposto alle donne saudite. La decisione della scarcerazione è stata accolta con approvazione dalla comunità internazionale e, in particolare, dall’amministrazione Biden e dal consigliere del Presidente, Jake Sullivan. Tuttavia, la detenzione di attiviste per diritti umani in Arabia Saudita rimane un problema: Al-Jazeera ricorda, in particolare, i casi di Samar Badawi, Nassima al-Sadah e Mayaa al-Zahrani.

Fallite le negoziazioni del Consiglio di Sicurezza ONU per la Siria – 10 febbraio

È nuovamente fallito il tentativo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di raggiungere un accordo riguardo alla drammatica situazione in Siria. Le negoziazioni, infatti, supportate dall’Inviato Speciale ONU Geir Pedersen, avrebbero dovuto portare a una dichiarazione congiunta per far ripartire il processo di pacificazione nel territorio siriano. Secondo alcuni diplomatici, a fare ostruzionismo sarebbe stata la Russia, maggiore alleato della Siria, che avrebbe avanzato richieste non accettabili per gli Stati occidentali. Tale informazione è stata poi smentita da diplomatici russi. In ogni caso, si rinnova l’invito dell’Inviato Speciale a “superare le attuali divisioni nella comunità internazionale” e ad attuare una “diplomazia internazionale costruttiva”, tassello fondamentale per un reale processo di pace.

Image Credits: UN Photo/Loey Felip

 


ASIA-PACIFICO

Pacific Island Forum: gli Stati micronesiani annunciano il ritiro dall’organizzazione – 10 febbraio

Image Credits: AFP

La decisione dei 5 Stati della Micronesia (Kiribati, Isole Marshall, Stati federati di Micronesia, Nauru e Palau) di ritirarsi dal Pacific Islands Forum (PIF), organizzazione internazionale finora composta da 18 Stati membri, tra cui Australia e Nuova Zelanda, potrebbe avere severe conseguenze, considerando che l’area è al centro degli interessi geopolitici di Washington, Canberra, Wellington, Tokyo e Pechino. La decisione ha fatto seguito al voto per il Segretario Generale del PIF, che, sulla base di un criterio informale di rotazione delle cariche tra le tre aree componenti il PIF (Micronesia, Melanesia e Polinesia), sarebbe spettato alla Micronesia. Quando, invece, il candidato portato avanti dalla Polinesia, Henry Puna, ex PM delle Isole Cook, è stato eletto, gli Stati micronesiani hanno notificato la volontà di recedere dall’organizzazione. Questa decisione ha implicazioni anche in ambito internazionale, dato che la presenza nel PIF della Micronesia, da sempre sostenuta dagli USA, impediva ad Australia e Nuova Zelanda di sviluppare la loro “agenda di integrazione”, volta alla creazione di più stretti legami con la Melanesia e la Polinesia. 

Continuano le proteste in Birmania: Biden annuncia sanzioni – 10 febbraio

Il Presidente USA Joe Biden ha dichiarato che saranno inflitte sanzioni contro la Repubblica del Myanmar. In particolare, Biden ha annunciato controlli sulle esportazioni birmane e l’irrogazione di sanzioni mirate contro i militari che hanno organizzato il coup, mentre continueranno gli aiuti umanitari e l’assistenza medica. A più di una settimana dal colpo di Stato organizzato dall’esercito birmano, le proteste continuano; mentre gli arresti sfiorano la soglia dei 300, i manifestanti sperano che le forze di polizia, sebbene dipendenti dalle autorità militari, si uniscano alle proteste.  

Image Credits: VOA Burmese Service

Accordo Nuova Delhi-Pechino per disimpegno militare sul confine himalayano – 11 febbraio

Image Credits: AFP

India e Cina hanno raggiunto un’intesa riguardo l’area contesa del lago Pangong Tso, Himalaya occidentale, riguardante il ritiro delle rispettive truppe dal confine. La tensione tra i due Paesi, che da anni discutono circa l’effettiva delimitazione dei loro territori, specialmente lungo l’arco himalayano, si era acuita l’aprile scorso, quando Nuova Delhi aveva accusato Pechino di essersi introdotta in territorio indiano. Successivi scontri sul confine avevano causato il dispiegamento da ambo le parti di forze militari. 

 

About the Authors


Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Il Mare È In Pericolo: Cosa Sta Facendo L’Italia?

Il 2021 sembra essere l’anno giusto per porre un limite all’inquinamento marittimo del Mare Nostrum. Tra i buoni propositi di inizio anno, il Ministero dell’Ambiente ha messo al primo posto la pulizia delle acque mediterranee. La condizione in cui versa il mare che circonda il nostro Paese è, infatti, alquanto delicata. Il Mar Mediterraneo è sempre più invaso da rifiuti e ciò rappresenta un’emergenza che non deve essere assolutamente ignorata, soprattutto dall’Italia. Il litorale del nostro Paese, infatti, è secondo solo a quello egiziano per inquinamento costiero e, durante la stagione estiva, l’arrivo dei turisti non fa altro che peggiorare una situazione già molto critica.

Il nemico principale è la plastica: il 95% dei rifiuti che inquinano il mare è rappresentato da materiale plastico e 90 sono le tonnellate di plastica che galleggiano sulle acque italiane. Questi numeri esorbitanti fanno sicuramente riflettere e soprattutto indicano il rischio di compromettere irreversibilmente l’ambiente, ma non solo: gli studi, infatti, mostrano la presenza di un’elevatissima percentuale di polimeri sintetici nelle acque, evidenziandone le potenzialità minacciose non solo per l’integrità del patrimonio marittimo, ma anche per la salute dell’uomo.

La caratteristica principale della plastica, ossia la resistenza agli agenti atmosferici, la rende al contempo il materiale prediletto per la costruzione a basso costo di molti oggetti e il peggior nemico dell’ambiente.

La risposta dell’Italia

Queste stime hanno fatto allarmare gli scienziati e gli ambientalisti di tutto il mondo, che ogni giorno incoraggiano i Paesi a promuovere un’economia circolare al fine di garantire il riciclo di questo materiale così dannoso. Tale esigenza è stata colta dall’Italia, che ha risposto positivamente all’allarme mosso dagli esperti. Il primo febbraio il Ministro dell’Ambiente ha inaugurato a Fiumicino la flotta antinquinamento, rivolta alla pulizia del mare e delle foci italiane. Eliminare i residui di idrocarburi e i cosiddetti marine litter (rifiuti marini) è l’obiettivo principale della flotta antinquinamento del consorzio Castalia. Le 32 navi specializzate di Castalia noleggiate dal Ministero dell’Ambiente, di cui 23 costiere e 9 d’altura, ripuliranno fino al 2023 i rifiuti marini delle aree più inquinate del Mediterraneo. Oltre al presidio del mare territoriale e dei fiumi, 4 unità navali sorveglieranno le zone di mare dove si trovano le piattaforme petrolifere.

Per risolvere definitivamente il problema, dal 2020 l’Italia si è affidata a Corepla, il Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica. In questa fase, Corepla si occuperà principalmente della fase di analisi sui vari rifiuti raccolti dalla flotta antinquinamento, al fine di valutare quali siano i modi corretti per riciclare ogni tipologia di scarto e realizzare concretamente un principio di blue economy. L’economia circolare e la corretta gestione dello smaltimento dei rifiuti sono da sempre stati al centro dell’interesse di Corepla, afferma il Presidente Quagliuolo. Tuttavia, l’inquinamento dei mari è un problema che può essere risolto solo grazie ad un’azione collettiva e supportata dalle istituzioni locali e internazionali: attenendosi agli impegni di cui l’Italia si è fatta carico in campo europeo e internazionale, Corepla svolgerà anche attività di monitoraggio, tracciamento e analisi sulla composizione dei marine litter. Il fine è sempre quello di fornire tutti gli strumenti necessari per approcciarsi ad una mentalità di riuso degli oggetti, in cui il rifiuto non è più considerato solo un materiale di scarto, ma rappresenta l’elemento essenziale e il presupposto di una nuova catena produttiva.

Le Manta: l’innovazione green per ripulire i mari dai rifiuti

L’ultima innovazione green è stata creata dall’attivista Yvan Bourgnon, conosciuto come “il gladiatore dei mari”. Due anni fa, in seguito ad un viaggio nell’Oceano Indiano in cui rimase quasi bloccato dalla coltre di rifiuti plastici che oggi coprono il blu delle sue acque, Bourgnon decide di dare vita al progetto Le Manta. Il desiderio di dare nuovamente quell’aspetto incontaminato che ha da sempre caratterizzato le acque oceaniche ha portato Yvan a realizzare la prima nave-fabbrica della storia. Manta innovation è il nome dell’enorme catamarano di oltre 50 metri che si occupa di ripulire i mari dai rifiuti plastici. Possiamo definire Manta innovation come il più grande netturbino artificiale mai creato nella storia. La barca è stata progettata per autoalimentarsi circa al 70% attraverso l’energia che produce dalla raccolta dei rifiuti; il fulcro principale della sua energia deriva infatti dall’accumulo e dal successivo riciclo dei materiali raccolti. Manta innovation navigherà tra i mari grazie a 4 motori elettrici alimentati solo da energia rigorosamente rinnovabile: turbine eoliche e pannelli solari. Ovviamente, per evitare che la barca raccolga indistintamente anche i pesci, sarà dotata di un impianto ad onde sonore per allontanare la fauna marittima.

Tale innovazione rappresenta una reale svolta nella battaglia contro l’inquinamento e permette di ripristinare — almeno in parte — un ambiente che purtroppo l’umanità ha trattato come una discarica a cielo aperto, tralasciandone l’importanza e abbandonandolo a se stesso.

(Featured Image Credits: Iconaclima.it)

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Costanza Berti

Nata a Massa Marittima nel 1998, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e ora frequenta il corso di laurea magistrale in Gestione d’Impresa presso l’università LUISS di Roma.  La sua vita si divide tra Roma e Follonica. Da sempre appassionata di viaggi, nel corso degli anni ha potuto scoprire e vivere culture molto diverse tra loro. Nel 2019 ha preso parte al progetto Erasmus a Rotterdam, trascorrendo un semestre di studio alla Erasmus University of Rotterdam. View more articles

 

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L’Importanza Dei Giovani Per Il Futuro Dell’Italia

Da giorni sul web si sente parlare solo di crisi di governo, ma ciò che resta ancora poco noto agli occhi dei molti è la situazione in cui si ritrovano le giovani generazioni. Il 2020 – e buona parte del 2021 – non sarà certo ricordato come un periodo glorioso e degno di nota, però tutto sta nella percezione che si vuole dare (il famoso bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto), perché nonostante tutti gli accadimenti nefasti a cui si è assistito, l’obiettivo è quello di ripartire: e perché non ripartire proprio dai giovani?

 

L’Italia sta “invecchiando”

È noto a tutti il fatto che l’Italia sia il secondo Paese più vecchio del mondo; l’età media della popolazione italiana, infatti, si attesta a 45 anni contro una media mondiale di 30 anni. Un dato preoccupante, soprattutto considerato che – secondo dati Istat – il numero di giovani italiani che migrano all’estero alla ricerca di un lavoro cresce di anno in anno: «Nel 2019 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 180mila unità, in aumento del 14,4% rispetto all’anno precedente». Nel complesso, sono circa 900 mila gli italiani che si sono trasferiti all’estero negli ultimi 10 anni. È chiaro, quindi, perché a livello politico si conferisce poca importanza alle giovani generazioni: materialmente, a livello di voti, essi contano poco. Sono gli adulti/anziani – numericamente più influenti – a destare l’interesse delle classi politiche, le quali si contendono questi voti offrendo ciò che più aggrada gran parte della popolazione italiana e mettendo da parte i temi che più interessano i giovani.

L’Italia non è un Paese per giovani 

Non si presta molta attenzione ai problemi che affliggono i giovani, in primis la disoccupazione. Si registrano tassi di disoccupazione (15-29 anni) che superano il 30%. Non è una situazione che può essere sostenuta nel lungo periodo, non solo per il fatto che chi riesce a trovare un lavoro all’estero lascia il Paese senza ritornare, ma anche perché tali perdite di capitale umano non vengono rimpiazzate in alcun modo. L’Italia non è affatto un Paese attrattivo: i giovani talenti che intendono lavorare in Italia non hanno – il più delle volte – possibilità di avanzare e di crescere professionalmente. Pertanto, è lecito chiedersi perché dall’estero dovrebbero decidere di trasferirsi in Italia? Oltre alla fama di “Bel Paese”, cos’altro può offrire?

Cosa succede in Europa? 

L’Unione europea si è impegnata a dare ulteriori garanzie ai giovani. In particolare, il Parlamento europeo ha condannato la pratica di tirocini e apprendistati non retribuiti. L’8 ottobre è stata votata una risoluzione (574 sì, 77 no, 43 astenuti) in cui si invitavano gli Stati membri a proporre possibili soluzioni per l’introduzione di uno strumento giuridico comune a tutti, con l’obiettivo di garantire una remunerazione equa per tirocinanti e apprendisti nel mercato del lavoro dell’UE. Un grande passo in avanti, se non fosse per il fatto che la risoluzione è un atto di per sé non vincolante, tramite cui il Parlamento sostanzialmente chiede alla Commissione europea di portare avanti questo progetto presentando «un quadro giuridico per un divieto efficace ed applicabile di queste pratiche». Si tratta quindi di una situazione in continuo divenire.

C’è da dire comunque che a livello europeo c’è un impegno più marcato rispetto quello che si vede a livello nazionale. Un esempio di ciò è il famoso “Next Generation EU”, più comunemente noto come “Recovery Fund”: fondi europei che puntano non solo alla ripresa economica, ma che puntano anche al futuro, alla transizione digitale, ad un’economia più sostenibile e alla creazione di nuovi posti di lavoro per la nuova generazione. Il problema sta nel fatto che bisogna saper sfruttare a pieno queste risorse con misure e piani di lungo periodo. 

Image Credits: DazebaoNews.it

La luce in fondo al tunnel 

«Il Governo italiano sta scegliendo – ancora una volta – di non investire nel suo futuro, i giovani: dal piano nazionale Next Generation Italia per “giovani e politiche del lavoro” l’Italia investirà solo l’1% dei fondi europei. Uno, per, cento. È poco.», con queste parole molti giovani si stanno battendo per far sentire la loro voce che in coro urla Uno Non Basta! La loro petizione (che ha già raggiunto le quasi 100 mila firme) chiede al governo italiano di potenziare la voce “Giovani e Politiche del Lavoro” del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) con ulteriori proposte di investimento, perché investire sui giovani vuol dire investire sulla possibilità per l’Italia di costruirsi un futuro. La loro petizione sta riscuotendo molto successo, tanto che i promotori sono riusciti a presentare le loro proposte in audizione alla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati. L’eco di “Uno Non Basta” ha raggiunto finalmente i corridoi governativi e le aule parlamentari, ma gli organizzatori della petizione confidano di poter fare di più, considerando che la data ultima di presentazione del PNRR alla Commissione europea è fissata al 30 Aprile 2021.

Image Credits: Fanpage.it

Con l’entrata in scena di Mario Draghi come papabile nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, i giovani vedono uno spiraglio di luce in più. Ricordiamo come proprio Draghi, durante il Meeting di Rimini e più recentemente nel suo primo discorso da premier incaricato, abbia fatto riferimento in modo esplicito alle nuove generazioni: «Abbiamo a disposizione le risorse straordinarie dell’Unione europea. Abbiamo l’opportunità di fare molto per il nostro Paese, con uno sguardo attento al futuro delle giovani generazioni e al rafforzamento della coesione sociale». Grazie al suo costante impegno nel ricordare i giovani – ormai dimenticati – l’ex presidente della BCE sta raccogliendo molto sostegno nel mondo giovanile. Ad esempio, negli ultimi giorni è nato il movimento apartitico “Studenti per Draghi”, secondo cui il premier incaricato rappresenterebbe una vera svolta per l’Italia, un Paese a cui servono mezzi per costruire solide basi e non meri incentivi che fanno arrestare la crescita e lo sviluppo.

Draghi piace, soprattutto ai giovani, perché per la prima volta si sentono chiamati in causa, perché per la prima volta si sentono considerati come parte integrante di una società ormai “vecchia”. Bisogna comunque riflettere sul fatto che solo le figure apolitiche osano sbilanciarsi tanto, sintomo dell’ennesimo fallimento dell’attuale politica italiana. Siamo in un momento storico in cui bisogna prendere le giuste decisioni e l’Italia ha bisogno di un programma serio sul quale basare il proprio futuro. Lasceremo il giudizio ai posteri, ma come presupposti si potrebbe dire che si sta partendo col piede giusto.

(Featured Image Credits: 1coach.it)

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Silvia Foti

Nata a Reggio Calabria nel 1999, è una grande appassionata delle tematiche relative all’economia e alla finanza. Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto varie attività di volontariato nel corso degli anni e nell’estate 2019 ha potuto prendere parte a un progetto di volontariato svolto in collaborazione con Croce Rossa Italiana. Tra le sue varie passioni anche l’arte, le lingue straniere e il nuoto. View more articles

 

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole è la nuova rubrica settimanale di The Political Corner. Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che, ogni venerdì, presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!


29 gennaio – 5 febbraio

Nord AmericaEuropaSud America AfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

“Diplomacy is back”: l’agenda di Biden in politica estera – 4 febbraio

In occasione della prima visita al Dipartimento di Stato, Biden ha presentato la propria agenda in politica estera annunciando “il ritorno della diplomazia” e il rifiuto del precedente isolazionismo. Secondo il programma del Presidente democratico, sono previsti il rientro nell’accordo sul nucleare e la svolta anti-saudita per quanto riguarda il conflitto in Yemen. Biden, infatti, ha recentemente annunciato lo stop all’esportazione di armi verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. In continuità con la precedente amministrazione, invece, ha riconfermato l’approccio rigido verso Cina, Russia e Venezuela.

Image Credits: RSI News

Il Canada classifica i Proud Boys come gruppo terroristico – 3 febbraio

Image Credits: John Rudoff/Anadolu Agency via Getty Images

Come annunciato questo mercoledì dal Ministro per la Sicurezza Pubblica Bill Blair, il Canada ha deciso di inserire nella lista di “organizzazioni terroristiche” anche il gruppo di estrema destra dei Proud Boys. Tale misura, adottata alla luce del recente assalto a Capitol Hill, permetterebbe al governo canadese di imporre sanzioni e non permettere l’ingresso nel Paese ai membri di tali gruppi terroristici.

Trump non testimonierà nel processo di impeachment – 4 febbraio

Secondo quanto recentemente dichiarato dai legali dell’ex Presidente Donald Trump, quest’ultimo avrebbe rigettato la richiesta di testimoniare, avanzata dai democratici. L’iniziativa sarebbe stata descritta come una “trovata pubblicitaria” e l’impeachment una “procedura incostituzionale”.

Image Credits: Keystone

EUROPA

Brexit: complicazioni tra UE e UK per forniture vaccinali – 30 gennaio

Image Credits: Shutterstock/Kevin J. Frost

In seguito all’annuncio da parte dell’azienda britannica AstraZeneca di aver esaurito le forniture di vaccino anti-Covid riservate ai Paesi dell’UE, la Commissione europea ha chiesto di reindirizzare alcune dosi prodotte e destinate al Regno Unito verso i Paesi del blocco. Al rifiuto di AstraZeneca, la Commissione ha annunciato l’attivazione dell’art. 16 del Protocollo per l’Irlanda del Nord incluso nell’accordo per l’uscita dell’UK dall’Unione, che prevede la sospensione della frontiera aperta tra Irlanda e Irlanda del Nord in caso di “difficoltà economiche, sociali e ambientali”. In particolare, questa misura avrebbe reintrodotto i controlli sulle esportazioni dei vaccini prodotti su suolo europeo da Dublino a Belfast. Tuttavia, in seguito alle critiche, la Commissione ha ritrattato. 

L’Italia sospende la vendita di armi a Riyad e Abu Dhabi – 29 gennaio

Il Ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio ha annunciato la revoca delle autorizzazioni per la vendita di missili e bombe aeree ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La decisione fa seguito ad un provvedimento del luglio 2019, quando il governo italiano aveva predisposto una sospensione temporanea di 18 mesi all’export di armamenti ai due Paesi. Per Di Maio, la decisione era necessaria, dato “l’impegno inderogabile” dell’Italia al rispetto dei diritti umani. Il riferimento è alla guerra in Yemen, dove sia Arabia Saudita che EAU intervengono militarmente. Inoltre, l’export italiano di armi a Paesi coinvolti in conflitti e irrispettosi dei diritti umani è un tema che ha assunto sempre più rilevanza nella penisola, specialmente a seguito dell’uccisione di Giulio Regeni e la detenzione di Patrick Zaki da parte dell’Egitto, destinatario anch’esso di commesse militari. 

Image Credits: STEPHANIE LECOCQ / POOL / AFP

Mosca: Navalny condannato tra le proteste – 2 febbraio

Image Credits: AP Photo/Aleksander Khitrov

La corte distrettuale di Simonovsky a Mosca ha condannato Aleksey Navalny a due anni e otto mesi di carcere per aver violato la condizionale della pena per frode fiscale, per cui era stato ritenuto colpevole nel 2014. Inoltre, è stato richiamato in tribunale per l’accusa di calunnia nei confronti di alcuni veterani della Seconda guerra mondiale, che potrebbe costargli ulteriori due anni di prigione. Le proteste pro-Navalny continuano in tutta la Russia per la seconda settimana consecutiva, nonostante i numerosi arresti, che, secondo alcune fonti interne, ammonterebbero a più di 10.000 dall’inizio delle manifestazioni, e le violenze delle forze di sicurezza.


SUD AMERICA

Alleati di Bolsonaro a capo del Congresso – 2 febbraio

Due alleati del Presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, sono stati eletti come presidenti della Camera dei deputati e del Senato: parliamo di Arthur Lira dei Progressisti (PP) per la camera bassa e Rodrigo Pacheco dei Democratici (DEM) per la camera alta. Il Presidente si è pubblicamente congratulato pubblicando su Twitter due foto con le nuove figure istituzionali. Questa nuova svolta politica potrebbe sicuramente costituire un vantaggio per il Presidente brasiliano, in particolare in vista delle elezioni presidenziali del 2022.

Image Credits: ISPI

El Salvador: Medici Senza Frontiere sospende le attività dopo un attentato

Image Credits: Medicos Sin Frontieras

La scorsa domenica, un’ambulanza di Medici Senza Frontiere è stata attaccata nella zona di Ilopagos, nella città di San Salvador. Dopo l’avvenimento, la ONLUS ha annunciato la sospensione delle proprie attività, rivendicando la propria natura “imparziale, indipendente e neutrale” e lanciando l’hashtag #NoSomosUnObjetivo.

Panama: creazione di nuove zone franche per attrarre investimenti – 4 febbraio

Il governo di Panama ha annunciato l’istituzione di cinque zone franche nel Paese, con l’obiettivo di attrarre investimenti locali e stranieri. A tal proposito, sarebbero previsti 21,91 milioni di dollari in investimenti e 10.000 nuovi posti di lavoro.

Image Credits: ANSA/EPA/Bienvenido Velasco

AFRICA

Nigeria: danni ambientali risarciti da filiale Shell – 31 gennaio

Image Credits: MARTEN VAN DIJL/MILIEUDEFENSIE

La Corte di Appello dell’Aia ha stabilito che la filiale nigeriana della Shell (la Shell Petroleum Development Company of Nigeria) dovrà risarcire gli agricoltori che avevano denunciato l’azienda per danni ambientali nel delta del fiume Niger, causati dalle perdite di petrolio dalle condutture installate dalla Shell. La base legale per la decisione della Corte è la violazione del cosiddetto “duty of care”, che prevedrebbe l’obbligo per individui e organizzazioni di evitare che il loro operato possa prevedibilmente causare danni a terzi. La sentenza, emessa dopo ben 13 anni di contenziosi giudiziari, è da considerare rivoluzionaria, in quanto potrebbe spianare la strada ad ulteriori casi di inquinamento ambientale e sfruttamento delle risorse ad opera di multinazionali petrolifere e non nei Paesi in via di sviluppo.  

Mogadiscio: al-Shabaab rivendica l’attentato all’Hotel Afrik – 31 gennaio

Nella giornata di domenica un’autobomba è esplosa nei pressi dell’Hotel Afrik, a Mogadiscio, seguita da una sparatoria tra militanti del gruppo terrorista al-Shabaab e le forze di sicurezza dell’albergo. Almeno nove le vittime, tra cui l’ex. Ministro della Difesa e generale dell’esercito Mohamed Nur Galai, considerato in Somalia un eroe di guerra. Fin dalla sua costituzione nel 2006, il gruppo jihadista organizza attentati per rovesciare il governo centrale e stabilire la legge islamica nel Paese. Questo attacco, che segue di qualche settimana un analogo attentato, potrebbe ulteriormente complicare la precaria situazione politica della Somalia, che il prossimo 8 febbraio dovrebbe tenere le elezioni presidenziali.

Image Credits: EPA-EFE/SAID YUSUF WARSAME

Libia: voto per la creazione di un governo di transizione – 5 febbraio  

Image Credits: Violaine Martin/United Nations Support Mission in Libya

Il Lybian Political Dialogue Forum, sponsorizzato dall’ONU, ha approvato una lista di candidati per formare un governo di transizione, che avrà il compito di ripristinare l’assetto istituzionale del Paese e portare la Libia alle elezioni a fine 2021. I 75 delegati del Forum, che provengono dalle tre regioni principali del Paese nordafricano (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), voteranno per l’elezione del consiglio presidenziale tripartito, che garantirà a ciascuna regione un rappresentante, e del Primo Ministro, che dovrà ottenere almeno il 70% dei voti dei delegati per essere nominato. Tuttavia, sebbene questi colloqui di pace siano stati il tentativo più concreto di pacificare il Paese, nella pratica i gruppi paramilitari presenti sul territorio libico leali alle varie fazioni e l’intervento di numerose potenze esterne, guidate da interessi economici e politici, potrebbe impedire l’effettiva risoluzione del conflitto. 


MEDIO ORIENTE

Normalizzazione Israele-Kosovo – 1 febbraio

Lunedì scorso, Israele e Kosovo hanno firmato una dichiarazione congiunta per la normalizzazione dei rapporti diplomatici fra i due Paesi. Pristina ha inoltre riconosciuto come capitale d’Israele Gerusalemme, dove sarà aperta l’ambasciata kosovara. Tale decisione pone il Kosovo, Paese a maggioranza musulmana, in una posizione particolarmente problematica rispetto alle prospettive di risoluzione della questione palestinese. Sono subito seguite reazioni negative e condanne da diversi Paesi e organizzazioni internazionali come Serbia, Turchia e Unione Europea.

Image Credits: EPA-EFE/VALDRIN XHEMA

L’Iran rilascia l’equipaggio della petroliera sudcoreana sequestrata – 2 febbraio

Image Credits: EPA/US NAVY HANDOUT

Il governo iraniano ha annunciato di essere intenzionato a rilasciare l’equipaggio della petroliera sudcoreana sequestrata a inizio gennaio per il rischio di inquinamento del Golfo Persico. Secondo quanto dichiarato dal Ministro degli Esteri sudcoreano, avrebbe avuto luogo un dialogo fra i due Paesi riguardante non solo la questione della petroliera ma anche il problema del congelamento dei fondi iraniani in Sud Corea a causa delle sanzioni statunitensi.

Diplomatico iraniano condannato a 20 anni per tentato attacco terroristico – 4 febbraio

Per la prima volta dalla Rivoluzione Islamica del 1979, un diplomatico iraniano è stato recentemente condannato a 20 anni dal tribunale di Anversa, in Belgio per “tentato attacco terroristico“. La sentenza si riferisce al coinvolgimento di Assadollah Assadi, di stanza a Vienna, nella pianificazione di un attentato contro il gruppo di opposizione iraniano Mujahedeen-e-Khalq (Mek) nel 2018 vicino Parigi.

Image Credits: @IranNewsUpdate1 Twitter

ASIA-PACIFICO

Birmania: l’esercito prende il controllo del Paese – 31 gennaio

Image Credits: EPA-EFE/MAUNG LONLAN

Alla vigilia dell’inizio dei lavori del nuovo Parlamento, eletto lo scorso 8 novembre, l’esercito birmano ha proclamato lo stato di emergenza, arrestando numerosi esponenti del partito di maggioranza NLD (National League for Democracy), inclusa la leader Aung San Suu Kyi, e denunciando i risultati delle elezioni, ritenute fraudolente. Il Paese, che aveva iniziato una transizione democratica nel 2008, sembra dunque essere ripiombato sotto il controllo militare. A seguito del coup e della sospensione delle piattaforme social, viste come strumento di diffusione del dissenso, molti cittadini birmani sono scesi in piazza per protestare, affrontando la dura repressione militare. Sebbene la comunità internazionale abbia subito chiesto un rapido ritorno alla democrazia, il Consiglio di Sicurezza ONU, riunitosi in via straordinaria, non è stato in grado di accordarsi su un documento comune di condanna del golpe, specialmente a causa dei veti di Russia e Cina. Inoltre, la mancanza di un governo stabile potrebbe complicare le procedure giudiziarie del caso Gambia v. Birmania relativo al genocidio dei Rohingya, attribuito allo Stato birmano e attualmente davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.  

Bangladesh: collusione tra PM e clan criminale – 1 febbraio

Un’inchiesta di Al Jazeera, recentemente pubblicata, ha svelato gli stretti legami tra la Prima Ministra del Bangladesh Sheikh Hasina e i fratelli Ahmed, due dei quali ricercati per omicidio e uno, capo dell’esercito, al servizio della PM in qualità di confidente. Sembrerebbe che i fratelli Ahmed abbiano beneficiato di ampio sostegno da parte di Hasina nel poter perpetrare in attività criminali. In particolare, Haris Ahmed, fuggito in Ungheria, sembrerebbe lavorare da intermediario, ricevendo ingenti somme di denaro e/o favori per offrire contratti governativi al migliore offerente, con il sostegno di funzionari dell’esercito bengalese e della stessa PM. Il Ministro degli Esteri bengalese ha subito attaccato l’emittente qatariota, definendo l’inchiesta di Al Jazeera “falsa e diffamatoria”. In seguito alla pubblicazione dell’inchiesta, che faceva riferimento anche all’acquisizione da parte di Haris Ahmed di tecnologie di spionaggio avanzate, l’ONU ha aperto un’indagine ufficiale nei confronti dell’esercito del Bangladesh. Infatti, parrebbe che alcuni comandanti abbiano affermato che tali strumenti sarebbero stati impiegati da contingenti militari bengalesi nel corso delle missioni di peacekeeping sotto egida ONU, venendo tuttavia smentiti dai funzionari delle Nazioni Unite.

Image Credits: Al Jazeera

 

Hong Kong: il Regno Unito offre nuovo visto ai residenti – 31 gennaio

Image Credits: Nora Tam/South China Morning Post

Il governo di Londra ha aggiornato il proprio regime dei visti, garantendo ai cittadini di Hong Kong in possesso del passaporto BNO (British National Overseas) di vivere e lavorare nel Regno Unito e poter, dopo cinque anni, fare richiesta per la cittadinanza britannica. Fino a quel momento, infatti, il passaporto permetteva solamente un soggiorno nel Regno Unito di sei mesi, rinnovabile. La creazione del nuovo visto segue di due giorni la decisione cinese di non riconoscere più il passaporto BNO “come documento di viaggio e di identità”, riservandosi inoltre la facoltà di poter intraprendere in futuro ulteriori provvedimenti. Il timore è quello che Pechino possa impedire ai residenti di Hong Kong di lasciare la città. 

 

About the Authors


Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Yemen: Un Paese In Bilico

Il 29 gennaio scorso giungeva da Palazzo Chigi la notizia dello stop all’export italiano di missili e bombe aeree verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, in osservanza della legge 185/1990. Secondo tale normativa, sino ad ora mai applicata da alcun esecutivo, sarebbero vietati esportazione e transito di materiali di armamento verso Paesi responsabili di gravi violazioni in materia di diritti umani. La revoca, che segue una misura simile intrapresa dall’amministrazione Biden negli USA, fa implicitamente riferimento al coinvolgimento dei due Paesi del Golfo in Yemen, logorato dalla guerra civile e da una crisi umanitaria descritta dall’ONU come la più grave al mondo. Eppure, la situazione in Yemen è ancora oggi generalmente ignorata, nonostante la gravità dello scenario nazionale, l’intervento esterno di importanti attori e la presenza di forti interessi regionali e internazionali.

La guerra civile: gli attori nazionali e gli avvenimenti recenti

La storia della guerra civile yemenita è iniziata nel marzo 2015, con il colpo di stato contro il presidente sunnita Hadi a opera degli Houthi, gruppo armato di ribelli ufficialmente denominati “Partigiani di Dio” (Ansar Allah). Al tempo, Hadi rappresentava il protagonista della transizione politica seguita alla Primavera Araba del 2011 e alle dimissioni di Saleh, suo predecessore nonché futuro alleato dei ribelli nei due anni successivi al golpe. Dopo l’ufficializzazione del coup da parte degli Houthi, Hadi, conservando ancora la carica di presidente ad interim, si era rifugiato nella città di Aden, nel sud dello Yemen. Tuttavia, anche quest’area del Paese era — ed è — caratterizzata da particolare instabilità.

Infatti, oltre all’avanzata degli stessi Houthi, che in poco tempo sono riusciti a raggiungere Ta’izz e le periferie di Aden, nel sud dello Yemen sono presenti anche i gruppi terroristici di “Al-Qaeda nella Penisola Arabica” (AQAP), gruppo stanziato nel sud-est, e dell’ISIS, nonché il Consiglio per la Transizione del Sud (STC), organizzazione secessionista che nel 2018 era riuscita a prendere il controllo della sede del governo legittimo.

Image Credits: Sana’s Center for Strategic Studies

Il quadro yemenita, dunque, appare tripartito, con il reciproco antagonismo fra il governo “legittimo” di Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, le forze anti-governative degli Houthi, recentemente classificate come gruppo terroristico dagli Stati Uniti, e i secessionisti del Sud. Tuttavia, è giunto recentemente un segnale incoraggiante riguardo alla ricomposizione della frattura fra forze governative e Consiglio per la Transizione del Sud. Infatti, il 18 dicembre scorso è stata annunciata l’implementazione dell’Accordo di Riyad del 2019 e la formazione di un governo di coalizione fra le forze politiche legittime di Hadi e i separatisti del Sud. Nonostante questa possibilità di ricomposizione, la tensione in Yemen non sembra affievolirsi, come dimostrato dall’attacco terroristico avvenuto a fine 2020 all’aeroporto di Aden in concomitanza dell’insediamento del nuovo governo, attacco poi condannato dalla comunità internazionale e attribuito da alcuni al gruppo armato degli Houthi.

Gli attori esterni

L’internazionalizzazione della guerra civile yemenita viene inaugurata nel 2015 con l’intervento armato, supportato da diverse potenze occidentali, dell’Arabia Saudita, simbolo dell’Islam sunnita, intervenuta a favore delle forze governative e contro i ribelli Houthi, che, secondo molti, sarebbero invece supportati e assistiti dall’Iran, roccaforte dell’Islam sciita. La guerra in Yemen si sarebbe dunque tradotta in un campo di battaglia tra i due giganti del mondo arabo, determinati non solo a diventare Paese-guida del mondo islamico, ma in particolare a espandere la propria zona di influenza nel Medio Oriente. Un terzo tassello di questo complesso scenario è rappresentato dagli Emirati Arabi Uniti (EAU), la cui posizione rispetto alla distribuzione di potere in Yemen e, in particolare, rispetto all’azione saudita, risulta più sfumata. Infatti, il governo emiratino ha inizialmente rappresentato un alleato-chiave nell’intervento saudita in Yemen nel 2015, a cui è seguito però un graduale depotenziamento del supporto offerto a Riyad e la decisione degli EAU di sostenere le forze separatiste del Sud. In ogni caso, tale scelta di Abu Dhabi non è mai stata intesa come una vera frattura con l’Arabia Saudita, e il recente annuncio della formazione del governo di coalizione conferma l’impegno congiunto dei due Paesi nel proporre alla popolazione una soluzione politica inclusiva e unitaria ed esplicitamente anti-Houthi.

La crisi umanitaria più grave al mondo

L’intensificazione del conflitto interno ha lasciato e continua a lasciare segni evidenti sulla popolazione yemenita. I dati relativi a quella che viene definita come la crisi umanitaria più grave al mondo, come denunciato dall’ONU, sono allarmanti: secondo Save the Children, infatti, l’80% della popolazione, tra cui 5,4 milioni di bambini, necessita di assistenza umanitaria. Inoltre, non contando le vittime civili degli attacchi reciproci perpetrati dalle varie fazioni, i fenomeni diffusi di malnutrizione e mancanza di accesso a cibo e servizi igienico-sanitari sono stati ulteriormente aggravati dalla pandemia.

Image Credits: United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs

Ciò che emerge dal quadro precedentemente delineato è non solo la complessità della guerra civile yemenita, dovuta alla frammentazione interna e al coinvolgimento di diversi interessi regionali e internazionali, ma anche la gravità della crisi umanitaria che sta interessando il Paese.

Tutto ciò però si scontra con il muro di silenzio dei media internazionali.

(Featured Image Credits: AFP PHOTO / Mohammed HUWAIS)

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Valeria Pia Soricelli


Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

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