Salvare Alitalia O Salvare L’Italia?

Tra le misure adottate per gestire la pandemia e l’interesse economico del Paese esiste un nesso strettissimo e sempre più lampante. È innegabile che i provvedimenti attuati, più o meno discutibili, siano mossi, oltre che dall’obiettivo primario di tutelare la salute dei cittadini italiani, dalla necessità di salvaguardare l’interesse economico collettivo.

Il vero punto della questione, in effetti, è che l’economia italiana “gridava aiuto” già prima della crisi pandemica da Covid-19, circostanza, questa, che ha aggravato oltre ogni aspettativa le condizioni del tessuto imprenditoriale nazionale.

Si dibatte, tuttavia, sulla effettiva efficacia dei provvedimenti intrapresi, oltre che sul senso e la logica alla base degli stessi, sempre in un’ottica di come questi debbano impattare positivamente e favorire una ripresa finanziaria. Innanzitutto, ci si chiede: se la ragione primaria delle aperture è quella di evitare la chiusura definitiva di altre attività sul territorio nazionale, come si concilia questo fine con i limiti di orario imposti alla maggior parte delle imprese? In aggiunta, si contesta la mancanza di fondamento scientifico della scelta di prolungare il coprifuoco: “dopo Carosello tutti a letto”, ma tra “tutti” è compreso anche il virus? Ironizzando sull’argomento non si nasconde lo scetticismo a riguardo. Ancora, ci si domanda quanto davvero, in concreto, si stiano aiutando i lavoratori italiani a gestire difficoltà sempre più pressanti e gravose.

Questi sono soltanto alcuni dei temi all’ordine del giorno ormai da mesi. Il dibattito pubblico ha ad oggetto l’incoerenza apparente di tante decisioni adottate e il fatto di dubitare sempre più dei risultati positivi, in termini economici e sanitari, cui esse dovrebbero condurre. Soprattutto considerando che una norma è vincolante nel momento in cui a una sua violazione corrisponde una sanzione, altrimenti restano parole.

Alitalia: decollo o atterraggio?

Più di tutto, va facendosi strada una rabbia crescente in merito agli scenari di politica industriale, e in particolare si fa riferimento alla questione Alitalia. In un Paese il cui fulcro del tessuto economico è costituito da PMI (piccole e medie imprese), è tollerabile guardare il destino di queste ultime naufragare e al posto loro preferire l’ennesimo, disperato, tentativo di salvataggio di società, nella sostanza, “fallite” ormai da tempo? Pur con la consapevolezza che le PMI sono, molto probabilmente, l’unica ancora di salvezza che ci resta.

Quello che dovrebbe orientare qualsiasi decisione politica è l’analisi del contesto in cui essa andrà a collocarsi e le condizioni in cui tale posizionamento avverrà. E questo è tanto più valido e veritiero quanto più il settore cui si fa riferimento è in bilico, sintesi perfetta della situazione industriale italiana. Contestualizzare le scelte che si compiono quando si ha la certezza che le conseguenze di dette azioni avranno riflessi potentissimi è cruciale. L’Italia si caratterizza da sempre per il fatto che il vero collante della propria economia sono le imprese di piccole e medie dimensioni, presenti su tutto il territorio nazionale in misura nettamente superiore alle grandi imprese, fonte principale di occupazione e guadagno per il nostro Paese.

Un grande colosso quale Alitalia è, triste verità, perso da tempo, e per quanto si provi ancora a costruire una strada lungo la quale esso dovrebbe rifiorire, è inconfutabile dover ammettere che le speranze per la compagnia aerea sono esaurite da periodo immemore. L’opzione di abbandonare la suddetta società al proprio destino, forse mai davvero presa in considerazione, apparirebbe la più logica, soprattutto in un momento storico in cui l’alternativa è investire forze e fondi nel futuro di altre realtà che, seppur più piccole, nel loro insieme hanno un valore, economico e affettivo, ben maggiore.

L’immagine di strade vuote e saracinesche abbassate è autentica e tangibile, ora più che mai, e lo sarà per un lungo periodo, a prescindere dall’evoluzione della situazione sanitaria, se non si avrà la lucidità di riconoscere il sempre più insistente bisogno di un cambio di direzione. Il “Paese degli investimenti a perdere” ha impellente necessità di diventare lo “Stato delle scelte prospere”, e questo sarà possibile solo se si inizia a far leva su quelli che sono i fattori critici di successo della nostra nazione, imparando a sfruttare il potenziale che si ha a disposizione, apprezzandolo e avendone cura.

Diamo i numeri: 8 miliardi in 4 anni.

8 miliardi (o poco meno) è la somma complessiva cui ammontano tutti gli aiuti di Stato devoluti alla compagnia aerea Alitalia dal 2017 ad oggi. Denaro, questo, andato interamente bruciato negli anni.

La storia infinita dell’azienda italiana ha inizio il 2 maggio 2017, quando, a un passo dal fallimento, la società entra in amministrazione straordinaria (procedura concorsuale prevista dal diritto fallimentare italiano e che dovrebbe permettere a una grande impresa versante in stato di insolvenza di elaborare un piano che ne consenta la ripresa); procede poi, poco dopo, con la nomina di tre commissari straordinari da parte del Ministero dello Sviluppo Economico e l’erogazione di un prestito-ponte di 900 milioni di euro. Nel 2020 Alitalia viene nazionalizzata con il “Decreto cura Italia” e il Ministero dell’Economia e della Finanza ne acquisisce il 100% delle azioni. A novembre dello stesso anno passa in mano alla NewCo ITA – Italia Trasporto Aereo S.p.a., di proprietà del Ministero dell’Economia e delle Finanze (con un capitale sociale di 20 milioni).

Queste, in estrema sintesi, le vicende che hanno caratterizzato la famigerata impresa negli ultimi anni, senza soffermarsi sugli episodi che hanno visto protagonisti i lavoratori e i sindacati, né tantomeno sui rapporti controversi con la Commissione Europea, manifestamente diffidente del costo che Alitalia ha rappresentato, e tutt’ora rappresenta, per il nostro Paese, oltreché della correttezza e della congruità degli ausili alla stessa ceduti.

Il vero nocciolo si cela però nel dubbio che affligge tutti: perché lo Stato italiano persiste imperterrito lungo questo percorso tortuoso? Ne vale davvero la pena? Ebbene, qui le acque si dividono, tra chi perdura nel sostenere con convinzione la potenzialità, in termini di occupazione e redditività, che l’impresa rappresenta per la nazione, e chi, al contrario, pur non negando la capacità remunerativa del settore, è accanito fautore di soluzioni alternative, considerate molto più proficue, sempre in termini di occupazione e redditività.

In effetti, è incontestabile che il settore dei trasporti aerei abbia dimostrato di essere, anche in un periodo tanto critico, solido e profittevole. Ciò, tuttavia, fa anche riflettere su come sia possibile, per una compagnia operante in questo ramo e per di più dotata di tanti finanziamenti, continuare a generare risultati negativi. Non sarà per caso che nel 2017 si è trattato, più che di un atterraggio, di un vero e proprio schianto per la società? È forse possibile che ormai sia così dipendente dagli aiuti dall’alto, da non essere più in grado di volare con le proprie ali?

La chiave del futuro economico italiano: le PMI.

Guardare verso una nuova direzione non necessariamente vuol dire guardare molto lontano da dove si è, e pare essere proprio in questo la chiave di volta, o forse per meglio dire, di svolta, per dare avvio a un rilancio dalle basi solide come non mai.

In Italia, nel 2019, le piccole e medie imprese impiegavano l’82% circa dei lavoratori e rappresentavano il 92% circa delle imprese attive. Esse sono un tratto, come si è detto finora, centrale dell’economia italiana, soprattutto nelle regioni meridionali. Senza contare quanto sia fondamentale il ruolo dalle stesse rivestito in catene del valore globali. Eppure, nonostante i dati, si sono sempre trovate parecchi passi indietro, sotto molti punti di vista, già prima del Covid. Per queste ultime ragioni sono quelle che, nell’ultimo anno, hanno accusato il colpo più delle altre, seppure in maniera non propriamente omogenea (i dati variano infatti a seconda del settore e del posizionamento geografico, ma non sono positivi in ogni caso).

Questo dovrebbe far suonare un campanello d’allarme molto potente, perché ci sono degli interventi da fare e che richiedono un’urgenza improrogabile, interventi mirati non solo a promuovere gli investimenti ma, soprattutto, di carattere strutturale, volti cioè a favorire una stabilità essenziale e a potenziare le performance. Digitalizzazione, promozione, sono solo alcuni degli aspetti su cui si dovrebbe puntare, al fine di valorizzare quelle imprese che rappresentano oltre la metà del nostro tessuto industriale, la cui immagine è per questo legata a quella dell’intero Paese.

È vergognoso avere un potenziale così elevato e non sfruttarlo, anzi sottovalutarlo e trascurarlo, e questa è una lacuna che va sanata immediatamente. Non c’è più tempo da perdere, perché i fattori su cui si ha il dovere di operare sono molteplici e profondi, mentre il rischio che sia troppo tardi è più vicino di quanto faccia piacere pensare.

Se solo si riuscisse a comprendere l’importanza delle piccole cose, ad aprire gli occhi e vedere che sono proprio quelle per cui, quasi sempre, ci si perde, sicuramente si potrebbe rivolgere anche al futuro uno sguardo differente.

Pare imprescindibile concludere con un quesito: se non è ancora chiaro dove si vuole arrivare, è possibile affermare di essere certi di come ci si sta muovendo?

(Featured Image Credits: Freepik)

About the Author


Mafalda Pescatore

Nata ad Avellino nel 2001. Ha conseguito il doppio diploma ESABAC. Frequenta il corso triennale di economia e management presso la LUISS Guido Carli, a Roma. Innamorata della cultura, da sempre. Particolarmente interessata a tematiche di attualità di natura politico-economica. Nel 2019 ha recensito e giudicato i romanzi iscritti alla finale del Prix Goncourt. Nel 2020 è stata volontaria per l’UNICEF, contribuendo a pubblicizzare il Progetto Pigotta. View more articles. 

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Politica Estera in Pillole

Ultimo appuntamento con Politica Estera in Pillole, la rubrica di The Political Corner. Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!


24 aprile 2021 – 7 maggio 2021


Nord AmericaEuropaSud AmericaAfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

Facebook: confermato il blocco a Trump – 5 maggio

Image Credits: ANSA

Questo mercoledì il Facebook Oversight Board, il comitato di supervisione del social media, ha confermato il blocco del profilo dell’ex-Presidente Donald Trump. Quest’ultimo, infatti, era stato sospeso da Twitter e Facebook in seguito agli avvenimenti del 6 gennaio 2021, colpevole di aver incitato i suoi sostenitori ad assediare Capitol Hill. Tuttavia Trump, in risposta alla sospensione del proprio profilo, ha recentemente lanciato una propria piattaforma, chiamata “From the Desk of Donald J. Trump”.

Il primo discorso del Presidente Biden al Congresso – 29 aprile

A ormai 100 giorni dall’inizio del proprio mandato, il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha tenuto il primo discorso al Congresso, definito da diversi analisti come “coraggioso” e “d’impatto”. Biden ha parlato dell’occasione per gli Stati Uniti di trasformare in opportunità il periodo di crisi, in altre parole la “peggior pandemia del secolo”, la “peggior crisi economica dopo la Grande depressione” e il “peggior attacco alla democrazia americana dalla Guerra Civile”. Oltre ai riferimenti all’American Rescue Plan e all’American Jobs Plan, nonché all’andamento del piano vaccinale, Biden ha menzionato una nuova proposta, un piano di assistenza alle famiglie, l’American Families Plan, di un valore totale di 1.800 miliardi di dollari e da finanziare con un aumento di imposte sui più ricchi.

Image Credits: EPA/JIM WATSON / POOL

Censimento negli USA: nuova distribuzione dei seggi, quale futuro per i Dem? – 26 aprile

Image Credits: U.S. Census Bureau/REUTERS

In seguito al recente censimento degli Stati Uniti, che si svolge ogni dieci anni, la divisione dei 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e dei 538 Grandi Elettori è destinata a cambiare. Infatti, con la nuova redistribuzione demografica tra i vari Stati, saranno assegnati due seggi al Texas e uno rispettivamente a Florida, North Carolina, Colorado, Montana e Oregon. A perdere un seggio, invece, gli Stati di New York, California, Illinois, Michigan, Ohio, Pennsylvania e West Virginia. Questa riallocazione ha un importante significato politico, visto l’orientamento repubblicano di alcuni degli Stati favoriti dal nuovo census, come Texas e Florida. Ci si domanda quale sarà quindi il futuro della maggioranza democratica nella Camera dei Rappresentanti, già particolarmente ristretta, con 218 democratici e 212 repubblicani.


EUROPA

Pescherecci italiani mitragliati dalla Guardia Costiera libica – 6 maggio

I tre pescherecci italiani “Aliseo”, “Artemide” e “Nuovo Cosimo”, sono stati raggiunti da colpi di mitragliatrice sparati dalla Guardia Costiera libica. Le autorità di Tripoli, tuttavia, smentiscono e dichiarano che sono stati sparati solo alcuni colpi di avvertimento di aria. Il portavoce della Marina libica Masoud Ibrahim Abdelsamad, in particolare, afferma: “c’erano quattro o cinque pescherecci nelle acque territoriali libiche senza alcun permesso da parte del governo libico. La nostra Guardia costiera, fra le sue funzioni, ha quella del controllo della pesca“.

Image Credits: ANSA/SABRI ELMHEDWI

Russia-UE: scattano le sanzioni di Mosca – 30 aprile

Image Credits: Anadolu Agency/Getty Images

In risposta a quelle che il Ministero degli Affari Esteri russo ritiene  “misure restrittive illegittime e unilaterali” da parte dell’Unione Europea, accusata inoltre di compromettere l’indipendenza della politica interna ed estera della Russia, Mosca ha imposto sanzioni su 8 funzionari europei. Tra questi, figurano Věra Jourová, Vicepresidente della Commissione Europea per i valori e la trasparenza, Jacques Maire, membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Jorg Raupach, procuratore capo della città di Berlino e David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo.  La mossa è una rappresaglia per la decisione del blocco dei 27 di imporre sanzioni su 6 funzionari russi per violazione dei diritti umani legata all’affare Navalny. Il portavoce della Commissione Europea Peter Stano ha affermato che le sanzioni russe hanno chiaramente motivazioni politiche e sono “prive di qualsiasi giustificazione legale”. 

La Francia arresta ex terroristi rossi: finisce così la “dottrina Mitterrand” – 28 aprile

La Francia ha arrestato sette ex terroristi italiani, accusati in Italia negli anni di piombo. Di questi, cinque facevano parte delle Brigate Rosse, uno di Lotta Continua e uno apparteneva ai Nuclei Armati contro il Potere Territoriale. Ricercati e in fuga altri tre ex terroristi. Le operazioni sono state svolte in maniera congiunta dall’unità Antiterrorismo della polizia nazionale francese e dal Criminalpol e l’unità Antiterrorismo italiana, e sono state avviate in seguito ad una riunione tra i Ministri della Giustizia dei due Paesi, avvenuta lo scorso 8 aprile. Nel corso degli anni di piombo numerosi terroristi italiani si erano rifugiati in Francia grazie alla cosiddetta “dottrina Mitterrand”, che proteggeva gli estremisti italiani dall’estradizione a condizione che rinunciassero alla violenza e conducessero una vita ordinaria. In seguito agli arresti, il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che, in realtà, essi si collocano “strettamente nella logica della ‘dottrina Mitterrand’ di accordare l’asilo agli ex brigatisti, eccetto ai responsabili di reati di sangue”.

Image Credits: Getty Images

SUD AMERICA

Colombia: continuano le proteste, 24 le vittime – 6 maggio

Image Credits: EPA/Pablo Rodriguez

Non si fermano le proteste in Colombia, dove più di otto giorni fa diversi protestanti si sono riversati nelle strade del Paese per contrastare la riforma fiscale promossa dal presidente Ivan Duque Marquez, e successivamente ritirata. Preoccupano le violenze e l’uso eccessivo della forza da parte della polizia colombiana: si registrano 24 vittime fino ad adesso. A tal proposito, sono giunte le condanne dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS).

Brasile: inchiesta contro governo su gestione della pandemia – 5 maggio

La Commissione parlamentare d’inchiesta di Brasilia ha avviato l’indagine contro il governo di Bolsonaro riguardante la gestione della pandemia. Sono iniziate quindi le audizioni e tra i primi ad essere ascoltati l’ex ministro della Salute Enrique Mandetta, il quale ha affermato che Bolsonaro avrebbe tentato di introdurre l’idrossiclorochina per il trattamento della malattia.

Image Credits: Il Fatto Quotidiano

Città del Messico: crollo metropolitana – 4 maggio

Image Credits: Hector Vivas/Getty Images

Questo martedì un viadotto di Città del Messico è crollato, compromettendo un treno della metropolitana e causando 24 vittime e più di 60 feriti. A tal proposito, come annunciato dalla Procura generale della capitale del Paese, è stata avviata un’inchiesta per omicidio colposo e danni alla proprietà.


AFRICA

Sud Africa: il partito del Presidente Ramaphosa al centro di uno scandalo per corruzione – 6 maggio

L’African National Congress (ANC), l’ex partito di Nelson Mandela a guida del Sud Africa da quasi 30 anni, ha sospeso dal suo incarico il Segretario Generale, Ace Magashule, sulla base di accuse di corruzione. In risposta, Magashule ha invitato l’attuale Presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, anch’esso membro dell’ANC, a dimettersi. La sospensione segue l’ultimatum di 30 giorni che il partito aveva dato a Magashule a fine marzo, dopo che il Segretario era stato accusato di appropriazione indebita di fondi pubblici nel corso del suo mandato da Primo Ministro del Free State, una delle nove province del Sud Africa. Tuttavia, i problemi del primo partito del Paese non si fermano a Magashule. Infatti, da anni l’ANC è al centro di scandali di corruzione, che hanno in particolare interessato il gabinetto dell’ex Presidente Jacob Zuma. Ramaphosa, apparso di fronte ad una commissione giudiziaria incaricata di indagare le accuse di corruzione e frode sotto il Governo Zuma in qualità di testimone, ha inoltre dichiarato che l’ANC era a conoscenza degli illeciti

Image Credits: Themba Hadebe / POOL / AFP)

Sahel: giornalista francese rapito appare in un video – 5 maggio 

Image Credits: AFP

Il giornalista francese Olivier Dubois, rapito il mese scorso a Gao, nel nord del Mali, dal gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda JNIM (Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin, che sta per “fronte d’appoggio all’Islam e ai musulmani”) è apparso in un video di 21 secondi pubblicato sui social, dove chiedeva alle autorità francesi di fare il possibile per liberarlo. Questo video segue di qualche giorno la notizia (27 aprile) della morte di due giornalisti spagnoli e di un attivista irlandese in Burkina Faso, dove si erano recati per lavorare ad un documentario. I tre, che viaggiavano con una comitiva di almeno 40 persone, sono stati attaccati da un gruppo armato mentre si trovavano nella riserva di Pama, nell’est del Paese, sebbene, ad oggi, nessuno abbia ancora rivendicato l’attacco. 

RDC: il Presidente Tshisekedi dichiara lo stato d’assedio nelle province orientali – 4 maggio

Il Presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, ha dichiarato lo stato d’assedio nelle province orientali del Nord Kivu e dell’Ituri, che negli ultimi mesi sono state oggetto di un’impennata di attacchi da parte dei numerosi gruppi armati attivi nell’area. In particolare, Tshisekedi ha sostituito le autorità civili delle due province con esponenti delle forze armate e della polizia, che rimarranno in carica fino al ristabilimento delle condizioni di sicurezza. 

Image Credits: REUTERS/Henry Nicholls


MEDIO ORIENTE

Posticipate le elezioni parlamentari in Palestina – 30 aprile

Image Credits: ABBAS MOMANI/AFP/Getty Images

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato la decisione di posticipare le elezioni parlamentari in Palestina previste per il 22 maggio, elezioni che non si svolgono da ben 15 anni. La decisione sarebbe dovuta all’impossibilità dei palestinesi di Gerusalemme Est a partecipare alle elezioni e, probabilmente, anche ad attriti interni al partito di Abbas, Fatah. È giunta subito dopo la condanna di Hamas, che ha definito la decisione del presidente “un colpo di stato” che ostacola “il percorso di cooperazione e consenso nazionale”.

Sanzioni Francia su figure di spicco del Libano per crisi politica – 29 aprile

Il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha annunciato la decisione di Parigi di imporre restrizioni e sanzioni su figure di spicco del Libano per un loro potenziale coinvolgimento nella crisi politica che interessa il Paese. L’identità delle persone coinvolte non è stata precisata.

Image Credits: Joseph Eid/Dalati and Nohra/AFP

Turchia richiama ambasciatore USA dopo dichiarazioni Biden su genocidio armeno – 25 aprile

Image Credits: Articolo 21

In seguito alla decisione del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden di riconoscere il genocidio degli armeni proprio nella data della celebrazione dell’accaduto, il Presidente turco Erdogan ha richiamato l’ambasciatore statunitense e affermato che le dichiarazioni di Biden hanno aperto “una ferita difficilmente rimarginabile” fra i due Paesi.


ASIA-PACIFICO

Crisi Pechino-Manila per presenza navi cinesi nella ZEE filippina – 4 maggio

Il Ministro degli Esteri filippino, Teodoro Locsin, ha scritto in un Tweet “China, my friend, how politely can I put it? Let me see… O… GET THE F*** OUT”, riferendosi alla prolungata presenza di navi cinesi nella Zona Economica Esclusiva delle Filippine, nel Mar Cinese Meridionale. Le tensioni tra i due Paesi sono cominciate a marzo scorso, quando navi cinesi sono state avvistate per la prima volta in acque filippine. Nonostante le ripetute richieste da parte del Governo di Manila, Pechino si è rifiutata di ritirare le proprie imbarcazioni dall’area, che la Cina, nonostante il verdetto della Corte permanente di Arbitrato, che ha riconosciuto la sovranità filippina sulle acque contese, reclama come propria. Il Ministero degli Affari Esteri filippino ha, inoltre, affermato che la presenza delle navi cinesi è “una palese violazione della sovranità filippina”. In risposta, Pechino ha avvertito che la “diplomazia del megafono” portata avanti di Locsin avrebbe potuto minare le relazioni cinesi con le Filippine e la fiducia reciproca tra i due Paesi. 

Image Credits: Twitter

Tensioni al confine tra il Tagikistan e il Kirghizistan: più di 50 i morti – 29 aprile

Image Credits: DANIL USMANOV / AFP

Il 29 aprile scorso sono iniziati alcuni scontri di confine tra il Tagikistan e il Kirghizistan, confine che, dalla fine della Guerra Fredda e dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, è stato sempre contestato. Nel caso specifico, sembrerebbe che gli scontri, come già successo in passato, siano da ricondurre ad una disputa riguardante i depositi idrici. In particolare, dopo l’istallazione da parte delle autorità tagike dell’enclave di Vorukh di telecamere a circuito chiuso nei pressi di una presa d’acqua, parrebbe che alcuni cittadini kirghisi abbiano visto il gesto come una provocazione, dando inizio a violenti scontri, che hanno portato alla morte di almeno 50 persone. Dopo questi scontri, le autorità tagike e kirghise hanno concordato un cessate il fuoco

L’ASEAN si riunisce per la situazione in Myanmar: necessaria “l’immediata cessazione delle violenze” – 24 aprile

L’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (di cui fanno parte Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Tailandia e Vietnam) ha rilasciato una dichiarazione ufficiale riguardo la crisi in Myanmar, dove lo scorso primo febbraio le forze militari hanno preso il controllo del Paese attraverso un colpo di Stato. In particolare, l’ASEAN chiede l’“immediata cessazione delle ostilità” e l’avvio di un dialogo costruttivo tra le parti, facilitato da un inviato speciale dell’organizzazione.

Image Credits: Laily Rachev/Indonesian Presidential Palace/Handout via REUTERS


Angela Venditti 

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

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15 Minuti Di Gloria E Non Solo

Parafrasando la celebre frase di Warhol, il tempo è divenuto un bene quanto mai prezioso, soprattutto in periodo di pandemia. Viviamo un periodo dove la nostra percezione spazio-temporale risulta essere alterata; non esiste più una netta distinzione fra il tempo libero e quello che dedichiamo ai nostri impegni, non riusciamo più a definirlo con precisione, non riusciamo a coglierne l’effettivo peso, ma sappiamo di averne bisogno.

Queste nuove esigenze richiedono sistemi di sviluppo urbano, volti alla sostenibilità e all’ottimizzazione di quella che è l’organizzazione socio-economica, in un’ottica di estrema flessibilità, basso impatto ambientale ed efficienza complessiva. Ma se vi dicessi che è possibile vivere in città dove tutto è raggiungibile in 15 minuti, voi ci credereste?

Nel 2016 Carlos Moreno, un professore della Sorbonne Université, propose il primo modello di “15-minute city”, una delle prime forme di chrono-urbanismo. Moreno delineava una città in cui ogni persona avesse a disposizione sei funzioni essenziali alla propria vita all’interno di un intervallo temporale di 15 minuti, percorsi a piedi o in bicicletta. Fra gli aspetti fondamentali vi erano le possibilità abitative, di lavoro e di acquisto, unitariamente a sistemi di cura, educazione ed intrattenimento, il tutto raggiungibile in un lasso di tempo molto breve. Questo modello di organizzazione urbana fonda le sue radici su un corretto bilanciamento di componenti demografiche (densità e diversità) e strutturali (prossimità e grado di digitalizzazione), attraverso il quale passa l’abbattimento del cosiddetto commuting time.

A questo punto verrebbe da chiedersi se tutto questo sia davvero realizzabile o se rappresenti perlopiù un assestamento della produzione letteraria di Asimov: diversi esempi propendono per la prima ipotesi.

Come punto cardine della sua campagna elettorale per le elezioni amministrative di Parigi del 2020, il candidato sindaco Anne Hidalgo propose quest’idea di 15-minute city per la traiettoria di sviluppo urbano della capitale francese. Non solo, diversi modelli di chrono-urbanismo sono stati proposti per città quali Shangai, Melbourne e Madrid, solo per citarne alcuni. E in Italia? Nel nostro Paese attualmente troviamo la città di Milano, con un piano di sviluppo relativo alle zone circostanti Isola, corso Buenos Aires e via Lazzaretto. Anche la città di Cagliari sta attualmente sperimentando un modello di sviluppo urbano dedicato alla riqualificazione di spazi pubblici in disuso e volto all’implementazione di sistemi alternativi e più efficienti di interazione fra servizi e mobilità urbana.

L’idea è affascinante e nella sua ricchezza lascia folgorati, ma non è priva di criticità.

Per poter valutare l’effettivo impatto di una pianificazione del genere occorre tener conto delle caratteristiche socio-economiche che ogni città porta con sé. L’idea di base di questo modello, infatti, è quella dell’accessibilità piena ed agile di elementi essenziali per la vita delle persone; una traiettoria di sviluppo urbano che permetta a tutti di avere un approccio alla vita più sostenibile.

Tuttavia, non tutte le città trarrebbero beneficio da questo modello di urbanistica, soffrendo di problematiche endogene dovute allo shock che una rivoluzione di questo tipo apporta all’ambiente urbano. Numerosi quartieri, infatti, potrebbero soffrire, ad esempio, di forti oscillazioni del mercato immobiliare e del costo della vita. Il risultato sarebbe totalmente controproducente e contrario all’idea originale proposta da Moreno; la realtà favorirebbe fenomeni di gentrificazione e di prevaricazione sociale, aumentando le disuguaglianze e la disparità fra persone.

Lo sviluppo urbano del futuro sarà molto importante e idee come questa potranno permettere una migliore sostenibilità nella vita delle città, unitariamente ad un minore impatto dell’uomo sull’ambiente.

Per far sì che tutto si realizzi occorre prendere gli aspetti positivi e, allo stesso tempo, lavorare sulle criticità intrinseche, trasformando gli spazi urbani in vere realtà inclusive ed accessibili a tutti, in modo tale che tutto ciò non rimanga soltanto un articolo sulle colonne del Political Corner.

(Featured Image Credits: Canva)

About the Author


Francesco Lelli

Nato a Rieti nel 1991, è appassionato di Economia e Scienze Sociali. Attualmente è PhD student presso il Gran Sasso Science Institute (GSSI) in Regional Science and Economic Geography, dove si occupa di studi relativi all’economia applicata a contesti territoriali. Ama la musica e qualsiasi forma di espressione. View more articles. 

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È Giunta l’Ora dell’Indipendenza Scozzese?

Il 6 maggio vedrà milioni di cittadini britannici tornare alle urne per la prima volta dal 2019, tra seggi distanziati, scrutatori vaccinati e voti postali. Una moltitudine di elezioni si terrà attraverso le varie province del Regno Unito, in uno scenario politico scosso da scandali, proteste, controversie e in alcuni casi violenze vere e proprie. Orientarsi in questa caotica realtà, ricca allo stesso tempo di complessità locali e di problematiche di portata globale, può risultare quasi impossibile, e molte sono le elezioni che attraggono l’attenzione (basti pensare al Sindaco di Londra, o al Senato gallese), ma una in particolare potrebbe avere ripercussioni storiche sul futuro del Regno Unito, e dell’Europa in generale.

L’elezione del Parlamento scozzese, infatti, ha il potenziale di riconfigurare entrambe le Unioni, e potrebbe a sua volta portare a cambiamenti epocali in Irlanda e Irlanda del Nord.

Come approcciare dunque il mondo della politica di Edimburgo, e quali sono le sue relazioni con Westminster?

Un utile punto di partenza è costituito dalle elezioni del 2011, le prime a segnare un momento di rottura netto con il passato. L’ascesa dello Scottish National Party (o SNP, il partito nazionalista scozzese che persegue l’indipendenza dal Regno Unito), cominciata negli anni ’70 – la campagna “It’s Scotland’s Oil!”, incentrata sulle riserve petrolifere del Mare del Nord, valse all’SNP le sue prime vittorie significative – culminò infatti proprio nel 2011, quando il SNP ottenne una storica maggioranza assoluta dei seggi, e quindi fu in grado di costituire un governo monocolore guidato da Alex Salmond. Alla parabola ascendente dei nazionalisti corrispose un declino drammatico per il partito laburista, abituato fino a quel momento a considerare la Scozia una roccaforte quasi inespugnabile.

Fin dalla creazione del Parlamento scozzese (avvenuta per mano di Tony Blair, Primo Ministro britannico esponente del New Labour), infatti, i laburisti avevano governato in colazione con i liberaldemocratici, tracciando un parallelo con il loro tradizionale monopolio nell’elezione dei Membri del Parlamento scozzese nella camera dei Comuni — monopolio che è stato anch’esso recentemente eroso dalle vittorie dei nazionalisti.

I vari leader che si sono succeduti alla guida dei laburisti scozzesi hanno adottato strategie diverse per contrastare quello che ormai potrebbe apparire come il tramonto definitivo del loro partito. Anas Sarwar, succeduto al “Corbynista” Richard Leonard a sole dieci settimane dalle elezioni, ha scommesso sull’effetto COVID-19: gran parte della sua strategia riguarda infatti questioni di ripartenza economica e di sanità pubblica, in un tentativo di distanziarsi dallo spinoso problema dell’indipendenza.

La leadership dell’SNP è rimasta invece saldamente concentrata sulla questione; tuttavia, un referendum sull’indipendenza tenutosi nel 2014 si è rilevato prematuro, risultando in una vittoria per gli unionisti (con circa il 55% delle preferenze), e spingendo Alex Salmond a rassegnare le sue dimissioni. A succedergli è stata l’attuale First Minister, Nicola Sturgeon, che pur mantenendo l’indipendenza come punto focale del suo manifesto, si è impegnata con eguale dedizione nel realizzare la delicata transizione da partito tradizionalmente di opposizione a partito di governo: l’ottima gestione di tale manovra le è valsa la rielezione nel 2016, anche se con una maggioranza relativa dei seggi. Il focus sul “buon governo” da parte di Nicola Sturgeon e i suoi ministri, ad ogni modo, sembra aver avuto effetto anche sulla questione dell’uscita dal Regno Unito: secondo alcuni recenti opinion poll, infatti, un numero significativo di scozzesi si dichiara ora disposto a considerare l’idea dell’indipendenza. Fattore da tenere in considerazione è anche la Brexit: il voto scozzese indicava una preferenza netta per la permanenza, e la sensazione di essere stati “ignorati” da Londra, e trascinati in un’ordalia durata tre anni che ha portato a risultati incerti è ben presente, e potrebbe aver spinto molti a riconsiderare l’opzione indipendentista.

L’attesa per un secondo referendum, dunque, è palpabile. Tuttavia, le chances di un vero e proprio voto come quello del 2014 rimangono molto basse.

Dato che in materia costituzionale il Parlamento britannico rimane sovrano, il governo scozzese non ha basi legali sufficienti per indire un secondo referendum di sua iniziativa, e il Prime Minister Boris Johnson non sembra intenzionato a concederlo. La speranza di Nicola Sturgeon, invece, è che le elezioni del 2021 risultino in una maggioranza schiacciante per l’SNP, e possano dunque essere viste come una sorta di referendum “implicito”.

Tale strategia, però, non sembra aver convinto tutti i membri del partito, e pericolose crepe sembrano apparire tra il First Minister e alcuni degli elementi più radicali dell’SNP, che spingono per un secondo voto anche laddove questo non venga concesso da Londra. A preoccupare i critici di questa opzione è spesso il possibile parallelo con la Catalogna, che porterebbe a conseguenze difficili da prevedere. Qualora infatti il neonato Stato scozzese (pur ammettendo che il Parlamento Britannico si rassegnasse ad accettare la decisione) decidesse di rientrare nell’Unione Europea, appare molto probabile che la Spagna bloccherebbe qualsiasi tentativo di accesso (ogni Stato membro ha poteri di veto) per non incoraggiare i separatisti catalani o baschi.

Per gli esponenti “estremisti” dell’SNP che intendessero comunque perseguire a tutti i costi l’opzione di un secondo referendum, rimane aperta la possibilità di lasciare Nicola Sturgeon ed unirsi ad Alba. Alba è infatti un partito dedicato quasi esclusivamente a perseguire l’indipendenza in modo diretto, essendo stato fondato nel 2021 da Alex Salmond dopo una rottura con l’SNP. Coinvolto in una serie di inchieste a dir poco nebulose e contorte, Salmond è stato assolto e ha successivamente lanciato Alba, nella speranza di allargare la faglia tra le varie fazioni presenti nell’SNP e attirare così alcuni parlamentari nella sua orbita. Tuttavia, gli ultimi sondaggi sembrano indicare livelli di supporto modesti in vista delle prossime elezioni, cementando il vantaggio di Nicola Sturgeon sul suo ex mentore.

A completare il quadro, infine, sono i conservatori scozzesi, fermamente intenzionati a rifiutare qualsiasi proposta di indipendenza. Facendo da tramite tra il governo di Boris Johnson e il Parlamento scozzese, i conservatori tendono ad evidenziare i potenziali costi di una eventuale separazione dal Regno Unito, tra i quali figurano, ad esempio, il problema della valuta (la sterlina, coniata dalla Bank of England, non potrebbe essere adottata unilateralmente dalla Scozia), quello della monarchia, e quello della difesa — la Scozia è infatti sede di importanti basi militari, tra le quali figura il complesso gestito dalla Royal Navy a Clyde, ospitante una flotta di sommergibili armati con testate nucleari, che per ovvie ragioni non possono essere facilmente trasferiti altrove.

Saranno dunque in molti ad attendere con ansia le elezioni del 6 Maggio, dalla Regina Elisabetta a Nicola Sturgeon, passando per personalità di rilievo quali la star del tennis Andy Murray, il regista di fama mondiale Ken Loach (entrambi pro indipendenza) o Bill e Hillary Clinton (contro l’indipendenza), oltre a milioni di cittadini scozzesi e britannici direttamente coinvolti, e, ovviamente, al team del Political Corner.

(Featured Image Credits: Canva)

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Luca Venga

Nato a Rieti nel 1999, da sempre si interessa di storia, geopolitica e relazioni internazionali. Dopo aver vissuto negli Stati Uniti e in Germania, dove consegue l’International Baccalaureate Diploma, si trasferisce a Manchester per frequentare il corso di laurea triennale in Politics and International Relations presso la University of Manchester (ottenendo il Leadership Award per l’anno accademico 2020/21). Affascinato da lingue e culture diverse, ama leggere e viaggiare, dedicandosi ad esperienze di volontariato quali il Tanzania Project e il Community Mapping Project Uganda. View more articles

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Il Ritiro Dall’Afghanistan: Rischi E Costi Di Una Manovra Frettolosa

C’è un’intelligenza nella ritirata che trascende la primordiale razionalità della sopravvivenza: la preservazione e la successiva riorganizzazione delle forze è un tassello fondamentale di qualsiasi conflitto e l’Italia, figlia di Caporetto ma anche di Vittorio Veneto, ne sa qualcosa. Ma le modalità della ritirata, soprattutto quando non si è preda della foga o bersagliati dal fuoco nemico, sono fattori altrettanto essenziali a definirne la nobiltà e la ragionevolezza. L’imposizione, ex abrupto, di un ritiro dall’Afghanistan da consumarsi in nemmeno un semestre di tempo tradisce in ogni suo aspetto entrambi i criteri poc’anzi espressi.

Due macroscopici ambiti di pianificazione operativa e strategica sono direttamente e negativamente condizionati dal frettoloso ritiro entro i primi di settembre, richiesto (e non si sa quanto oculatamente previsto e davvero pianificato) dalla nuova Presidenza USA: quello logistico e quello delle percezioni di alleati afgani e avversari talebani. Sottesi ad entrambi vi sono i problemi dei costi e della sicurezza.

Andiamo per ordine

Raggiungere le zone più remote dell’Afghanistan, all’epoca della prima operazione NATO ISAF (International Security Assistance Force), fu uno sforzo immane e, una volta raggiunte quelle aree, si impiegarono anni per assestare e affinare lo strumento militare dell’Alleanza in quella terra remota e poco ospitale, occupata per la gran parte della sua estensione da deserti, montagne e aree comunque impervie e poco accessibili (soprattutto per la secolare mancanza di una degna rete viaria). Sicché anche la marcia nella direzione opposta, quella per andarsene appunto, sarà problematica e pericolosa per gli stessi motivi. Sir John Ayde (britannico, Generale d’Artiglieria di grande esperienza) nelle sue Memorie di Vita Militare del 1895, al capitolo riferito alla guerra in Afganistan così ammoniva: ”War is a science which depends for its success not only on the courage of well armed, disciplined hosts, and of skilled generals as leaders, but also on the means of rapid concentration and of bringing up reserves of munitions and materiel. Modern armies are specially tied by such considerations. Now Central Asia is exceptionally deficient in all these essential requirements, and these conditions are abiding. It therefore forms a very weak base of operations”. In buona sostanza, non solo quelle condizioni sono rimaste immutate per tutto il XIX e XX secolo fino a oggi, ma costituiscono grave impedimento allo schieramento ma anche al ripiegamento di truppe, specie di contingenti come sono gli attuali numerosi e complessi, costituitisi, rafforzatisi e perfezionatisi per quasi un ventennio.

Un recente fondo del sole-24ore asserisce infatti che: “riportare a casa 130mila soldati della NATO con 300 elicotteri e immensi quantitativi di mezzi ed equipaggiamenti richiederà uno sforzo logistico senza precedente e costi stratosferici”. E prosegue rincarando: “Artiglierie, munizioni, mezzi corazzati, armi di ogni tipo e persino gli elicotteri dovranno venire smontati e imbarcati sui velivoli cargo con costi che non sono ancora stati quantificati. In media riportare a casa ogni singolo soldato statunitense e i relativi equipaggiamenti potrebbe costare poco meno di quanto si è speso per mantenerlo e farlo combattere in Afghanistan, cioè circa un milione di dollari annui. Anche per questo molti materiali e mezzi come le jeep Hummer verranno lasciati alle truppe di Kabul non solo per aiutare gli afghani a combattere i talebani ma anche perché i costi di rimpatrio sono in alcuni casi più elevati del valore stesso dei mezzi.”

Insomma, in pochi mesi si vogliono ritirare dall’Afghanistan quantità ingenti di personale, materiali e armamenti che sono stati dispiegati in quasi due decenni, concentrando in questo immane sforzo logistico costi che, “all’andata”, erano stati ammortizzati in un più ampio lasso di tempo. Poiché l’Afghanistan non si affaccia sul mare, tutti i movimenti e trasporti principali sono da effettuarsi con mezzi aerei (elevando i costi) utilizzando anche aeroporti Pachistani, ma non prima di aver percorso vie carovaniere insicure ed in pessime condizioni: certo, proseguire per il c.d. “corridoio nord” (che passerebbe per Slovenia, Croazia, Ungheria, Ucraina, Federazione Russa, Kazakistan, ecc.) sarebbe stato assai più comodo ma la contingenza politica e doganale di matrice europea ne ha incidentalmente sbarrato le porte.

Un altro costo rilevante, come già anticipato, sarà quello derivante della percezione di questa frettolosa ritirata da parte delle popolazioni afgane e non solo. La fine dell’impegno statunitense e di tutta la NATO ha in effetti un valore simbolico: per gli afgani alleati dell’occidente sarà visto come una sconfitta più che come un riconoscimento di maturità e indipendenza capacitiva nella lotta contro i Talebani. Oggettivamente, a Washington la delusione lo scoramento per questa scelta sono trasversali agli schieramenti repubblicano e democratico: è una scelta impopolare e divisiva a livello bi-partisan, perché il ritiro delle truppe occidentali e dei loro assetti più pregiati renderà estremamente difficile alle forze regolari afghane il contrasto alle offensive dei talebani.

I simboli sono strumenti potenti per i Talebani e le popolazioni locali intrise, da secoli, di islamismo radicalizzante e astio verso gli stranieri: già nel 2010, all’annuncio di Obama dell’avvio di un primo ritiro graduale dei contingenti a partire dal successivo 2011, i Talebani presero coraggio e iniziarono una serie di azioni di guerriglia e terrorismo che aggravarono il bilancio delle perdite alleate. Qui subentra il discorso della sicurezza dei soldati e dei “costi” in vite umane. Ritirarsi in grandi numeri lasciando sguarnite intere fette di territorio mai definitivamente conquistate aumenterà automaticamente ed esponenzialmente i rischi per i militari dei contingenti e per tutta la popolazione afgana. Qui vale la pena di ricordare che i caduti in missione già assommano ad oltre 3.600 militari (dei quali 2500 statunitensi). Sono compresi i suicidi e le vittime di incidenti, ma non sono quantificati i danni subiti dai sopravvissuti in termini di stress post traumatico (PTSD) e di relativo disadattamento dalla vita normale al rientro in patria. E anche fuori dall’Afghanistan la percezione di “vittoria jihadista” sarà con ogni probabilità condivisa da tanti avversari dell’occidente, col rischio di rinvigorire vecchi e nuovi antagonismi (islamizzanti e non). E c’è di peggio. Perché gli accordi precedenti (Accordi di Doha 2020) prevedevano un termine ancora più stretto per il ritiro: il 1° maggio la cui mancata osservanza ha di fatto autorizzato moralmente le controparti all’avvio (già in atto) di nuove pericolose ostilità.

Ripetiamo i successi, non gli errori

Il ripiegamento è sempre delicato e pericoloso, come ci ricorda la Storia Militare. Basti pensare ai combattimenti e alle esose perdite subite dai sovietici nella loro ritirata dell’inverno tra il 1988 e il 1989 o, per tornare alla più distante esperienza dell’Impero Britannico, con il disastro di Jalalabad nel gennaio 1842, quando dell’Armata d’Afganistan di Sua Maestà forte di quasi 17mila persone e che si stava ritirando da Kabul non sopravvisse un manipolo, gettando scoramento e scalpore nell’opinione pubblica d’Albione.

In tale contesto l’Italia, dopo aver partecipato alla precedente ISAF terminata il 31 dicembre 2014, allo stato attuale contribuisce alla successiva Operazione NATO “Resolute Support” (RS), incentrata sull’addestramento, consulenza ed assistenza in favore delle Forze Armate (Afghan National Security Forces – ANSF) e le Istituzioni afgane; la nuova missione, operando ai più alti livelli della catena gerarchica, è finalizzata a migliorarne la funzionalità e la loro capacità di autosostenersi. Il contributo nazionale è di una media di 800 militari, 145 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei, suddivisi tra personale con sede a Kabul e il contingente militare italiano dislocato ad Herat presso il TAAC-W.

Tuttavia, al di là di un paio di scarni comunicati del MAE e del Ministero della Difesa, non è facile comprendere se e quanto l’autorità politica sia realmente conscia e preoccupata dei costi del ripiegamento e dei rischi che esso oggettivamente comporta: laddove il mondo militare italiano e NATO si interrogano sui pericoli per l’incolumità di personale e mezzi, su problematiche tecniche e difficoltà ambientali e pianificano il ritiro degli assetti nazionali basandosi sulla conoscenza diretta del Teatro di Operazioni, tutta la politica e l’informazione mainstream paiono concentrate solo sull’emergenza nazionale Covid-19 e non del tutto consapevoli dei pericoli che questa complessa operazione logistica comporterà sia in Afganistan, sia nelle aree direttamente adiacenti sia, in fin dei conti, nella stessa Europa (con potenziali recrudescenze terroristiche, sia perché la ritirata fornisce all’universo talebano la carica emotiva necessaria a ripristinare gli sforzi della Jihad, sia perché la chiusura unilatere di un fronte comporta l’inevitabile ripiegamento su un unico fronte delle forze nemiche).

L’Italia, da sempre “trainata” dalla NATO e dalla leadership USA nelle Operazioni d’oltremare, pare anche in questo caso pericolosamente incapace di una visione autonoma efficace e di una prospettiva politica di sicurezza nazionale anche a breve e medio termine.

(Featured Image Credits: Difesa.it)

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Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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Prudenza E Fiducia: Il Compromesso Che Fa Tornare La Politica

Tra un pizzico di ottimismo e le immancabili accese discussioni, gli ultimi giorni si portano dietro i primi forti segnali positivi di questo periodo che sta mettendo tutti alla prova, soprattutto dal punto di vista psicologico. Sono i giorni in cui le vaccinazioni procedono ad un ritmo spedito, in cui finalmente l’Europa accende il semaforo verde per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e i primi giorni in cui la maggior parte dell’Italia ritorna in zona gialla.

Gli italiani ormai non vedono l’ora di potersi presto riabbracciare e tornare magari a vedere i sorrisi dei propri cari nascosti dietro le mascherine. Se c’è un qualcosa, però, che ha già iniziato ad abbassare la maschera che la teneva bloccata e la rendeva irriconoscibile, quel qualcosa è la politica. Infatti l’Italia è tornata con autorevolezza a pianificare il suo futuro: abbiamo un vero Piano vaccini, un vero Piano di ricostruzione e un vero Piano di riaperture. Non è nostro compito giudicare se questi piani siano giusti o sbagliati ma di certo sembra apparentemente tramontata l’era della politica dell’ultimo secondo e della rincorsa ai problemi.

Piano vaccinale

Le ultime settimane hanno visto un’accelerazione importante sul fronte vaccini che fa sperare tutti, grandi e piccoli, categorie fragili e non, chi non vede l’ora di rimettersi in viaggio in una dimensione che tutti sogniamo da più di un anno: la normalità.

I vaccini sono il percorso obbligato per la normalità, come sappiamo da tempo, e se l’arrivo del nuovo vaccino a mRna CureVac (già sotto revisione dell’Ema) fa sperare tutto il mondo, in Italia possiamo intanto apprezzare l’oggettivo cambio di passo messo in campo dal generale Figliuolo che, infatti, oggi è al centro delle polemiche soltanto per il dibattito apertosi sulla sua divisa.

Tuttavia, anche questo piano vaccinale si scontra con delle forti contraddizioni. Come, d’altronde, è possibile affermare in merito all’intero settore sanitario italiano. Potremmo stare ore, giorni, mesi e anche anni a girare intorno a questo problema, ma tutto ci riconduce in qualche modo al Titolo V. Ad oggi la sanità nel Paese continua a viaggiare su strade completamente diverse, a velocità diverse e con tipi di organizzazione diversi. Ci sono, purtroppo, situazioni fuori controllo al limite della decenza. La speranza, dopo questo anno, è che sia maturata la consapevolezza che per essere Italia, una e indivisibile, su quella parte della Costituzione bisogna tornarci con determinazione.

Recovery Plan

Il punto cardine dell’agenda politica, il piano di spesa più importante degli ultimi 40 anni, ha fatto emergere l’autorevolezza e la stima acquisita da Mario Draghi a livello internazionale.

La settimana scorsa è stato finalmente approvato, nel Consiglio dei Ministri, il PNRR, ma il percorso non è stato, come ci si aspettava, semplice. Bisogna ricordare, anche per fare chiarezza, che i soldi non ci sono stati mandati l’anno scorso come qualcuno si ostina a scrivere e/o pensare. Ad un valore totale di fondi riconosciuti all’Italia sulla base dei danni subiti dalla pandemia, avrebbe dovuto infatti corrispondere un piano serio, credibile, che desse una visione chiara dell’Italia che immaginiamo tra 20/30 anni. Altrimenti, niente fondi.

Mentre il CDM della scorsa settimana continuava a slittare dalla mattina alla sera e i partiti discutevano in modo acceso su alcuni dettagli del piano, il presidente Draghi era al telefono con Ursula von der Leyen e il suo vice Valdis Dombrovskis. L’elemento interessante è che le preoccupazioni legittime della Presidente della Commissione Europea siano state smussate dal “garantisco io” del premier italiano, davanti al quale probabilmente nessuno avrebbe potuto negare il placet.

Il PNRR è sicuramente un grande banco di prova per il premier, che vuole e deve uscirne da vincitore, mentre in molti iniziano già a domandarsi chi garantirà sulle riforme quando il Presidente Draghi non sarà più a Palazzo Chigi.

Piano riaperture

Sono questi anche i primi giorni in cui la maggior parte d’Italia è passata in zona gialla. Difficile già da ora provare a fare un bilancio della situazione e anche delle reazioni, però sicuramente c’è un po’ più di fiducia. Il mix positivo tra l’avanzata della vaccinazione di massa e l’arrivo dell’estate fa riemergere qualche primo segnale di ottimismo. Un ottimismo che Mario Draghi vuole ripagare con una reale uscita dalla pandemia.

E proprio questo si riesce a vedere attualmente nel piano di riaperture: il premier non vuole fare avanti e indietro con l’apri e chiudi visto finora, vuole anzi che le riaperture siano un processo irreversibile. Per questo motivo il decreto 26 aprile porta con sé una novità assoluta, ovvero un vero e proprio calendario con misure distribuite nel tempo (ovviamente con riferimento alle zone gialle). Una delle misure più interessanti sarà il green pass (la certificazione verde) che comproverà “lo stato di avvenuta vaccinazione o guarigione dall’infezione, oppure l’effettuazione di un test molecolare o antigenico rapido con risultato negativo” che servirà per spostarsi nelle zone arancioni e rosse.

Netto cambio di passo anche su scuole e università, alle quali dopo un anno si riconosce una forte e importante funzione sociale: saranno prioritariamente in presenza nelle zone gialle e arancioni e con modalità miste nelle zone rosse. Un segnale importante per un Paese che deve riscoprire la bellezza e la necessità di ripartire dalla cultura e dalla formazione.

Non mancano forti tensioni nella maggioranza per quanto riguarda il mantenimento del coprifuoco alle ore 22, con la Lega di Matteo Salvini che addirittura ha lanciato una raccolta firma per abolirlo. Mossa strana per un partito che comunque fa parte della maggioranza, anche se rimangono forti dubbi sull’effettiva utilità del coprifuoco in un momento in cui si dà la possibilità ai ristoratori di tenere aperto a cena. Tutto questo fa presumere ovviamente che la volontà del premier Draghi sia quella di non dare inizialmente l’idea di un “liberi tutti” e di creare le condizioni per una graduale cancellazione – anche questa irreversibile – del coprifuoco, che secondo molti potrebbe avvenire già tra fine maggio e giugno e non il 31 luglio come riportato dai giornali.

Non ci resta quindi che rispettare le regole e accogliere il compromesso di fiducia e prudenza che ha lanciato il Presidente del Consiglio dei Ministri. La luce in fondo al tunnel forse comincia a vedersi davvero.

(Featured Image Credits: Today.it)

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Francesco Palermo

Nato a Soveria Mannelli nel 2000, è appassionato di politica italiana ed è profondamente europeista. Attualmente frequenta il corso di laurea triennale in Economia presso l’Università della Calabria, dove è anche impegnato nella rappresentanza studentesca. È amante della musica e della letteratura. View more articles. 

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Recovery Plan: L’Italia Di Draghi A Che Punto È?

Notizia delle ultime ore: via libera del Consiglio dei ministri al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che tutti gli Stati membri dell’Unione Europea devono presentare alla Commissione UE entro il 30 aprile 2021. Lo scorso sabato, lo stesso Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha annunciato il raggiungimento di un’intesa con Bruxelles per il piano da 200 miliardi per la ripartenza dell’Italia. Nelle giornate di oggi e domani il PNRR passa al vaglio di Camera e Senato e tanti sono i temi su cui si discute. Tuttavia, si può procedere solo a piccole modifiche del testo, visto anche quanto emerso dalla telefonata del premier Draghi con la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, che ha fatto informalmente intendere che il Recovery Plan italiano ha il “disco verde” da parte dell’Unione.

Le missioni del PNRR

Sono 6 le missioni del PNRR, legate a determinate aree tematiche di intervento funzionali a realizzare gli obiettivi economici e sociali definiti nella strategia governativa:

  1. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura: 42,55 mld (il 22% degli investimenti totali) per la digitalizzazione della PA, la transizione digitale e lo sviluppo di tecnologie innovative, internazionalizzazione, turismo e cultura;
  2. Rivoluzione verde e transizione ecologica: 57 mld (30%) per investimenti in economia circolare, fonti rinnovabili, efficienza energetica e dissesto idrogeologico;
  3. Infrastrutture per la mobilità e le telecomunicazioni: 25,33 mld (13%) per la realizzazione di una rete nazionale in fibra ottica, lo sviluppo delle reti 5G e l’Alta Velocità;
  4. Istruzione e ricerca: 31,88 mld (17%) per assunzioni e investimenti in infrastrutture per l’educazione e la cura della prima infanzia, scuola 4.0, formazione degli insegnanti, rafforzamento discipline STEM, istruzione professionale. Sul fronte della ricerca, programmi di dottorato e filiera della ricerca e del trasferimento tecnologico;
  5. Inclusione e coesione: 19,12 mld (10%) a progetti per la partecipazione al mercato del lavoro, la formazione e il rafforzamento delle politiche attive, dei centri per l’impiego e dell’imprenditorialità femminile, nonché progetti di rigenerazione urbana per i comuni sopra i 15 abitanti e per le periferie delle città metropolitane;
  6. Salute: 15,63 mld (8%) per rafforzare la prevenzione e i servizi sanitari sul territorio, nonché modernizzare e digitalizzare il sistema sanitario.

Con queste misure, l’Italia punta a ridurre l’impatto della crisi provocata dal Covid-19 soprattutto in ambito economico e sociale, puntando ad una crescita economica che passi dallo 0,8% all’1,6%. Diventa fondamentale anche l’aumento delle risorse nelle aree di ricerca e sviluppo, in modo da innalzare i livelli di benessere sociale in termini di equità e sostenibilità, con un particolare riguardo alle regioni del Mezzogiorno. Al centro del Piano vi sono, poi, le politiche attive del lavoro che mirano soprattutto all’inclusione dei giovani nel mercato del lavoro. Ulteriori obiettivi riguardano la resilienza e la sicurezza del Paese, sia in termini di finanza pubblica che di calamità naturali, crisi epidemiche e rischi geopolitici.

Addio bonus, sì alle riforme

Tra le novità del PNRR è possibile notare come sia stato prorogato il Superbonus 110% fino al 2023. A fine 2021 si dirà addio a Quota 100 per dare spazio ad una nuova Riforma Pensioni — che dovrebbe vedere la luce nel 2022 – che mirerà alla concessione di pensioni anticipate per le categorie di lavoro che si occupano di mansioni logoranti. Un’altra misura che terminerà a fine anno sarà il Cashback di Stato volto a favorire i pagamenti digitali, uno strumento che ha incontrato i pareri negativi di molti economisti, in primis dello stesso Mario Draghi. Saranno comunque introdotti nuovi incentivi fiscali che guardano più al futuro, una sorta di investimento per la digitalizzazione dell’Italia. Inoltre, si vuole procedere con riforme di un certo peso per sburocratizzare la Pubblica Amministrazione e il settore della giustizia e promuovere la semplificazione e la concorrenza.

Nodi al pettine

Se da un lato i componenti del Governo conoscono per filo e per segno ogni punto del PNRR, il resto della maggioranza e, ancor di più, l’opposizione, lamentano di non essere a conoscenza dei dettagli e delle mosse che il Governo ha intrapreso e intende intraprendere in questi giorni. Il vaglio delle Camere al testo del Piano non è, difatti, del tutto libero: i giorni a disposizione per fare modifiche sostanziali sono pochi e l’opposizione, inoltre, lamenta il fatto di non aver potuto visionare il testo finale, nonostante lo si debba votare in Parlamento. Essendo la data di scadenza il 30 aprile, il Parlamento italiano dovrà utilizzare questi ultimi 4-5 giorni per apporre qualche miglioria al testo – già “bollinato” in verde dalla Commissione Europea – e per approvarlo in via definitiva.

L’Unione Europea, d’altronde, ha chiesto maggiore chiarezza sui modi, sulle azioni e soprattutto sui tempi di realizzazione di questo Piano di ripresa. Lo stesso premier Draghi ha garantito, in prima persona, l’impegno da parte dell’Italia nel dare puntuale attuazione agli obiettivi del Piano soprattutto per quanto riguarda le riforme strutturali.

Si invitano, quindi, tutti i lettori a stare al passo con le ultime notizie perché l’Italia si trova di fronte a un bivio epocale e il suo futuro dipende interamente dal buon utilizzo di queste risorse.

(Featured Image Credits: The Irish Times)

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Silvia Foti

Nata a Reggio Calabria nel 1999, è una grande appassionata delle tematiche relative all’economia e alla finanza. Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto varie attività di volontariato nel corso degli anni e nell’estate 2019 ha potuto prendere parte a un progetto di volontariato svolto in collaborazione con Croce Rossa Italiana. Tra le sue varie passioni anche l’arte, le lingue straniere e il nuoto. View more articles

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole, la rubrica di The Political Corner, diventa bimensile! Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!


10 aprile – 23 aprile 2021


Nord AmericaEuropaSud AmericaAfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

Biden: primo presidente USA a riconoscere genocidio armeno – 22 aprile

Image Credits: ANSA/SIR

Secondo il New York Times, Joe Biden sarebbe intenzionato a riconoscere il genocidio degli Armeni in occasione della commemorazione di questo sabato 24 aprile. Sarebbe quindi il primo presidente degli Stati Uniti a esprimersi in modo inequivocabile sulla vicenda, se non altro già in un clima di particolare tensione con la Turchia di Erdogan.  

Il Nord America sul clima: il piano di Biden e Trudeau –  22 aprile

In occasione dell’Earth Day Summit, Canada e Stati Uniti si sono espressi chiaramente sui propri piani in materia di ambiente e sostenibilità. Il presidente statunitense Joe Biden, promotore del summit, si è impegnato a ridurre di più della metà le emissioni da combustibili entro la fine del decennio, nel tentativo di far finalmente fronte alla “minaccia esistenziale” che è il cambiamento climatico. Dall’altro lato, il premier canadese Justin Trudeau ha affiancato il leader statunitense, progettando allo stesso modo un taglio di emissioni di circa 40-45% nello stesso arco di tempo.

Image Credits: Drago-Pool/Getty Images

Omicidio di George Floyd: condannato l’ex-agente Chauvin – 20 aprile

Image Credits: REUTERS

Questo mercoledì l’ex-agente Derek Chauvin, accusato di omicidio colposo e di secondo e terzo grado per la morte di George Floyd, è stato condannato per tutti i capi d’accusa indicati. Il verdetto, raggiunto da una giuria di Minneapolis, segna il termine di un processo dalla straordinaria copertura mediatica e durato circa 3 settimane. La pena da scontare sarà annunciata tra otto settimane.  


EUROPA

La Russia ritira le truppe dal confine ucraino – 23 aprile

Mosca ha recentemente annunciato di voler ritirare le proprie truppe dal confine ucraino, ponendo fine a settimane di tensioni tra i due Paesi. In particolare, l’Ucraina aveva accusato la Russia di voler provocare l’inizio di nuove ostilità, date le decine di migliaia di truppe spiegate al confine occidentale russo con l’Ucraina e in Crimea, annessa alla Russia nel 2014. Mosca aveva risposto a tali accuse affermando che l’invio di nuove truppe aveva uno scopo “difensivo”, dovuto ai nuovi scontri nelle aree più orientali dell’Ucraina. Il Ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha affermato, in risposta all’annuncio russo, che “se la Russia ritirerà davvero dal confine con l’Ucraina l’enorme forza militare lì dispiegata, questo allenterà le tensioni”. 

Image Credits: REUTERS/Vladimir Lavrov

Praga espelle 18 diplomatici russi in Repubblica Ceca – 17 aprile

Image Credits: Maxim Shemetov/Reuters

La Repubblica Ceca ha annunciato l’espulsione di 18 diplomatici russi dal Paese, dopo averli identificati come spie coinvolte nell’esplosione di un deposito di munizioni nella città di Vrbetice nell’ottobre del 2014. In risposta, Mosca ha espulso 20 esponenti della diplomazia ceca.

Danimarca: nuove proteste per il rimpatrio dei rifugiati siriani — 12 aprile

La decisione danese di non rinnovare i permessi di soggiorno ai rifugiati siriani, presa sulla base del fatto che “l’attuale situazione a Damasco non è più così grave da giustificare l’emissione o il rinnovo di un permesso di soggiorno”, è di nuovo al centro di controversie. Le polemiche si sono riaccese dopo l’apparizione sulla tv nazionale della diciannovenne Aya Abu-Daher, rifugiata siriana in procinto di diplomarsi in un liceo danese, che chiedeva cosa “avesse fatto di male”.

Image Credits: REUTERS/Sergey Polezhaka

SUD AMERICA

Fine dell’era Castro a Cuba – 19 aprile

Image Credits: Ariel Ley Royero/ACN via Reuters

Questo lunedì ha segnato la fine di un’epoca storica per Cuba, ovvero la conclusione dell’era Castro. Con le dimissioni di Raul Castro, fratello di Fidel, dal ruolo di leader del Partito comunista, per la prima volta in 62 anni, quindi dal rovesciamento della dittatura di Fulgencio Batista nel 1959, Cuba non sarà guidata da un Castro. A sostituirlo sarà Miguel Díaz-Canel, nominato primo segretario del Partito comunista e nuovo leader del Paese.

Haiti: dimissioni del primo ministro – 14 aprile

Il premier haitiano Joseph Jouthe, in carica dal marzo 2020, ha presentato le proprie dimissioni, peraltro non accompagnate da motivazioni ufficiali. Un nuovo primo ministro sarebbe stato subito dopo nominato da Jovenel Moise, presidente di Haiti, che sta recentemente affrontando un importante aumento di attività criminali, tra cui uccisioni e rapimenti, nonché una significativa crisi politica. Il più recente di questi episodi criminali risale al 10 aprile, giorno in cui sette membri del clero haitiano sono stati rapiti in cambio di un riscatto per un valore di 1 milione di dollari.  

Image Credits:  AP Photo / Dieu Nalio Chery

Ecuador: Lasso è il nuovo presidente – 12 aprile

Image Credits: Il Fatto Quotidiano

Il sofferto iter elettorale per la designazione del nuovo presidente dell’Ecuador è giunto a una conclusione. Il candidato di destra ed ex-banchiere Guillermo Lasso ha infatti sorprendentemente sconfitto al ballottaggio l’avversario Arauz, che vantava al primo turno il 32,44% dei voti. Lasso, che, secondo quanto dichiarato dal Consiglio elettorale nazionale, ha conquistato circa il 52,5% del 97% dei voti conteggiati, ha subito dopo accettato pubblicamente la “sfida” di governare il Paese e promesso un cambio di rotta politico.


AFRICA

Namibia: gruppi ambientalisti e ONG contro trivellazioni petrolifere – 22 aprile

Continuano le proteste in Namibia contro le trivellazioni petrolifere nel bacino dell’Okavango, la cui peculiarità è che non sfocia in mare né in un altro fiume, bensì in un’area del deserto del Kalahari, chiamata “delta dell’Okavango”. L’opposizione alle trivellazioni deriva dall’impatto ambientale che queste potrebbero avere sull’ecosistema unico e la biodiversità del bacino dell’Okavango, che ospita specie a rischio di estinzione ed è centrale per l’approvvigionamento acquifero del deserto del Kalahari.

Image Credits: Lisa Ossenbrink/Al Jazeera

Ciad: muore al fronte il neoeletto Presidente Idriss Déby – 20 aprile

Image Credits: Marco LONGARI / AFP)

Il Presidente ciadiano Déby, recentemente riconfermato alle elezioni dell’11 aprile scorso, è stato ucciso mentre era in visita alle truppe ciadiane impegnate a confrontare il FACT (Front pour l’alternance et la concorde au Tchad), gruppo ribelle stanziato nelle province settentrionali del Paese, al confine con la Libia. In particolare, lo stesso giorno delle elezioni presidenziali, l’11 aprile, il FACT aveva lanciato un’offensiva nelle province settentrionali di Tibesti e Kanem, affermando successivamente di aver “liberato” la regione di Kanem. Secondo gli ultimi aggiornamenti, Déby sarebbe morto sul campo di battaglia durante uno scontro con i ribelli. La situazione in Ciad è al momento tesa. Il figlio di Idriss Déby, il generale Mahamat Idriss Déby ha preso la guida di un eccezionale Governo di transizione a guida militare, contravvenendo alle disposizioni costituzionali, secondo cui, in caso di morte o dimissioni del Presidente, lo speaker del Parlamento avrebbe dovuto guidare la transizione verso nuove elezioni.

Osservatorio elettorale: voto in Benin e Capo Verde – 11 aprile, 18 aprile

L’11 aprile scorso si sono svolte le elezioni presidenziali in Benin, che hanno confermato il Presidente uscente Patrice Talon alla guida del Paese. Talon si è aggiudicato l’86% dei voti, sebbene missioni internazionali presenti sul territorio abbiano segnalato scarsa affluenza alle urne. 

Il 18 aprile anche Capo Verde si è recato alle urne per le elezioni parlamentari, che hanno confermato il partito del PM Ulisses Correia e Silva, il Movimento per la Democrazia, come primo partito del Paese. 

Image Credits: REUTERS/Charle Placide Tossou
Image Credits: Seyllou / AFP

MEDIO ORIENTE

Siria: Assad alle elezioni per il terzo mandato – 21 aprile

Image Credits: EPA/BASSEM TELLAWI

Il presidente siriano Bashar al-Assad concorrerà alle prossime elezioni, previste per il 26 maggio, secondo quanto dichiarato dal portavoce del parlamento Hamouda Sabbagh. Si tratta delle seconde elezioni dallo scoppio della guerra civile, iniziata 10 anni fa. Assad, in carica dalla morte del padre Hafez nel 2000, era stato riconfermato con il 90% dei voti alle elezioni 2014, tenutesi non liberamente e in assenza di un’effettiva concorrenza politica. Tale scenario potrebbe ripetersi a breve, in considerazione dei requisiti richiesti ai candidati: residenza continuata in Siria per almeno 10 anni (a esclusione quindi dei leader dell’opposizione in esilio) e raggiungimento di 35 voti del parlamento siriano, dominato dal partito Baath, di cui Assad è il leader.

Accordo militare Israele-Grecia – 18 aprile

Questa domenica, Israele e Grecia hanno concluso uno storico accordo militare, che, tra l’altro, prevedrebbe la creazione di un centro di addestramento per le forze aeree elleniche per un periodo di circa 22 anni. A supportare materialmente tale centro di addestramento l’Elbit Systems, compagnia per la difesa israeliana, e l’azienda italiana Leonardo, che metterà a disposizione dieci M-346.

Image Credits: ANSA

La NATO lascia l’Afghanistan – 15 aprile

Image Credits: NATO

Il 14 aprile si è tenuta a Bruxelles una riunione fra i Ministri degli Esteri e della Difesa NATO, alla presenza del Segretario di Stato americano Anthony Blinken e del Segretario della Difesa. A seguito di quest’incontro, che aveva in agenda il processo di pace in Afghanistan, è stata annunciata la decisione della NATO di ritirare le truppe dal Paese mediorientale. Si tratta di una “road map”, come definito dal Ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio, che sarà avviata il primo maggio e si concluderà simbolicamente l’11 settembre.


ASIA-PACIFICO

Covid-19 in India: ospedali senza ossigeno – 23 aprile

L’India sta affrontando una drammatica impennata dei casi giornalieri di Covid-19. L’ultimo bollettino certificava 332.730 nuovi casi e 2.263 morti, un record per il Paese. All’emergenza pandemica si è aggiunta l’emergenza sanitaria, con numerosi ospedali che, specialmente nella capitale Nuova Delhi, registrano una carenza di bombole di ossigeno. Al momento, si sta studiando qualora la nuova ondata sia dovuta ad una nuova variante del virus, la B.1.617.

Image Credits: Raj K Raj/Hindustan Times via Getty Images

L’Australia pone fine agli accordi della BRI con la Cina – 22 aprile

Image Credits: AP/PMO

La Ministra degli Esteri australiana, Marise Payne, ha annunciato che il Governo federale australiano ha cancellato due accordi internazionali che la Cina aveva concluso con lo stato di Victoria volti alla costruzione di infrastrutture nell’ambito della Belt and Road Initiative cinese. La base giuridica che ha permesso al Governo di Canberra di annullare questi accordi deriva dall’approvazione di nuove leggi che conferiscono al Governo centrale questo potere nel caso in cui gli accordi violino l’interesse nazionale. La Cina ha subito sottolineato che la mossa australiana avrà “severe conseguenze” e che potrebbe “spingere le relazioni bilaterali già glaciali in un abisso”. 

Iran e Pakistan collaborano per promuovere la sicurezza del confine – 22 aprile

Il Ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi è in visita in Iran per promuovere a sicurezza della frontiera tra due Paesi, lunga ben 959 chilometri. La securitizzazione dell’area è una priorità per entrambi i Paesi, dati i commerci illegali di petrolio che interessano la regione e la mancanza di controllo centrale sulle aree di confine, spesso sfruttata da organizzazioni criminali per il traffico di merci ed esseri umani. L’obiettivo dell’incontro è quello di incentivare la cooperazione bilaterale e favorire il commercio. 

Image Credits: EPA-EFE/IRANIAN PRESIDENTIAL OFFICE HANDOUT

Angela Venditti 

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

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Il Rilascio Delle Acque Contaminate Di Fukushima: Terzo Disastro Ambientale O Solo Falso Allarme?

Il Giappone ha annunciato l’approvazione di un piano per rilasciare in mare più di un milione di tonnellate di acqua contaminata provenienti dalla centrale nucleare di Fukushima. Ovviamente questa notizia ha adirato i pescatori locali, le associazioni ambientaliste, ma soprattutto i potenti vicini di casa: la Cina e la Corea del Sud.

La conferma ufficiale è arrivata il 13 aprile, ossia più di un decennio dopo il disastro nucleare: il Primo Ministro giapponese, Yoshihide Suga, ha affermato che il rilascio dell’acqua nell’Oceano Pacifico è stata considerata l’opzione “più realistica” per garantire a Fukushima la piena ripresa dopo i due disastri ambientali dell’ultimo decennio. Il Governo ha dichiarato che “farà del suo meglio per mantenere l’acqua molto al di sopra degli standard di sicurezza”.

L’acqua che verrà rilasciata nell’oceano è la stessa che è stata utilizzata per raffreddare il combustibile nucleare proveniente dai tre reattori della centrale, che si sono fusi in seguito al terremoto e allo tsunami del 2011.

Attualmente, l’acqua viene trattata attraverso un macchinoso processo di filtraggio per eliminare la gran parte degli elementi nocivi, per poi essere conservata in enormi serbatoi della centrale “Tokyo Electric Power” (TepCo), che, tuttavia, stanno esaurendo lo spazio a disposizione. Si tratta di una quantità di acqua tale da riempire 500 piscine olimpioniche.

I rilasci potrebbero iniziare tra 2 anni e saranno spalmati in un arco temporale di almeno 4 decenni, in modo che l’acqua possa essere diluita per far sì che i livelli di radiazione presenti siano al di sotto di quelli prestabiliti per l’acqua potabile.

La TepCo sostiene che il trizio, un materiale radioattivo, non può essere rimosso dall’acqua e non è considerato dannoso in piccole quantità, mentre altri radionuclidi possono essere diluiti per raggiungere i livelli consentiti per il rilascio.

Cosa è successo a Fukushima 10 anni fa?

Alle 14:46 ore locali dell’11 marzo 2011 una scossa ha fatto tremare la costa nord-orientale del Giappone, a 30 km di profondità. Il terremoto, di magnitudo 9.0, ha provocato uno tsunami di oltre 10 metri. Le onde si sono abbattute sulla città di Ōkuma, infrangendosi anche sulla centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Lo tsunami ha messo fuori uso il sistema di raffreddamento dei reattori, portando alla fusione di tre di questi. Il combustibile ha completamente fuso i vasi di contenimento e le basi in cemento dei reattori.

In quei giorni sono state rilasciate tonnellate di materiale radioattivo.

La testimonianza lasciata dal passaggio dello tsunami è a dir poco agghiacciante: oltre 19.000 morti, circa 130.000 sfollati, 332.000 edifici distrutti, e un incidente nucleare considerato il peggiore della storia insieme a quello di Chernobyl del 1986.

Image Credits: CRUDIEZINE

Chi sono i principali oppositori?

Tra coloro che oppongono la decisione giapponese troviamo in primis i Paesi vicini, Cina e Corea del Sud, ma non solo.

Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha denunciato il Governo giapponese definendolo “estremamente irresponsabile” e accusandolo di non avere coinvolto nella decisione la comunità internazionale. La Corea del Sud ha convocato l’ambasciatore del Giappone, Koichi Aiboshi, dichiarando la ferra opposizione di Seul.

Tra i pochi favorevoli ci sono gli Stati Uniti, che sostengono il piano giapponese ritenendolo “trasparente” nella gestione della crisi.

Non sono mancate, tuttavia, le proteste da parte degli ambientalisti e della gente del posto, soprattutto dei pescatori. La ONG “Greenpeace” ha fermamente dichiarato che “il Governo giapponese ignora completamente i diritti umani e gli interessi della gente di Fukushima, del Giappone e del Pacifico” e, inoltre, ha aggiunto che “ha ancora una volta fallito con il popolo di Fukushima”.

Ovviamente anche l’industria della pesca è preoccupata per l’impatto che questa decisione avrà sulle scelte dei consumatori. Il settore della pesca commerciale era già stato fortemente colpito in seguito al disastro ambientale del 2011, soprattutto in seguito alla decisione di vietare le importazioni di pescato proveniente dalle acque del Giappone nord-orientale.

Quest’acqua è effettivamente sicura?

La decisione del Governo giapponese gode dell’approvazione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica. “Il piano è in linea con la pratica internazionale sullo smaltimento delle acque” e “non c’è nessuno scandalo, perché non è qualcosa di nuovo”, ha apertamente dichiarato il direttore generale dell’AIEA Rafael Grossi.

Gli scienziati sostengono che l’impatto sulla salute è effettivamente minimo, poiché questi elementi contenuti nell’acqua trattata non sono tossici se diluiti adeguatamente.

La paura principale, tuttavia, concerne la possibilità che queste sostante radioattive possano essere ingerite tramite il consumo di pesce proveniente dall’area. Ancora una volta, gli scienziati scongiurano questa affermazione. Questi ultimi rimarcano anche il fatto che sono state rilasciate molte più scorie radioattive dagli Stati Uniti, dalla Francia e dal Regno Unito durante i test sulle armi nucleari portati avanti tra gli anni ’40 e ’60. Forte è infatti l’insistenza del Giappone nei media a descrivere le acque come “trattate” e non “contaminate”.

(Featured Image Credits: Il Fatto Quotidiano)

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Costanza Berti

Nata a Massa Marittima nel 1998, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e ora frequenta il corso di laurea magistrale in Gestione d’Impresa presso l’università LUISS di Roma.  La sua vita si divide tra Roma e Follonica. Da sempre appassionata di viaggi, nel corso degli anni ha potuto scoprire e vivere culture molto diverse tra loro. Nel 2019 ha preso parte al progetto Erasmus a Rotterdam, trascorrendo un semestre di studio alla Erasmus University of Rotterdam. View more articles

Il 26 Aprile L’Italia Riapre. Ma È Davvero Un «Rischio Ragionato»?

Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, parla alla stampa di riaperture e di opportunità. Dal 26 aprile, infatti, bar e ristoranti con tavoli all’aperto rimangono aperti anche di sera. Permessi gli spostamenti tra regioni gialle, anche se servirà un pass tra regioni di colore diverso. Il coprifuoco – per ora – rimane alle 22. Per gli altri locali la data della riapertura scatterà il 1° giugno. Il Presidente del Consiglio spera – giustamente – che questo rischio possa trasformarsi in «opportunità straordinaria per l’economia e per la nostra vita sociale». Tuttavia, gli scienziati fanno notare che il pericolo che la curva si impenni purtroppo esiste. L’ormai noto conflitto tra salute ed economia continua. Chi avrà ragione? 

Un rischio ragionato

«Il Governo ha preso un rischio ragionato in base ai dati dell’epidemia che sono in miglioramento». Così afferma Draghi durante la conferenza stampa di venerdì. Arriva quindi la tanto attesa “road map” delle riaperture e dal 26 aprile torna la zona gialla. Non solo, quindi, via libera agli spostamenti tra regioni ma, anche, via libera alle scuole superiori senza Dad al 100% e ai bar e ristoranti con tavoli all’aperto pure la sera. Inoltre, il premier aggiunge che «si può guardare al futuro con prudente ottimismo». Ma tiene anche a precisare che, soprattutto ora, «i cittadini, a maggior ragione, dovranno rispettare il distanziamento e indossare la mascherina». D’altronde, il caso della Sardegna è noto a tutti: l’unica regione bianca ad essere diventata, dopo poco tempo, rossa. Draghi certamente non vuole che ciò accada all’Italia intera. Afferma infatti che «se i comportamenti saranno osservati e la campagna vaccinale, che sta andando bene, andrà sempre meglio, la possibilità che si torni indietro è molto bassa».

Rilanciare l’economia italiana

Dunque, si tratta di un «rischio ragionato» che, senza alcun dubbio, tiene conto della frustrazione e dello sconforto dei cittadini e delle imprese e, soprattutto, delle pressioni e del desiderio di alcuni partiti – in primis la Lega – di mostrarsi come difensori degli interessi degli imprenditori e, in generale, del mondo produttivo. Draghi spera, attraverso questo “via libera”, di poter rimettere in moto l’economia e, nello specifico, questa svolta sarà caratterizzata da tre pilastri: le riaperture, le nuove opere e lo scostamento di bilancio. D’altronde, l’obiettivo principale di Draghi è recuperare il gap strutturale di competitività che l’Italia ha accumulato negli ultimi decenni, in primo luogo rispetto ai principali partner europei, Germania in testa. Ed è a tal proposito che, oltre alle nomine dei 57 commissari per le opere pubbliche, il Presidente del Consiglio sta seguendo in prima persona e coordinando «una riforma di grande respiro» sulle semplificazioni amministrative.

La destra canta vittoria

«Questa è una vittoria di chi ha voluto un governo diverso. Il merito del centrodestra è aver acceso i riflettori sulle categorie più colpite dalla pandemia». Così dice Maria Stella Gelmini, Ministro agli Affari Regionali, in un’intervista al Corriere della Sera. «È vittoria del buonsenso. Per le prossime 48 ore mi porto a casa, anzi offriamo al Paese, i 40 miliardi per le imprese e le riaperture per le zone fuori dal rischio pandemico», dice il leader della Lega, Matteo Salvini, al termine della sua visita all’hub vaccinale della “Fabbrica del Vapore” a Milano. Mentre la destra festeggia, gli esponenti del PD e del M5S si mostrano più prudenti ma comunque soddisfatti. Zingaretti, infatti, afferma in un post su Facebook: «bene Draghi e Speranza su riaperture. Si coniugano sicurezza sanitaria e certezza di ripresa». Tra i partiti della maggioranza, nonostante vi sia – come sempre – tensione, sembra che si sia trovata una soluzione comune. Il premier, infatti, minimizzando i contrasti interni, afferma che «si è presa una decisione che contempera tutti i punti di vista e quest’ultima è stata presa all’unanimità». Inoltre, sulla tenuta della maggioranza Draghi si mostra sereno: «non c’è bisogno di fare appelli» all’unità, dice, perché nel Cdm «l’atmosfera è eccellente». 

La preoccupazione degli esperti

«È un rischio. Le terapie intensive sono congestionate. Siamo pronti a intervenire subito». Così afferma Giovanni Rezza, capo della Prevenzione del ministero alla Salute e membro del Comitato tecnico scientifico del governo. Se le aperture dovessero creare ulteriori problemi, assicura che gli esperti «sono pronti a ricorrere a un sistema di allerta precoce che permette di intervenire subito». E le attività che preoccupano di più sono «quelle al chiuso, come ristoranti e musei», ma anche «alcuni sport di contatto, come il calcetto, che comportano un certo rischio».

Nonostante le più che legittime preoccupazioni del mondo scientifico, è comunque necessario che la politica faccia il suo mestiere e, quindi, che trovi una sintesi tra indicazioni scientifiche e necessità produttive. D’altronde, questa emergenza è anche economica e – come molti italiani sanno – ha gettato nella disperazione migliaia di famiglie. Queste prime aperture volute dal Presidente Draghi, quindi, possono essere pienamente considerate una risposta al disagio e allo sconforto di intere categorie sociali, dai giovani agli imprenditori. Tuttavia, è doveroso notare che tale respiro, per poter essere pienamente tale e, di conseguenza, per poter portare maggiore serenità nel Paese e porre le basi per la ripartenza dell’economia, deve essere condizionato all’effettivo rispetto delle norme del distanziamento sociale e dell’utilizzo delle mascherine. D’altronde, come spesso accade, le riforme e i cambiamenti sperati diventano tali solo se c’è piena consapevolezza e collaborazione degli individui. 

Ci si augura, per il bene del Paese, che tale speranza si realizzi. 

(Featured Image Credits: Riccardo Scano)

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Luca Cupelli

Nato a Cosenza nel 1998, è appassionato di storia risorgimentale, politica italiana e relazioni internazionali. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Nel 2019 ha lavorato come analista politico tirocinante presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. È un grande fan della musica anni ’80 e delle serie tv americane. View more articles

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