La Mafia, O Quel Che Resta Del Cinema Italiano

Sono passati 29 anni da quel nefasto 19 Luglio del ’92 e Paolo Borsellino, gigante della storia contemporanea italiana, integerrimo vessillifero della giustizia e irriducibile guerriero nella lotta al contro-stato mafioso, sopravvive nel tempo come catalizzatore delle migliori intenzioni e volontà di questo paese: uno stendardo della legalità a ispirazione di una gioventù sempre più bisognosa di eroi, simboli e modelli. Ed è a quello spirito di entusiasmo, capace ancora di trovare gratificazione nella correttezza e nel quotidiano sacrificio del proprio lavoro, che questo articolo si rivolge, nella speranza di raggiungere quanti più di quei giovani giuristi, giornalisti e uniformi che non si permettono la comodità di trasformare Capaci e via D’Amelio in vacue ricorrenze da calendario.

Perché è proprio voltandosi a guardare gli schermi che ci si accorge di come Borsellino (e con lui Falcone) sia stato ridotto, ormai, ad un’immagine sbiadita occasionalmente riesumata dallo Stato e dall’informazione per ricoprirne il ricordo di tardivi e stucchevoli riconoscimenti: tutto purché gli incensi mediatici e istituzionali coprano, citandolo, il “puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. È guardandone il feretro per l’appunto, così impunemente dissotterrato (metaforicamente parlando) ogni qual volta si ritenga opportuno inibire il sentir pubblico con sprazzi di catartico orgoglio, che ci si rende conto di quanto poco seguito sia concretamente concesso ai migliori auspici del giudice palermitano.

Questa è una rubrica di politica internazionale, e sebbene disquisire del complesso intreccio tra Stato e Mafie sia di per sé argomento di politica estera – nella misura in cui, ai sensi del diritto internazionale almeno, Cosa Nostra o la ‘Ndrangheta siano organizzazioni governative al pari della Repubblica –, l’intento del seguente articolo sarà quello di esplorare gli sforzi che l’Italia ha compiuto nel tentativo di corrodere uno dei più importanti aspetti del dominio malavitoso: la cultura. Non è un caso che Roberto Saviano, al netto dei discutibili prodotti d’intrattenimento sublimati dai suoi bestseller d’inchiesta – a cui verremo più avanti nella trattazione –, abbia indicato (in un servizio speciale del 2019 per Fanpage.it) proprio lo showbiz come nuovo e prioritario obiettivo di conquista della Camorra. Recuperando nuovamente l’inciso di Borsellino, “la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale […]”. L’esternalità di una tale crociata non coinvolgerebbe unicamente la crescita delle nuove generazioni altrimenti esposte al fascino dell’efficienza illiberale, ma si proietterebbe fino all’esterno dei confini nazionali, attraversando l’Atlantico per incontrare i massimi artefici dell’intrattenimento contemporaneo.

Il Padrino, I Bravi Ragazzi e Gomorra: parabola evolutiva del “mangia spaghetti” colluso

Il cosmo statunitense è, tra i mercati culturali aperti alla contaminazione, uno dei fronti più difficilmente permeabili per il vecchio continente: se questo assunto vale per la miglior produzione artistica britannica che, per ragioni storiche, condivide con gli americani quantomeno un codice linguistico, figuriamoci allora per lo snobbato stivale del Belpaese. L’odierna proiezione culturale italiana oltreoceano vive quasi esclusivamente dell’ausilio dei canali di trasmissione creati per garantire (principalmente) una trasmissione di contenuti nella direzione opposta: Netflix, Amazon Prime e HBOmax, che oggi conquistano il lusso di un pulsante dedicato sui telecomandi delle nostre smartTV, aprono a scenari di inedita reciprocità culturale certamente non paritaria, ma non di meno proficua. E presentatasi infine l’occasione, cosa vorrà mai propinare l’Italia ad un pubblico internazionale nato e cresciuto a suon di Coppola e Scorsese? Non si tratta, ahinoi, di una riedizione dei classici Slap&Beans ma, ovviamente, della Mafia: un filone già aperto dal mercato anglosassone e che non condivide, con altre saghe, l’onere di sfondare alcuna parete, anzi ha il vantaggio di poggiare su stereotipi ancora fertili, per quanto datati, e per questo bisognosi di nuove letture confermative dei pregiudizi fin lì alimentati.

Chi crede che il versante culinario dell’italian export sia il lato peggiore della proiezione culturale nostrana, bersagliato com’è dai sound-alike-brands – figli di una dubbia legalità – che ne minano la credibilità e l’appetibilità attraverso scadenti imitazioni, è perché non ha prestato abbastanza attenzione alle serie TV… e quelle, a differenza del cibo contraffatto, sono originali e fin troppo autentiche.

Ma in cosa differiscono serie televisive come Gomorra o Suburra dai classici della settima arte a firma dei migliori manici di cinepresa che abbiano mai operato nell’industria hollywoodiana? La grandezza dello schermo e il conseguente formato della pellicola c’entrano ben poco, e di questo ci si accorge guardando agli zero nelle cifre del budget o alla tecnica – un po’ didascalica ma non meno professionale – di una signora regia qual è quella di Stefano Sollima. La differenza fondamentale sta nella serializzazione: la reiterazione non più di uno schema, bensì di uno specifico scenario popolato da specifici interpreti (ben oltre l’estensione di una trilogia cinematografica come quella del Padrino, che aveva già preso a zoppicare nella “Coda”), eleva il prodotto da intrattenimento informativo ad intrattenimento di puro consumo.

L’esito inevitabile della dilatazione narrativa propria del piccolo schermo è la concessione di più ampi spazi alle sequenze di introspezione dei personaggi protagonisti delle vicende: al netto di una qualità talvolta inferiore rispetto a quella vista su grande schermo, logica conseguenza della ridistribuzione della spesa su un quantitativo di materiale quattro o cinque volte più esteso di quello condensato nelle final-cut pensate per le sale, il minutaggio giustifica un maggior approfondimento delle ragioni, delle mentalità e talvolta delle origini degli “eroi”. Il miglior termine di paragone per Suburra e Gomorra è, in tal senso, il classico Good Fellas di Scorsese: le parabole storiche disegnate dal regista italoamericano decostruiscono lentamente l’immagine del mafioso e lo fanno non a scapito dell’esaustività ma dell’esaltazione. Nelle sue biografie su pellicola, più o meno veritiere che siano, sono raccontati episodi rappresentativi di tutte le età del protagonista, ma sono esposte in chiave cinica se non grottesca, sottese da una costante sensazione di degradazione umana nonché rivolte ad una conclusione (talvolta preannunciata da soliloqui introduttivi) così amara e spoglia di redenzione da poter suscitare nel pubblico il solo sentimento della pietà, più che della comprensione.

Il personaggio esaurisce la sua carica emotiva nei margini di quelle due ore e mezza, e lo fa senza aspettative di ritorni o di nuove entusiasmanti evoluzioni: vivo o morto che sia entro i titoli di coda, l'”eroe” perde, se non la vita, la dignità. La conclusione fa del protagonista un elemento cinematograficamente non più spendibile o capitalizzabile. E questo, si sa, non è proprio la finalità congenita ad una serie che narra la storia di uno che si fa chiamare “Immortale”: il favore del pubblico e la passione in esso generata dai caratteri non corretti ma forti dei mafiosi, inducono le produzioni a ritardarne indefinitamente la dipartita attraverso improbabili escamotage soterici o, per dirla all’americana, vestendoli di una plot-armor contro qualsiasi genere di proiettile.

 Tirando le somme

Lungi dalle intenzioni di questa redazione di voler così suggerire che il fascino della Mafia sia da imputare unicamente alla più recente produzione televisiva italiana, o, peggio ancora, che la battaglia culturale vada combattuta solo attraverso l’etere e non nelle aule magne di scuole e università, sarebbe importante rivedere, se non i soggetti, quantomeno gli stilemi con cui si compongono le storie di malavita destinate al grande pubblico. Perché, in fin dei conti, guardando alle guerre di quartiere e alle mancate sepolture di corpi sciolti nell’acido o gettati sul fondo degli scoli, una domanda sovviene: rielaborando il quesito di De Crescenzo in una delle migliori scene di “Così parlò Bellavista”, si capisce davvero da queste serie su Camorra e Suburra che i mafiosi fanno “na vita ‘e merd”?

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Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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Investire Nell’Istruzione Sì, Ma In Che Modo?

Quello dell’istruzione è un tema da sempre centrale nel dibattito politico e sociale, e lo è stato ancora di più nelle scorse settimane. Gli ultimi dati dell’Eurostat, infatti, hanno confermato quelli passati, dimostrando che l’Italia non presenta una situazione propriamente favorevole da questo punto di vista. Inoltre, il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) ha sollevato qualche perplessità, tra chi afferma che sia stato attribuito il giusto peso alle cose e chi, al contrario, sostiene che si è finiti per mettere al margine, per l’ennesima volta, quelle aree che dovrebbero invece fungere da fondamenta al futuro che si sta cercando costruire.

I dati parlano chiaro

I dati inviati dagli istituti statistici nelle ultime settimane non sono confortanti.

Risulta infatti che l’Italia sia prima in Europa per il numero di giovani che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro (quasi uno su tre). Si tratta di una situazione estremamente grave, perché significa che non si riesce a creare un terreno fertile e stimolante, che quasi un giovane su tre non si sente motivato ad avviare, o a proseguire, un percorso di vita. È avvilente pensare che nel lungo termine non si parlerà più di fuga di cervelli, perché non si potrà proprio più parlare di cervelli; appare chiaro che un conto è dover intervenire con la finalità di far restare i giovani nel proprio Paese, un altro è doverlo fare per ricreare le condizioni che spingono i giovani a intraprendere una carriera (accademica o lavorativa). Nel secondo caso, ovviamente, il problema è strutturale e radicato.

Non è una questione di quantità, ma soprattutto di qualità. Infatti, è emerso anche che durante l’anno scolastico 2020/2021 le competenze degli studenti italiani sono diminuite (e non poco). Il problema, pertanto, non riguarda solo la dispersione implicita, ma anche la quasi totale assenza delle nozioni fondamentali nei ragazzi che continuano il percorso di studi.

Quanto costa risparmiare sull’istruzione?

In Italia si è sempre, ed erroneamente, scelto di risparmiare sulle cose sbagliate.

Scuola e università sono sotto finanziate, il calo della spesa per istruzione fa davvero paura. Purtroppo, ormai da anni, si è perso di vista un fattore importantissimo: le persone sono il contenuto e non il contenitore di ogni cosa. Per questa ragione bisogna rimettere al centro i giovani, quale vero potenziale per un futuro diverso e migliore; scegliere di non investire nella cultura è la decisione peggiore in qualsiasi luogo e in qualunque tempo storico.

Vuol dire risparmiare oggi per pagare un prezzo ben più alto domani.

In effetti, stiamo già pagando tale prezzo e di certo non è saggio continuare in questo modo; sarà mai oggetto di comprensione che l’unica alternativa plausibile è quella di cambiare direzione?

Forse no. Lo dimostra l’attuale PNRR che è, confortevolmente, frutto di un’analisi riflettuta, ma fino a che punto? Certo, non è semplice conciliare interessi locali e globali, e la recente approvazione dimostra che un passo in questa direzione è stato fatto, per quanto sia stato complicato. Lascia dubbiosi il fatto che, nel decidere quanto investire e in cosa, sembra si sia guardato un po’ troppo lontano, dimenticando che non si può costruire su qualcosa di rotto. La digitalizzazione, per dirne una, è sicuramente prioritaria, ma in un Paese in cui lo studio e il lavoro non sono ancora alla portata di tutti, né sono temi verso cui si è tanto sensibili quanto si dovrebbe, ha senso attribuire un primato al digitale?

Investire sì, ma in che modo?

Il punto della questione, in realtà, è innanzitutto capire in che maniera intervenire. Soltanto dopo, infatti, si potrà consapevolmente attribuire un certo peso ad ogni cosa. Finché non si iniziano ad elencare le debolezze del sistema, non si potrà trovare una soluzione ad ognuna, e dunque attivarsi in modo appropriato e mirato.

L’istruzione è la priorità, senza non c’è futuro, perché nel buio non si può brancolare per sempre. Questo è il primo e principale problema: la cultura, per quanto sia bello dire e credere il contrario, non è l’origine di tutte le scelte che si compiono.

A titoli di studio più alti dovrebbe corrispondere un migliore tenore di vita, frutto di stipendi elevati. È davvero sempre così? Guardiamoci intorno.

Lo “skill mismatch” è il disallineamento tra le competenze richieste dalle aziende e quelle di cui sono in possesso i lavoratori, ed è un problema vivido più che mai nel nostro Paese. Nonostante in Italia la percentuale di laureati annualmente sia bassissima, il tasso di disoccupazione è comunque elevato; conseguenza della disinformazione dilagante sulle prospettive, remunerative e lavorative, di ciascuna facoltà.

Questione che meriterebbe una trattazione a sé è il gap esistente tra pratica e teoria. In Italia si dà molto peso alla seconda, tralasciando troppo spesso l’impatto della prima, con la conseguenza che, quando i giovani laureati si imbattono nel mondo del lavoro, si trovano il più delle volte disorientati, come se stessero sbarcando su un nuovo pianeta. La carenza è sostanziale, più che formale, infatti molto spesso non si creano le condizioni affinché gli studenti abbiano modo di fare esperienze concrete: “tirocini per studenti, ma full time” sembra il titolo di uno sketch comico, invece è la realtà.

L’elenco è ben più lungo di così, e pare anche superfluo riprendere quanto discusso in precedenza riguardo alla gravità della bassissima spesa per pubblica istruzione, oltre che della ininterrotta “fuga di cervelli”.

Il PIL italiano è la sintesi perfetta di quanto scritto finora, quale indice utilizzato per misurare quantitativamente lo sviluppo di una nazione: praticamente fermo da vent’anni. È forse ora che inizi a crescere di nuovo?

Pare opportuno concludere dicendo che risulta evidente la necessità di un intervento in questo ambito: bisogna creare stimoli maggiori, probabilmente rivedendo anche alcune misure adottate (si pensi al reddito di cittadinanza) e spingendo i giovani a fare scelte consapevoli e convinte a proposito del loro futuro. Insomma, non tentennare quando si tratta di spendere per qualcosa che certamente ripagherà in futuro.

Un Paese istruito è l’unico che può vivere di progresso. La formazione dei cittadini è l’unica possibilità di andare avanti, altrimenti torneremo presto indietro. Per vedere il cambiamento, i primi a mutare devono essere gli individui che lo pretendono. Soltanto così, infatti, esso può essere attuato, e il primo passo per la prosperità sta nel comprendere che investire nella cultura, nella formazione e nell’istruzione significa investire nel futuro. Provare per credere.

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Mafalda Pescatore

Nata ad Avellino nel 2001. Ha conseguito il doppio diploma ESABAC. Frequenta il corso triennale di economia e management presso la LUISS Guido Carli, a Roma. Innamorata della cultura, da sempre. Particolarmente interessata a tematiche di attualità di natura politico-economica. Nel 2019 ha recensito e giudicato i romanzi iscritti alla finale del Prix Goncourt. Nel 2020 è stata volontaria per l’UNICEF, contribuendo a pubblicizzare il Progetto Pigotta. View more articles. 

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Il Tinder Islamico: Nuova Arma Pronatalista?

Si chiama Hamdam (“compagno” in persiano) il nuovo “Tinder musulmano”, recentemente lanciato dalla Repubblica Islamica dell’Iran e considerato l’unica applicazione di dating legale nel Paese. L’obiettivo? Incentivare «matrimoni duraturi e consapevoli», a partire da un match.

L’applicazione

Sviluppata dall’Istituto culturale Tebyan e presentata lo scorso lunedì dalla televisione statale iraniana, l’applicazione Hamdam favorirebbe solo relazioni salde e monogame. I primi step consisterebbero nella verifica dell’identità dell’utente e in un iniziale test psicologico. Una volta trovato il partner perfetto e ottenuta l’approvazione delle rispettive famiglie, l’applicazione si propone di accompagnare la coppia con un servizio di consulenza anche nei primi quattro anni di matrimonio.

La nuova arma del pronatalismo iraniano

Hamdam rappresenta senza dubbio un nuovo peculiare strumento della politica demografica iraniana, nonché una parziale risposta alle preoccupazioni dei leader del Paese. In particolare, quello a cui stanno assistendo la Guida Suprema Khamenei e il neoeletto Presidente Ebrahim Raisi è un sostanziale e allarmante aumento di divorzi, accompagnato da un importante abbassamento del tasso di nuzialità. Secondo quanto dichiarato da Alireza Sajedi, ufficiale della National Organization for Civil Registration (NOCR), già nel 2018, si era evidenziato un calo del 9% nel numero dei matrimoni nell’arco di un anno, nonché una crescita delle separazioni, passando da un divorzio ogni otto matrimoni nel 2008 a un divorzio ogni tre matrimoni dieci anni più tardi.

Questi dati, che rifletterebbero un trend già avviato all’inizio degli anni 2000, sono giustificati a fronte non solo di un progressivo peggioramento delle condizioni economiche della popolazione, ma soprattutto della sempre maggiore diffusione di matrimoni precoci.

Ad aggravare lo scenario demografico iraniano vi sarebbe anche il significativo abbassamento del tasso di fecondità, diminuito del 25% negli ultimi quattro anni, secondo quanto dichiarato recentemente dal Ministero della Salute iraniano. Il numero di nati ogni anno per donna risulterebbe oggi di 1,6 in Iran, ben al di sotto del valore auspicabile.

Image Credits: Tehran Times

Di fronte al disfacimento della famiglia, nucleo politico e culturale della propaganda teocratica iraniana, l’Ayatollah Khamenei si ritrova dunque a battere nuove strade e cercare nuovi rimedi.

Ci si domanda, quindi, se – nonostante le evidenti differenze strutturali, religiose e culturali del caso – il mondo social non possa rappresentare la nuova frontiera della politica demografica di altri Paesi.

About the Author 

Valeria Pia Soricelli


Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

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Il Mito Americano Del Consenso Bipartisan

Nel sistema politico statunitense vige il bicameralismo perfetto, ossia le proposte legislative devono essere approvate da entrambi i rami del Congresso. L’iter di approvazione in Senato, tuttavia, deve affrontare un ostacolo aggiuntivo rispetto alla Camera dei Rappresentanti: il filibuster. Si tratta di un meccanismo che l’opposizione può utilizzare per fare ostruzionismo. Il filibuster può essere aggirato, ma richiede una maggioranza qualificata di 60 voti su 100. Nei tempi recenti, un partito ha avuto una maggioranza così ampia solo per pochi mesi durante il primo mandato di Obama. Dunque, per aggirare il filibuster serve un po’ di supporto da parte dell’opposizione stessa. In un periodo di così alta polarizzazione politica e partitica, questa evenienza diventa sempre più improbabile. Per questo motivo sono frequenti delle discussioni riguardanti l’abolizione del filibuster che, paradossalmente, richiede solo 51 voti. Quello che è interessante notare è che queste discussioni hanno sempre un elemento in comune: la mitizzazione del consenso bipartisan.

L’USO DEL FILIBUSTER

Il sistema politico-istituzionale statunitense è bipartitico e fondato sull’esistenza di una serie di pratiche paracostituzionali che hanno lo scopo di impedire la completa paralisi del sistema. In altre parole, il sistema americano si basa sulla volontà di mediare e di trovare dei compromessi, i quali presuppongono buona fede da parte della maggioranza e dell’opposizione. Senza buona fede e con la volontà di impedire l’azione di governo, il filibuster potrebbe essere utilizzato in maniera eccessiva e strumentale: non più strumento per contestare uno specifico provvedimento che non si condivide, bensì pratica abituale per impedire che il partito di maggioranza possa legiferare e perseguire la propria agenda politica. Negli ultimi decenni, con la crescente polarizzazione politica tra i due partiti (che riflette anche una crescente spaccatura sociale), il filbuster è stato usato proprio in questo secondo modo. Un primo dato è rappresentato dal numero di volte in cui esso è stato usato nel corso degli anni.

Numero di votazioni annuali per aggirare il filibuster. Source: The Economist

Come si vede dal grafico, il filibuster era una pratica usata molto di rado fino agli anni ’80, mentre ora è uno strumento sempre più utilizzato. Per questo motivo, negli ultimi anni questo strumento è stato abolito per tutte le nomine giudiziarie (che devono essere approvate dal Senato secondo il meccanismo di advice and consent). Senza questa abolizione (tramite la procedura della nuclear option), il processo di approvazione delle cariche legislative sarebbe stato completamente paralizzato, dato che la minoranza avrebbe operato pratiche ostruzionistiche per ogni nomina.

IL DIBATTITO SULL’ABOLIZIONE DEL FILIBUSTER

Joe Biden è stato eletto a larga maggioranza nel novembre 2020; il suo programma elettorale era particolarmente ambizioso e richiederà uno sforzo considerevole per essere attuato completamente. Per questo motivo, la doppia vittoria al Senato – nelle elezioni di gennaio – di Raphael Warnock e Jon Ossof (entrambi georgiani) è stata cruciale: con queste due vittorie, democratici e repubblicani hanno 50 voti a testa, ma il voto della vicepresidente Kamala Harris può rompere l’equilibrio e conferire una maggioranza ai democratici.

Nonostante ciò, l’amministrazione Biden deve far fronte – come le amministrazioni precedenti alla sua – alla forte opposizione della minoranza. In particolare, il leader repubblicano al Senato, Mitch McConnell, è una figura politica che si è sempre dimostrata disposta a usare ogni strumento possibile per ottenere i fini da lui perseguiti. Inoltre, non si può non considerare il carattere peculiare dell’attuale opposizione: molti repubblicani hanno contestato l’esito elettorale, alcuni congressisti hanno avuto contatti con gli insurrezionisti del 6 gennaio 2021 (vedasi Paul Gosar, ad esempio), e pochi repubblicani hanno votato per certificare il risultato elettorale e/o per l’impeachment di Donald Trump in seguito all’insurrezione.

In un clima di questo tipo, attendersi dialogo tra maggioranza e opposizione è poco realistico. Per questo motivo, sempre più esponenti democratici si sono espressi a favore dell’abolizione del filibuster. Come ricordato nell’introduzione, per abolirlo servirebbero soli 51 voti (perché non è uno strumento presente in Costituzione), ossia quello dei 50 senatori democratici più quello della Vicepresidente.

Il problema per i Dem, però, è che non tutti i senatori del partito sono a favore di questa abolizione. In particolar modo, spiccano Joe Manchin del West Virginia e Kristen Synema dell’Arizona. La loro posizione, essenzialmente, consiste nella seguente affermazione: il filibuster è un incentivo alla collaborazione bipartisan, uno strumento di mitigazione della polarizzazione politica. Lo scopo di questo articolo non è quello di verificare la veridicità dell’affermazione (si potrebbe affermare, ad esempio, che senza filibuster sarebbe più importante collaborare con quei 6-7 senatori repubblicani – come Romney e Collins – che non sono completamente ostili a Biden). Invece, quella che si vuole analizzare è la presunta intrinseca bontà della bipartisanship: una legge approvata da entrambi i partiti è migliore di una legge voluta solo dal partito di maggioranza?

LA BIPARTISANSHIP

Il concetto di bipartisanship evidenzia le differenti concezioni del sistema legislativo che si hanno, ad esempio, tra gli Stati Uniti (Repubblica presidenziale) e l’Italia (Repubblica parlamentare). Senza addentrarsi in tecnicismi, si può affermare che, durante il governo Renzi, nessuno si aspettava che la Lega e Fratelli d’Italia votassero a favore di provvedimenti legislativi promossi dal Partito Democratico. Nel dibattito politico statunitense, invece, molta enfasi è posta sul cercare di mediare col partito di minoranza e trovare un compromesso. Ciò può essere dovuto al fatto che Biden abbia incentrato parte del suo messaggio elettorale sulla necessità di rimarginare le fratture di una nazione sempre più divisa.

Da un punto di vista delle dinamiche politiche, però, gli appelli al bipartisanship sembrano il retaggio di un passato – sia reale che immaginato – che non esiste più da tempo. Per ottenere un lavoro bipartisan di successo, si prevede che entrambi i partiti abbiano interesse ad avanzare le proposte legislative che, dal loro punto di vista, meglio servono gli interessi della popolazione. Il senato repubblicano a guida McConnell, però, ha dimostrato già ai tempi di Obama che il loro scopo era un altro, ossia bloccare il processo legislativo e paralizzare l’azione di governo. Se lo scopo di una delle parti è far sì che il governo non funzioni, allora trovare una mediazione sulle proposte legislative è particolarmente difficile. In questa sede, lo scopo non è esprimere un giudizio di valore sulla scelta di McConnell; semplicemente, si vuole sottolineare come lo scopo dei due partiti sia così confliggente da complicare molto accordi sulle proposte legislative.

Fino ad ora, dunque, si è sottolineato come la bipartisanship sia difficile da ottenere nello scenario attuale; ora, però, bisogna anche ricordare che non è affatto detto che una legge con supporto bipartisan sia migliore di una legge voluta da un solo partito. Torniamo, per esempio, al periodo successivo alla Guerra Civile, noto come “Reconstruction”. In quel periodo si sono approvati, tra gli altri provvedimenti, il 14esimo e il 15esimo emendamento. Il primo garantiva una serie di diritti, tra cui il principio di uguaglianza di trattamento, agli ex schiavi (anche la base della storica sentenza Brown v. Board of Education del 1954), mentre il secondo sanciva l’universalità del diritto al voto, a prescindere da sesso ed etnia. Si tratta di due emendamenti che sono alla base della società statunitense contemporanea, la loro importanza è immensa. Eppure, entrambi sono stati approvati quasi esclusivamente dal Partito Repubblicano, mentre il Partito Democratico – dominato dai Sudisti confederati – era largamente contrario. In quel caso, quale consenso bipartisan si sarebbe potuto trovare? Il partito di maggioranza viene eletto per attuare un certo programma politico. Quest’ultimo, agli occhi degli elettori, è il migliore per loro e per il Paese. Il partito al governo, dunque, dovrebbe fare del proprio meglio per attuare quel programma. Il contributo dell’opposizione può essere importante e costruttivo, ma è importante analizzare lo specifico contesto politico e sociale.

Insomma, lo spirito bipartisan (e anche una certa dose di ostruzionismo) sono positivi solo entro certo livelli; quando si eccede, il sistema diventa disfunzionale, e i checks and balances rischiano di non funzionare più adeguatamente. Inoltre, non si può neanche dimenticare che, nel corso degli anni, il filibuster non sempre sia stato usato per semplici divergenze di policy. Si ricordi, ad esempio, le numerose volte in cui esso è stato utilizzato per bloccare leggi sui diritti civili degli afroamericani, su leggi anti-linciaggio e anti-discriminazione abitativa e, perfino, su una proposta di costruzione di un monumento dedicato ai veterani afroamericani della Prima Guerra Mondiale (una panoramica più completa è stata fornita dallo storico Kevin Kruse in questo thread). Il filibuster, dunque, ha il suo scopo in un sistema funzionale e in cui si devono regolare differenti visioni politiche in termini di preferenze legislative. Quando in gioco c’è altro, o quando il sistema è altamente diviso e polarizzato, il filibuster può contribuire alla paralizzazione completa del sistema.

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Stefano Pasquali

Nato a Tivoli nel 1998, è appassionato di relazioni internazionali, politica economica e Stati Uniti. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Ha svolto due tirocini presso l’Ambasciata del Regno Unito e quella degli Stati Uniti. È parte del team che cura la newsletter “Jefferson – Lettere sull’America”. Tifa Roma e vorrebbe saper scrivere come Aaron Sorkin. View more articles

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Il Ddl Zan Tra Ideologia E Ostruzionismo

Si accende sempre di più il dibattito sul Ddl Zan, che ieri, martedì 13 luglio, dopo mesi di ostruzionismo, è approdato in aula al Senato della Repubblica dove, come è noto, gli equilibri sono sempre molto diversi rispetto all’altro ramo del Parlamento.

La seduta del Senato è stata sospesa ed è stata convocata la Conferenza dei Capigruppo, per cercare di definire un eventuale dialogo sul Ddl come richiesto dal relatore, il leghista Andrea Ostellari. Senza intese, il rischio è quello del rinvio della discussione e del ritorno in Commissione Giustizia, come richiesto da Lega e Fratelli d’Italia. Intanto, tra i sostenitori, c’è preoccupazione per l’assenza di 11 senatori del M5S.

Soprattutto, si sta scatenando una caccia all’uomo o al partito che potrebbe far mancare la maggioranza nel caso in cui non si dovesse trovare un compromesso con un consenso più ampio, che eviti di affossare completamente una norma che tutelerebbe tanti ragazzi/e, uomini e donne.

La tensione in queste ore è alle stelle e sorgono tanti dubbi: chi ha lottato per la calendarizzazione della legge senza modifiche, è sicuro di avere la maggioranza? Siamo sicuri del fatto che all’interno dei partiti della “maggioranza” che ha approvato il Ddl alla Camera, non ci sia qualcuno che si defili in nome di qualche cavillo presente nel Regolamento del Senato (voto segreto per esempio)? Eppure sono 6/7 i voti che potrebbero spostare gli equilibri. E se gli oppositori presentassero decine e decine di emendamenti? E per ultimo, i sostenitori del Ddl Zan sono davvero disposti a sacrificare tutto in nome di un’ideologia?

Cos’è il Ddl Zan

Quello che porta il nome del deputato del Partito Democratico, Alessandro Zan, è un disegno di legge dal titolo Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Il testo prevede 10 articoli e ha come obiettivo principale quello di intervenire sul reato di “Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa”, già presente nella Legge Mancino del 1993, andando ad estendere il reato per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità.

I punti di scontro riguardano principalmente il concetto di identità di genere e la libertà di espressione che, secondo il Centrodestra, potrebbe venire meno.

La “maggioranza”

Cerchiamo di capire su che numeri pensa di poter contare chi vuole andare al muro contro muro senza nessun tipo di mediazione.

«Calendarizzato il Ddl Zan. Quindi vuol dire che #iVotiCiSono. Allora, in trasparenza e assumendosi ognuno le sue responsabilità, andiamo avanti e approviamolo». Queste sono le parole scritte su Twitter dal Segretario del PD Enrico Letta che, appoggiato da molti suoi parlamentari, sembra rivolgersi con atteggiamento di sfida a Matteo Renzi e Italia Viva. Tuttavia, ci sono tre aspetti significativi da ricordare:

  • Il voto sulla calendarizzazione mette in mostra una maggioranza molto risicata.
  • Matteo Renzi, viste le leggi firmate da Presidente del Consiglio, non ricorda molto una figura contraria ai diritti della comunità LGBTQ+.
  • Al contrario, qualcuno anche più a sinistra si è detto dubbioso sul testo così com’è, e, tra l’altro, bisogna ricordare come sulle unioni civili siano mancati i voti del M5S, che ora all’apparenza sembra compatto sul “Sì” al Ddl Zan.

La speranza è, quindi, che non si faccia di una legge di questa portata uno strumento di scontro più personale che politico.

I tentativi di mediazione

Quello che sembra essere il più propenso a voler trovare una mediazione condivisa da una più ampia maggioranza per riuscire sicuramente a portare a casa la legge è il Sottosegretario al Ministero dell’Interno, Ivan Scalfarotto, primo firmatario di un Disegno di legge del 2013, tra l’altro firmato anche dallo stesso Alessandro Zan. Risulta dunque strano come oggi, invece, lo stesso Zan parli del Ddl Scalfarotto come di un compromesso al ribasso.

Ciò che probabilmente ed effettivamente riuscirebbe a mettere d’accordo più forze politiche su questa mediazione, sarebbe l’eliminazione del concetto di identità di genere, presente nel Disegno di Legge Zan (“l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione“) che è molto divisiva trasversalmente, non solo tra i banchi del Centrodestra ma anche del Centrosinistra. Questo, secondo Scalfarotto, non sarebbe un vero compromesso al ribasso, perché comunque verrebbero tutelati con il Ddl sia i diritti di persone aventi un orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità che di persone transgender.

Quello che verrebbe a mancare, inoltre, sarebbe l’obbligatorietà per le scuole di organizzare, nella giornata del 17 maggio, una giornata di sensibilizzazione contro l’omofobia e la transfobia, dal momento che il Ddl Scalfarotto ribadisce “la piena autonomia scolastica”.

Questi i punti controversi, su cui viene proposta la mediazione. Ora rimane da domandarsi se effettivamente valga la pena rischiare di bloccare tutto pur di non scendere a compromessi con una parte importante (in termini di numeri) del Parlamento oppure accettare un po’ di pragmatismo per avere tutele importanti per tante persone che aspettano da anni serenità e giustizia.

In queste ore vedremo l’evolversi della situazione, che potrebbe riservarci molte sorprese.

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Francesco Palermo

Nato a Soveria Mannelli nel 2000, è appassionato di politica italiana ed è profondamente europeista. Attualmente frequenta il corso di laurea triennale in Economia presso l’Università della Calabria, dove è anche impegnato nella rappresentanza studentesca. È amante della musica e della letteratura. View more articles. 

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Mutui Agevolati Per I Giovani: Cosa C’è Da Sapere?

A seguito della pandemia, l’attuale Governo italiano presieduto da Mario Draghi ha cercato di orientare parte delle risorse messe in campo verso i giovani. In particolare, all’interno dei Decreto Sostegni bis è stata introdotta una agevolazione fiscale per tutti i giovani sotto i 36 anni che desiderano acquistare la loro prima casa. È, quindi, possibile richiedere un mutuo per l’acquisto della prima casa con la garanzia statale dell’80% sulla quota capitale grazie al Fondo gestito da Consap (Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici). Il finanziamento, però, non può superare i 250mila euro e l’immobile da acquistare, che deve essere adibito ad abitazione principale, non deve appartenere alle categorie catastali di un’abitazione di lusso, di una villa, di un palazzo o di un castello. Per ottenere queste agevolazioni si deve compilare un apposito modulo; inoltre, il mutuo deve essere stipulato nel periodo compreso tra il 26 maggio 2021 e il 30 giugno 2022 e, cosa più importante di cui tener conto, il reddito ISEE del richiedente non deve superare la soglia dei 40.000 euro annui.  

Uno sguardo ai dati 

Secondo Alessio Santarelli – direttore generale della divisione broking del gruppo MutuiOnline – questo «nuovo strumento voluto da Draghi darà impulso al mercato dei mutui, offrendo comunque soluzioni che prima non c’erano soprattutto per categorie storicamente deboli». L’incertezza economica del Paese ha storicamente reso difficile per i giovani richiedere ed ottenere dei mutui, in quanto essi non rispetterebbero determinati criteri di garanzia richiesti dalle banche. Guardando i dati forniti da Santarelli stesso (riduzione della richiesta di mutui dal 37.9% nel 2011 al 28.9% nel 2021) è evidente come i giovani italiani desiderino sempre di più acquistare una casa, ma è ancora più lampante la difficoltà per gli stessi di accedere al mercato immobiliare se non facendo esclusivamente ricorso ai propri risparmi.  

Questo Fondo di garanzia per la prima casa, ridenominato in breve “Fondo prima casa”, era già stato istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze con la legge di stabilità del 2014 ed è stato rifinanziato dall’attuale Governo con il Decreto Legge n.73 del 25 maggio 2021 riguardante misure urgenti connesse all’emergenza da COVID-19, per le imprese, il lavoro, i giovani, la salute e i servizi territoriali. I dati registrati da Consap successivamente al 2014 fanno ben sperare, visto che con un ammontare pari a 200 milioni di euro le richieste ricevute furono oltre 170 mila; adesso che l’ammontare stanziato è pari a 290 milioni di euro per l’anno 2021 e di 250 milioni di euro per l’anno 2022 ci si aspetta una domanda sempre più elevata. 

Mutui del genere, per cui non è richiesto un esborso iniziale, sono molto costosi per le banche, perché per poterli erogare devono assorbire una quantità più elevata di capitale e allo stesso tempo richiedere la cosiddetta “assicurazione ipotecaria”. Con la garanzia statale, però, le banche e tutti i soggetti finanziatori non potranno più chiedere ulteriori garanzie non assicurative ai giovani futuri mutuatari. Il fondo, perciò, dà un forte stimolo a questo segmento di mercato che, a causa degli eccessivi costi e delle innumerevoli complessità, non ha mai effettivamente preso quota.

Rischio: non inclusività

Il tetto dell’ISEE fissato a 40.000 euro annui non renderebbe il bonus abbastanza inclusivo, in quanto esso limita la platea dei beneficiari. È bene ricordare, infatti, che il reddito ISEE è calcolato sulla base del nucleo familiare, che tiene conto sia della famiglia anagrafica che dei soggetti fiscalmente a carico anche se non sono conviventi. Perciò, un giovane 28enne che, pur vivendo autonomamente in affitto in un altro domicilio, ha mantenuto la residenza presso l’abitazione dei suoi genitori, risulta per legge a carico dei genitori e il suo reddito ISEE terrà conto del patrimonio mobile e immobile di tutti i componenti della famiglia. 

Paradossalmente, nonostante il giovane in questione si trovi in una situazione lavorativa precaria e abbia un reddito da lavoro molto modesto potrebbe essere escluso da questa agevolazione a causa del computo dei redditi della propria famiglia. Oggi, molti giovani che non hanno ancora compiuto i 36 anni e che sono neoassunti, o comunque hanno un reddito che spesso non supera i 25.000 euro annui, superano facilmente la soglia ISEE perché o vivono ancora con la famiglia o semplicemente hanno la residenza presso la loro casa d’origine. In questo scenario, le coppie coniugate (con uno dei due coniugi sotto i 36 anni) e le famiglie monogenitoriali con figli minori a carico sono le più avvantaggiate. A queste categorie poi si affiancano anche le coppie conviventi da almeno 2 anni, in cui almeno uno dei richiedenti non abbia compiuto 36 anni; i giovani che non abbiano compiuto 36 anni e conduttori di alloggi di proprietà degli Istituti autonomi per le case popolari, o comunque denominati. 

Come evitare la trappola dell’ISEE

L’unico modo per sfuggire a questo ostacolo è cambiare la residenza del richiedente del mutuo. In questo modo il soggetto X che si stacca dal proprio nucleo familiare per crearne uno “nuovo” non risulterebbe più un figlio/a a carico dei genitori i cui redditi “pesano” nel calcolo dell’ISEE. Questo cambio di residenza permetterebbe, quindi, di non superare la soglia dei 40.000 euro annui. Bisogna comunque tener conto delle tempistiche: grazie al Decreto Semplificazioni approvato lo scorso 28 maggio, le tempistiche necessarie sono state ridotte, perciò il cambio di residenza si considera legalmente efficace dal giorno stesso della richiesta in Comune. Il tutto comunque si conclude in circa un mese e mezzo durante il quale si procede con vari controlli da parte delle autorità competenti.

Con il tempo si valuterà l’efficacia reale di questa misura, ma già da ora è possibile affermare che, nonostante il problema della soglia ISEE, il Governo Draghi sta cercando di utilizzare al meglio tutte le risorse economiche e monetarie generate. La casa è il bene immobile per eccellenza e ha un ruolo chiave anche nell’incentivare i giovani a creare una propria famiglia: si punta, così, al lungo periodo, al futuro dell’Italia e al rendere i giovani sempre più indipendenti e intraprendenti.

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Silvia Foti

Nata a Reggio Calabria nel 1999, è una grande appassionata delle tematiche relative all’economia e alla finanza. Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto varie attività di volontariato nel corso degli anni e nell’estate 2019 ha potuto prendere parte a un progetto di volontariato svolto in collaborazione con Croce Rossa Italiana. Tra le sue varie passioni anche l’arte, le lingue straniere e il nuoto. View more articles

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Dando A Dio Ciò Che È Di Cesare: L’Italia Dal Totalitarismo Imperfetto Alla Repubblica Zoppa

L’attrito generatosi tra la Conferenza Episcopale e il fronte per la difesa dei diritti LGBTQ+, che trova il suo casus belli nella possibilità di tradurre in legge l’attuale stesura del DDL Zan, offre preziosissimi spunti per una riflessione storica sulla – mancata – laicità dello Stato italiano. Nel tentativo di ricomporne una parabola evolutiva attraverso i secoli, saltuaria quanto basta perché la si possa racchiudere nello spazio di un articolo di giornale, ci si accorge di quanto importante sia ripercorrere gli snodi principali della storia moderna e contemporanea dello Stato Vaticano, rintracciando ed enucleando quei momenti salienti (giuridici e politici) che ancora oggi garantiscono alla Santa Sede un sostanzioso potere di ingerenza spirituale negli affari – evidentemente mai abbastanza secolari – della Repubblica.

PREMESSE

Si è soliti discutere – in tempi di sedicente “Terza Repubblica” soprattutto – della modernità in termini post-ideologici. È innegabile, in tal senso, che il collante valoriale che un tempo saldava i partiti di massa alle rispettive classi popolari si sia progressivamente sfaldato, fino a ridurre il panorama elettorale ad un insieme scomposto di identità friabili e cinicamente inclini alle più fantasiose fusioni e ai più logici sgretolamenti. In tempi di così marcata inconsistenza e incoerenza politica, dove perfino i più generici contenitori di “destra” e “sinistra” si tramutano in categorie prive di tassonomie stabili (attribuibili a tutti e nessuno contemporaneamente), i cittadini del mondo libero si sono trovati costretti a sopperire autonomamente alla carenza di rappresentanza: i diritti degli individui hanno ben presto dovuto condividere gli ordini del giorno con la tutela dei diritti di nuove e più marginali aggregazioni. Queste ultime istanze, apparentemente sovrapponibili a quelle già espresse dalle olistiche classi sociali o dalle ancor più trasversali comunità religiose, sono figlie di un tempo certamente post-materialista ma non meno polarizzato del passato: la continua palingenesi di raggruppamenti e rispettive identità ha come raddoppiato le dimensioni dello spettro politico, redistribuendo le opinioni del pubblico su di un piano senza margini o griglie, piuttosto che un asse bidirezionale. Con interessanti risvolti di “denazionalizzazione”, per dirla con le grammatiche di Huntington, la modernità scambia i bipolarismi ideologici o i tripolarismi partitici con un pluralismo di gruppi sociali internazionalizzati, radicali e svincolati dalle sovrastrutture istituzionali, alle quali non resta che un ruolo postumo di integrazione (anziché di aggregazione). Privati della controparte “statale”, ossia di una componente elettorale davvero in grado di rappresentarli, queste realtà puramente civili, per quanto contaminate da dirigenze non altrettanto spontanee (cinghie di trasmissione di partiti e parti che intendono capitalizzarne i disagi), non hanno altra arma all’infuori della solidarietà e dell’emotività che questa produce.

L’analisi che il seguente articolo si prefigge di condurre tocca, inevitabilmente, le corde di quella citata emotività e si appella, in apertura, alla razionalità del lettore perché non si conceda la comodità di un argomentum ad hominem: chi scrive nutre inamovibili convincimenti su alcune delle questioni che si tratteranno di seguito, ma non intende sporcare l’esposizione con eccessi di faziosità o commenti poco imparziali, anzi spera di restituire un quadro quanto più chiaro della storia di due nazioni che hanno finto, per tempo immemore, di nutrire interessi tra loro compatibili in forza della mera contiguità territoriale.

I PATTI GASPARRI E LA SECONDA MORTE DI NINO BIXIO

Perché questo articolo possa legittimamente aspirare a comparire nell’archivio di una rubrica di politica estera, è necessario che la parabola di cui sopra princìpi in un punto della storia in cui Italia e Chiesa potessero già relazionarsi nelle vesti di Stati sovrani e distinti. Correva l’anno 1870 e Nino Bixio, prima da senatore del Regno e poi da Generale del Regio Esercito, ci indicava testardo (in questo più affine al commilitone Garibaldi che al collega di seggio Camillo Benso) la miglior strada per la costituzione di nuovi rapporti diplomatici con lo Stato Pontificio… una via scoscesa e ad alcuni non troppo gradita, visto che passava per una – non proprio diplomatica – seconda breccia a Porta San Pancrazio. La questione romana fu per Bixio ciò che l’unità fu per il conte di Cavour: il culmine di una lotta esasperata verso il sogno di un’Italia finalmente redenta. Fa riflettere come le due figure siano accomunate, al di là dei pensieri e delle aspirazioni, dall’assonanza di una morte prematura di poco successiva al compimento della rispettiva impresa, quasi a sancire l’esaurimento delle loro funzioni e del loro sacrificio per la causa della neonata nazione.

Un retaggio risorgimentale – e come tale romantico – barbaramente calpestato dal cinismo utilitarista di Mussolini, che fece carta straccia delle Guarentigie e optò per il ripristino dell’indipendenza Vaticana, sperando così di ricavare una legittimità morale da affiancare a quella politico-coercitiva già sancita per mezzo di “listoni”, leggi speciali e olio di ricino: i Patti Gasparri sono, in tutto e per tutto, la seconda morte del sopraccitato statista genovese. Nello spazio dei tre accordi stipulati nel ’29, il Fascismo rinnega spudoratamente sessant’anni di storia e conquiste nazionali. Se il riconoscimento da parte dello Stato “alla Santa Sede [del]la piena proprietà e [del]la esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana sul Vaticano” non fosse già abbastanza rappresentativo della rottura legale con la parentesi liberale del Regno, i riferimenti temporali contenuti nel testo dell’articolo 2 della Convenzione finanziaria (integrativo del precedente articolo 1, in cui è disposto l’esborso di una riparazione pari ad un miliardo e settecentocinquanta milioni di lire) lasciano ben poco spazio all’interpretazione:

               La Santa Sede dichiara di accettare quanto sopra a definitiva sistemazione dei suoi rapporti finanziari con l’Italia in dipendenza degli avvenimenti del 1870.

Una stringa di testo e un numero a dieci cifre bastarono a degradare l’Unità d’Italia a debito di guerra. Di questo complesso di leggi, meglio noto col nome di Patti Lateranensi, è altresì importante memorizzare le disposizioni contenute agli articoli 1 del Trattato e 36 del Concordato, la cui sopravvivenza nell’ordinamento, prolungatasi anacronisticamente per ben quarant’anni di storia repubblicana, costituisce un ineludibile indicatore di quanto effettivamente “laico” potesse dirsi il nostro Stato nel secondo dopoguerra.

LA PEGGIOR CONTINUITÀ REPUBBLICANA: DALL’ARTICOLO 7 ALL’8‰

Checché ne dicano luminari del diritto e seguaci dei padri costituenti democristiani, l’Italia è un paese laico solo per norma e non per disposizione. Il combinato disposto degli articoli 7 e 8 della “Costituzione più bella del mondo” restituisce l’immagine di una nazione inopinabilmente schiava di quello che Benedetto Croce (unico dei laici liberali ad astenersi dal voto in Costituente sull’iscrizione dei Patti Lateranensi tra i princìpi fondamentali della Repubblica) definì propriamente il “giogo pretesco”. Si cominci col ricordare che la laicità dello Stato, spesso millantata quale assioma puro e consolidato della legge fondamentale, è di fatto sancita come principio indiretto, cioè come interpretazione ricavabile dal comma 1 dell’articolo 8, in cui è dichiarata l’uguaglianza di tutti i credi religiosi in termini di semplice libertà: quanto alla gerarchia – perché esiste una gerarchia –, basterà proseguire al paragrafo immediatamente successivo per scoprire che “le confessioni diverse dalla cattolica” (scelta sintattica interessante per uno Stato laico) possono interagire con la Repubblica per voce delle rispettive rappresentanze e consolidare i rapporti sulla base di intese. Il Concordato rimane, appunto, forma di accordo esclusiva di quell’unica religione che non necessita di organizzarsi secondo statuti comunitari, giacché rappresentata da uno Stato sovrano e confessionale.

E fa peraltro specie che suddetto assunto di laicità – ammesso e non concesso che la disposizione in questione abbia mai inteso di farne principio – venga collocato dopo e non prima del famigerato articolo 7. Articolo, quest’ultimo, che non manca di consegnarci la sua dose di subdole sfumature: il rinvio formale (e non recettizio) fatto ai Patti Gasparri è esplicito. Nel dichiarare la continuità tra Repubblica e Monarchia nei rapporti Stato-Chiesa non si ricorre, cioè, ad una formula generica per la notificazione di successione del concordato vigente, bensì si cristallizza la relazione Italia-Vaticano nelle forme dei soli Patti Lateranensi. Con questo non si vuole insinuare la non emendabilità dei Patti (che è anzi sancita al comma 2), quanto affermare l’impossibilità di abrogarli, eventualmente, in favore di nuove e più trasformative convenzioni: i Patti Lateranensi sono in ogni momento suscettibili di modifica (e peraltro senza nemmeno bisogno di ricorrere alle lungaggini del procedimento di revisione costituzionale), ma in nessun modo sostituibili tout court.

Di questo simpatico retaggio fascista si rendano grazie ai migliori volti della resistenza italiana, come il noto camerata Dossetti rinsavito all’antifascismo a ridosso dell’armistizio, giusto in tempo per figurare tra i membri fondatori della principale componente del CLN: la Democrazia Cristiana. Ma gli scudocrociati non raggiunsero certo da soli la maggioranza assoluta nella Costituente: tra le componenti dell’Assemblea più inaspettatamente convergenti sulle posizioni filocattoliche, come non citare i comunisti. In molti, ancora oggi, si interrogano sul famoso ed improvviso voltafaccia dei tribuni proletari sull’articolo 7, e altrettanti diedero per buona la lettura secondo cui Togliatti intendesse così porre le basi per una più lunga e sicura permanenza dei rossi nell’area di governabilità a trazione democristiana (visione poi venuta meno a metà della primissima fase repubblicana, nella transizione dal De Gasperi III al De Gasperi IV). È opinione di chi scrive, contrariamente alle interpretazioni più gettonate, che i calcoli del filosovietico fondatore di Ordine Nuovo fossero tutt’altro che errati e che l’obiettivo sperato – non proprio manifesto – fosse invece stato raggiunto, onorando la memoria dell’ex collega di redazione (nonché teorico elitista) Antonio Gramsci: al netto dei conflitti di coalizione che ancor prima della rottura del governo d’unità nazionale costarono a Togliatti il dicastero delle Finanze – ministero che dovrebbe essere l’assoluta priorità per un partito che si prefigge il mandato ideologico di riconsegnare i mezzi di produzione ad operai e contadini –, solo la carica del Guardasigilli rimase costante nelle pertinenze dei comunisti. Un interesse peculiare, ulteriormente rivelato dagli interventi di Laconi (nella seduta dell’8 gennaio del ’47) alla Costituente per la stesura dell’articolo 104: il delegato comunista auspicava, infatti, una commistione del terzo potere coi primi due, dando per surreale l’ipotesi della piena indipendenza della Magistratura non come ordine, ma come insieme di individui sempre e comunque esposti agli stimoli politici di una democrazia libera e plurale… previsione che, ahinoi, si conserva bene nel tempo, soprattutto quando la cronaca si colora di inchieste sulle “magagne” in seno al CSM.

Quarant’anni più tardi, infine, i socialisti di Craxi si degnarono di correggere il Concordato, elidendo i già citati articolo 1 del Trattato e 36 del Concordato (rispettivamente “Cattolicesimo religione di Stato” e “Obbligatorietà dell’insegnamento della dottrina Cristiana nelle scuole pubbliche elementari”)… al modico prezzo dell’8xmille, per sommo gaudio dello IOR. Emendamento bene accetto ma, di nuovo, fin troppo tardivo oltre che compromissorio: per quella repubblica che si definisca laica (se non per legge, quantomeno per indirizzo), un trattato internazionale che sancisca l’effettività di una religione di Stato non è certamente la pratica più indicata.

L’INGERENZA OGGI, TRA DRAGHI E ZAN

Quanto fin qui osservato per dire che: “sì, l’Italia è uno Stato laico… se vogliamo che lo sia”. La dicotomia Chiesa-LGBTQ è un calderone di riflessioni giuridiche estremamente stimolanti, prima fra tutti la questione di costituzionalità sollevata dalla CEI: le perplessità dei Vescovi circa la libertà di poter definire contronatura le declinazioni non convenzionali della sessualità sono un dilemma per alcuni individui in quanto cristiani, ma le modalità di risoluzione dell’eventuale antinomia tra Patti e DDL Zan sono interesse comune alla cittadinanza tutta. Sebbene Draghi abbia un passato nelle schiere democristiane come direttore generale del Tesoro nei governi Andreotti VI e Andreotti VII, potrebbe davvero rivelarsi “l’uomo giusto al momento giusto” per accompagnare la nazione in una transizione spirituale necessaria (e le sue dichiarazioni in tal senso lasciano ben presagire), rompendo per primo il muro del falso mito della non emendabilità dei primi dodici articoli della Costituzione. Da nessuna parte è infatti sancita la natura intangibile dei principi fondamentali (prerogativa, piuttosto, dell’articolo 139), ivi compresi i Patti Lateranensi: tutt’al più è indicata la loro indefettibilità come “fondamento”, appunto, dell’attuale iterazione della Repubblica… i francesi lo hanno già fatto quattro volte, mentre da questo lato delle Alpi si è ancora fermi a una differenziazione informale (di matrice giornalistica) tra la Prima e la c.d. Seconda Repubblica, mai propriamente distinte da alcuna riforma dell’assetto organizzativo dello Stato.

Certo è che l’eventuale risoluzione del paradosso costituzionale evidenziato dalla Conferenza Episcopale non toccherebbe né scioglierebbe i nodi giuridici d’interesse per gli sguardi più attenti. Il DDL Zan presenta, nelle sue forme attuali, due criticità (completamente dissociate da quanto denunciato dai vicari papalini) altamente invalidanti dell’ammissibilità e morale e costituzionale del testo. Nello specifico, il comma 4 dell’articolo 1 definisce l’identità di genere quale identificazione e manifestazione del genere di un individuo a prescindere dalla congruità col sesso e, soprattutto, “indipendentemente dal­l’aver concluso un percorso di transizione”. Ora: se nell’ordinamento italiano vi fossero riferimenti a una qualche definizione di “percorso di transizione” intorno alla quale costruire un minimo di consensus giuridico, non saremmo qui a fare semantica spicciola sui diritti umani. Ma tant’è che in nessuna precedente pubblicazione in Gazzetta si è mai fatto riferimento al suddetto percorso come ad un processo scandito in fasi giuridicamente riconoscibili e scientificamente verificabili (possibilmente tramite consulenza psichiatrica, facendo magari coincidere la prima fase con la certificazione clinica di una condizione di disforia nel paziente), anzi: secondo la valenza comunemente affibbiata alla locuzione, la transizione ha inizio nel momento stesso del coming-out (atto non meno legittimo ma assolutamente individuale, riflessivo e senza alcun risvolto o valenza legale). Inutile dire come questa fondamentale inconsistenza semasiologica apra a scenari di confusione ed ingovernabilità al limite del parossistico.

Segue un dilemma ancor più grave, racchiuso nella condizionale del controverso articolo 4. Sebbene la libera espressione di convincimenti e opinioni sulle questioni oggetto del disegno legislativo sia qui esplicitamente tutelata dalla disposizione in questione, preoccupa la seconda metà del capoverso: tale tutela è infatti assicurata

               … purché non idonea a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.

Per quanto sgarbato o indelicato risulti, è indubbio, ad esempio, che una dichiarazione circa la contrarietà dell’omosessualità alla logica di natura non potrebbe in alcun modo pregiudicare la ricezione, da parte degli stessi individui omosessuali, dei diritti garantitigli dallo Stato: se, proseguendo nell’ipotesi, si vedesse un domani riconosciuta la capacità di adozione alle coppie omoerotiche, in nessun modo la pubblica esternazione contrariata di un individuo o di un raggruppamento potrebbe inficiare la piena “fruizione” del diritto accordato. Ma se, diversamente, fosse il cittadino e non lo Stato a ricoprire la posizione di “erogatore” di quel diritto? Se la non-discriminazione fosse, richiamandosi alle evoluzioni giuridiche osservate nel codice penale canadese, quella di non veder storpiata la propria identità di genere nei pronomi o nelle desinenze che ci vengono coerentemente rivolti, e se è dunque l’interlocutore stesso a farsi garante della nostra dignità attraverso le parole che pronuncia o dovrebbe pronunciare? Per quanto nobile sia l’intento, il mezzo per il suo conseguimento (che sarebbe quello di una giurisprudenza orientata al compelled-speech) presenta caratteri al limite della costituzionalità.

Analisi, in conclusione, che ci spinge verso i confini di tutt’altro excursus, passando dall’ingerenza spirituale del papato alla radioattività culturale dell’anglosfera… digressione che, per ovvie ragioni, ci riserviamo di scandagliare in una seconda occasione.

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Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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La Manifattura: Il Pilastro Dell’Economia Di Un Paese

L’eccellenza, l’alta specializzazione, la qualità e la creatività sono gli elementi che hanno caratterizzato la storia della manifattura italiana e l’hanno resa famosa e nota in tutto il mondo. L’Italia di Armani, Prada, Ferragamo e di Ferrero, Barilla e Campari, solo per citare alcuni dei più noti brand conosciuti a livello internazionale, è il Paese della “dolce vita”, nel quale la competenza e il buon gusto si uniscono nel noto made in Italy. Questa espressione, coniata a partire dagli anni ’80, indica la specializzazione del settore produttivo italiano e comprende le cosiddette 4 A: abbigliamento, arredamento, automazione e agroalimentare. Purtroppo, però, negli ultimi anni il settore industriale italiano ha registrato una crescita più lenta e, a seguito della crisi del 2009 e a quella attuale (causata dalla pandemia), ha assistito addirittura ad un’inversione di tendenza, performance non di certo rassicurante dal punto di vista economico. La manifattura, infatti, è il pilastro dell’economia di un Paese e, facendo un breve cenno a noti economisti, ne spiegheremo il motivo.

L’attività manifatturiera è un’attività che crea valore nel momento in cui nei prodotti non si riconoscono più le risorse naturali. Il più autorevole, quello che più di tutti ha sistematizzato questo ragionamento, è stato Adam Smith.  Secondo il celebre economista la manifattura diventa centrale, perché offre agli uomini la possibilità di creare qualcosa che non esiste, e si traduce in divisione del lavoro sempre più accentuata. Dal punto di vista economico in questo senso anche Nicholas Kaldor ha avuto un ruolo rilevante. Infatti, secondo quest’ultimo il successo di un Paese in un’economia moderna dipende dalla sua capacità manifatturiera. L’idea di Kaldor è cercare di capire per quale motivo un Paese è più ricco di un altro, e per far questo formula tre leggi. Attraverso un riscontro empirico evidenzia come tra tutte le attività quella che influenza più di tutte il reddito è la produzione manifatturiera.  Allora chi è più presente degli altri nella manifattura ha un reddito più elevato. In un’economia di mercato se non si è padroni di un linguaggio si produce come terzisti, ovvero solo per conto di terzi, e la produzione per conto di terzi porta delle conseguenze a livello di benessere macroeconomico per una società. Si può guadagnare tanto ma anche rischiare di uscire subito dal mercato. Ed oggi l’economia-mondo crea problemi di questo tipo. Risulta evidente che è molto più articolato la realtà con la quale ci dobbiamo confrontare oggi, soprattutto in seguito all’impatto che il Covid-19 e il lockdown hanno avuto sull’economia. In un mondo in cui ognuno di noi è in grado di fare quasi tutto, quello che serve per sopravvivere è la specializzazione e il perseguimento di una traiettoria culturale ben precisa.

Il ruolo della manifattura in Italia

L’Italia si trova di fronte a un contesto fortemente mutato. Siamo considerati oggi come il secondo paese manifatturiero d’Europa, anche se, in un mondo che ha visto raddoppiare la produzione, dal 1999 fino al 2019 abbiamo perso il 15.5% della produzione manifatturiera. Questo è un dato pre-Covid rilevante che sicuramente ha creato un blocco all’occupazione. Il tema della politica industriale è fondamentale ma non viene considerato appieno. Infatti, la manifattura rappresenta il core di un Paese nel momento in cui rientra nei consumi degli abitanti del Paese stesso. E da questo punto di vista è importante allora avere un reddito che consente di farlo. Quello che interessa a livello macroeconomico è l’occupazione generata da quell’attività imprenditoriale, e chi lavora in quella impresa è molto più legato di chi ne possiede il capitale finanziario perché ha generato una situazione che in termini economici viene definita di lock-in per la quale mantenere il posto di lavoro è fondamentale. Kaldor, in particolare, dice che la manifattura è centrale perché in un’economia di specializzazione – che diventa economia di mercato – definisce una traiettoria culturale. L’espressione Made in Italy rappresenta la traiettoria culturale di una comunità che è la nostra, ovvero di un’economia di mercato che vende ciò che rappresenta la sua cultura. Per cui in un’economia di mercato la cultura si traduce anche in bisogni e in beni e servizi che soddisfano quei bisogni. Ma se si parla di Made in Italy si deve guardare alla capacità di fare qualcosa che si consuma su quel territorio. D’altronde, quando si produce qualcosa che non si consuma si diventa terzisti, si produce conto terzi. Allora qui conoscenze e competenze assumono una fisionomia un po’ differente perché il problema è quello di sviluppare conoscenze e di mantenerle nel corso del tempo. In un’economia di specializzazione, la ricerca è fondamentale se si traduce in soluzioni applicate. Un Paese deve difendere la propria manifattura, ma questo vuol dire avere chiara la relazione che c’è tra ricerca, accumulazione di conoscenza e produzione di questa accumulazione di conoscenza in soluzioni concrete applicabili sui mercati. Se questo circuito non viene chiuso la ricerca va da altre parti. Nonostante tutto, l’Italia rimane tra i primi 10 Paesi al mondo in termini di produzione industriale, irrilevante però se confrontata con la super potenza cinese. D’altronde, è necessario dire che nessuno fino agli anni ’80 avrebbe mai pensato che la Cina potesse diventare l’area manifatturiera principale del mondo, ma oggi è così in tantissimi settori: dall’ industria di processo sino alle industrie più avanzate. Ad esempio, la metà della capacità produttiva nel settore dell’acciaio in sede di processo oggi è in Cina.

Fonte: elaborazioni CSC su dati UNCTAD, IHS e UN-comtrade

L’impatto della pandemia sulla manifattura 

Le decisioni adottate dai governi nazionali riguardanti le chiusure della maggior parte delle attività economiche hanno sicuramente colpito l’economia globale spingendola nella peggiore recessione dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il sistema manifatturiero è entrato in lockdown avendo alle spalle già due anni di recessione e l’Italia, uno dei Paesi maggiormente colpito, ha visto una perdita del PIL pari al 8,8% nel 2020 e un aumento del debito pubblico rilevante. La crisi è stata definita da uno shock che ha riguardato tanto l’offerta quanto la domanda (crollo dei consumi, disoccupazione, riduzione dei redditi). Tra i settori manifatturieri, il comparto del tessile, abbigliamento e calzature è quello che ha subito il crollo più̀ grave (-23%), seguito dai macchinari e mezzi di trasporto (-15%).  L’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) ha stilato un “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi” molto interessante, dal quale emerge un’analisi del quadro macroeconomico e della performance dei settori manifatturieri dettagliata. Si riporta nel seguente articolo esclusivamente l’andamento a livello settoriale relativo al fatturato manifatturiero, dal quale emerge una profonda flessione dei beni strumentali e di quelli intermedi.

Fonte: Elaborazioni su dati Istat, Indagine mensile sul fatturato delle imprese industriali

Relazione tra industria e innovazione: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) italiano

Per affrontare la crisi economica innestata dalla pandemia, l’Unione Europea si è dotata di uno strumento temporaneo che contiene il più consistente pacchetto di stimolo mai finanziato in ambito comunitario: il Next Generation EU. Per ricevere i fondi europei, gli Stati hanno definito un Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che contiene pacchetti coerenti di progetti di investimento e di riforme. Il Piano in Italia si articola in sedici componenti, raggruppate in sei “missioni”. Rispetto all’analisi fatta sull’importanza della manifattura citeremo in questa sede la componente 2 della “missione” 1 che ha l’obiettivo di rafforzare la competitività del sistema produttivo migliorandone il tasso di digitalizzazione, innovazione tecnologica e internazionalizzazione attraverso una serie di interventi tra loro complementari. La cifra destinata a tal fine risulta pari a 23,89 miliardi. Si tratta di un’occasione unica per uscire più forti dalla pandemia, e l’unica possibilità per generare opportunità e posti di lavoro.

<<Nell’insieme dei programmi c’è il destino del Paese, la sua credibilità>> ha sottolineato Draghi alla Camera dei Deputati il 26 Aprile 2021 <<Nel Pnrr c’è la misura di quello che sarà il suo ruolo nella comunità internazionale, la sua credibilità e reputazione come Paese fondatore dell’Ue e come protagonista del mondo occidentale. È questione non solo di reddito e benessere, ma di valori civili e sentimenti che nessun numero e nessuna tabella potrà mai rappresentare>>.

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Ludovica De Rose

Nata a Cosenza nel 2001, frequenta il corso di laurea triennale in Economia e Management presso l’università LUISS di Roma. Appassionata di arte, cultura e tematiche inerenti l’economia, le piace viaggiare e conoscere posti nuovi. Nel 2017 ha preso parte al programma Intercultura in Irlanda, trascorrendo un mese estivo a Wexford. Tra gli altri interessi anche tennis, equitazione e lettura di libri di attualità . View more articles. 

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Si Avvicina La Fine Del Movimento 5 Stelle?

In tempi di instabilità politica è ben noto che nei partiti si cambino le idee e, perfino, i principi guida. Tuttavia, il Movimento 5 Stelle sembra aver compiuto una completa metamorfosi: sia chiaro che in questa sede non ci si riferisce ai continui mutamenti ideologici riguardanti l’euro, l’Europa, le politiche economiche e la politica estera, ondeggiante tra atlantismo e completo asservimento al dragone cinese. In questo articolo si vuol mettere in evidenza una trasformazione ancora più profonda: il passaggio da “uno vale uno” al nuovo principio “vale solo uno”. Dovrebbe essere questa la nuova versione generata dal conflitto tra il padre-padrone del Movimento Beppe Grillo e l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ma perché è nato questo duello tra i due protagonisti? E, soprattutto, che futuro ha il Movimento?

Lo statuto della discordia

Il nuovo statuto di Conte ha irritato Grillo perché gli avrebbe tolto il potere di trattare per il prossimo Presidente della Repubblica e di discutere direttamente con gli altri leader di partito. D’altronde, come riportato dal Corriere della Sera, quando Grillo ha parlato con Conte è rimasto sconcertato per come il suo ruolo di garante sarebbe stato ridimensionato in modo evidente dal nuovo statuto. Ma lo scontro con l’ex premier, che per sé aveva immaginato sostanzialmente un ruolo da amministratore delegato e per Grillo da presidente onorario, è molto più concreto di quanto sia filtrato. Per comprendere bene la situazione, è necessario evidenziare che tra i vari partiti presenti in Parlamento oggi chi comanda davvero – considerando che vi è un governo di coalizione – è chi negozia con gli altri leader la partita del Quirinale. E chi, in caso di crisi o di problemi gravi e riservatissimi, sale al Colle per parlare con il Presidente. Nello specifico, quindi, si parla dei negoziati, già in corso, per la partita del Quirinale, considerando soprattutto che il mandato di Sergio Mattarella scade a febbraio del prossimo anno e l’implementazione del Recovery Plan sembra richiedere grande stabilità e, quindi, che Draghi rimanga a Palazzo Chigi. Inoltre, è doveroso ricordare che Grillo, oltre ad aver creato da zero il primo partito italiano, è stato colui che a gennaio ha negoziato personalmente con Mario Draghi e Sergio Mattarella la nascita del nuovo governo, designando personalmente, uno a uno, tutti i ministri e tutti i sottosegretari che spettavano ai grillini. Di conseguenza, è facilmente comprensibile come per Grillo la stessa idea di dover lasciare la leadership a Conte sia totalmente fuori discussione.

Il piano B

Dagospia riporta che, nel caso in cui non si dovesse trovare una mediazione tra le parti, Grillo sia pronto a lavorare già ad un piano B: una strategia da adottare soprattutto nel caso in cui Conte decida di lasciare il Movimento e fondare un nuovo partito. Sembrerebbe, inoltre, che tra le intenzioni del comico genovese vi sia quella di dar più potere a Luigi Di Maio, Roberto Fico e Virginia Raggi. Dando vita, quindi, ad un Movimento guidato da un triumvirato più – ovviamente – il padre fondatore, cioè Grillo stesso. D’altronde, da quando si parla di scissione, in molti chiedono a Di Maio, Fico e Raggi di valutare una eventuale candidatura. Tuttavia, nessuno ha mai confermato l’interesse, ma, di fronte a un intervento diretto del garante, i tre, qualora la situazione precipitasse di nuovo, potrebbero rompere gli indugi. La prospettiva, però, almeno finora, è ancorata al dialogo e alla mediazione.

La mediazione

«Ho ricevuto dai gruppi parlamentari una richiesta di mediazione in merito agli atti che dovranno costituire la nuova struttura di regole del Movimento 5 Stelle (Statuto, Carta dei valori, Codice Etico). Ho deciso quindi di individuare un comitato di sette persone che si dovrà occupare delle modifiche ritenute più opportune in linea con i principi e i valori della nostra comunità». Così scrive il padre fondatore del Movimento. A far parte del “gruppo dei 7” ci sono tre pentastellati vicini a Grillo (Di Maio, Crippa e l’europarlamentare Tiziana Beghin), tre “contiani” (Patuanelli, Crimi e Licheri) e, nel mezzo, c’è Roberto Fico che, da Presidente della Camera, dovrebbe avere un ruolo istituzionale e super partes. A tale decisione del garante, segue la reazione di Conte. L’ex premier, come riportato da Open, «non può che valutare positivamente il tentativo di mediazione in atto, dal momento che lui stesso ha sempre lavorato per trovare una sintesi e per evitare spaccature e scissioni». Ben venga quindi — secondo Conte o almeno secondo quello che è stato riportato — il tentativo proposto da Grillo, se utile a rilanciare il M5S e a dar vita a un nuovo corso, tenendo fermi però quei principi fondamentali su cui si è già espresso e sui quali non intende trattare. «Momento molto delicato, proprio per questo credo che si debba parlare pochissimo e lavorare per una soluzione comune. Io ci credo, non è semplice ma troveremo una soluzione comune per far ripartire questo progetto il prima possibile». Così il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. A seguito di tali dichiarazioni sembrerebbe che rispetto a qualche giorno fa il conflitto si stia dissipando. Tuttavia, è doveroso notare che tale scontro non è nato a causa di differenti visioni politiche o di diverse visioni di Paese: la politica — quella vera — è totalmente assente in questo conflitto. Qui ci si trova di fronte ad una concreta lotta di potere, o meglio, ad una lotta per la leadership e il controllo del Movimento. D’altronde, lo statuto proposto da Conte non lo si conosce nei dettagli e, in aggiunta, quei valori che tanto sono stati invocati — sia dall’ex premier che da Grillo — in pochi saprebbero descriverli.

Il Movimento 5 Stelle è un partito che negli ultimi anni — nonostante tutto — ha portato a casa grandi risultati: dall’aver pilotato l’Italia attraverso la pandemia tramite l’azione (e le dirette televisive) di Conte al raggiungimento del Next Generation EU che porterà al Paese la notevole somma di 191 miliardi di euro. Tuttavia, allo stesso tempo, il Movimento non è cresciuto per niente a livello organizzativo. Contraddistinto da una leadership (in ultima istanza quella di Grillo) verticale, anzi quasi “dittatoriale”, in cui il padre-padrone dava gli ordini, decideva le coalizioni, sceglieva chi promuovere e chi cacciare. Ed è proprio questa la “tragedia” del Movimento: rischia di morire malgrado abbia sempre un notevole — seppur ridimensionato — consenso popolare, a causa del fatto che non si è mai mostrato capace di dotarsi di strumenti di dibattito e decisione democratici al suo interno.

Nei prossimi giorni si vedrà se sarà trovata la quadra tra i vari dirigenti del partito, ma ormai, nonostante tutte le possibili mediazioni, sembra sempre più probabile che le fratture createsi difficilmente possano essere sanate da una qualche modifica dello statuto.

(Featured Image Credits: Open)

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Luca Cupelli

Nato a Cosenza nel 1998, è appassionato di storia risorgimentale, politica italiana e relazioni internazionali. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Nel 2019 ha lavorato come analista politico tirocinante presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. È un grande fan della musica anni ’80 e delle serie tv americane. View more articles

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L’Incontro Fra Putin E Biden: Tra Passi In Avanti E Punti Fermi Hanno Parlato Del Futuro Di Tutti Noi 

Il 16 giugno si è tenuto a Ginevra un incontro di due ore e mezza tra il Presidente USA Joe Biden e quello russo Vladimir Putin. I temi toccati sono stati vari e, mentre alcuni fra questi hanno visto un allineamento del punto di vista fra i due leader, altri hanno mostrato con chiarezza la loro lontananza di idee. 

È inutile puntualizzarlo, gli incontri che vedono coinvolti questi due Paesi sono seguiti da sempre con grande apprensione, sin da quando la Russia era ancora URSS. Questo perché il dialogo russo-statunitense tesse fili su cui si incardinano, per motivi diversi, le sorti di tutti gli atri Stati del mondo. Lo dimostra la varietà di temi su cui i due leader si sono confrontati e che ora analizzeremo nel dettaglio.

Il ritorno degli ambasciatori

Dal punto di vista diplomatico, Biden e Putin hanno annunciato il ritorno degli ambasciatori nelle reciproche nazioni. In aprile, infatti, a seguito delle sanzioni imposte dagli USA alla Russia dopo l’interferenza di Mosca nelle elezioni del 2020 e il cyberattacco che qualche mese prima aveva visto coinvolte alcune agenzie statunitensi, i due ambasciatori erano stati richiamati rispettivamente in patria. Tra le sanzioni, era prevista anche l’espulsione di dieci diplomatici russi dagli USA. A Ginevra i due leader hanno annunciato il ritorno dell’ambasciatore statunitense John Sullivan a Mosca e Anatoly Antonov a Washington.

Il caso Navalny

Sulla vicenda Alexei Navalny le posizioni dei due Presidenti sono apparse inconciliabili. Secondo Putin, l’incarcerazione del suo oppositore politico è dovuta al fatto che Navalny ha deliberatamente violato la legge, andando così incontro a legale detenzione. Dal canto suo, Biden ha detto che tenere viva l’attenzione su questo caso sarà una sua priorità. In particolare, ha dichiarato alla stampa che «nel caso in cui Navalny dovesse morire, le conseguenze sarebbero disastrose». Putin è di tutt’altro avviso rispetto alle convinzioni di Biden, secondo cui il caso del giovane oppositore non possa essere affrontato se non facendo una profonda riflessione sul tema dei diritti umani in Russia. Addirittura, il leader del Cremlino ha paragonato l’arresto di Alexei Navalny a quello a dei rivoltosi del Campidoglio seguaci di Trump, incarcerati, secondo Putin, per le loro richieste politiche. Questo paragone risulta forzato, non da ultimo allo stesso Biden. Mentre i rivoltosi di Washington tentavano con la violenza di rovesciare il risultato delle elezioni presidenziali svoltesi in piena democrazia, Navalny si batteva per l’indizione di elezioni libere in Russia.

Il discorso si è poi allargato sul tema dei diritti umani in generale e durante la conferenza stampa il leader del Cremlino ha respinto caparbiamente tutte le accuse che gli sono state rivolte in merito alla violazione di tali diritti da parte sua in Russia,  lanciando la palla all’altra parte: ha infatti menzionato le torture perpetrate nel carcere di Guantanamo e i droni americani che hanno ucciso i civili in Siria. 

Image credits: Adnkronos. L’attivista Alexei Navalny.

Gli accordi sul nucleare

Entrambe le parti hanno affermato che «non è possibile l’esistenza di vincitori in una guerra nucleare». Sono pertanto iniziate le consultazioni per la modifica dei trattati, in seguito alla volontà degli USA di voler uscire da essi.

A parte tutto, resta difficile considerare la possibilità di un’escalation nucleare fra i due Paesi, per qualsivoglia motivazione, ma la volontà di discuterne da parte di entrambi i leader sottolinea la necessità di trovare punti stabili riguardo alla questione. Infatti, il dialogo bilaterale sul nucleare è una strada molto scivolosa. Già durante l’Amministrazione Obama il reset operato non riuscì ad andare oltre la firma del Trattato New START e le iniziative prese di concerto con l’allora leader russo Medvedev sfumarono con l’arrivo di Vladimir Putin al Cremlino. Un altro punto dolente è la presenza di un attore non di poco conto sullo scacchiere mondiale: la Cina e il suo eventuale coinvolgimento nel controllo degli armamenti.

Image credit: Ansa.it. Joe Biden e Vladimir Putin al Summit di Ginevra.

Le questioni geopolitiche: l’Ucraina

Siamo ovviamente lontani dai tempi in cui il mondo era spaccato in due e Stati Uniti e Unione Sovietica, ma le questioni geopolitiche sono ancora al centro del dialogo fra i due Stati: prima fra tutte il nodo Ucraina.

Biden è stato chiaro sulla linea da tenere nei confronti di Kiev. Innanzitutto, gli USA continueranno a spingere affinché l’Ucraina aderisca alla NATO. In seconda battuta, Biden ha parlato di una progressiva militarizzazione dell’Ucraina, tramite l’impianto di basi militari statunitensi (comprese quelle missilistiche) e armamenti e lo schieramento di forze sul territorio. È particolarmente rilevante l’affermazione da parte di Biden del sostegno statunitense ad una possibile volontà dell’Ucraina di riprendersi il Donbass o la Crimea anche con la forza: in questo caso, assisteremmo ad una nuova crisi di Crimea o ad un aumentare delle tensioni nell’ambito del conflitto dell’Ucraina Orientale con l’appoggio di uno dei Paesi più potenti al mondo.

Dall’altra parte, Biden ha affermato di voler seguire la strada dell’implementazione degli accordi di Minsk, la cui esecuzione si è rivelata in questi sei anni scarna e limitata perlopiù ad uno scambio di prigionieri fra Russia ed Ucraina e ad una prefigurazione di modifica costituzionale, su proposta dell’ex ministro degli esteri tedesco Steinmeier, che garantisse autonomia ai russofoni ucraini. Il sostegno statunitense all’Ucraina si esprimerà, oltre che nella stipula di alcuni accordi commerciali, tramite l’Ukraine Security Assistance, ovvero un programma con un pacchetto di aiuti di 150 milioni di dollari per favorire la preparazione militare dell’Ucraina. In generale, seppure gli USA appoggino le tendenze revansciste dell’Ucraina, appare evidente che tanto lo Stato guidato da Biden quanto la Russia tendano a voler mantenere, in questa zona, lo status quo

Sul tavolo anche la questione della crisi euromediterranea, in particolare delle aree libiche e siriane, dove la Russia svolge un ruolo preminente: l’invito di Biden per Putin è di dare priorità alla sicurezza delle aree teatro di scontri.

Il cyberspazio

Durante il summit, Joe Biden ha proposto a Putin la creazione di una Convenzione di Ginevra informatica. Non sarà una missione dal facile esito. Putin, dal canto suo, nega qualsiasi coinvolgimento della Russia nei recenti attacchi informatici che hanno visto come vittima gli Stati Uniti, in particolare nel caso dell’oleodotto Colonial Pipeline e della vistosa operazione di hackeraggio Solar Wind, che ha colpito l’amministrazione USA stessa. In particolare, l’attacco all’oleodotto è consististo nel rubare dati alla parte lesa per ottenerne un riscatto (il cosiddetto fenomeno del ransomware). È altresì verosimile secondo gli esperti che la nazione russa non sia coinvolta e che i pirati informatici siano dei privati che riescono a sfuggire al controllo delle autorità. 

Il summit, tra promesse di collaborazione e mantenimento, in alcuni casi, delle rispettive posizioni, è stato comunque un segnale simbolico e forte della volontà di dialogo fra degli Stati Uniti in via di rinnovamento con Biden ed una Russia di tradizione putiniana da sempre poco avvezza a mettersi in discussione. La Guerra Fredda è finita da anni, siamo d’accordo. Ma se immaginiamo il globo come un filo tenuto a un capo dalla Russia e all’altro dagli Stati Uniti, con la Cina che vi esercita le dovute pressioni, dobbiamo sicuramente preoccuparci della forza che le due parti mettono nel tirare: se la corda dovesse spezzarsi, in un modo o nell’altro, ne saremmo tutti coinvolti.

(Featured Image Credits: Sputnik Notizie)

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Sofia Annarelli 

Nata a Napoli nel 1999, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e sta attualmente frequentando il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso la LUISS. Adora viaggiare, leggere e scoprire nuove culture. È una grande appassionata di quella statunitense: ha visitato molte volte questo Paese e nel 2019 ha preso parte ad una simulazione di una seduta delle Nazioni Unite a New York. View more articles. 

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