UE-Marocco: Come Bruxelles (non) Sta Risolvendo La Questione Del Sahara Occidentale

Appena due giorni fa, il 29 settembre, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è nuovamente pronunciata sugli accordi di associazione tra Bruxelles e Rabat. Ultima di una lunga serie di sentenze proiettate verso l’esclusione del territorio del Sahara Occidentale, e, soprattutto, delle sue risorse, da ogni tipo di accordo commerciale, potrebbe nuovamente mettere sotto i riflettori l’ambigua relazione tra Marocco e Unione Europea.

La Corte, seguendo una linea giurisprudenziale ormai consolidata, ha annullato due accordi, uno in materia commerciale e uno in materia di pesca, il cui scopo si estendeva anche al disputato territorio sahrawi.

La confusione nasce dallo status ambiguo del Sahara Occidentale, “l’ultima colonia africana”, considerato dall’ONU un non-self-governing territory, dal Marocco parte integrante del territorio nazionale e dalla comunità internazionale una fonte di imbarazzo senza una vera e propria soluzione. 

Gran parte del territorio sahrawi, ricco di risorse naturali, è sotto il controllo del governo centrale di Rabat, con una piccola striscia desertica a est, al confine con Mauritania e Algeria, amministrata dal Fronte Polisario, entità politico-militare che si batte per il diritto all’auto-determinazione del popolo sahrawi dal 1973 e che, dal 1976, governa la Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi. Proprio il Fronte Polisario, a fronte della firma dei due accordi di associazione tra Marocco e UE, aveva fatto ricorso alla Corte di Lussemburgo affermandone non solo il chiaro contrasto con le precedenti sentenze della Corte di Giustizia, ma anche il mancato consenso del popolo sahrawi alla loro conclusione.

Image Credits: Financial Times

L’ambiguità europea sulla questione nasce dall’apparente contrasto tra le varie istituzioni europee, divise tra una forte volontà politica di rafforzare i rapporti con il partner nordafricano e un altrettanto forte potere giudiziario, che, nel 2016, nel 2018 e nel 2019 aveva già sentenziato che gli accordi di associazione UE-Marocco non potessero applicarsi al territorio sahrawi, sulla base delle norme generali di diritto internazionale e, in particolare, del principio di auto-determinazione dei popoli. 

La questione sahrawi ha assunto nuova rilevanza a partire dalla conclusione degli Accordi di Abramo dello scorso anno, che condizionavano la normalizzazione dei rapporti tra Marocco ed Israele al riconoscimento statunitense della sovranità di Rabat sul Sahara Occidentale. La reazione a catena che ha seguito tali accordi ha implicato un deciso deterioramento dei rapporti tra Marocco e Algeria, sostenitrice del Fronte Polisario e dell’indipendenza del territorio sahrawi – la sede della Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi è, tra l’altro, su territorio algerino – e da sempre critica dell’atteggiamento ambiguo di Rabat in merito alla questione palestinese. 

Sul fronte europeo, in molti hanno esplicitamente ripudiato quanto previsto dagli Accordi di Abramo, criticando l’allora Presidente USA Trump e sottolineando il diritto del popolo sahrawi all’autodeterminazione; nella pratica, tuttavia, attraverso dichiarazioni di intenti e accordi di cooperazione con il governo centrale marocchino, può essere affermato che la risoluzione della questione del Sahara Occidentale non è tra le priorità di Bruxelles. 

Inoltre, gli interessi europei nei confronti del Marocco – in termini economici, commerciali, diplomatici, ma soprattutto securitari – decisamente superano gli interessi valoriali. Il Marocco, in particolare, funge da partner chiave dell’UE in merito alla gestione dei flussi migratori via terra e via mare, nel controllo della cosiddetta “rotta atlantica” e dei tentativi di attraversamento del confine con le enclaves spagnole di Ceuta e Melilla. Proprio pochi mesi fa, tra l’altro, l’interconnessione tra questione sahrawi e nodo migratorio era stata la causa di un’escalation di tensioni tra Marocco e Spagna.

Mentre il Sahara Occidentale continua ad essere un irrisolto tassello nel complicato scenario nordafricano, sempre più in tensione, l’UE sconta una politica estera traballante e duale, non solo a livello istituzionale, ma anche a livello di obiettivi, rincorrendo legittimi interessi economici e securitari ma, allo stesso tempo, desiderando un ruolo di “potere normativo” nello scenario internazionale. 

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Angela Venditti 

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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La Crisi Evergrande: Quando Un Gigante Vacilla

Negli ultimi giorni è rimbalzata con forza la notizia che il Gruppo Evergrande è caduto in una profonda crisi di liquidità da cui sarà molto complesso uscire. Ma cos’è questo gruppo e per quale motivo occorre conoscere e monitorare la situazione?

Evergrande Group, precedentemente Hengda Group, è stato fondato a Guangzhou nel 1996 dal miliardario Xu Jiayin ed è, ad oggi, la seconda azienda di sviluppo immobiliare della Cina. Il gruppo, quotato alla Borsa di Hong Kong, ha la sede principale nella metropoli finanziaria di Shenzhen. Per una più chiara comprensione delle dimensioni dell’azienda basta citare alcuni numeri: 160.000 lavoratori diretti che salgono a quasi 4 milioni considerando l’indotto. Nel 2020 il suo giro d’affari è stato pari a 350 miliardi di dollari, ovvero oltre il 2% dell’intero Prodotto Interno Lordo cinese. Nel corso degli anni il gruppo ha allargato i propri interessi ben oltre i confini del settore immobiliare; parchi a tema, assicurazioni e investimenti, peraltro notevolmente esosi, nel mondo del calcio.

Per coprire tutte le iniziative Evergrande ha dovuto richiedere numerosi prestiti, principalmente alle banche, fino a diventare il gruppo immobiliare più indebitato della Cina con passività che hanno toccato i 305 miliardi di dollari. Il gruppo ha dovuto ammettere ai propri creditori e agli investitori di avere problemi di liquidità e per farvi fronte ha iniziato a vedere parte degli immobili a prezzi inferiori di quelli di mercato. Ma c’è di più: molti acquirenti sono sul piede di guerra a causa della politica aziendale di vendere immobili ancor prima che la costruzione degli stessi sia conclusa. Si stima che quasi un milione e mezzo di persone abbiano acquistato appartamenti i cui lavori non sono ancora terminati; la conseguenza diretta, in caso di default, è il rischio per i suddetti acquirenti di non ricevere i beni immobili acquistati e di non riavere indietro il denaro speso.

La situazione politica

Nell’estate 2020 il governo cinese ha tentato di dare respiro al settore immobiliare, dal momento che rappresenta quasi un terzo della produzione economica nazionale e che otto delle dieci società immobiliari più indebitate del mondo appartengono proprio al Paese del Dragone. La People’s Bank of China, la banca centrale cinese, ha fissato delle regole ferree, anche conosciute come le “tre linee rosse”, da non violare per garantire la sostenibilità del principale settore produttivo del paese: rapporto massimo debito-asset del 70%, tetto masso nel rapporto tra indebitamento e capitale del 100% e liquidità almeno pari ai debiti a breve.

Il Gruppo Evergrande si trovava e si trova tuttora in palese violazione dei paletti fissati dalla banca centrale e dunque vive una situazione di esposizione economica, mediatica e politica non di poco conto. La linea del presidente cinese e segretario nazionale del Partito Comunista Xi Jinping è quella di non intervenire in maniera decisa in favore del gruppo ma di adottare, eventualmente, piccoli interventi stabiliti in base alla situazione contingente. Sostanzialmente si esclude la possibilità di un salvataggio statale ma allo stesso tempo si cerca di evitare una catastrofe incontrollata che minaccerebbe gravemente acquirenti, creditori e investitori. La freddezza rispetto a un intervento statale massiccio è dovuta alla volontà di mantenere un profilo distaccato per non creare pericolosi precedenti, pur monitorando costantemente la situazione al fine di evitare il malcontento di ampie fette della popolazione. Una necessità politicamente rilevante se si considera che nel 2022 si riunirà il Congresso del Partito Popolare e Xi ha tutto l’interesse a salvaguardare la propria immagine in vista dell’ottenimento del terzo mandato da segretario generale.

La situazione economica e le possibili conseguenze del crollo

Il caso Evergrande ha acceso i fari sulla crisi del settore immobiliare cinese che ha portato l’agenzia di rating Fitch a tagliare le stime di crescita della Cina per il 2021 dall’8,4% all’8,1%.

Analizzando la situazione di Evergrande e le sue dimensioni, il paragone più immediato che ricorre nella mente è il crack della Lehman Brother’s del 2008, anche se i punti di contatto non sembrano essere molti: in primis, il gruppo Evergrande ha un debito di circa la metà rispetto a quello della società finanziaria americana. Da qui si arriva immediatamente alla seconda differenza sostanziale: il gruppo cinese è una società immobiliare, non una società finanziaria, con la conseguenza che tutto ciò che il gruppo ha costruito ha un valore e può ancora essere rivenduto. Anche il mercato interno sembra poter essere sufficientemente al riparo da un’eventuale caduta in quanto, secondo gli esperti, le banche cinesi sono ben capitalizzate e dunque, a differenza del 2008, si eviterebbe un effetto domino ed una stretta sul credito rilevante che andrebbe altrimenti ad incidere direttamente sulla popolazione trasformando la crisi finanziaria in una crisi economica a tutti gli effetti.

Per quanto fragorosa e degna di attenzione, la caduta di Evergrande non sembra fortunatamente poter generare conseguenze economiche interne ed esterne di particolare rilievo sebbene si sia registrato un deciso ma fisiologico calo dei mercati azionari in concomitanza della notizia. La stessa presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde ha affermato che la situazione resta monitorata ma non sembra che banche e investitori europei possano essere esposti e colpiti in maniera rilevante dalla crisi di questo colosso. La parola d’ordine, dunque, dovrà essere monitoraggio per seguire la strada di una gestione controllata della crisi ed evitare che possa trasformarsi in un crack con conseguenze di livello globale.

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Alessandro Cinque

Nato a Roma nel 1996, sono un grande appassionato di materie storico-politiche oltre che amante dello sport. Per questa ragione ho deciso di iscrivermi al Master in Sport Management presso la 24Ore Business School. Ho trascorso i cinque anni della mia carriera universitaria presso la Luiss “Guido Carli” dove ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e la laurea magistrale in Governo e Politiche – Istituzioni e Politiche. Nel 2020 ho iniziato a lavorare come “Customer Service Assistant” tirocinante presso una società di servizi informatici di Roma la quale ha successivamente deciso di inserirmi a tempo pieno nell’organico aziendale.View more articles. 

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Elon Musk a Torino: Spazio, Auto e Innovazione

Torino torna ad essere capitale dell’innovazione. La città, nelle giornate del 23 e 24 settembre, ha infatti ospitato l’evento più atteso in Italia su innovazione e tecnologia: l’Italian Tech Week 2021, in un luogo che fa parte della sua storia, le Officine Grandi Riparazioni (Ogr).

La tech conference ha visto la partecipazione di circa settanta speaker internazionali, i quali attraverso l’esposizione di idee, esperienze e  obiettivi hanno tracciato il sentiero del futuro. Futuro che ai nostri occhi sicuramente si presenta sostenibile, innovativo e inclusivo.

“I prossimi anni saranno ricchi di opportunità con il PNRR e realisticamente potremmo abbattere ostacoli di natura economica che fino a poco tempo fa sembravano insormontabili. Oggi nessuno può permettersi di fare passi falsi e credo che occasioni come queste siano una spinta utile per poter governare questo processo, massimizzare le opportunità e ridurre al massimo i rischi” ha puntualizzato la sindaca Chiara Appendino nel suo saluto inaugurale.

Elon Musk in diretta dal Texas

Tra i più famosi ed influenti imprenditori, visionari, creativi e sportivi da tutto il mondo ospiti dell’evento, sicuramente Elon Musk è spiccato per la sua vision, i suoi progetti futuri ma soprattutto per i suoi piani spaziali. Collegato dal Texas l’imprenditore, cofondatore e capo di Tesla, Neuralink e SpaceX, ha imparato dalle sconfitte ma non rallenta dopo i successi. Gli obiettivi del secondo uomo più ricco del mondo, infatti, sono più che ambiziosi, tra questi: aiutare l’ambiente combattendo il riscaldamento globale e l’inquinamento con auto elettriche e pannelli solari (Tesla), collegare direttamente il cervello dell’uomo con un computer e liberare l’intelligenza artificiale dal dominio dei giganti del tech (Neuralink) e, ancora, colonizzare Marte per dare una seconda possibilità al genere umano nel caso sulla Terra succedesse l’irreparabile. 

Si potrebbero ritenere imprese folli, ma probabilmente quella di Musk è solo genialità. Infatti i suoi obiettivi colossali sono spesso coronati dal successo, come l’ultima missione di SpaceX che ha mandato in orbita per la prima volta un equipaggio senza astronauti ma con soli civili.

L’incontro tra Musk e Elkann: i titani dell’automotive

Musk in diretta dagli Stati Uniti ha dialogato con John Elkann (presidente e CEO di Exor e presidente di Ferrari e di Stellantis). “Ho incontrato per la prima volta Elon Musk in Sicilia nel 2014 e abbiamo subito parlato di futuro, dall’intelligenza artificiale all’interfaccia uomo macchina. Da quel momento il dialogo non si è mai interrotto” conferma John Elkann. A Torino i due hanno risposto a domande relative all’energia sostenibile, ad esperienze di crisi affrontate, alla guida autonoma e molte altre.

Inoltre il fondatore di Tesla ha sottolineato che: “Ci sono molte risorse sottovalutate o criminalizzate. Il nucleare è una di quelle, con ricerca e investimenti è possibile produrre energia sempre più pulita anche con questo metodo. Il sole è un altro elemento naturale poco sfruttato: le nostre ricerche ci dicono che basterebbero pannelli solari di un’ampiezza pari a 200 chilometri quadrati per alimentare tutta l’Europa. Più semplice di così”.

E rispetto poi alla guida autonoma: “Lavoriamo per un futuro migliore: meno emissioni, ma anche meno incidenti grazie alla guida autonoma che migliorerà tutti gli aspetti della nostra vita”, dice Musk. “Bisogna fare dei passi avanti per poter rendere questa tecnologia accessibile”, aggiunge John Elkann, ma sottolinea: “Non varrà certo per tutti i brand. Non posso immaginare una Ferrari a guida autonoma, sarebbe troppo triste e perderebbe il suo significato”.

I più curiosi ipotizzano una possibile collaborazione tra Tesla e Stellantis, ma che si tratti di un’alleanza o meno una cosa è certa: i due imprenditori il 24 settembre a Torino ci hanno completamente stregati. Attraverso l’Italian Tech Week, infatti, il futuro si presenta innovativo e positivo, e noi possiamo nel mentre semplicemente ascoltare il consiglio di Musk: “Siate sempre ottimisti. Preferisco essere ottimista e avere torto che essere pessimista e avere ragione”.

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Ludovica De Rose

Nata a Cosenza nel 2001, frequenta il corso di laurea triennale in Economia e Management presso l’università LUISS di Roma. Appassionata di arte, cultura e tematiche inerenti l’economia, le piace viaggiare e conoscere posti nuovi. Nel 2017 ha preso parte al programma Intercultura in Irlanda, trascorrendo un mese estivo a Wexford. Tra gli altri interessi anche tennis, equitazione e lettura di libri di attualità . View more articles. 

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Recensioni Fasulle Su Amazon: Per Oltre 600 Brand Scatta Il Blocco

Pugno duro di Amazon contro le recensioni fasulle. Il colosso dell’e-commerce, a causa di una grave violazione delle politiche delle recensioni online, ha infatti bloccato in modo permanente oltre 600 brand, produttori di oggetti e accessori in gran parte cinesi che venivano proposti nelle inserzioni da circa 3000 diversi account di venditori. Al momento, non si conosce l’elenco completo dei marchi sospesi, ma quel che è certo è che Amazon abbia voluto chiudere in maniera definitiva un capitolo iniziato in primavera, quando l’azienda, registrate già diverse anomalie, decise di sospendere inserzioni dei prodotti venduti da brand come Aukey, Mpow, Ravpower.

Un’operazione, quindi, di ampia portata, grazie alla quale si è interrotta l’attività illecita di numerose imprese, che, come riportato dal Wall Street Journal, offrivano, ad esempio, buoni acquisto ai potenziali clienti in cambio di un giudizio a 5 stelle. Ma non è finita qui. Alcuni brand hanno saputo fare peggio, rivolgendosi a servizi specializzati per acquistare commenti e giudizi fasulli di cui potessero beneficiare i prodotti in commercio.

Un fenomeno, quello delle recensioni online manipolatorie, da tenere sotto controllo in tutto il web, in cui non è da escludere che qualche marchio sospeso da Amazon sia stato già in grado di riorganizzare la propria attività illecita. Del resto, così si era comportata la stessa Aukey che, dopo essere stata bannata a maggio, aveva agito fino a luglio sotto mentite spoglie commerciali.

Insomma, un’azione d’impatto da parte di Amazon, all’interno di uno scenario economico in cui è necessario che le attività continuino a crescere rispettando i principi della sana concorrenza. Tutto ciò nella convinzione che i consumatori non solo abbiano il diritto di prendere decisioni informate, ma anche di interfacciarsi con brand in grado di garantire fiducia, autorevolezza e autenticità.

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Matteo Di Mario

Classe 1998, originario di Rieti. Dopo la maturità classica conseguita nel 2017, nel luglio 2020 si è laureato in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove attualmente sta svolgendo la specializzazione in Marketing. 
Collabora con “Il Messaggero” dal 2016 e ha una grande passione per tutto ciò che ruota intorno alla comunicazione. È infatti anche addetto stampa e responsabile della comunicazione del Gruppo FAI Rieti, speaker radiofonico presso MEP Radio Organizzazione e Radioluiss e responsabile attualità, diritto ed economia del giornale universitario “Globe Trotter”. Tra gennaio e aprile 2020 ha poi svolto uno stage presso l’Ufficio Stampa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Non sa stare senza musica, ed è attratto dalla fotografia e dalle tecnologie digitali. View more articles

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Verso l’Obbligo Vaccinale: Il Dibattito Politico Si Infiamma

L’ultimo tema a dividere il governo Draghi riguarda l’estensione del Green Pass: il certificato “verde”, ideato a Bruxelles, che è nato per consentire di viaggiare liberamente tra i Paesi dell’UE e che ora permette di partecipare a eventi, accedere a luoghi pubblici e tornare nel posto di lavoro in sicurezza una volta vaccinati. Il tema del Green Pass divide l’esecutivo tra chi lo ritiene necessario alla regolamentazione di tutte le attività appena elencate e tra chi sposa una posizione filo no vax, adducendo motivazioni riguardo alla limitazione delle libertà personali di chi non si vaccina.

Unità nazionale a rischio 

Se a favore del Certificato Verde troviamo compatti PD, M5S, FI, IV, il principale esponente politico a mettere in dubbio l’utilità del Green Pass è il leader della Lega Matteo Salvini, il quale ha sempre frenato per un obbligo generalizzato per tutte le categorie di lavoratori. Una posizione che mette in imbarazzo gli alleati di governo ed alcuni esponenti del Carroccio stesso, in primis Giancarlo Giorgetti, l’attuale Ministro dello Sviluppo economico, più a favore della linea Draghi rispetto a quella del suo leader di partito. Per ovviare alla mancanza del Pass, il leader leghista propone tamponi gratuiti o a basso prezzo, una soluzione che assicurerebbe alla parte più scettica della popolazione di continuare a potersi non vaccinare. 

A dare supporto alla posizione di Salvini troviamo Fratelli d’Italia, la principale forza di opposizione che per voce di Giorgia Meloni ritiene il Green Pass dannoso per l’economia, problematico per la privacy ed inutile per la limitazione del contagio. Pur avendo ritirato una serie di emendamenti contrari al testo originale del decreto, a Montecitorio i deputati leghisti hanno votato a favore di una serie di modifiche al decreto stesso, avanzate da Fratelli d’Italia riguardanti l’esenzione del certificato digitale fino ai 18 anni e all’interno dei ristoranti. 

Stigmatizzo la scelta della Lega che con i voti di oggi in Commissione alla Camera contro il Green Pass ha deciso, proprio nella giornata di oggi, di fare una scelta che la pone al di fuori della maggioranza” così chiosa il segretario del PD, Enrico Letta, nel giorno della scelta del Carroccio di votare contro al decreto Green Pass in Commissione “Affari sociali”. Altri attacchi alla scelta leghista arrivano da Giuseppe Conte e dalla linea intrapresa dal Movimento 5 Stelle, il quale non esclude l’obbligo vaccinale generalizzato e chiede a Salvini di chiarire la propria posizione. Solo il Consiglio dei Ministri di venerdì 17 settembre ha potuto chiarire la posizione dei ministri del Carroccio, i quali hanno votato all’unanimità al decreto che sancisce l’estensione dell’obbligo del certificato a tutti i lavoratori. Una scelta che sicuramente ha diviso i deputati leghisti. Solo il tempo potrà dirci quanti strascichi lascerà questa decisione all’interno del partito di Salvini e quanto le battaglie fatte in aula nei giorni passati possano minare la stabilità della maggioranza. 

Un processo a tappe

Che il Green Pass sia stato uno dei principali strumenti per tornare alla normalità è stato generalmente riconosciuto. Allo stesso tempo le prime questioni sono sorte già dalle prime tappe della sua applicazione. Dopo la prima approvazione del 1° luglio 2021 con la ricezione del regolamento (953/2021) del Parlamento europeo, che disciplinava la libertà di circolazione dei cittadini UE, nel nostro Paese dallo scorso 6 agosto è stato previsto l’obbligo di questo certificato per entrare in ristoranti, musei, teatri, cinema, piscine e altre attività svolte al chiuso. Il passo successivo voluto dal Governo è arrivato con un decreto del 1° settembre 2021 volto a regolare il ritorno in classe in sicurezza per gli studenti e per il personale scolastico, un decreto che ha disciplinato anche i viaggiatori sui treni a lunga percorrenza, sulle navi e in aereo. Sempre per un maggiore monitoraggio del ritorno in classe, un ulteriore decreto approvato il 9 settembre 2021 lo ha previsto anche per i genitori che entrano negli istituti e per gli studenti universitari al fine di frequentare le lezioni in presenza. 

La svolta decisiva voluta dall’esecutivo Draghi avverrà a partire dal 15 ottobre 2021, quando entrerà in vigore il decreto-legge che estende l’obbligo del passaporto digitale a tutti i lavoratori del settore pubblico e privato. Una scelta che riguarderà 23 milioni di persone tra dipendenti pubblici, privati e autonomi, con il nodo dei lavoratori in smart working. Chi non sarà munito del Pass vedrà non giustificata la propria assenza dal luogo di lavoro e dopo 5 giorni sarà prevista la sospensione dello stipendio senza il licenziamento. A controllare il certificato sarà una figura interna degli uffici e delle aziende. Per quanto riguarda la questione tamponi, il costo sarà di 8 euro per i minori e di 15 euro per gli adulti, con una validità di 48 ore per i test rapidi e di 72 ore per i tamponi molecolari. I tamponi gratuiti verranno estesi a tutti i cittadini esentati dalla vaccinazione, in possesso di idonea certificazione medica.

Dietro all’approvazione del decreto Green Pass un obiettivo implicito dell’attuale Governo è il rilancio della campagna vaccinale, per evitare il trend delle scorse settimane che ha visto il numero di prenotazioni raggiungere il minimo da diversi mesi sotto quota 42mila in un giorno. Solo i prossimi giorni ci diranno se si riuscirà ad invertire la tendenza e spronare sempre più scettici a vaccinarsi per evitare di perdere la retribuzione lavorativa. 

Uno sguardo all’Europa

Facendo un’analisi comparata con gli altri Paesi dell’Unione si può notare come l’Italia sia stato il primo – e finora unico – Paese ad aver introdotto l’obbligo vaccinale nei luoghi di lavoro. 

Gli altri Stati comunitari si dividono tra chi richiede obbligatoriamente il Green Pass solo per determinate categorie di lavoratori e attività specifiche e tra chi lascia la scelta a discrezione dei gestori delle attività senza prevedere il minimo obbligo. Nella prima serie di Paesi troviamo Francia e Germania dove vigono disposizioni abbastanza rigide per accedere in luoghi pubblici a rischio assembramento, mentre Spagna, Belgio e i Paesi scandinavi sono esempi di Stati in cui la certificazione non ha alcuna validità interna o riconosciuta a livello nazionale. 

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Andrea Chirillo

Nato a Treviso nel 1998, da sempre appassionato di politica nazionale e relazioni internazionali. Diplomato al liceo linguistico dove ha coltivato il suo interesse per le lingue straniere, nel 2017 si trasferisce a Trento per conseguire la laurea triennale in Studi Internazionali. Attualmente vive e studia a Roma dove frequenta il corso magistrale in Governo, Amministrazione e Politica indirizzo Politica e Comunicazione presso la LUISS Guido Carli. Oltre ad essere un grande appassionato di sport, tra le sue altre passioni spiccano la lettura, la musica e la commedia italiana anni ’80.

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La Diplomazia Britannica In Continuo Mutamento

La complessa “questione Afghanistan” ha, di recente, assunto un ruolo di assoluto primo piano nel panorama mediatico internazionale. Al ritiro delle truppe della coalizione guidata dagli USA ha corrisposto la meteorica ascesa dei talebani, i quali nell’arco di poche settimane sono passati dal progettare piccoli attacchi nelle zone rurali del Paese, al governarlo dal palazzo presidenziale di Kabul.

I “protagonisti” dell’intera vicenda, per lo meno nell’ambito dei media occidentali, sono stati proprio l’esercito americano ed il suo comandante in capo, il Presidente Joe Biden, e di conseguenza poche parole sono state spese sugli altri membri della coalizione. Vale, tuttavia, la pena soffermarsi sull’esperienza del contingente britannico in Afghanistan, il secondo più numeroso e il primo a schierarsi a fianco dei soldati statunitensi 20 anni fa.

All’indomani degli attacchi dell’11 Settembre, l’allora Primo Ministro Tony Blair sorprese alleati e oppositori schierandosi inequivocabilmente a favore dell’intervento in Afghanistan (e successivamente di quello in Iraq) e presentandosi come un fedele sostenitore della “Relazione Speciale” tra USA e Regno Unito. Le critiche, soprattutto in seno al partito laburista di cui Blair era l’indiscusso astro nascente, non tardarono ad arrivare: il Primo Ministro fu accusato di sostenere la politica neoimperialista di Bush, e di promuovere idee controverse come la esportazione della democrazia. I cartoonist inglesi presto iniziarono a rappresentarlo come il fedele animale domestico del Presidente americano, pronto a seguire il suo padrone senza chiedere spiegazioni.

Proprio questa risoluta, incrollabile fermezza appare tanto più sorprendente se si considera che l’esercito di Sua Maestà era già stato impegnato in Afghanistan in passato, e ne era già uscito sconfitto. Le motivazioni di questo conflitto, tuttavia, erano ben diverse da quelle che spinsero Bush ad agire nel 2001, e affondano le loro radici nella storia imperiale Britannica. Nel corso dell’800, infatti, le vaste terre dell’Asia centrale, e l’Afganistan specialmente, avevano assunto un’importanza cruciale per il governo di Londra. Quest’ultimo riteneva (a torto o a ragione) che l’Impero Russo avesse intenzione di espandersi verso sud, arrivando a minacciare i preziosissimi possedimenti inglesi in India.

Nonostante la difficoltà nello stabilire oggi quanto fondate fossero queste paure, è certo che le élite britanniche dell’epoca considerassero un’invasione russa dell’India una realtà possibile ed estremamente preoccupante. Pertanto, dedicarono risorse e uomini a quello che è poi stato ribattezzato “The Great Game”, o “il grande gioco”: una danza di agenti segreti, mercanti, soldati e spie, che tessevano le loro trame tra i passi e i deserti dell’Asia Centrale. Questi uomini, spesso grandi conoscitori delle lingue e delle tradizioni del luogo, stringevano alleanze con vari capi tribali, controllavano l’accesso a vie carovaniere e insediamenti strategici, e cercavano di ostacolare le fazioni nemiche in ogni modo.

A testimonianza dell’importanza, nell’immaginario collettivo, di questo singolare periodo storico, basti citare due prestigiosi autori: Rudyard Kipling, premio Nobel e caposaldo della letteratura inglese, trasse ispirazione proprio dalle vite avventurose dei protagonisti del Grande Gioco per dare vita a Kim, il protagonista dell’omonimo romanzo, tratteggiando in maniera magistrale il ritratto di un giovane e brillante ragazzo anglo-indiano, abile nel destreggiarsi tra mille colorati personaggi e in grado di trascendere la linea tra colonizzatore e “colonizzato”.  Il romanzo fu da molti considerato il capolavoro di Kipling, e continua tutt’oggi ad affascinare e conquistare generazioni di lettori.

Per chi fosse interessato a una prospettiva più prettamente storica, invece, sono i libri di Peter Hopkirk ad essere di inestimabile valore. La monografia dedicata al Grande Gioco ripercorre gli eventi salienti di questo periodo e mette in risalto le figure storiche che hanno contribuito in maniera determinante, mentre altri suoi scritti – come quelli dedicati alla Via della Seta o al regno Tibetano – esplorano in dettaglio aspetti solamente accennati nell’opera principale. Ciò che emerge da tutto ciò è un arazzo storico-politico impressionante, ricchissimo di intrecci e trame nascoste, nel quale il “domestico” e l’internazionale sono indissolubilmente legati e si influenzano l’un altro.

L’Afghanistan, in particolare, è teatro di innumerevoli conflitti, invasioni e accordi di pace, troppi per essere enumerati. Le spie inglesi di volta in volta sostengono o osteggiano un particolare governante, richiedono un intervento armato, fomentano rivolte o cercano di giungere ad una tregua. Tutti questi sforzi sono volti a mantenere un governo fantoccio a Kabul e a creare uno “stato cuscinetto” tra l’India e il potenziale invasore russo.

Determinante in questo contesto è dunque la creazione della “linea Durand”, che andrà a divenire il confine tra i possedimenti inglesi propriamente detti (odierno Pakistan), e lo stato semi-indipendente afghano. Dopo circa 40 anni di pace – tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo – fu l’esercito afghano a rompere la tregua, oltrepassando proprio la linea Durand e invadendo l’India Britannica attraverso il Passo Khyber, dando così inizio alla terza guerra anglo-afghana, che si concluse nell’agosto del 1919 con la firma del Trattato di Rawalpindi.

Il trattato ha una duplice lettura. Se da un lato, infatti, può essere considerato un successo per il Regno Unito (gli afghani, respinti ed espulsi dal Pakistan, accettarono la linea Durand come confine ufficiale e promisero di non violare più l’integrità dei domini coloniali Britannici), ad un’analisi più attenta non lo si può che interpretare come una vittoria pirrica: l’Emiro Amanullah Khan riuscì infatti ad assicurarsi la promessa di non-interferenza da parte di Londra e poté pertanto dichiarare la nascita di uno stato Afghano realmente sovrano e indipendente.

I britannici, dunque, già un secolo fa si videro costretti ad abbandonare l’Afghanistan, rinunciando ad ulteriori tentativi di conquista.  A fungere da palliativo per questa ritirata furono probabilmente le notizie in arrivo dalla Russia: il caos della guerra civile rendeva ridicola qualsivoglia velleità nei confronti dell’India coloniale, e l’Afghanistan diveniva quindi meno cruciale per gli interessi e le strategie inglesi.

Nel 1919, infatti, nessuno degli ufficiali e dei politici del Regno Unito avrebbe potuto immaginare che solo 60 anni più tardi l’Armata Rossa avrebbe in effetti invaso l’Afghanistan. Le motivazioni che spinsero il Segretario Generale sovietico Leonid Breznev e gli altri membri del Politburo (l’ufficio politico del comitato centrale del partito comunista) ad avallare questo intervento non erano, ad onor del vero, legate al conquistare l’ormai defunto impero britannico, e meriterebbero di essere trattate altrove, ma ai fini di questo breve excursus storico è esclusivamente l’esito ad essere rilevante. Nell’arco di un decennio, infatti, anche i sovietici dovettero abbandonare l’Afghanistan, e il regime da loro supportato non tardò a capitolare di fronte all’avanzata dei guerriglieri mujahiddin.

In un ultimo colpo di scena ricco di amara ironia, è importante notare che i mujahiddin furono almeno in parte sostenuti dagli agenti della CIA, per alcuni versi gli eredi dei partecipanti al Grande Gioco, chiudendo così idealmente il cerchio che ci riporta all’11 Settembre, all’invasione Americana e alla vittoria dei Talebani.

Svariati film, libri e articoli hanno, nel corso del tempo, popolarizzato l’espressione “cimitero degli elefanti”, volta ad indicare un luogo mitico verso il quale gli elefanti più anziani si dirigerebbero per passare a miglior vita. Con una metafora pittoresca, e alla luce delle esperienze britanniche, sovietiche e americane, si potrebbe quindi definire l’Afghanistan come il “cimitero degli elefanti” dei grandi imperi. Mai come in questo caso, per vecchi e nuovi aspiranti al titolo di egemone (regionale o addirittura globale) la storia offre insegnamenti imprescindibili.

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Luca Venga

Nato a Rieti nel 1999, da sempre si interessa di storia, geopolitica e relazioni internazionali. Dopo aver vissuto negli Stati Uniti e in Germania, dove consegue l’International Baccalaureate Diploma, si trasferisce a Manchester per frequentare il corso di laurea triennale in Politics and International Relations presso la University of Manchester (ottenendo il Leadership Award per l’anno accademico 2020/21). Affascinato da lingue e culture diverse, ama leggere e viaggiare, dedicandosi ad esperienze di volontariato quali il Tanzania Project e il Community Mapping Project Uganda. View more articles

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L’Afghanistan: Chi Ha Perso E Chi Vincerà

L’AFGHANISTAN DISERTATO A METÀ TRA SAIGON E FAHRENHEIT 451

Osservando quell’ultimo, suggestivo elicottero prendere quota dal giardino di un’ambasciata deserta, il paragone tra Kabul e Saigon diviene, ad un tratto, la più logica e legittima delle associazioni mentali. Ma in quanto a parallelismi storici, al netto della comune durata ventennale dei conflitti, la ritirata dal Vietnam sarebbe un accostamento fin troppo nobilitante per la conclusione della parentesi Afghana: non fosse altro perché l’ultimo aeromobile americano a sorvolare l’Indocina, nel ’75, abbandonava la Landing Zone a ben 2 anni di distanza dal ritiro effettivo delle truppe… il Chinook che porta in salvo il personale americano lontano dalle grinfie dei Talebani da poco insediatisi al governo, invece, accende i motori solo due settimane dopo l’inizio della débacle. A occhio e croce, siamo un pizzico più in basso della stima iniziale di un anno e mezzo di resistenza: evidentemente i prezzi della resilienza sono lievitati ben sopra gli 83 miliardi.

Cinque chilometri e mezzo più a nord degli uffici diplomatici, in asse, si raggiunge il perimetro dell’aeroporto internazionale Hamid Karzai: palcoscenico, quest’ultimo, di disgrazie che non trovano corrispettivo nella disavventura del Vietnam. 150 feriti, 90 morti (quelli accertati) e 13 servicepersons statunitensi giacciono vittime della codardia bombarola jihadista, dell’omertosa complicità talebana e della frettolosa e raffazzonata strategia di ripiegamento adottata dagli americani stessi, dimentichi delle previsioni che l’intelligence aveva rese pubbliche con due giorni d’anticipo (ma già fatte circolare nei corridoi dei palazzi di Washington chissà quanto tempo prima). Dinamica che, vuoi per fazioso antagonismo politico, vuoi per sincera ricerca della verità, ha spinto il Congressman Repubblicano Dan Crenshaw ad appellarsi al Military Whistleblower Protection Act per ricevere insight direttamente da dentro le mura del DOD, nella speranza che, come da titolo della legge, qualcuno si esponga e “spifferi” un paio di dettagli altrimenti relegati al confidenziale.

A stupire ancor meno, invece, è la celerità con cui il Presidente Biden ha provveduto a vendicare i suoi 13 militari K.I.A., denominando, rintracciando e infine bombardando due presunti ideatori di attacchi dinamitardi nel giro di sole 48 ore dal momento della strage. Due esponenti dell’ISIS-K, due menti a suo dire perfide e sadiche, armate di un’autobomba e disposte a macchiarsi del sangue dei loro stessi concittadini così degradati a vittime di una decimazione esemplare… ma a cui, stranamente, il portavoce del DOD John Kirby non era intenzionato ad assegnare pubblicamente né un nome, né un volto: bersagli di una rappresaglia così veloce e di una damnatio memoriae così categorica che quasi ricordano la morte di un “facente funzione di Montag” nelle pagine conclusive di Fahrenheit 451. Dando la parola a Bradbury:

               È un trucco […] Sanno di non poter tenere il pubblico in sospeso ancora per molto. Lo spettacolo deve avere una conclusione sensazionale, rapidissima. […] Così adesso stanno cercando una via d’uscita che concluda le ricerche in modo soddisfacente […] Fra cinque minuti, il criminale Montag sarà stato catturato […] proprio in fonda a quella strada, c’è la vittima designata.

15 giorni più tardi, non a caso, si è scoperto, da un’analisi dei filmati dell’attacco rimbalzata sul NY Times, che nell’esplosione della vettura colpita dal vettore americano, in un airstrike tutt’altro che chirurgico (e “senza vittime collaterali”, come assicurato dal generale di divisione William Taylor), sarebbero invece rimasti uccisi 10 civili e nessun terrorista. Che a concludere il lavoro sia proprio il “segugio meccanico” descritto da Bradbury ma nelle forme di un drone Reaper MQ-9, ci rivela drammaticamente quanto la distopia fantascientifica di ieri si sia ormai concretizzata nella realtà – da incubo – di oggi.

SCENARI A CONFRONTO: IRAQ, LIBIA E SIRIA

Per garantire una dimensione empirica all’analisi critica e prescrittiva che segue, definiamo anzitutto tre quesiti: “cosa non si doveva fare?”, “cosa sarebbe meglio non fare?” e “cosa si poteva fare?”. Ora, associamo ad ognuno di questi un caso studio: rispettivamente, Mosul, Raqqa e Sirte, quali termini di paragone per Kabul e Kandahar. Andiamo per ordine.

Cosa non si doveva fare?

Sicuramente, affidamento sulle forze regolari. Non bastano le buone fondamenta dei numeri e, talvolta, nemmeno degli armamenti e dell’addestramento per fare di un miliziano un soldato, se non si possiede la malta dello spirito di corpo e di un salario regolarmente erogato. Questo insieme di mancanze, infatti, si è tradotto, in brevissimo tempo, in un totale annullamento della superiorità quantitativa e qualitativa maturata sotto l’egida dell’occupazione occidentale. A poco è servito un rapporto effettivi di 5 a 1 (i 350K delle forze governative contro gli stimati 75K dei Talebani), vantaggio ben presto ridimensionato da diserzioni, corruzione dilagante nel corpo ufficiali e mancata distribuzione degli stipendi e del rancio in alcuni dei più remoti avamposti dei 200 costruiti dai Collaboratori. Cosa ci ricorda?

Riavvolgiamo l’orologio al 2014, a quando l’ISIS non aveva ancora proclamato il Califfato. Il 6 giugno, con un vero e proprio attacco lampo, i jihadisti del Da’esh entrarono a Mossul sparando più colpi in aria che agli ostili: al netto di un rapporto effettivi di 15 a 1 in favore degli iracheni, entro la notte del quarto giorno di scontri, tutta la città era già caduta nelle mani dei terroristi islamici. I disertori avevano così sublimato un decennio di investimenti militari (pari a 14 miliardi di dollari) in un sostanzioso regalo per il nascituro Stato Islamico, che prese possesso di tutti gli armamenti abbandonati nella provincia di Anbar: 2.300 Humvee, 40 Carri Abrams, 52 pezzi di artiglieria mobile (obici) e almeno 74.000 mitragliatrici leggere; un involontario investimento pari a 656,4 milioni di dollari, cui si aggiunse la liquidità rinvenuta direttamente sul posto (altri 429 milioni di dollari in valuta estera e oro).

Cosa sarebbe meglio non fare?

Una proxy-war. Si discute, in queste ore, di un ritorno all’isolazionismo attivo, ingerente ma mediato, nella speranza di ravvivare il fuoco della resistenza ritiratasi nel Panshir. Cosa ci ricorda? Spostandoci dall’Iraq al Levante – e cimentandoci in spinosi parallelismi con l’operazione Inherent Resolve -, è la memoria di Raqqa a venirci in aiuto. Il capoluogo siriano, strappato al presidente Assad dall’opposizione delle Syrian Democratic Forces, è il perfetto esempio di quale grado di stabilità possa mai garantire un governo disomogeneo di mercenari foraggiati da forze esogene. Asportando surrettiziamente il fattore interveniente della Russia filo-Assad (che riservava alle SDF almeno tanta ostilità quanta ne rivolgeva all’ISIL), Raqqa cadde preda della balcanizzazione interna alle fazioni miliziane, ancor prima che dell’avanzata del Da’esh. Il mancato coordinamento delle forze sul campo si tradusse in una rete di difesa sconnessa e allentata: intere porzioni del territorio furono lasciate impunemente scoperte, sovraesposte a saccheggi rapimenti ed incursioni, e portarono all’unico risultato di un conflitto protrattosi per quattro lunghi anni… e infine risolto attraverso i più diretti e convenzionali bombardamenti aerei.

Le guerre proxy non sono, per così dire, un investimento sicuro nel lungo periodo, anzi: spesso e volentieri finiscono per sortire l’effetto opposto a quello desiderato, saturando di materiali e risorse quegli stessi schieramenti deboli poi destinati alla ritirata, e che lasceranno il proprio bottino logistico nelle mani del nemico. Si potrebbe affermare, in tal senso, che gli americani abbiano già incominciato la loro proxy-war nell’esatto momento in cui non hanno provveduto a sabotare e distruggere gli armamenti in dotazione all’esercito afghano prima di abbandonare il campo. Si ritiene, infatti, che i Talebani siano riusciti a impadronirsi di una porzione sostanziosa dell’investimento statunitense originariamente destinato alle forze governative (pari a 28 miliardi di dollari): almeno 2.000 degli originari 75.000 mezzi pesanti, almeno 40 degli originari 200 velivoli, più un quantitativo imprecisato delle originarie 600K armi da fuoco, dei 16K strumenti (PVS e ScanEagle su tutti) e delle svariate mazzette di dollari.

Cosa si poteva fare?

Applicare la grande strategia “diplomatica” adottata dal Cairo nello scenario libico, ad esempio. Volendo così proporre un confronto tra l’asse Tripoli-Tobruk e quello Herat-Kabul, l’opzione geostrategica più facilmente percorribile era quella di disegnare una linea rossa in una delle località mediane. Kandahar (o, in un secondo momento, Mazar-i-Sharif) sarebbe dovuta diventare la Sirte dell’Afghanistan, e gli Stati Uniti un equivalente funzionale dell’Egitto che impedisse all’invasore turco – nella variante afghana, i Talebani – di avanzare in direzione della capitale… pena una rappresaglia che avrebbe riportato la situazione al precedente equilibrio. Insomma, Give war a(nother) chance, parafrasando Luttwak (Foreign Affairs, 1999).

Ci tratteniamo dall’entrare in una disamina più tecnica e prettamente militare della questione, rinviando però alla Open Letter from Retired Generals and Admirals indirizzata a Washington, che trovate al seguente link:

https://img1.wsimg.com/blobby/go/fb7c7bd8-097d-4e2f-8f12-3442d151b57d/downloads/2021%20Open%20Letter%20from%20Retired%20Generals%20and%20Adm.pdf?ver=162064300502

QUALE FUTURO PER I DIRITTI E LE LIBERTÀ?

Il positivismo liberale ha fallito: questo non è materia di discussione. Quando le società crollano e gli imperi del male si riorganizzano, il dialogo tra opposti morali diventa inevitabile. Gli americani dovranno tornare a parlare di futuro con le menti e le voci schiave del peggior passato. Le donne torneranno a vestire indumenti più simili a una tovaglia, non avendo di fatto più diritti di un pezzo di mobilio, e gli oppositori politici ad oscillare da un qualche cappio. A tal proposito, il dovere di cronaca ci impone l’onere di un debunk: le immagini e i video che circolano su una presunta forca a mezz’aria, e che raffigurano un uomo impiccato dal lato di un elicottero, sono un falso. Conclusione che la ragion comune avrebbe dovuto raggiungere con maggior celerità, considerato il fatto che nei paesi mediorientali si preferisce sempre legare la corda ad una trave, più larga e meglio perpendicolare… ma soprattutto, nel rapporto costi-benefici, per i Talebani è assai più conveniente limitarsi a terrorizzare la società civile fintantoché non provvederà lei stessa ad evacuare l’area attaccandosi ai carrelli retrattili di un aereo in partenza per l’Europa.

E rimanendo in tema di voli, prima di abbandonare la baracca si era quantomeno provveduto a smantellare la strumentazione tecnica dell’aeroporto di Kabul. Quest’ultima è stata però prontamente ripristinata da un’equipe specializzata del Qatar. Per quale ragione? Semplice: perché i Talebani intendono istituzionalizzare una linea diretta Kabul-Doha per la rapida evacuazione di tutto il personale filoamericano autoctono altrimenti destinato al patibolo. Ma non lasciatevi ingannare dall’apparente benevolenza fondamentalista. L’operazione di salvataggio, tutt’altro che spontanea e disinteressata, non è che un pegno per l’amnistia del leader Talebano Haqqani, capo della maggioranza più integralista nella giunta di Kabul, estremo opposto del moderato Baradar: 200 vite a viaggio, in cambio del depennamento del suo nome dalla lista nera dell’FBI.

La domanda finale è, dunque: da che parte si schiererà il liberalismo? Concederà legittimità ad un criminale internazionale nell’interesse di migliaia di innocenti, o terrà il punto contro gli ambasciatori dell’autoritarismo a costo di condannare a morte i suoi stessi alleati? Il club dei realisti osserva con estremo interesse.

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Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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Senate Bill 8: La Legge Più Estrema Sull’Aborto Degli USA

L’aborto è un tema molto caldo negli Stati Uniti, che provoca costantemente accese proteste. È un argomento che decreta anche una netta divisione tra i due grandi partiti statunitensi, rappresentando un pilastro dell’ideologia democratica. A New York, infatti, si può abortire in qualsivoglia momento della gravidanza. Contrariamente, negli ultimi anni molti Stati del Centro e del Sud hanno emanato leggi sempre più restrittive, come l’Alabama che ha vietato l’aborto in toto anche in caso di stupro. Ad oggi sei Stati americani hanno una sola clinica abortiva nel suolo nazionale.

La nuova legge del TEXAS è considerata tra le più restrittive in tema aborto

Il 1° settembre in Texas è entrato in vigore il Senate Bill 8 (SB8), una legge considerata tra le più restrittive in tema aborto di tutti gli Stati Uniti. La legge infatti vieta tale pratica una volta che l’attività cardiaca del feto può essere individuata e i medici affermano che questa rilevazione avviene intorno alla sesta settimana di gravidanza. Tuttavia, molte donne ancora non sanno di essere incinte alla sesta settimana a causa di cicli mestruali irregolari o sbalzi ormonali. Quindi per lo Statuto del Texas una donna avrebbe solo due settimane per riconoscere la sua gravidanza e, soprattutto, per prendere una decisione riguardo al futuro suo e del nascituro. Bisogna anche ulteriormente precisare che i medici confermano che l’attività cardiaca rilevata non è in realtà neanche un vero e proprio battito cardiaco, poiché le valvole del cuore non si sono ancora create. Inoltre, la legge non fa differenze nel caso in cui la gravidanza sia il risultato indesiderato di uno stupro o di un incesto e permette la sua interruzione solo se la salute della madre viene gravemente messa in pericolo dalla continuazione della gravidanza.

Non è la prima volta che negli Stati Uniti vengono introdotte leggi così restrittive in materia di aborto; infatti, già diversi altri Stati tra cui Mississippi, Georgia, Ohio e Kentucky avevano approvato delle leggi molto simili che prendono il nome di “Heartbeat Act”, ma queste sono state tutte bloccate dai diversi tribunali. La grande novità introdotta dalla legge texana è che sono i cittadini, non lo Stato, che faranno rispettare tale legge: questa incentiva qualsiasi cittadino privato statunitense a iniziare una causa civile contro ogni persona intenta ad abortire e contro ogni persona che “aiuti o favorisca” tale operazione, con sanzioni di almeno 10.000 dollari. Ovviamente i pazienti non potranno essere citati in giudizio. La legge tutela quindi i funzionari governativi ed è stata così formulata per renderla difficile da contestare in tribunale, non essendoci alcun imputato preciso contro il quale la corte possa agire. La Corte Suprema ha deciso di non bloccare il SB8 con votazione di 5 a 4, poiché la vera e annodata questione per la Corte non è se la legge è incostituzionale, ma se potrà essere portata dinnanzi al tribunale.

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha fatto causa al Texas nel momento in cui la Corte Suprema ha deciso di non bloccare il SB8. Il procuratore generale Merrick Garland, spinto dalle richieste dei pro-choise e dai rappresentanti dei democratici, ha affermato che la legge viola apertamente il diritto costituzionale sancito dalla famosa sentenza Roe v. Wade del 1973, una sentenza tra le più complesse della storia e che ha spaccato in due l’America: pro-life contro pro-choise. Vediamo perché.

La sentenza Roe versus Wade

Il 22 gennaio 1973, con 7 voti a favore e 2 contrari, la Corte Suprema pronunciò una sentenza che passò alla storia come quella che ha legalizzato l’aborto negli Stati Uniti, fino ad allora tema disciplinato autonomamente da ciascuno Stato e non a livello federale. In molti Stati tale pratica era stata vietata in toto o consentita solo sotto ferree limitazioni.

Norma McCorvey, conosciuta con lo pseudonimo di Jane Roe (usato per garantirle l’anonimato), era una cameriera rimasta incinta a causa di uno stupro. La donna fece ricorso al Tribunale di Dallas contro la legge del Texas per cui vigeva il divieto quasi assoluto di abortire, ad eccezione dei casi in cui la gravidanza avrebbe messo in grave pericolo la salute della madre. L’avvocato Wade, rappresentante dello Stato del Texas e non d’accordo con la decisione del tribunale, decise di appellarsi alla Corte Suprema. Ma a sua enorme sorpresa, la decisione della Corte andò a favore di Roe e soprattutto ebbe un eco talmente forte che influì sulla legislazione di tutti gli Stati americani. Da quel giorno alle donne è stato riconosciuto il diritto costituzionale di abortire sulla base del XVI Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti riguardante la libertà individuale e le limitazioni all’ingerenza statale.

La sentenza prevedeva una divisione in trimestri: durante il primo semestre una donna aveva il totale diritto ad abortire per qualsiasi ragione e con metodi decisi liberamente da lei, mentre nel secondo lo Stato poteva intervenire nel decidere quale procedura abortiva far intraprendere nell’interesse esclusivo della donna (quindi poteva decidere solo la modalità); infine, nell’ultimo trimestre lo Stato poteva vietare l’aborto (eccetto il caso in cui la gravidanza avrebbe messo a repentaglio la vita della donna). Questa suddivisione che vedeva un’incursione da parte dello Stato maggiore a partire dal sesto mese di gestazione si basa sull’assunto che, a partire da tale periodo, il feto è “vitale”, ossia in grado di sopravvivere al di fuori del grembo materno.

La sentenza rappresentò da quel momento un pilastro dell’ideologia democratica statunitense e venne considerata un dogma indiscusso fino al 1992, anno in cui ebbe luogo un’altra importante sentenza: il caso “Planned Parenthood v. Casey”. Casey era il governatore della Pennsylvania e un convinto pro-life, mentre la Planned Parenthood era ed è tutt’ora il più grande insieme di organizzazioni che si batte da anni a favore della legislazione abortista. Il Pennsylvania Abortion Control Act del 1982 prevedeva che una donna prima di procedere all’aborto avrebbe dovuto darne notizia al marito, informare i genitori (se minorenne) e attendere un arco di 24 ore in cui si sarebbe sottoposta a una seduta di “consenso informato”. La Planned Parenthood portò sotto il giudizio della Corte Suprema tale legge. I giudici confermarono nuovamente la sentenza “Roe v. Wade”, tuttavia decretarono quei vincoli non incostituzionali perché non rappresentavano ostacoli sostanziali per la scelta della donna, eliminando solo l’obbligo di annunciare la decisione al marito. Con tale sentenza venne introdotto il principio del “undue burden”, attraverso cui si vietano leggi con restrizioni eccessive e che avrebbero violato la libertà costituzionale. In tale modo però, molti Stati si sono sentiti legittimati ad approvare norme più limitanti.

Ma chi sono i più colpiti dalla legge del Texas?

Il SB8 è la prima vera legge approvata che incrina il dogma indiscusso sancito dalla “Roe v. Wade”. Tale legge riduce in maniera drastica l’accesso all’aborto, portando alla chiusura immediata di molte cliniche abortive. Come detto all’inizio, è stimato che circa l’85% delle abitanti del Texas si vedrebbe precluse l’accesso alle procedure abortive, poiché molte non sanno di essere già incinte. Inoltre, diversi medici abortisti hanno già interrotto la loro attività per paura di incorrere in cause civili derivanti solo dallo svolgimento del loro lavoro quotidiano. Questa restrizione creerà degli ostacoli insormontabili per alcune fasce più vulnerabili: le ragazze minorenni che devono chiedere la previa autorizzazione ai genitori, le donne con basso reddito e quelle di colore. Secondo il Guttmacher Institute, circa il 70% delle donne che hanno abortito in Texas nel 2019 sono di colore. Le persone meno abbienti saranno costrette a non abortire solo per mancanza di soldi: la distanza in macchina per arrivare a una clinica abortiva da una media di 12 miglia passa così a quasi 500 miglia (andata e ritorno), ha constatato sempre il Guttmacher Institute. Ovviamente questo sarà possibile solo se le donne avranno giornate libere di lavoro, la possibilità di lasciare la propria famiglia e ovviamente la disponibilità economica. L’aborto è una delle procedure più sicure in campo medico, ma nel momento in cui viene fortemente limitato molte donne sono costrette a intraprendere delle cure sempre meno sicure per interrompere la gravidanza con o senza il supporto di medici, mettendo gravemente a repentaglio la propria vita. Tra i Paesi sviluppati gli Stati Uniti presentano perciò il più alto tasso di mortalità materna.

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Costanza Berti

Nata a Massa Marittima nel 1998, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e ora frequenta il corso di laurea magistrale in Gestione d’Impresa presso l’università LUISS di Roma.  La sua vita si divide tra Roma e Follonica. Da sempre appassionata di viaggi, nel corso degli anni ha potuto scoprire e vivere culture molto diverse tra loro. Nel 2019 ha preso parte al progetto Erasmus a Rotterdam, trascorrendo un semestre di studio alla Erasmus University of Rotterdam. View more articles

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L’Eredità Domestica Dell’11 Settembre

Ogni Paese, sia democratico che non, cerca di costruire una narrazione che si riallaccia alle proprie radici, alle pagine più significative della storia, a personaggi importanti e a date simboliche. Gli Stati Uniti non sono certo un’eccezione, anzi, i miti fondativi della democrazia statunitense sono particolarmente pervasivi e rilevanti nell’analisi della società americana contemporanea. Per quanto riguarda le date simboliche, l’11 settembre ha assunto – negli ultimi 20 anni – un ruolo purtroppo preminente. L’attentato al World Trade Center ha segnato uno degli spartiacque più netti dei nostri tempi. Quest’anno, i ricordi e le commemorazioni porteranno a discussioni ancora più profonde del solito. A 20 anni da quei tragici eventi, infatti, l’America ha posto fine alla guerra in Afghanistan, il conflitto più lungo della propria storia, nonché forse il lascito più rilevante di quel giorno dell’11 settembre 2001.

Del conflitto in Afghanistan e degli scenari futuri – sia nel Paese che a livello internazionale – abbiamo già parlato in questa settimana con due articoli dedicati. In questa sede, dunque, l’obiettivo è di impostare una riflessione più generale su quello che ha significato – e continua a significare – l’attacco al World Trade Center.

I poteri presidenziali in guerra

Dalla caduta delle Torri Gemelle alla caduta di Kabul: due eventi che rappresentano l’inizio e la (probabile) fine dell’epoca della guerra globale al terrore. Basandosi sul discorso che parlava di Asse del Male, e promettendo agli americani vendetta contro gli autori dell’attentato, Bush diede il via a due guerre, contro l’Afghanistan e contro l’Iraq. Critiche e analisi di queste decisioni sono numerosissime, e non saranno approfondite in questa sede. Quello che si vuole sottolineare, invece, è il modo in cui si è giunti all’uso della forza bellica in quei due Paesi. Nel 2001 e 2002, infatti, il Congresso ha approvato due risoluzioni, note come AUMF (Authorization to Use Military Force). La principale
differenza, rispetto al passato, è che queste risoluzioni – entrambe approvate con ampie maggioranze bipartisan – delegavano all’esecutivo il potere di dichiarare guerra, poiché a esso era affidato il compito di individuare concretamente il nemico contro il quale agire. Si trattava di un’abdicazione senza precedenti del Congresso nei confronti del Presidente. I successori di Bush – sia Obama che Trump – hanno fatto affidamento alle due AUMF per giustificare un’ampia serie di operazioni militari che non erano collegate all’Iraq o all’Afghanistan (ad esempio, l’uccisione del generale iraniano Soleimani). Quest’abdicazione congressuale ha causato una mancanza di accountability presidenziale per quanto riguarda le azioni in politica estera.

Recentemente, però, sembra che qualcosa stia cambiando. I congressisti – anche con un ricambio generazionale e l’emergere di nuove correnti politiche che erano assenti nei primi anni 2000, stanno mostrando un rinnovato interesse nei confronti della politica estera presidenziale. Inoltre, anche il Presidente Joe Biden si è detto favorevole all’abrogazione dell’AUMF 2002, la quale forniva la base legale per le cosiddette forever wars, nei confronti delle quali c’è una disapprovazione bipartisan da parte dell’elettorato.

20 settembre 2001: In un celebre discorso di fronte al Congresso, George W. Bush dichiara ufficialmente l’inizio della Guerra al Terrore

Società e libertà

Sembra un concetto ovvio e banale, ma è importante scriverlo: la società americana, dopo l’11 settembre, non è più stata la stessa. Non si parla solo di questioni come le nuove procedure di sicurezza negli aeroporti; invece, ci si riferisce a una serie di misure e pratiche che hanno visto un’espansione dei poteri di sorveglianza e un cambiamento nei rapporti tra cittadini e autorità. Inoltre (e anche questa sembra una banalità), il rapporto con il mondo islamico è cambiato radicalmente, e ciò ha avuto conseguenze anche per quanto riguarda la nutrita comunità musulmana che vive negli Stati Uniti.

Al di là delle dichiarazioni di guerra, il provvedimento simbolo del periodo post-11 settembre è rappresentato dal Patriot Act, il quale garantiva all’esecutivo e alle sue agenzie il potere di controllare – con piena autonomia decisionale – tutte le conversazioni, i documenti e i certificati dei soggetti sospettati di essere dei sostenitori delle organizzazioni terroristiche. Il testo è stato approvato con un’ampia maggioranza alla Camera (357-66) e al Senato (98-1). Successivamente, il Patriot Act è stato rinnovato più volte – con alcune modifiche – ed è tutt’ora in vigore. Numerose critiche sono state mosse nei confronti di questo provvedimento, soprattutto perché ha causato un aumento esponenziale della sorveglianza domestica (cioè di cittadini americani) da parte delle autorità di pubblica sicurezza.

Un altro capitolo ben poco luminoso di quest’epoca è stato rappresentato dai Torture Memos; si tratta di documenti classificati, secondo i quali il Presidente – in periodo di guerra – è legalmente giustificato ad autorizzare delle tecniche di interrogatorio non convenzionali e che sarebbero considerate come forme di tortura in tempo di pace. sempre secondo questi memo – redatti da una serie di avvocati del Dipartimento della Giustizia, tra cui John Yoo – i Talebani e i terroristi di Al-Qaeda non avevano diritto alla protezione per i prigionieri di guerra sancita dalle Convenzioni di Ginevra. Questa asserzione si è riflettuta, nel concreto, anche nell’istituzione della prigione speciale di Guantanamo, la quale – nonostante le ripetute promesse di chiusura – è ancora in funzione. Joe Biden ha promesso di chiuderla prima della fine della sua presidenza. Le pratiche interrogative di cui sopra, invece, sono state bandite da Obama nel 2009, subito dopo essersi insediato come 44esimo Presidente.

L’aumento dei poteri delle forze di pubblica sicurezza e la generale repressione delle libertà civili erano parte di un generalizzato clima di paura e di caccia al nemico. La comunità musulmana d’America è giocoforza entrata a far parte del dibattito mediatico, spesso con conseguenze spiacevoli. Un elemento molto interessante, per quanto riguarda il rapporto tra la società americana e la sua comunità islamica, è stato catturato da un recente lavoro del prestigioso istituto sondaggistico Pew Research. Negli ultimi 20 anni, infatti, l’istituto ha condotto annualmente un sondaggio che includeva la domanda “L’Islam incoraggia la violenza più delle altre religioni?”. I risultati sono stati poi disaggregati a seconda dell’affiliazione politica del rispondente. Per quanto riguarda i democratici, il trend è abbastanza prevedibile: le risposte affermative hanno visto un aumento negli anni immediatamente successivi all’11 settembre (23% nel 2002, 42% nel 2004), poi vi è stato un progressivo decremento (38% nel 2007, 32% nel 2021), anche se il valore più recente è comunque più alto del punto di partenza. Per quanto riguarda i repubblicani, invece, l’incremento non si è mai arrestato, e nel 2021 si è arrivati al 72% (nel 2002 erano al 32%). Si deve notare, tra l’altro, che la forbice tra i due elettorati si è di molto allargata. Nel 2002, infatti, la situazione vedeva un +9% (32 Rep vs. 23 Dem), mentre nel 2021 la distanza ammonta a 40 punti percentuali (72 Rep vs. 32 Dem). In una società iper-polarizzata su ogni tematica, anche il rapporto con l’Islam e i suoi fedeli non fa eccezione.

New York, 2010. Proteste contro la realizzazione di un Centro Islamico a Manhattan. Fonte: The New York Times

Per quanto riguarda l’eredità dell’11 settembre nella politica americana, si può citare anche il lavoro del giornalista Spencer Ackermann, vincitore del Premio Pulitzer nel 2014, che mostra il fil rouge tra gli eventi di 20 anni fa, la risposta dell’amministrazione Bush e dell’opinione pubblica, e l’ascesa del nuovo Partito Repubblicano guidato da Donald Trump. Ackermann analizza tutto ciò anche prendendo in considerazione la dialettica riguardante la comunità musulmana d’America. Del resto, come mostrato dai dati di cui sopra, l’Islam è divenuto una tematica partigiana.

Una nuova riflessione sul ruolo degli USA nel mondo

Come detto in precedenza, la società statunitense è iper-polarizzata, ma esistono pochi temi in grado di catalizzare sostegno bipartisan. Uno di questi è il ritiro dall’Afghanistan. Nonostante le forti critiche per le modalità con cui è avvenuto, quasi l’80% degli americani (tra cui anche un’ampia maggioranza di repubblicani) è a favore della fine del più lungo conflitto nella storia del Paese. Anche in questo caso, il ventennale dell’11 settembre può simboleggiare la chiusura di un cerchio: dopo l’attacco al World Trade Center, l’intervento in Afghanistan era ampiamente supportato dall’opinione pubblica. Vent’anni di promesse non mantenute, bugie scoperte, risultati deludenti e migliaia di vittime americane hanno portato ad un radicale cambiamento di opinione. La fine del conflitto in Afghanistan rappresenta anche la fine dell’overreach americano in giro per il mondo (il che non vuol dire, ovviamente, che gli USA non eserciteranno più il loro ruolo preminente nello scenario internazionale). In altre parole, rimanere l’attore principale, ma in modo diverso rispetto agli ultimi 20 anni. Del resto, Obama entrò alla Casa Bianca con l’intenzione di effetturare il cosiddetto Asia Pivot: disimpegno dal Medio Oriente per concentrarsi sull’Estremo Oriente (dove gli USA hanno interessi più importanti in ballo, e dove non verrebbero coinvolti in conflitti bellici come Afghanistan e Iraq). L’ex Vicepresidente dello stesso Obama, Joe Biden, sembra essere dello stesso avviso.

Barack Obama assieme a Susan Rice e Samantha Power, due delle principali sostenitrici del Liberal Interventionism

Infine, è importante sottolineare anche il cambio di linguaggio. Per anni, infatti, le amministrazioni USA hanno parlato del compito di esportare la democrazia (e le sue istituzioni) in Paesi come l’Afghanistan. Il rispetto della democrazia e dei diritti umani era anche alla base del coinvolgimento americano nelle Primavere Arabe (si pensi alla Libia). Nell’agosto di quest’anno, l’amministrazione Biden ha usato parole ben diverse (si ricordi, inoltre, che Biden era contrario all’intervento in Libia già nel 2011). Il Segretario di Stato Anthony Blinken, infatti, ha detto che il compito americano in Afghanistan non era instaurare un regime democratico, ma sventare definitivamente le minacce terroristiche contro gli Stati Uniti. Biden, in conferenza stampa, ha espresso concetti simili. Non siamo all’isolazionismo (roboante nel linguaggio, molto meno nella pratica) trumpiano, ma è evidente che siamo in una fase di profondo ripensamento del ruolo degli USA nel mondo. A 20 anni dall’11 settembre, un ciclo sembra essersi definitivamente chiuso.

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Stefano Pasquali

Nato a Tivoli nel 1998, è appassionato di relazioni internazionali, politica economica e Stati Uniti. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Ha svolto due tirocini presso l’Ambasciata del Regno Unito e quella degli Stati Uniti. È parte del team che cura la newsletter “Jefferson – Lettere sull’America”. Tifa Roma e vorrebbe saper scrivere come Aaron Sorkin. View more articles

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La Fine Delle Guerre Infinite Americane E La Smilitarizzazione Della Società Usa

“Questa decisione sull’Afghanistan non riguarda solo l’Afghanistan. Si tratta di porre fine a un’era di grandi operazioni militari per rifare altri Paesi.”

In forse una delle più dirette osservazioni contro la guerra dell’era moderna, il presidente Joseph R. Biden Jr. ha apparentemente chiuso il capitolo dell’interventismo americano in Medio Oriente. Il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan arriva dopo vent’anni di invischiamento militare che, sotto ogni punto di vista, è stato un fallimento geopolitico, strategico ed economico. La logica prevalente dell’era post 11 settembre che ha condotto gli Stati Uniti in questo conflitto ha provocato oltre 6.000 morti di cittadini statunitensi e costato oltre 2 trilioni di dollari; questo costo umano e finanziario è un duro promemoria dei limiti dell’interventismo.

La guerra in Afghanistan ha avuto un sostegno nazionale schiacciante dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre del 2001, con circa il 93% degli americani a favore con l’intervento militare. La logica generale della “guerra al terrorismo” (global war on terrorism) ha permeato praticamente ogni aspetto della vita domestica americana, determinando una maggiore militarizzazione della presenza degli Stati Uniti all’estero e la crescita di un massiccio apparato di sicurezza interna.

Dopo il successo iniziale nello sradicamento dei talebani e di Al Qaeda, il sostegno alla guerra è rimasto. Tuttavia, quando la missione è passata dall’antiterrorismo alla costruzione della nazione, il sostegno pubblico è diminuito. Il 2016 è stato un punto di svolta per il conflitto con l’ex presidente Trump che ha segnalato il suo desiderio di porre fine al conflitto. La decisione del presidente Biden di ritirarsi è il culmine degli sforzi delle amministrazioni Trump e Obama per porre fine a un conflitto che era sempre più controproducente e senza scopo.

Il ritiro dell’amministrazione Biden, però, non è esente da critiche. Nell’ultimo mese le immagini del caos a Kabul, il crollo dell’esercito afghano e un lento sforzo di evacuazione delle truppe americane e dei civili afghani sono state criticate da ex ufficiali militari, molti repubblicani (compresi quelli che hanno sostenuto la fine del conflitto, vale a dire gli ex ufficiali presidente Trump). Il tutto ha portato a una copertura mediatica negativa da parte dei media americani e, in effetti, questa cronaca pasticciata è un promemoria di come sia stato creato il consenso per questo conflitto invincibile, nonché per gli altri progetti interventisti statunitensi.

Biden si trova in una posizione poco invidiabile con il suo indice di gradimento in forte calo dopo il ritiro. Nonostante questa sfida, il presidente è rimasto fermo e impenitente riguardo alla sua decisione, con un più ampio impegno di ridefinire le priorità degli obiettivi di politica estera degli Stati Uniti. Si spera che l’effetto a lungo termine di questa decisione sia più di un simbolico passaggio dalla costruzione della nazione, più di un’ampia smilitarizzazione della presenza globale degli Usa e della società stessa.

About the Author

Matthew Santucci

Nato in Connecticut nel 1995, ha vissuto gran parte della sua vita tra Stati Uniti ed Italia. Passato il primo anno triennale a Firenze, si è laureato in storia alla Fordham University, New York City. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionale presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto due prestigiosi tirocini presso l’ufficio del Procuratore Generale del Connecticut e presso la Corte d’Appello del secondo circuito della città di New York per approfondire le dinamiche del sistema legale americano. E’ un appassionato di politica estera statunitense e delle sue dinamiche elettorali, di economia e del processo legislativo europeo.Tra le sue passioni spiccano canottaggio agonistico, vogando sia per la squadra universitaria della Fordham sia per l’attuale squadra della LUISS, fotografia ed architettura.

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