Senate Bill 8: La Legge Più Estrema Sull’Aborto Degli USA

L’aborto è un tema molto caldo negli Stati Uniti, che provoca costantemente accese proteste. È un argomento che decreta anche una netta divisione tra i due grandi partiti statunitensi, rappresentando un pilastro dell’ideologia democratica. A New York, infatti, si può abortire in qualsivoglia momento della gravidanza. Contrariamente, negli ultimi anni molti Stati del Centro e del Sud hanno emanato leggi sempre più restrittive, come l’Alabama che ha vietato l’aborto in toto anche in caso di stupro. Ad oggi sei Stati americani hanno una sola clinica abortiva nel suolo nazionale.

La nuova legge del TEXAS è considerata tra le più restrittive in tema aborto

Il 1° settembre in Texas è entrato in vigore il Senate Bill 8 (SB8), una legge considerata tra le più restrittive in tema aborto di tutti gli Stati Uniti. La legge infatti vieta tale pratica una volta che l’attività cardiaca del feto può essere individuata e i medici affermano che questa rilevazione avviene intorno alla sesta settimana di gravidanza. Tuttavia, molte donne ancora non sanno di essere incinte alla sesta settimana a causa di cicli mestruali irregolari o sbalzi ormonali. Quindi per lo Statuto del Texas una donna avrebbe solo due settimane per riconoscere la sua gravidanza e, soprattutto, per prendere una decisione riguardo al futuro suo e del nascituro. Bisogna anche ulteriormente precisare che i medici confermano che l’attività cardiaca rilevata non è in realtà neanche un vero e proprio battito cardiaco, poiché le valvole del cuore non si sono ancora create. Inoltre, la legge non fa differenze nel caso in cui la gravidanza sia il risultato indesiderato di uno stupro o di un incesto e permette la sua interruzione solo se la salute della madre viene gravemente messa in pericolo dalla continuazione della gravidanza.

Non è la prima volta che negli Stati Uniti vengono introdotte leggi così restrittive in materia di aborto; infatti, già diversi altri Stati tra cui Mississippi, Georgia, Ohio e Kentucky avevano approvato delle leggi molto simili che prendono il nome di “Heartbeat Act”, ma queste sono state tutte bloccate dai diversi tribunali. La grande novità introdotta dalla legge texana è che sono i cittadini, non lo Stato, che faranno rispettare tale legge: questa incentiva qualsiasi cittadino privato statunitense a iniziare una causa civile contro ogni persona intenta ad abortire e contro ogni persona che “aiuti o favorisca” tale operazione, con sanzioni di almeno 10.000 dollari. Ovviamente i pazienti non potranno essere citati in giudizio. La legge tutela quindi i funzionari governativi ed è stata così formulata per renderla difficile da contestare in tribunale, non essendoci alcun imputato preciso contro il quale la corte possa agire. La Corte Suprema ha deciso di non bloccare il SB8 con votazione di 5 a 4, poiché la vera e annodata questione per la Corte non è se la legge è incostituzionale, ma se potrà essere portata dinnanzi al tribunale.

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha fatto causa al Texas nel momento in cui la Corte Suprema ha deciso di non bloccare il SB8. Il procuratore generale Merrick Garland, spinto dalle richieste dei pro-choise e dai rappresentanti dei democratici, ha affermato che la legge viola apertamente il diritto costituzionale sancito dalla famosa sentenza Roe v. Wade del 1973, una sentenza tra le più complesse della storia e che ha spaccato in due l’America: pro-life contro pro-choise. Vediamo perché.

La sentenza Roe versus Wade

Il 22 gennaio 1973, con 7 voti a favore e 2 contrari, la Corte Suprema pronunciò una sentenza che passò alla storia come quella che ha legalizzato l’aborto negli Stati Uniti, fino ad allora tema disciplinato autonomamente da ciascuno Stato e non a livello federale. In molti Stati tale pratica era stata vietata in toto o consentita solo sotto ferree limitazioni.

Norma McCorvey, conosciuta con lo pseudonimo di Jane Roe (usato per garantirle l’anonimato), era una cameriera rimasta incinta a causa di uno stupro. La donna fece ricorso al Tribunale di Dallas contro la legge del Texas per cui vigeva il divieto quasi assoluto di abortire, ad eccezione dei casi in cui la gravidanza avrebbe messo in grave pericolo la salute della madre. L’avvocato Wade, rappresentante dello Stato del Texas e non d’accordo con la decisione del tribunale, decise di appellarsi alla Corte Suprema. Ma a sua enorme sorpresa, la decisione della Corte andò a favore di Roe e soprattutto ebbe un eco talmente forte che influì sulla legislazione di tutti gli Stati americani. Da quel giorno alle donne è stato riconosciuto il diritto costituzionale di abortire sulla base del XVI Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti riguardante la libertà individuale e le limitazioni all’ingerenza statale.

La sentenza prevedeva una divisione in trimestri: durante il primo semestre una donna aveva il totale diritto ad abortire per qualsiasi ragione e con metodi decisi liberamente da lei, mentre nel secondo lo Stato poteva intervenire nel decidere quale procedura abortiva far intraprendere nell’interesse esclusivo della donna (quindi poteva decidere solo la modalità); infine, nell’ultimo trimestre lo Stato poteva vietare l’aborto (eccetto il caso in cui la gravidanza avrebbe messo a repentaglio la vita della donna). Questa suddivisione che vedeva un’incursione da parte dello Stato maggiore a partire dal sesto mese di gestazione si basa sull’assunto che, a partire da tale periodo, il feto è “vitale”, ossia in grado di sopravvivere al di fuori del grembo materno.

La sentenza rappresentò da quel momento un pilastro dell’ideologia democratica statunitense e venne considerata un dogma indiscusso fino al 1992, anno in cui ebbe luogo un’altra importante sentenza: il caso “Planned Parenthood v. Casey”. Casey era il governatore della Pennsylvania e un convinto pro-life, mentre la Planned Parenthood era ed è tutt’ora il più grande insieme di organizzazioni che si batte da anni a favore della legislazione abortista. Il Pennsylvania Abortion Control Act del 1982 prevedeva che una donna prima di procedere all’aborto avrebbe dovuto darne notizia al marito, informare i genitori (se minorenne) e attendere un arco di 24 ore in cui si sarebbe sottoposta a una seduta di “consenso informato”. La Planned Parenthood portò sotto il giudizio della Corte Suprema tale legge. I giudici confermarono nuovamente la sentenza “Roe v. Wade”, tuttavia decretarono quei vincoli non incostituzionali perché non rappresentavano ostacoli sostanziali per la scelta della donna, eliminando solo l’obbligo di annunciare la decisione al marito. Con tale sentenza venne introdotto il principio del “undue burden”, attraverso cui si vietano leggi con restrizioni eccessive e che avrebbero violato la libertà costituzionale. In tale modo però, molti Stati si sono sentiti legittimati ad approvare norme più limitanti.

Ma chi sono i più colpiti dalla legge del Texas?

Il SB8 è la prima vera legge approvata che incrina il dogma indiscusso sancito dalla “Roe v. Wade”. Tale legge riduce in maniera drastica l’accesso all’aborto, portando alla chiusura immediata di molte cliniche abortive. Come detto all’inizio, è stimato che circa l’85% delle abitanti del Texas si vedrebbe precluse l’accesso alle procedure abortive, poiché molte non sanno di essere già incinte. Inoltre, diversi medici abortisti hanno già interrotto la loro attività per paura di incorrere in cause civili derivanti solo dallo svolgimento del loro lavoro quotidiano. Questa restrizione creerà degli ostacoli insormontabili per alcune fasce più vulnerabili: le ragazze minorenni che devono chiedere la previa autorizzazione ai genitori, le donne con basso reddito e quelle di colore. Secondo il Guttmacher Institute, circa il 70% delle donne che hanno abortito in Texas nel 2019 sono di colore. Le persone meno abbienti saranno costrette a non abortire solo per mancanza di soldi: la distanza in macchina per arrivare a una clinica abortiva da una media di 12 miglia passa così a quasi 500 miglia (andata e ritorno), ha constatato sempre il Guttmacher Institute. Ovviamente questo sarà possibile solo se le donne avranno giornate libere di lavoro, la possibilità di lasciare la propria famiglia e ovviamente la disponibilità economica. L’aborto è una delle procedure più sicure in campo medico, ma nel momento in cui viene fortemente limitato molte donne sono costrette a intraprendere delle cure sempre meno sicure per interrompere la gravidanza con o senza il supporto di medici, mettendo gravemente a repentaglio la propria vita. Tra i Paesi sviluppati gli Stati Uniti presentano perciò il più alto tasso di mortalità materna.

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Costanza Berti

Nata a Massa Marittima nel 1998, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e ora frequenta il corso di laurea magistrale in Gestione d’Impresa presso l’università LUISS di Roma.  La sua vita si divide tra Roma e Follonica. Da sempre appassionata di viaggi, nel corso degli anni ha potuto scoprire e vivere culture molto diverse tra loro. Nel 2019 ha preso parte al progetto Erasmus a Rotterdam, trascorrendo un semestre di studio alla Erasmus University of Rotterdam. View more articles

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