L’Eredità Domestica Dell’11 Settembre

Ogni Paese, sia democratico che non, cerca di costruire una narrazione che si riallaccia alle proprie radici, alle pagine più significative della storia, a personaggi importanti e a date simboliche. Gli Stati Uniti non sono certo un’eccezione, anzi, i miti fondativi della democrazia statunitense sono particolarmente pervasivi e rilevanti nell’analisi della società americana contemporanea. Per quanto riguarda le date simboliche, l’11 settembre ha assunto – negli ultimi 20 anni – un ruolo purtroppo preminente. L’attentato al World Trade Center ha segnato uno degli spartiacque più netti dei nostri tempi. Quest’anno, i ricordi e le commemorazioni porteranno a discussioni ancora più profonde del solito. A 20 anni da quei tragici eventi, infatti, l’America ha posto fine alla guerra in Afghanistan, il conflitto più lungo della propria storia, nonché forse il lascito più rilevante di quel giorno dell’11 settembre 2001.

Del conflitto in Afghanistan e degli scenari futuri – sia nel Paese che a livello internazionale – abbiamo già parlato in questa settimana con due articoli dedicati. In questa sede, dunque, l’obiettivo è di impostare una riflessione più generale su quello che ha significato – e continua a significare – l’attacco al World Trade Center.

I poteri presidenziali in guerra

Dalla caduta delle Torri Gemelle alla caduta di Kabul: due eventi che rappresentano l’inizio e la (probabile) fine dell’epoca della guerra globale al terrore. Basandosi sul discorso che parlava di Asse del Male, e promettendo agli americani vendetta contro gli autori dell’attentato, Bush diede il via a due guerre, contro l’Afghanistan e contro l’Iraq. Critiche e analisi di queste decisioni sono numerosissime, e non saranno approfondite in questa sede. Quello che si vuole sottolineare, invece, è il modo in cui si è giunti all’uso della forza bellica in quei due Paesi. Nel 2001 e 2002, infatti, il Congresso ha approvato due risoluzioni, note come AUMF (Authorization to Use Military Force). La principale
differenza, rispetto al passato, è che queste risoluzioni – entrambe approvate con ampie maggioranze bipartisan – delegavano all’esecutivo il potere di dichiarare guerra, poiché a esso era affidato il compito di individuare concretamente il nemico contro il quale agire. Si trattava di un’abdicazione senza precedenti del Congresso nei confronti del Presidente. I successori di Bush – sia Obama che Trump – hanno fatto affidamento alle due AUMF per giustificare un’ampia serie di operazioni militari che non erano collegate all’Iraq o all’Afghanistan (ad esempio, l’uccisione del generale iraniano Soleimani). Quest’abdicazione congressuale ha causato una mancanza di accountability presidenziale per quanto riguarda le azioni in politica estera.

Recentemente, però, sembra che qualcosa stia cambiando. I congressisti – anche con un ricambio generazionale e l’emergere di nuove correnti politiche che erano assenti nei primi anni 2000, stanno mostrando un rinnovato interesse nei confronti della politica estera presidenziale. Inoltre, anche il Presidente Joe Biden si è detto favorevole all’abrogazione dell’AUMF 2002, la quale forniva la base legale per le cosiddette forever wars, nei confronti delle quali c’è una disapprovazione bipartisan da parte dell’elettorato.

20 settembre 2001: In un celebre discorso di fronte al Congresso, George W. Bush dichiara ufficialmente l’inizio della Guerra al Terrore

Società e libertà

Sembra un concetto ovvio e banale, ma è importante scriverlo: la società americana, dopo l’11 settembre, non è più stata la stessa. Non si parla solo di questioni come le nuove procedure di sicurezza negli aeroporti; invece, ci si riferisce a una serie di misure e pratiche che hanno visto un’espansione dei poteri di sorveglianza e un cambiamento nei rapporti tra cittadini e autorità. Inoltre (e anche questa sembra una banalità), il rapporto con il mondo islamico è cambiato radicalmente, e ciò ha avuto conseguenze anche per quanto riguarda la nutrita comunità musulmana che vive negli Stati Uniti.

Al di là delle dichiarazioni di guerra, il provvedimento simbolo del periodo post-11 settembre è rappresentato dal Patriot Act, il quale garantiva all’esecutivo e alle sue agenzie il potere di controllare – con piena autonomia decisionale – tutte le conversazioni, i documenti e i certificati dei soggetti sospettati di essere dei sostenitori delle organizzazioni terroristiche. Il testo è stato approvato con un’ampia maggioranza alla Camera (357-66) e al Senato (98-1). Successivamente, il Patriot Act è stato rinnovato più volte – con alcune modifiche – ed è tutt’ora in vigore. Numerose critiche sono state mosse nei confronti di questo provvedimento, soprattutto perché ha causato un aumento esponenziale della sorveglianza domestica (cioè di cittadini americani) da parte delle autorità di pubblica sicurezza.

Un altro capitolo ben poco luminoso di quest’epoca è stato rappresentato dai Torture Memos; si tratta di documenti classificati, secondo i quali il Presidente – in periodo di guerra – è legalmente giustificato ad autorizzare delle tecniche di interrogatorio non convenzionali e che sarebbero considerate come forme di tortura in tempo di pace. sempre secondo questi memo – redatti da una serie di avvocati del Dipartimento della Giustizia, tra cui John Yoo – i Talebani e i terroristi di Al-Qaeda non avevano diritto alla protezione per i prigionieri di guerra sancita dalle Convenzioni di Ginevra. Questa asserzione si è riflettuta, nel concreto, anche nell’istituzione della prigione speciale di Guantanamo, la quale – nonostante le ripetute promesse di chiusura – è ancora in funzione. Joe Biden ha promesso di chiuderla prima della fine della sua presidenza. Le pratiche interrogative di cui sopra, invece, sono state bandite da Obama nel 2009, subito dopo essersi insediato come 44esimo Presidente.

L’aumento dei poteri delle forze di pubblica sicurezza e la generale repressione delle libertà civili erano parte di un generalizzato clima di paura e di caccia al nemico. La comunità musulmana d’America è giocoforza entrata a far parte del dibattito mediatico, spesso con conseguenze spiacevoli. Un elemento molto interessante, per quanto riguarda il rapporto tra la società americana e la sua comunità islamica, è stato catturato da un recente lavoro del prestigioso istituto sondaggistico Pew Research. Negli ultimi 20 anni, infatti, l’istituto ha condotto annualmente un sondaggio che includeva la domanda “L’Islam incoraggia la violenza più delle altre religioni?”. I risultati sono stati poi disaggregati a seconda dell’affiliazione politica del rispondente. Per quanto riguarda i democratici, il trend è abbastanza prevedibile: le risposte affermative hanno visto un aumento negli anni immediatamente successivi all’11 settembre (23% nel 2002, 42% nel 2004), poi vi è stato un progressivo decremento (38% nel 2007, 32% nel 2021), anche se il valore più recente è comunque più alto del punto di partenza. Per quanto riguarda i repubblicani, invece, l’incremento non si è mai arrestato, e nel 2021 si è arrivati al 72% (nel 2002 erano al 32%). Si deve notare, tra l’altro, che la forbice tra i due elettorati si è di molto allargata. Nel 2002, infatti, la situazione vedeva un +9% (32 Rep vs. 23 Dem), mentre nel 2021 la distanza ammonta a 40 punti percentuali (72 Rep vs. 32 Dem). In una società iper-polarizzata su ogni tematica, anche il rapporto con l’Islam e i suoi fedeli non fa eccezione.

New York, 2010. Proteste contro la realizzazione di un Centro Islamico a Manhattan. Fonte: The New York Times

Per quanto riguarda l’eredità dell’11 settembre nella politica americana, si può citare anche il lavoro del giornalista Spencer Ackermann, vincitore del Premio Pulitzer nel 2014, che mostra il fil rouge tra gli eventi di 20 anni fa, la risposta dell’amministrazione Bush e dell’opinione pubblica, e l’ascesa del nuovo Partito Repubblicano guidato da Donald Trump. Ackermann analizza tutto ciò anche prendendo in considerazione la dialettica riguardante la comunità musulmana d’America. Del resto, come mostrato dai dati di cui sopra, l’Islam è divenuto una tematica partigiana.

Una nuova riflessione sul ruolo degli USA nel mondo

Come detto in precedenza, la società statunitense è iper-polarizzata, ma esistono pochi temi in grado di catalizzare sostegno bipartisan. Uno di questi è il ritiro dall’Afghanistan. Nonostante le forti critiche per le modalità con cui è avvenuto, quasi l’80% degli americani (tra cui anche un’ampia maggioranza di repubblicani) è a favore della fine del più lungo conflitto nella storia del Paese. Anche in questo caso, il ventennale dell’11 settembre può simboleggiare la chiusura di un cerchio: dopo l’attacco al World Trade Center, l’intervento in Afghanistan era ampiamente supportato dall’opinione pubblica. Vent’anni di promesse non mantenute, bugie scoperte, risultati deludenti e migliaia di vittime americane hanno portato ad un radicale cambiamento di opinione. La fine del conflitto in Afghanistan rappresenta anche la fine dell’overreach americano in giro per il mondo (il che non vuol dire, ovviamente, che gli USA non eserciteranno più il loro ruolo preminente nello scenario internazionale). In altre parole, rimanere l’attore principale, ma in modo diverso rispetto agli ultimi 20 anni. Del resto, Obama entrò alla Casa Bianca con l’intenzione di effetturare il cosiddetto Asia Pivot: disimpegno dal Medio Oriente per concentrarsi sull’Estremo Oriente (dove gli USA hanno interessi più importanti in ballo, e dove non verrebbero coinvolti in conflitti bellici come Afghanistan e Iraq). L’ex Vicepresidente dello stesso Obama, Joe Biden, sembra essere dello stesso avviso.

Barack Obama assieme a Susan Rice e Samantha Power, due delle principali sostenitrici del Liberal Interventionism

Infine, è importante sottolineare anche il cambio di linguaggio. Per anni, infatti, le amministrazioni USA hanno parlato del compito di esportare la democrazia (e le sue istituzioni) in Paesi come l’Afghanistan. Il rispetto della democrazia e dei diritti umani era anche alla base del coinvolgimento americano nelle Primavere Arabe (si pensi alla Libia). Nell’agosto di quest’anno, l’amministrazione Biden ha usato parole ben diverse (si ricordi, inoltre, che Biden era contrario all’intervento in Libia già nel 2011). Il Segretario di Stato Anthony Blinken, infatti, ha detto che il compito americano in Afghanistan non era instaurare un regime democratico, ma sventare definitivamente le minacce terroristiche contro gli Stati Uniti. Biden, in conferenza stampa, ha espresso concetti simili. Non siamo all’isolazionismo (roboante nel linguaggio, molto meno nella pratica) trumpiano, ma è evidente che siamo in una fase di profondo ripensamento del ruolo degli USA nel mondo. A 20 anni dall’11 settembre, un ciclo sembra essersi definitivamente chiuso.

About the Author 


Stefano Pasquali

Nato a Tivoli nel 1998, è appassionato di relazioni internazionali, politica economica e Stati Uniti. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Ha svolto due tirocini presso l’Ambasciata del Regno Unito e quella degli Stati Uniti. È parte del team che cura la newsletter “Jefferson – Lettere sull’America”. Tifa Roma e vorrebbe saper scrivere come Aaron Sorkin. View more articles

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Published by Stefano Pasquali

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