La Fine Delle Guerre Infinite Americane E La Smilitarizzazione Della Società Usa

“Questa decisione sull’Afghanistan non riguarda solo l’Afghanistan. Si tratta di porre fine a un’era di grandi operazioni militari per rifare altri Paesi.”

In forse una delle più dirette osservazioni contro la guerra dell’era moderna, il presidente Joseph R. Biden Jr. ha apparentemente chiuso il capitolo dell’interventismo americano in Medio Oriente. Il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan arriva dopo vent’anni di invischiamento militare che, sotto ogni punto di vista, è stato un fallimento geopolitico, strategico ed economico. La logica prevalente dell’era post 11 settembre che ha condotto gli Stati Uniti in questo conflitto ha provocato oltre 6.000 morti di cittadini statunitensi e costato oltre 2 trilioni di dollari; questo costo umano e finanziario è un duro promemoria dei limiti dell’interventismo.

La guerra in Afghanistan ha avuto un sostegno nazionale schiacciante dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre del 2001, con circa il 93% degli americani a favore con l’intervento militare. La logica generale della “guerra al terrorismo” (global war on terrorism) ha permeato praticamente ogni aspetto della vita domestica americana, determinando una maggiore militarizzazione della presenza degli Stati Uniti all’estero e la crescita di un massiccio apparato di sicurezza interna.

Dopo il successo iniziale nello sradicamento dei talebani e di Al Qaeda, il sostegno alla guerra è rimasto. Tuttavia, quando la missione è passata dall’antiterrorismo alla costruzione della nazione, il sostegno pubblico è diminuito. Il 2016 è stato un punto di svolta per il conflitto con l’ex presidente Trump che ha segnalato il suo desiderio di porre fine al conflitto. La decisione del presidente Biden di ritirarsi è il culmine degli sforzi delle amministrazioni Trump e Obama per porre fine a un conflitto che era sempre più controproducente e senza scopo.

Il ritiro dell’amministrazione Biden, però, non è esente da critiche. Nell’ultimo mese le immagini del caos a Kabul, il crollo dell’esercito afghano e un lento sforzo di evacuazione delle truppe americane e dei civili afghani sono state criticate da ex ufficiali militari, molti repubblicani (compresi quelli che hanno sostenuto la fine del conflitto, vale a dire gli ex ufficiali presidente Trump). Il tutto ha portato a una copertura mediatica negativa da parte dei media americani e, in effetti, questa cronaca pasticciata è un promemoria di come sia stato creato il consenso per questo conflitto invincibile, nonché per gli altri progetti interventisti statunitensi.

Biden si trova in una posizione poco invidiabile con il suo indice di gradimento in forte calo dopo il ritiro. Nonostante questa sfida, il presidente è rimasto fermo e impenitente riguardo alla sua decisione, con un più ampio impegno di ridefinire le priorità degli obiettivi di politica estera degli Stati Uniti. Si spera che l’effetto a lungo termine di questa decisione sia più di un simbolico passaggio dalla costruzione della nazione, più di un’ampia smilitarizzazione della presenza globale degli Usa e della società stessa.

About the Author

Matthew Santucci

Nato in Connecticut nel 1995, ha vissuto gran parte della sua vita tra Stati Uniti ed Italia. Passato il primo anno triennale a Firenze, si è laureato in storia alla Fordham University, New York City. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionale presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto due prestigiosi tirocini presso l’ufficio del Procuratore Generale del Connecticut e presso la Corte d’Appello del secondo circuito della città di New York per approfondire le dinamiche del sistema legale americano. E’ un appassionato di politica estera statunitense e delle sue dinamiche elettorali, di economia e del processo legislativo europeo.Tra le sue passioni spiccano canottaggio agonistico, vogando sia per la squadra universitaria della Fordham sia per l’attuale squadra della LUISS, fotografia ed architettura.

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