Il Bivio Di Kabul: Quale Futuro Per L’Afghanistan?

Dopo la caduta della capitale Afghana, quali implicazioni per la stabilità e la sicurezza nella regione? Dopo venti anni di logoramento, gli USA danno applicazione definitiva agli accordi di Doha. La ritirata strategica serve a Washington per accollare i costi sui vecchi imperi asiatici. Consapevoli di non poter essere ovunque, gli americani lasciano la patata bollente ai propri rivali.

Il 15 Agosto le milizie dei talebani entrano vittoriose nella capitale dell’Afghanistan, Kabul. I Talebani, letteralmente gli studenti (di Dio), sono riusciti a prendere il controllo del palazzo presidenziale, consacrando definitivamente l’esito degli scontri avvenuti nei giorni precedenti. Parallelamente all’avanzata dei Talebani l’esercito statunitense ha condotto una rapida ed estenuante campagna di rimpatrio dei propri contingenti per lasciare definitivamente la polveriera asiatica dove gli USA si erano impantanati 20 anni fa. Al tempo, reduci del disastroso attacco terroristico dell’11 settembre, l’amministrazione e l’opinione pubblica statunitensi si scagliarono in un’irrazionale ed insensata (dal punto di vista strategico) campagna militare volta, almeno sulla carta, a sradicare il terrorismo internazionale nei teatri orientali ed esportare il proprio modello socio-politico a realtà estranee mediante manu militari. Gli USA giustificarono il loro operato perché Osama Bin Laden e i suoi seguaci trovavano asilo in Afghanistan grazie al benestare del governo talebano. Questa breve analisi intende fornire una visione mediata da vari punti di vista per delineare le implicazioni strategiche degli ultimi avvenimenti di agosto nel teatro afghano. In questa sede è impossibile trattare esaustivamente la tematica e fornire le dovute prospettive interpretative. Tuttavia, ci limiteremo ad esporre alcune implicazioni geopolitiche del ritiro USA del teatro centro-asiatico.

Una ritirata, quella degli USA, dall’Afghanistan inevitabile. Gli USA escono sostanzialmente logorati da una campagna militare estenuante e con numerose perdite economiche ed umane. Nell’arco di questi 20 anni sono stati spesi dall’amministrazione statunitense 837 miliardi dollari per finanziare i contingenti sul territorio, sono state registrate 2443 perdite in termini di operativi ed un numero esorbitante di feriti e mutilati di guerra. Tutto questo per un sostanziale fallimento perché l’iniziativa bellica si è rivelata, sin dal principio, alterata da presupposti concettuali anti-strategici. Ad esempio, si è rivelata infondata la pretesa di poter imporre unilateralmente il proprio modello sociale a contesti con storie e tradizioni radicalmente distanti dalla realtà occidentale, come appunto il contesto afghano caratterizzato da una forte divisione etnico-geografica ed un modello di stampo clanico-tribale dove si consumano da tempi immemori scontri per il controllo territoriale e la sopravvivenza del proprio gruppo di appartenenza. Il secondo punto teoricamente critico, in totale contrasto con la grammatica strategica, è la pretesa di compiere una guerra logorante contro una specifica forma di tattica, il terrorismo, ipostatizzandola come l’incarnazione del male assoluto, cioè consegnandole una soggettività geopolitica completamente impropria. Questi fattori, sicuramente correlati a molti altri, hanno indotto la superpotenza statunitense ad impantanarsi in un contesto tribale ed ingestibile dove l’esportazione di istituzioni liberal-democratiche si è rilevato pressappoco, per utilizzare un eufemismo, impraticabile. Gli statunitensi hanno armato, addestrato ed organizzato un esercito, ANSF (Afghan National Security Force), che si è rilevato un totale flop costato 145 miliardi di dollari spesi dagli statunitensi. Di fatto, le forze di sicurezza hanno cercato di controllare i principali centri cittadini senza considerare adeguatamente le periferie e le zone rurali, notoriamente controllate da capi tribù e signori della guerra locali. Una volta messi in ritirata gli statunitensi, come pattuito da entrambe le parti con gli accordi di Doha del 2020, i talebani sono riusciti a giocare il ruolo di componente chiave di mediazione tra realtà tribali eterogenee sul territorio afghano. Grazie a questo ruolo sono riusciti ad organizzare un’avanzata su più fronti e sono riusciti ad indurre numerose defezioni tra i componenti delle forze di sicurezza afghane inserite nella coalizione pro-Usa. Ciò è dovuto anche dalla composizione mista dell’esercito, che ha sicuramente risposto a richiami dei rispettivi leader locali, portando così la fantomatica forza di difesa anti-talebana a sciogliersi come neve al sole. Un’avanzata così rapida ed incontrastata non ha fatto altro che conferire un vantaggio tattico ai talebani sul campo, perché li ha resi capaci di influenzare i rimpatri dei paesi occidentali. Inoltre, l’avanzata ha riacceso una forte campagna di propaganda e proselitismo che ha indubbiamente rafforzato l’immagine e il ruolo dei talebani come mediatori tra le diverse etnie afghane.

Vediamo ora, sul piano internazionale, le implicazioni strategiche di questi ultimi avvenimenti. Gli USA hanno passato il testimone alle altre potenze regionali. Dopo anni di logoramento, l’opinione pubblica statunitense chiedeva da più parti e a gran voce il rientro dei contingenti in patria. Già dal secondo mandato Obama, le istituzione federali cercano un accordo ed una contro-narrativa per lasciare la polveriera orientale. Di fatto, gli Usa hanno assunto progressivamente una condotta meno assertiva in termini militari rispetto all’inizio del nuovo millennio. Su questo versante, la politica militare USA è maggiormente concentrata sul “Pivot to Asia” per contenere le ambizioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Inoltre, avendo lasciato il paese, i costi della gestione dell’instabilità regionale saranno scaricati sostanzialmente sui paesi limitrofi, tra cui Cina e Russia, non certo fraterni alleati della potenza a stelle e strisce.

La prima coppia da esaminare quella sino-pakistana. La Cina e il Pakistan sono paesi fortemente connessi da interessi geo-economici. Infatti, condividono i progetti dei corridoi infrastrutturali che partono dalla costa cinese, passando per lo Xinjiang e terminano al porto di Gwadar (Nuove Vie della Seta). Ora, un aumento dell’instabilità regionale comprometterebbe l’operatività di alcuni dei progetti e di conseguenza anche la resa economica. Inoltre, le ambizioni cinesi nell’area, in caso di insorgenza di nuovi radicalismi, potrebbero risentire di una notevole mancanza di stabilità e sicurezza. Inoltre, i cinesi vogliono esorcizzare la possibilità che le ondate di radicalismo jihadista si trasferiscano, per via della natura osmotica dei confini nell’area, alla popolazione degli Uiguri nello Xinjiang. Dal punto di vista pakistano, i talebani furono creati originariamente come costola di insorgenza armata gestista dei servizi di sicurezza pakistani (ISI) per contenere e respingere l’Unione Sovietica. È possibile perciò dedurre che i Talebani non siano oggi un attore del tutto indipendente da Islamabad che, grazie alla presa di Kabul, ha guadagnato una maggiore profondità strategica contro il suo storico rivale, l’India. Sul versante opposto, l’India si sente orfana dell’alleato statunitense che ha permesso unilateralmente che si consumasse questa complicazione strategica.

Gli altri attori da considerare sono senza dubbio la Russia, la Turchia e l’Iran. La Federazione russa ha rafforzato la sua presenza militare nelle repubbliche ex-sovietiche. Il Cremlino ha intenzione di impedire, come la Cina, che si aprano nuovi scenari di conflittualità lungo i propri ex satelliti, ormai da sempre a rischio radicalizzazione islamica. È possibile che il successo militare dei Talebani inviti altri gruppi jihadisti ad insorgere ed alimentare le fratture sociopolitiche dell’area, generando disordine ed instabilità. Invece, la Turchia e l’Iran intendono evitare che i flussi migratori di afghani apolidi invadano i loro confini territoriali. Con la presa di Kabul, Teheran ha sostanzialmente messo fine alle sua sfera di influenza su Herat. Di contrasto, la ritirata statunitense apre una potenziale finestra di opportunità per Ankara che mira, sebbene sprovvista di adeguate risorse materiali, ad essere il referente della Nato con i Talebani ed il mediatore tra il futuro governo afghano ed il resto dei paesi occidentali, aumentando così il proprio prestigio internazionale.  

Per concludere, se volessimo ridurre ad un comun denominatore strategico la situazione attuale, potremmo dire che le grandi potenze asiatiche cercheranno, anche intessendo solidi rapporti con il futuro governo di matrice talebana, di contenere il caos afghano dentro i propri confini per non permettere che vengano minate tanto le superiori ambizioni di potenza quanto le minime esigenze di sopravvivenza.

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Matteo Urbinati

Nato nell’estate del 1998 a Bologna, fin da piccolo ha nutrito un profondo interesse per tematiche politiche ed economiche. Dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico A. Volta di Riccione, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma. Durante questo periodo ha avuto la possibilità di prendere parte ad un progetto Erasmus in Estonia e a lavorare come analista nell’ambito geopolitico e affari militari. Attualmente, frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics della Luiss Guido Carli. I suoi interessi sono da sempre la filosofia teoretica, la storia europea e l’economia. View more articles

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Lo Stalking È Un’Aggravante Dell’Omicidio?

È di poco più di una settimana fa la notizia che circola sui social e sui giornali secondo cui la Suprema Corte della Cassazione a Sezioni Unite avrebbe risolto un contrasto giurisprudenziale statuendo che lo stalking, inteso come atto persecutorio, non è più un’aggravante. Notizia riportata su svariate testate giornalistiche, tra cui La Repubblica, in cui si legge: “lo stalking non è più un’aggravante per il reato di femminicidio”. Ciò ha suscitato, legittimamente, grandi perplessità, ed ha portato molti a considerare tale statuizione come un passo indietro di 12 anni, a scapito di quella che è la comunità femminile. Chiariamo subito, però, che il caso risolto dalla Cassazione non fa altro che mettere in luce come in verità lo stalking rimanga una vera e propria aggravante.

Procediamo per gradi.

Il caso

Si fa riferimento all’omicidio consumatosi nel 2016 a Sperlonga, nel litorale laziale, di Anna Lucia Coviello, per mano di un’altra donna, la collega Arianna Magistri. Quest’ultima si era resa protagonista, ben prima dell’uccisione, di ulteriori atti persecutori, come minacce ed ingiurie nei confronti della prima. Appare subito chiaro, pertanto, che il termine “femminicidio” che si legge sui giornali in merito a questa faccenda viene utilizzato in modo del tutto atecnico, in quanto da un lato la nozione di femminicidio non rappresenta un concetto giuridico, e, dall’altro, rimanda a reati posti in essere da un uomo nei confronti di una donna, e non anche da una donna stessa.

La questione rimessa alla Corte di Cassazione

Le Sezioni Unite costituiscono la composizione della Suprema Corte investita per lo più da questioni di interpretazioni della legge. Questo vuol dire che qualora vi siano dubbi circa il significato da attribuire e la conseguente applicazione delle norme, sono proprio i giudici della Cassazione a Sezioni unite a risolvere il contrasto interpretativo.

E così è stato in merito all’omicidio aggravato.

Il dibattito affrontato dalle Sezioni Unite verteva su una questione ben precisa: risolvere un contrasto tra due interpretazioni giurisprudenziali in merito a due norme differenti: l’art. 576 n. 5.1 c.p. concernente il delitto di omicidio volontario aggravato dallo stalking, e l’art. 612 bis dello stesso codice riguardante il solo delitto di stalking. Il primo afferma che si applica la pena dell’ergastolo se il fatto previsto dall’articolo precedente – cioè, il reato di omicidio – è commesso dall’autore del delitto previsto dall’articolo 612 bis nei confronti della stessa persona offesa. Si estende quindi l’ergastolo alla fattispecie dell’omicidio aggravato da stalking. La seconda norma, invece, fa riferimento alla pena prevista in caso di commissione di atti prosecutori, ma fa salva la circostanza che il fatto costituisca un reato più grave.

In breve, alla Cassazione è stata rimessa la decisione interpretativa in merito a due possibilità in riferimento alle due norme: la loro applicazione congiunta alla fattispecie concreta, in conseguenza del riconoscimento dell’esistenza del concorso tra norme, oppure la sola applicazione del delitto di omicidio volontario aggravato dallo stalking, inteso però come reato complesso. Prima di dare una definizione compiuta di reato complesso bisogna sottolineare come una delle maggiori critiche avanzate contro la soluzione adottata dalle Sezioni Unite – in linea con la inesatta interpretazione della stessa sentenza – è che in mancanza del reato complesso si sarebbe avuto una mera somma tra le due pene. Non è così, la soluzione sarebbe stata quella di applicare il reato più grave, seppure aumentato del secondo.

Infatti, la linea direttrice seguita dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione è stata proprio il riconoscimento dell’esistenza di un reato complesso, quindi la seconda opzione, per intenderci. Affermando che il delitto da stalking è implicito nell’omicidio aggravato si è sottolineato esplicitamente come il primo sia un’aggravante del secondo. Tra l’altro è la stessa nozione di reato complesso che rimanda a questo concetto.

Per reato complesso (o composto), infatti, si intende un reato per cui la legge prevede degli elementi costitutivi o circostanze aggravanti che di per sé costituirebbero reato. In altri termini, il reato di omicidio aggravato dallo stalking, in questo caso, assorbirebbe il delitto di stalking: il reato complesso è quindi il delitto di omicidio aggravato da stalking mentre la circostanza aggravante di cui si fa riferimento è proprio lo stalking (perché costituisce già un reato a sé stante). Appare chiaro così come quest’ultimo non cesserebbe affatto di essere aggravante, così come sottolineato da numerosi giornali e social.

A rafforzare ancor di più l’interpretazione offerta dalla Cassazione vi è anche il versante pene: dare un’interpretazione conforme al concorso di reati avrebbe portato ad una reclusione di non oltre 30 anni; con la soluzione scelta invece, si estende l’ergastolo alla commistione di reati complessi, posto che il solo omicidio aggravato comporta, in ogni caso, una pena più severa.

La diffusione della notizia secondo cui lo stalking non sarebbe più un’aggravante ha suscitato un grande scalpore poiché la sua pubblicazione sui giornali di più diffusione nazionale è stata riportata “a cascata” da innumerevoli social, blog, e giornali di più piccole dimensioni. La disinformazione creatasi, infatti, non è ancora cessata e risulterebbe essere questo il dato più preoccupante. È necessario però far riferimento al fatto che La Repubblica, che è stata tra le primissime testate giornalistiche a diffondere la notizia sul social di Instagram, ha corretto la notizia. Tuttavia, risulta essere una correzione pressoché fuorviante: il post rimane, e può essere visualizzato da tutti sotto il titolo “Lo stalking non è più un’aggravante per il reato di femminicidio”. L’aggiunta di una mera nota alla fine della descrizione non equivale a piena correzione.

Si è in attesa, in ogni caso, della motivazione della sentenza delle Sezioni Unite, al fine di offrire una migliore delucidazione sul caso. Fino ad allora un dato è certo: lo stalking è un’aggravante.

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Enrica Cucunato

Nata nel 1999 a Cosenza, appassionata di cronaca giudiziaria, giornalismo d’inchiesta e politica estera. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Alma Mater Studiorum a Bologna. Durante la sua formazione universitaria ha avuto l’opportunità di seguire corsi presso la Gazzetta di Bologna. Nel 2015 ha viaggiato negli Stati Uniti, dove ha potuto approfondire, presso la New York University, quelle che sono due delle sue passioni più grandi: la danza e l’inglese. Appassionata di libri riguardanti lo studio delle criminalità organizzate e le più grandi inchieste giudiziarie, i suoi interessi riguardano anche la lettera e il cinema. View more articles

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Tunisia In Tumulto: Tra Autoritarismo E Default

Il 25 luglio scorso, nel giorno del 64esimo anniversario della proclamazione della Repubblica, il Presidente tunisino Kaïs Saïed ha annunciato il congelamento dei lavori del Parlamento per 30 giorni, la revoca delle immunità ai parlamentari e la rimozione del Primo Ministro Hichem Mechichi. In molti, tra cui il Partito islamista Ennahda, parlano di colpo di Stato, mentre Saïed difende quelle che ritiene sue prerogative costituzionali. Il Paese, devastato da una grave crisi economica e attualmente alle prese con un deciso peggioramento della situazione pandemica, è spaccato tra i sostenitori di Saïed, stanchi dei fallimenti di una classe politica paralizzata, e chi, invece, teme una nuova deriva autoritaria. A dieci anni dalla “Rivoluzione dei Gelsomini”, scintilla delle cosiddette primavere arabe, lo Stato nordafricano sembrerebbe sull’orlo di nuovi, violenti, tumulti. Che il “cantiere democratico” tunisino abbia sospeso i lavori?

LE CAUSE

“Il popolo vuole lo scioglimento del Parlamento”: questo quanto si gridava in quella che è già chiamata la “giornata della rabbia”, che, simbolicamente, è caduta proprio il 25 luglio. 25 luglio che non solo commemora la nascita della Repubblica tunisina, proclamata nel 1957 dopo decenni di protettorato francese, ma anche il giorno della morte di Mohamed Beji Caid Essebsi, primo Presidente tunisino eletto tramite libere elezioni nel 2014, scomparso nel 2019. Le radici dell’attuale malcontento sono proprio da ricercare in quel 25 luglio 2019, quando la Tunisia è sprofondata in un caos politico fatto di continui cambi di governo e di una crescente conflittualità tra il Presidente della Repubblica Saïed e i vari Primi Ministri, conflittualità istituzionalizzata dalla Costituzione tunisina del 2014, modellata su un esecutivo bicefalo sulla scia del semi-presidenzialismo francese. Ad una situazione politica a dir poco caotica (sebbene molte dinamiche non possano dirsi troppo diverse da quelle di alcuni Stati democratici europei), si sono aggiunte una pandemia e lo spettro di un default finanziario. 

La situazione COVID, in particolare, ha subito un netto peggioramento negli ultimi mesi, portando la Tunisia ad avere il più alto tasso di mortalità di tutto il continente africano (quasi 19.000 morti in un Paese di 12 milioni di abitanti). Oltre ad un netto aumento del numero dei contagi, che mette sotto pressione un sistema sanitario già al collasso (scarseggiano posti letto in ospedale, medicine, e, soprattutto, ossigeno) il Paese sconta il chiaro fallimento del programma COVAX, con meno del 10% della popolazione completamente vaccinata. 

Ad una situazione sanitaria drammatica, mal gestita dalle forze politiche governative, ai aggiunge una situazione economica altrettanto compromessa. Un PIL in caduta libera (-8% nel 2020), una disoccupazione galoppante (quella giovanile si attesta sul 40%), un debito pubblico al 90% e la forte dipendenza dai prestiti delle IFI, e, in particolare, del Fondo Monetario Internazionale, sono chiari indicatori di instabilità finanziaria, che potrebbero portare il Paese al default. 

In tutto questo, è mancata la politica. Il malcontento verso la coalizione di governo e, in particolare, verso la prima forza del Paese, il partito islamista Ennahda, già al centro di alcune indagini per corruzione e ritenuto il maggior responsabile della pessima gestione dell’economia e della pandemia, si è acuito dopo la richiesta di Ennhada – decisamente intempestiva – di 3 miliardi di dinari tunisini di risarcimento per le persecuzioni subite sotto il regime di Ben Ali.  

I FATTI

Tutte queste ragioni sono alla base delle manifestazioni di piazza del 25 luglio, che hanno visto la discesa in campo di un nuovo attore sulla scena politica tunisina: il “Movimento del 25 luglio”. Sebbene non sia chiaro chi siano gli esponenti del movimento, sembrerebbe che la pubblicazione di un manifesto programmatico, con chiare richieste alla classe politica, abbia catalizzato le numerose istanze di una popolazione ormai stremata. Tra le rivendicazioni: la dissoluzione del Parlamento e le elezioni anticipate, l’attribuzione al Presidente della Repubblica di poteri di scioglimento dell’Assemblea Parlamentare, l’indipendenza del potere giudiziario, la revoca dell’immunità ai parlamentari macchiatisi di crimini non rientranti nelle loro prerogative parlamentari e la dissoluzione dei partiti che abbiano ricevuto finanziamenti illeciti. In breve, se da un lato è chiaro il tono critico verso Ennahda e i lavori della classe dirigente – identificabili anche dagli slogan “dégage” sui cartelli dei manifestanti radunatisi davanti al Parlamento nel corso delle proteste –, dall’altro si nota un deciso endorsement nei confronti del Presidente della Repubblica.

Dal canto suo, si può affermare – certamente con cautela – che Saïed abbia fatto sue le rimostranze della popolazione. Il Presidente ha infatti invocato l’art. 80 della Costituzione, che stabilisce che “in caso di pericolo imminente che minacci le istituzioni della nazione, la sicurezza o l’indipendenza del Paese e che ostacoli il normale funzionamento dell’apparato statale, il Presidente della Repubblica potrà prendere tutte le misure rese necessarie dalle circostanze eccezionali, dopo aver consultato il Capo di Governo e il Presidente dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo e aver informato il Presidente della Corte Costituzionale”. In più, la Costituzione prevede che le misure debbano garantire un ritorno al normale funzionamento delle istituzioni statali in tempi brevi. In particolare – e questo sarebbe in linea con il limite previsto da Saïed – dopo 30 giorni dall’entrata in vigore delle misure, il Presidente del Parlamento potrà appellarsi alla Corte Costituzionale per verificare se le circostanze possano classificarsi come ancora eccezionali. 

Formalmente, Saïed avrebbe dunque rispettato i dettami costituzionali. Rimangono, tuttavia, alcuni nodi. 

In primis, il testo costituzionale vieta al Presidente di sciogliere il Parlamento. La sospensione dei lavori parlamentari prevista da Saïed è dunque una misura al limite. 

La Costituzione non conferisce al Presidente della Repubblica la facoltà di rimuovere il Primo Ministro e designarne uno nuovo. Saïed ha invece annunciato che nominerà presto un nuovo PM.

Infine, il punto più spinoso dell’intera questione è l’assenza di una Corte Costituzionale in Tunisia, non istituita dopo l’entrata in vigore della Costituzione. Sebbene, quindi, la Corte Costituzionale abbia solo un ruolo informativo nell’attivazione dell’art. 80, la sua posizione diventa cruciale nel possibile ritorno alla “normalità”, avendo il potere di sospendere le misure previste dal Presidente. 

E ORA?

La situazione è in rapida evoluzione. Sicuramente, a differenza di quanto alcuni hanno già affermato, sull’onda del click facile e del sensazionalismo, la Tunisia non è l’Egitto e la possibilità di un colpo di Stato militare è relativamente lontana. Tuttavia, in molti, nel Paese e all’estero, temono che alla scadenza di questi primi 30 giorni, il Presidente Saïed possa ritardare ancora il ritorno alla vita democratica. A quel punto, sarà possibile definire quanto accaduto la scorsa domenica in Tunisia un vero e proprio colpo di Stato. Di certo, l’attacco da parte della polizia su diretto ordine di Kaïs Saïed agli uffici di Al Jazeera a Tunisi non fa ben sperare. 

A dieci anni dalla “Rivoluzione dei Gelsomini”, quando Mohamed Bouazizi si diede fuoco davanti al municipio di Sidi Bouzid per protestare contro la corruzione e le condizioni economiche in cui verteva il Paese e quando la Tunisia si liberò finalmente dalla dittatura di Ben Ali, siamo di fronte a un bivio: una transizione democratica o nuovi anni di regime.

Che l’estate tunisina abbia seccato i gelsomini? 

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Angela Venditti 

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Tokyo 2020: L’Edizione Olimpica Più Travagliata Della Storia?

L’edizione dei Giochi Olimpici che da poco ha avuto inizio potrebbe passare alla storia come la più fallimentare dall’istituzione della moderna competizione. Dopo essere state rimandate lo scorso anno a causa della pandemia di Coronavirus, le Olimpiadi di Tokyo attualmente in corso hanno subito una serie di scossoni, organizzativi e gestionali, che facilmente avrebbero potuto avere portare a un ennesimo rinvio o addirittura alla cancellazione dell’edizione. Ad oggi, però, gli amanti dello sport non possono fare altro che godere, seppur limitatamente, dello spettacolo offerto dagli atleti olimpici, e, se ciò è stato possibile, di certo si è dovuto affrontare un travagliato percorso organizzativo che ha coinvolto primariamente la nazione ospitante, il Giappone e, di concerto, tutte le partecipanti.


La cancellazione delle Olimpiadi è avvenuta solamente tre volte dal 1896, anno in cui il barone De Coubertin spinse per la creazione del Comitato Olimpico Internazionale – da qui in poi CIO – e per l’organizzazione dei primi giochi dell’era moderna, svoltisi ad Atene nello stesso anno. Tutte e tre le edizioni soppresse hanno un comune denominatore: la guerra. Infatti, nel 1916 e successivamente nel 1940 e 1944, l’insorgere dei due conflitti mondiali ha minato la messa in atto delle competizioni, a dimostrazione dell’enorme sconvolgimento che tali eventi hanno avuto sulla quotidianità.
L’edizione del 2020, invece, sebbene sia stata più volte sul punto di essere eliminata, non ha subito la medesima fine. La pandemia di Coronavirus ha colpito più o meno pesantemente ogni settore e, per le Olimpiadi, occasione di aggregazione fisica e culturale senza eguali, è fuor di dubbio aver escluso fin da subito un regolare svolgimento. Ipotizzata l’eventualità di un miglioramento nel quadro epidemiologico mondiale, dovuta all’estensione della popolazione vaccinata e delle maggiori conoscenze in tema curativo per questa malattia, il rinvio di un anno dell’organizzazione dei giochi è stato individuato come la miglior soluzione. John Coates, vicepresidente del CIO per Tokyo 2020, a settembre dello scorso anno appariva fiducioso per lo svolgimento dei giochi, affermando che questi ultimi si sarebbero tenuti indipendentemente dalla situazione epidemiologica. Ed infatti così è stato.


Il Giappone, il cui governo ha a lungo combattuto contro la diffusione del virus attraverso una serie di restrizioni alla comunità, volte a diminuire i contagi nell’isola, ad appena due mesi dall’inizio dei giochi appariva piuttosto incerto sulle modalità tanto quanto sull’effettiva messa in piedi della competizione. A maggio 2021, secondo alcune indagini condotte dai media nipponici, tre giapponesi su quattro preferivano un ulteriore rinvio della data di partenza oppure l’effettiva cancellazione dell’edizione. Tale decisione si basava sul quadro pandemico del Paese, aggravato da una campagna di vaccinazione allora ancora ai nastri di partenza e da un numero di contagi innalzato dalle riaperture governative, mirate all’alleggerimento della pressione sulle attività economiche. Pur riconoscendo un’estrema importanza nell’opinione del cosiddetto Comitato locale, ovvero l’insieme della popolazione e degli organi governativi del Paese ospitante, la decisione del rinvio o della cancellazione delle Olimpiadi è legislativamente appannaggio del CIO e, come ipotizzabile, eventuali decisioni di questo tipo avrebbero comportato non pochi danni economici ad entrambe le comunità in questione. Di certo, qualora i Giochi non fossero partiti, il CIO avrebbe perso gran parte delle sponsorizzazioni, che per un evento di portata mondiale come le Olimpiadi sarebbe equivalso ad un suicidio, ma la stessa sorte in termini di credibilità internazionale sarebbe toccata al Paese del sol levante, poiché sintomo di una pessima gestione della vicenda.

Naomi Osaka, tennista giapponese tedofora in occasione dell’accensione del braciere olimpico.
© EPA/RUNGROJ YONGRIT


Nonostante i pronostici e l’opinione della popolazione giapponese, il 23 luglio scorso si è tenuta la cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici, con la campionessa Naomi Osaka nelle vesti della tedofora che ha acceso il braciere olimpico. A causa del prolungamento dello stato di emergenza da parte del governo giapponese, l’intera edizione sarà per la prima volta disputata in assenza di pubblico sugli spalti. Ciò rappresenta una vera e propria ferita nello spirito dei Giochi ma, insieme ai protocolli studiati per la diminuzione delle probabilità di contagio, si configura come l’unica possibilità di svolgimento della competizione. I media, sempre più all’avanguardia, trasmetteranno le dirette con una cadenza ed una completezza mai vista fino ad ora, per cui in un modo o nell’altro si cercherà di dare comunque supporto agli atleti nel miglior modo possibile. Da tenere in considerazione è anche la prossima edizione dei Giochi Olimpici Invernali, ospitati dalla storica vicina concorrente cinese nel 2022: quindi, anche il quadro politico sarebbe risultato più complicato in seguito ad una paventata possibilità di cancellazione di Tokyo 2020 o alla conclusione anticipata della stessa per motivi legati alla gestione dell’emergenza pandemica.


L’altra questione, passata in secondo piano ma da non sottovalutare, risulta essere la presunta svolta “green” data all’edizione. La torcia olimpica composta da alluminio riciclato, le medaglie recuperate dalla lavorazione di vecchi apparecchi elettronici ed in generale un rinnovamento nella direzione del “plastic free” sono degli interventi importanti per la sensibilizzazione nei confronti del tema ambientale, ma anche in questo caso sono sorti molti dubbi riguardo i comportamenti adottati dal governo giapponese. Per la buona riuscita di eventi di tale portata, il Paese ospitante deve attraversare un percorso di cambiamento ed ammodernamento della infrastrutture dedicate allo svolgimento delle gare ed il Giappone non è stato esentato dal perseguirlo. Ad esempio, per la costruzione del nuovo stadio olimpico nazionale, sorto nel quartiere di Shinjuku sulle ceneri del precedente, il governo giapponese è stato accusato in via ufficiale di aver prelevato illegalmente il legno di cui è composta la struttura dalle foreste malesi, contribuendo al disboscamento non regolamentato e alla violazione dei diritti umani. Su questa ed altri generi di polemiche, sorte a causa di comportamenti non sempre adeguati del direttivo giapponese, il CIO ha sempre assicurato di riporre estrema fiducia in quanto dichiarato dai nipponici, ma una cosa è certa: l’alone di incertezza è stato percepito fin dallo scorso anno e prosegue anche adesso che la competizione è nel vivo.

Gli sportivi di tutto il mondo, però, sperano che le Olimpiadi, seppur iniziate con presupposti molte volte fallaci, si svolgano regolarmente e continuino a regalare quelle emozioni che esclusivamente lo sport riesce a trasmettere.

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Camillo Cosenza



Nato a Cosenza nel 1999, è un grande appassionato di sport, economia e politica. Frequenta il Corso di Laurea triennale in Ingegneria Gestionale all’Università della Calabria. Ama anche la storia e la filosofia, passioni nate durante il periodo liceale. View more articles

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La Mafia, O Quel Che Resta Del Cinema Italiano

Sono passati 29 anni da quel nefasto 19 Luglio del ’92 e Paolo Borsellino, gigante della storia contemporanea italiana, integerrimo vessillifero della giustizia e irriducibile guerriero nella lotta al contro-stato mafioso, sopravvive nel tempo come catalizzatore delle migliori intenzioni e volontà di questo paese: uno stendardo della legalità a ispirazione di una gioventù sempre più bisognosa di eroi, simboli e modelli. Ed è a quello spirito di entusiasmo, capace ancora di trovare gratificazione nella correttezza e nel quotidiano sacrificio del proprio lavoro, che questo articolo si rivolge, nella speranza di raggiungere quanti più di quei giovani giuristi, giornalisti e uniformi che non si permettono la comodità di trasformare Capaci e via D’Amelio in vacue ricorrenze da calendario.

Perché è proprio voltandosi a guardare gli schermi che ci si accorge di come Borsellino (e con lui Falcone) sia stato ridotto, ormai, ad un’immagine sbiadita occasionalmente riesumata dallo Stato e dall’informazione per ricoprirne il ricordo di tardivi e stucchevoli riconoscimenti: tutto purché gli incensi mediatici e istituzionali coprano, citandolo, il “puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. È guardandone il feretro per l’appunto, così impunemente dissotterrato (metaforicamente parlando) ogni qual volta si ritenga opportuno inibire il sentir pubblico con sprazzi di catartico orgoglio, che ci si rende conto di quanto poco seguito sia concretamente concesso ai migliori auspici del giudice palermitano.

Questa è una rubrica di politica internazionale, e sebbene disquisire del complesso intreccio tra Stato e Mafie sia di per sé argomento di politica estera – nella misura in cui, ai sensi del diritto internazionale almeno, Cosa Nostra o la ‘Ndrangheta siano organizzazioni governative al pari della Repubblica –, l’intento del seguente articolo sarà quello di esplorare gli sforzi che l’Italia ha compiuto nel tentativo di corrodere uno dei più importanti aspetti del dominio malavitoso: la cultura. Non è un caso che Roberto Saviano, al netto dei discutibili prodotti d’intrattenimento sublimati dai suoi bestseller d’inchiesta – a cui verremo più avanti nella trattazione –, abbia indicato (in un servizio speciale del 2019 per Fanpage.it) proprio lo showbiz come nuovo e prioritario obiettivo di conquista della Camorra. Recuperando nuovamente l’inciso di Borsellino, “la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale […]”. L’esternalità di una tale crociata non coinvolgerebbe unicamente la crescita delle nuove generazioni altrimenti esposte al fascino dell’efficienza illiberale, ma si proietterebbe fino all’esterno dei confini nazionali, attraversando l’Atlantico per incontrare i massimi artefici dell’intrattenimento contemporaneo.

Il Padrino, I Bravi Ragazzi e Gomorra: parabola evolutiva del “mangia spaghetti” colluso

Il cosmo statunitense è, tra i mercati culturali aperti alla contaminazione, uno dei fronti più difficilmente permeabili per il vecchio continente: se questo assunto vale per la miglior produzione artistica britannica che, per ragioni storiche, condivide con gli americani quantomeno un codice linguistico, figuriamoci allora per lo snobbato stivale del Belpaese. L’odierna proiezione culturale italiana oltreoceano vive quasi esclusivamente dell’ausilio dei canali di trasmissione creati per garantire (principalmente) una trasmissione di contenuti nella direzione opposta: Netflix, Amazon Prime e HBOmax, che oggi conquistano il lusso di un pulsante dedicato sui telecomandi delle nostre smartTV, aprono a scenari di inedita reciprocità culturale certamente non paritaria, ma non di meno proficua. E presentatasi infine l’occasione, cosa vorrà mai propinare l’Italia ad un pubblico internazionale nato e cresciuto a suon di Coppola e Scorsese? Non si tratta, ahinoi, di una riedizione dei classici Slap&Beans ma, ovviamente, della Mafia: un filone già aperto dal mercato anglosassone e che non condivide, con altre saghe, l’onere di sfondare alcuna parete, anzi ha il vantaggio di poggiare su stereotipi ancora fertili, per quanto datati, e per questo bisognosi di nuove letture confermative dei pregiudizi fin lì alimentati.

Chi crede che il versante culinario dell’italian export sia il lato peggiore della proiezione culturale nostrana, bersagliato com’è dai sound-alike-brands – figli di una dubbia legalità – che ne minano la credibilità e l’appetibilità attraverso scadenti imitazioni, è perché non ha prestato abbastanza attenzione alle serie TV… e quelle, a differenza del cibo contraffatto, sono originali e fin troppo autentiche.

Ma in cosa differiscono serie televisive come Gomorra o Suburra dai classici della settima arte a firma dei migliori manici di cinepresa che abbiano mai operato nell’industria hollywoodiana? La grandezza dello schermo e il conseguente formato della pellicola c’entrano ben poco, e di questo ci si accorge guardando agli zero nelle cifre del budget o alla tecnica – un po’ didascalica ma non meno professionale – di una signora regia qual è quella di Stefano Sollima. La differenza fondamentale sta nella serializzazione: la reiterazione non più di uno schema, bensì di uno specifico scenario popolato da specifici interpreti (ben oltre l’estensione di una trilogia cinematografica come quella del Padrino, che aveva già preso a zoppicare nella “Coda”), eleva il prodotto da intrattenimento informativo ad intrattenimento di puro consumo.

L’esito inevitabile della dilatazione narrativa propria del piccolo schermo è la concessione di più ampi spazi alle sequenze di introspezione dei personaggi protagonisti delle vicende: al netto di una qualità talvolta inferiore rispetto a quella vista su grande schermo, logica conseguenza della ridistribuzione della spesa su un quantitativo di materiale quattro o cinque volte più esteso di quello condensato nelle final-cut pensate per le sale, il minutaggio giustifica un maggior approfondimento delle ragioni, delle mentalità e talvolta delle origini degli “eroi”. Il miglior termine di paragone per Suburra e Gomorra è, in tal senso, il classico Good Fellas di Scorsese: le parabole storiche disegnate dal regista italoamericano decostruiscono lentamente l’immagine del mafioso e lo fanno non a scapito dell’esaustività ma dell’esaltazione. Nelle sue biografie su pellicola, più o meno veritiere che siano, sono raccontati episodi rappresentativi di tutte le età del protagonista, ma sono esposte in chiave cinica se non grottesca, sottese da una costante sensazione di degradazione umana nonché rivolte ad una conclusione (talvolta preannunciata da soliloqui introduttivi) così amara e spoglia di redenzione da poter suscitare nel pubblico il solo sentimento della pietà, più che della comprensione.

Il personaggio esaurisce la sua carica emotiva nei margini di quelle due ore e mezza, e lo fa senza aspettative di ritorni o di nuove entusiasmanti evoluzioni: vivo o morto che sia entro i titoli di coda, l'”eroe” perde, se non la vita, la dignità. La conclusione fa del protagonista un elemento cinematograficamente non più spendibile o capitalizzabile. E questo, si sa, non è proprio la finalità congenita ad una serie che narra la storia di uno che si fa chiamare “Immortale”: il favore del pubblico e la passione in esso generata dai caratteri non corretti ma forti dei mafiosi, inducono le produzioni a ritardarne indefinitamente la dipartita attraverso improbabili escamotage soterici o, per dirla all’americana, vestendoli di una plot-armor contro qualsiasi genere di proiettile.

 Tirando le somme

Lungi dalle intenzioni di questa redazione di voler così suggerire che il fascino della Mafia sia da imputare unicamente alla più recente produzione televisiva italiana, o, peggio ancora, che la battaglia culturale vada combattuta solo attraverso l’etere e non nelle aule magne di scuole e università, sarebbe importante rivedere, se non i soggetti, quantomeno gli stilemi con cui si compongono le storie di malavita destinate al grande pubblico. Perché, in fin dei conti, guardando alle guerre di quartiere e alle mancate sepolture di corpi sciolti nell’acido o gettati sul fondo degli scoli, una domanda sovviene: rielaborando il quesito di De Crescenzo in una delle migliori scene di “Così parlò Bellavista”, si capisce davvero da queste serie su Camorra e Suburra che i mafiosi fanno “na vita ‘e merd”?

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Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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Investire Nell’Istruzione Sì, Ma In Che Modo?

Quello dell’istruzione è un tema da sempre centrale nel dibattito politico e sociale, e lo è stato ancora di più nelle scorse settimane. Gli ultimi dati dell’Eurostat, infatti, hanno confermato quelli passati, dimostrando che l’Italia non presenta una situazione propriamente favorevole da questo punto di vista. Inoltre, il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) ha sollevato qualche perplessità, tra chi afferma che sia stato attribuito il giusto peso alle cose e chi, al contrario, sostiene che si è finiti per mettere al margine, per l’ennesima volta, quelle aree che dovrebbero invece fungere da fondamenta al futuro che si sta cercando costruire.

I dati parlano chiaro

I dati inviati dagli istituti statistici nelle ultime settimane non sono confortanti.

Risulta infatti che l’Italia sia prima in Europa per il numero di giovani che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro (quasi uno su tre). Si tratta di una situazione estremamente grave, perché significa che non si riesce a creare un terreno fertile e stimolante, che quasi un giovane su tre non si sente motivato ad avviare, o a proseguire, un percorso di vita. È avvilente pensare che nel lungo termine non si parlerà più di fuga di cervelli, perché non si potrà proprio più parlare di cervelli; appare chiaro che un conto è dover intervenire con la finalità di far restare i giovani nel proprio Paese, un altro è doverlo fare per ricreare le condizioni che spingono i giovani a intraprendere una carriera (accademica o lavorativa). Nel secondo caso, ovviamente, il problema è strutturale e radicato.

Non è una questione di quantità, ma soprattutto di qualità. Infatti, è emerso anche che durante l’anno scolastico 2020/2021 le competenze degli studenti italiani sono diminuite (e non poco). Il problema, pertanto, non riguarda solo la dispersione implicita, ma anche la quasi totale assenza delle nozioni fondamentali nei ragazzi che continuano il percorso di studi.

Quanto costa risparmiare sull’istruzione?

In Italia si è sempre, ed erroneamente, scelto di risparmiare sulle cose sbagliate.

Scuola e università sono sotto finanziate, il calo della spesa per istruzione fa davvero paura. Purtroppo, ormai da anni, si è perso di vista un fattore importantissimo: le persone sono il contenuto e non il contenitore di ogni cosa. Per questa ragione bisogna rimettere al centro i giovani, quale vero potenziale per un futuro diverso e migliore; scegliere di non investire nella cultura è la decisione peggiore in qualsiasi luogo e in qualunque tempo storico.

Vuol dire risparmiare oggi per pagare un prezzo ben più alto domani.

In effetti, stiamo già pagando tale prezzo e di certo non è saggio continuare in questo modo; sarà mai oggetto di comprensione che l’unica alternativa plausibile è quella di cambiare direzione?

Forse no. Lo dimostra l’attuale PNRR che è, confortevolmente, frutto di un’analisi riflettuta, ma fino a che punto? Certo, non è semplice conciliare interessi locali e globali, e la recente approvazione dimostra che un passo in questa direzione è stato fatto, per quanto sia stato complicato. Lascia dubbiosi il fatto che, nel decidere quanto investire e in cosa, sembra si sia guardato un po’ troppo lontano, dimenticando che non si può costruire su qualcosa di rotto. La digitalizzazione, per dirne una, è sicuramente prioritaria, ma in un Paese in cui lo studio e il lavoro non sono ancora alla portata di tutti, né sono temi verso cui si è tanto sensibili quanto si dovrebbe, ha senso attribuire un primato al digitale?

Investire sì, ma in che modo?

Il punto della questione, in realtà, è innanzitutto capire in che maniera intervenire. Soltanto dopo, infatti, si potrà consapevolmente attribuire un certo peso ad ogni cosa. Finché non si iniziano ad elencare le debolezze del sistema, non si potrà trovare una soluzione ad ognuna, e dunque attivarsi in modo appropriato e mirato.

L’istruzione è la priorità, senza non c’è futuro, perché nel buio non si può brancolare per sempre. Questo è il primo e principale problema: la cultura, per quanto sia bello dire e credere il contrario, non è l’origine di tutte le scelte che si compiono.

A titoli di studio più alti dovrebbe corrispondere un migliore tenore di vita, frutto di stipendi elevati. È davvero sempre così? Guardiamoci intorno.

Lo “skill mismatch” è il disallineamento tra le competenze richieste dalle aziende e quelle di cui sono in possesso i lavoratori, ed è un problema vivido più che mai nel nostro Paese. Nonostante in Italia la percentuale di laureati annualmente sia bassissima, il tasso di disoccupazione è comunque elevato; conseguenza della disinformazione dilagante sulle prospettive, remunerative e lavorative, di ciascuna facoltà.

Questione che meriterebbe una trattazione a sé è il gap esistente tra pratica e teoria. In Italia si dà molto peso alla seconda, tralasciando troppo spesso l’impatto della prima, con la conseguenza che, quando i giovani laureati si imbattono nel mondo del lavoro, si trovano il più delle volte disorientati, come se stessero sbarcando su un nuovo pianeta. La carenza è sostanziale, più che formale, infatti molto spesso non si creano le condizioni affinché gli studenti abbiano modo di fare esperienze concrete: “tirocini per studenti, ma full time” sembra il titolo di uno sketch comico, invece è la realtà.

L’elenco è ben più lungo di così, e pare anche superfluo riprendere quanto discusso in precedenza riguardo alla gravità della bassissima spesa per pubblica istruzione, oltre che della ininterrotta “fuga di cervelli”.

Il PIL italiano è la sintesi perfetta di quanto scritto finora, quale indice utilizzato per misurare quantitativamente lo sviluppo di una nazione: praticamente fermo da vent’anni. È forse ora che inizi a crescere di nuovo?

Pare opportuno concludere dicendo che risulta evidente la necessità di un intervento in questo ambito: bisogna creare stimoli maggiori, probabilmente rivedendo anche alcune misure adottate (si pensi al reddito di cittadinanza) e spingendo i giovani a fare scelte consapevoli e convinte a proposito del loro futuro. Insomma, non tentennare quando si tratta di spendere per qualcosa che certamente ripagherà in futuro.

Un Paese istruito è l’unico che può vivere di progresso. La formazione dei cittadini è l’unica possibilità di andare avanti, altrimenti torneremo presto indietro. Per vedere il cambiamento, i primi a mutare devono essere gli individui che lo pretendono. Soltanto così, infatti, esso può essere attuato, e il primo passo per la prosperità sta nel comprendere che investire nella cultura, nella formazione e nell’istruzione significa investire nel futuro. Provare per credere.

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Mafalda Pescatore

Nata ad Avellino nel 2001. Ha conseguito il doppio diploma ESABAC. Frequenta il corso triennale di economia e management presso la LUISS Guido Carli, a Roma. Innamorata della cultura, da sempre. Particolarmente interessata a tematiche di attualità di natura politico-economica. Nel 2019 ha recensito e giudicato i romanzi iscritti alla finale del Prix Goncourt. Nel 2020 è stata volontaria per l’UNICEF, contribuendo a pubblicizzare il Progetto Pigotta. View more articles. 

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Il Tinder Islamico: Nuova Arma Pronatalista?

Si chiama Hamdam (“compagno” in persiano) il nuovo “Tinder musulmano”, recentemente lanciato dalla Repubblica Islamica dell’Iran e considerato l’unica applicazione di dating legale nel Paese. L’obiettivo? Incentivare «matrimoni duraturi e consapevoli», a partire da un match.

L’applicazione

Sviluppata dall’Istituto culturale Tebyan e presentata lo scorso lunedì dalla televisione statale iraniana, l’applicazione Hamdam favorirebbe solo relazioni salde e monogame. I primi step consisterebbero nella verifica dell’identità dell’utente e in un iniziale test psicologico. Una volta trovato il partner perfetto e ottenuta l’approvazione delle rispettive famiglie, l’applicazione si propone di accompagnare la coppia con un servizio di consulenza anche nei primi quattro anni di matrimonio.

La nuova arma del pronatalismo iraniano

Hamdam rappresenta senza dubbio un nuovo peculiare strumento della politica demografica iraniana, nonché una parziale risposta alle preoccupazioni dei leader del Paese. In particolare, quello a cui stanno assistendo la Guida Suprema Khamenei e il neoeletto Presidente Ebrahim Raisi è un sostanziale e allarmante aumento di divorzi, accompagnato da un importante abbassamento del tasso di nuzialità. Secondo quanto dichiarato da Alireza Sajedi, ufficiale della National Organization for Civil Registration (NOCR), già nel 2018, si era evidenziato un calo del 9% nel numero dei matrimoni nell’arco di un anno, nonché una crescita delle separazioni, passando da un divorzio ogni otto matrimoni nel 2008 a un divorzio ogni tre matrimoni dieci anni più tardi.

Questi dati, che rifletterebbero un trend già avviato all’inizio degli anni 2000, sono giustificati a fronte non solo di un progressivo peggioramento delle condizioni economiche della popolazione, ma soprattutto della sempre maggiore diffusione di matrimoni precoci.

Ad aggravare lo scenario demografico iraniano vi sarebbe anche il significativo abbassamento del tasso di fecondità, diminuito del 25% negli ultimi quattro anni, secondo quanto dichiarato recentemente dal Ministero della Salute iraniano. Il numero di nati ogni anno per donna risulterebbe oggi di 1,6 in Iran, ben al di sotto del valore auspicabile.

Image Credits: Tehran Times

Di fronte al disfacimento della famiglia, nucleo politico e culturale della propaganda teocratica iraniana, l’Ayatollah Khamenei si ritrova dunque a battere nuove strade e cercare nuovi rimedi.

Ci si domanda, quindi, se – nonostante le evidenti differenze strutturali, religiose e culturali del caso – il mondo social non possa rappresentare la nuova frontiera della politica demografica di altri Paesi.

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Valeria Pia Soricelli


Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

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Il Mito Americano Del Consenso Bipartisan

Nel sistema politico statunitense vige il bicameralismo perfetto, ossia le proposte legislative devono essere approvate da entrambi i rami del Congresso. L’iter di approvazione in Senato, tuttavia, deve affrontare un ostacolo aggiuntivo rispetto alla Camera dei Rappresentanti: il filibuster. Si tratta di un meccanismo che l’opposizione può utilizzare per fare ostruzionismo. Il filibuster può essere aggirato, ma richiede una maggioranza qualificata di 60 voti su 100. Nei tempi recenti, un partito ha avuto una maggioranza così ampia solo per pochi mesi durante il primo mandato di Obama. Dunque, per aggirare il filibuster serve un po’ di supporto da parte dell’opposizione stessa. In un periodo di così alta polarizzazione politica e partitica, questa evenienza diventa sempre più improbabile. Per questo motivo sono frequenti delle discussioni riguardanti l’abolizione del filibuster che, paradossalmente, richiede solo 51 voti. Quello che è interessante notare è che queste discussioni hanno sempre un elemento in comune: la mitizzazione del consenso bipartisan.

L’USO DEL FILIBUSTER

Il sistema politico-istituzionale statunitense è bipartitico e fondato sull’esistenza di una serie di pratiche paracostituzionali che hanno lo scopo di impedire la completa paralisi del sistema. In altre parole, il sistema americano si basa sulla volontà di mediare e di trovare dei compromessi, i quali presuppongono buona fede da parte della maggioranza e dell’opposizione. Senza buona fede e con la volontà di impedire l’azione di governo, il filibuster potrebbe essere utilizzato in maniera eccessiva e strumentale: non più strumento per contestare uno specifico provvedimento che non si condivide, bensì pratica abituale per impedire che il partito di maggioranza possa legiferare e perseguire la propria agenda politica. Negli ultimi decenni, con la crescente polarizzazione politica tra i due partiti (che riflette anche una crescente spaccatura sociale), il filbuster è stato usato proprio in questo secondo modo. Un primo dato è rappresentato dal numero di volte in cui esso è stato usato nel corso degli anni.

Numero di votazioni annuali per aggirare il filibuster. Source: The Economist

Come si vede dal grafico, il filibuster era una pratica usata molto di rado fino agli anni ’80, mentre ora è uno strumento sempre più utilizzato. Per questo motivo, negli ultimi anni questo strumento è stato abolito per tutte le nomine giudiziarie (che devono essere approvate dal Senato secondo il meccanismo di advice and consent). Senza questa abolizione (tramite la procedura della nuclear option), il processo di approvazione delle cariche legislative sarebbe stato completamente paralizzato, dato che la minoranza avrebbe operato pratiche ostruzionistiche per ogni nomina.

IL DIBATTITO SULL’ABOLIZIONE DEL FILIBUSTER

Joe Biden è stato eletto a larga maggioranza nel novembre 2020; il suo programma elettorale era particolarmente ambizioso e richiederà uno sforzo considerevole per essere attuato completamente. Per questo motivo, la doppia vittoria al Senato – nelle elezioni di gennaio – di Raphael Warnock e Jon Ossof (entrambi georgiani) è stata cruciale: con queste due vittorie, democratici e repubblicani hanno 50 voti a testa, ma il voto della vicepresidente Kamala Harris può rompere l’equilibrio e conferire una maggioranza ai democratici.

Nonostante ciò, l’amministrazione Biden deve far fronte – come le amministrazioni precedenti alla sua – alla forte opposizione della minoranza. In particolare, il leader repubblicano al Senato, Mitch McConnell, è una figura politica che si è sempre dimostrata disposta a usare ogni strumento possibile per ottenere i fini da lui perseguiti. Inoltre, non si può non considerare il carattere peculiare dell’attuale opposizione: molti repubblicani hanno contestato l’esito elettorale, alcuni congressisti hanno avuto contatti con gli insurrezionisti del 6 gennaio 2021 (vedasi Paul Gosar, ad esempio), e pochi repubblicani hanno votato per certificare il risultato elettorale e/o per l’impeachment di Donald Trump in seguito all’insurrezione.

In un clima di questo tipo, attendersi dialogo tra maggioranza e opposizione è poco realistico. Per questo motivo, sempre più esponenti democratici si sono espressi a favore dell’abolizione del filibuster. Come ricordato nell’introduzione, per abolirlo servirebbero soli 51 voti (perché non è uno strumento presente in Costituzione), ossia quello dei 50 senatori democratici più quello della Vicepresidente.

Il problema per i Dem, però, è che non tutti i senatori del partito sono a favore di questa abolizione. In particolar modo, spiccano Joe Manchin del West Virginia e Kristen Synema dell’Arizona. La loro posizione, essenzialmente, consiste nella seguente affermazione: il filibuster è un incentivo alla collaborazione bipartisan, uno strumento di mitigazione della polarizzazione politica. Lo scopo di questo articolo non è quello di verificare la veridicità dell’affermazione (si potrebbe affermare, ad esempio, che senza filibuster sarebbe più importante collaborare con quei 6-7 senatori repubblicani – come Romney e Collins – che non sono completamente ostili a Biden). Invece, quella che si vuole analizzare è la presunta intrinseca bontà della bipartisanship: una legge approvata da entrambi i partiti è migliore di una legge voluta solo dal partito di maggioranza?

LA BIPARTISANSHIP

Il concetto di bipartisanship evidenzia le differenti concezioni del sistema legislativo che si hanno, ad esempio, tra gli Stati Uniti (Repubblica presidenziale) e l’Italia (Repubblica parlamentare). Senza addentrarsi in tecnicismi, si può affermare che, durante il governo Renzi, nessuno si aspettava che la Lega e Fratelli d’Italia votassero a favore di provvedimenti legislativi promossi dal Partito Democratico. Nel dibattito politico statunitense, invece, molta enfasi è posta sul cercare di mediare col partito di minoranza e trovare un compromesso. Ciò può essere dovuto al fatto che Biden abbia incentrato parte del suo messaggio elettorale sulla necessità di rimarginare le fratture di una nazione sempre più divisa.

Da un punto di vista delle dinamiche politiche, però, gli appelli al bipartisanship sembrano il retaggio di un passato – sia reale che immaginato – che non esiste più da tempo. Per ottenere un lavoro bipartisan di successo, si prevede che entrambi i partiti abbiano interesse ad avanzare le proposte legislative che, dal loro punto di vista, meglio servono gli interessi della popolazione. Il senato repubblicano a guida McConnell, però, ha dimostrato già ai tempi di Obama che il loro scopo era un altro, ossia bloccare il processo legislativo e paralizzare l’azione di governo. Se lo scopo di una delle parti è far sì che il governo non funzioni, allora trovare una mediazione sulle proposte legislative è particolarmente difficile. In questa sede, lo scopo non è esprimere un giudizio di valore sulla scelta di McConnell; semplicemente, si vuole sottolineare come lo scopo dei due partiti sia così confliggente da complicare molto accordi sulle proposte legislative.

Fino ad ora, dunque, si è sottolineato come la bipartisanship sia difficile da ottenere nello scenario attuale; ora, però, bisogna anche ricordare che non è affatto detto che una legge con supporto bipartisan sia migliore di una legge voluta da un solo partito. Torniamo, per esempio, al periodo successivo alla Guerra Civile, noto come “Reconstruction”. In quel periodo si sono approvati, tra gli altri provvedimenti, il 14esimo e il 15esimo emendamento. Il primo garantiva una serie di diritti, tra cui il principio di uguaglianza di trattamento, agli ex schiavi (anche la base della storica sentenza Brown v. Board of Education del 1954), mentre il secondo sanciva l’universalità del diritto al voto, a prescindere da sesso ed etnia. Si tratta di due emendamenti che sono alla base della società statunitense contemporanea, la loro importanza è immensa. Eppure, entrambi sono stati approvati quasi esclusivamente dal Partito Repubblicano, mentre il Partito Democratico – dominato dai Sudisti confederati – era largamente contrario. In quel caso, quale consenso bipartisan si sarebbe potuto trovare? Il partito di maggioranza viene eletto per attuare un certo programma politico. Quest’ultimo, agli occhi degli elettori, è il migliore per loro e per il Paese. Il partito al governo, dunque, dovrebbe fare del proprio meglio per attuare quel programma. Il contributo dell’opposizione può essere importante e costruttivo, ma è importante analizzare lo specifico contesto politico e sociale.

Insomma, lo spirito bipartisan (e anche una certa dose di ostruzionismo) sono positivi solo entro certo livelli; quando si eccede, il sistema diventa disfunzionale, e i checks and balances rischiano di non funzionare più adeguatamente. Inoltre, non si può neanche dimenticare che, nel corso degli anni, il filibuster non sempre sia stato usato per semplici divergenze di policy. Si ricordi, ad esempio, le numerose volte in cui esso è stato utilizzato per bloccare leggi sui diritti civili degli afroamericani, su leggi anti-linciaggio e anti-discriminazione abitativa e, perfino, su una proposta di costruzione di un monumento dedicato ai veterani afroamericani della Prima Guerra Mondiale (una panoramica più completa è stata fornita dallo storico Kevin Kruse in questo thread). Il filibuster, dunque, ha il suo scopo in un sistema funzionale e in cui si devono regolare differenti visioni politiche in termini di preferenze legislative. Quando in gioco c’è altro, o quando il sistema è altamente diviso e polarizzato, il filibuster può contribuire alla paralizzazione completa del sistema.

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Stefano Pasquali

Nato a Tivoli nel 1998, è appassionato di relazioni internazionali, politica economica e Stati Uniti. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Ha svolto due tirocini presso l’Ambasciata del Regno Unito e quella degli Stati Uniti. È parte del team che cura la newsletter “Jefferson – Lettere sull’America”. Tifa Roma e vorrebbe saper scrivere come Aaron Sorkin. View more articles

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Il Ddl Zan Tra Ideologia E Ostruzionismo

Si accende sempre di più il dibattito sul Ddl Zan, che ieri, martedì 13 luglio, dopo mesi di ostruzionismo, è approdato in aula al Senato della Repubblica dove, come è noto, gli equilibri sono sempre molto diversi rispetto all’altro ramo del Parlamento.

La seduta del Senato è stata sospesa ed è stata convocata la Conferenza dei Capigruppo, per cercare di definire un eventuale dialogo sul Ddl come richiesto dal relatore, il leghista Andrea Ostellari. Senza intese, il rischio è quello del rinvio della discussione e del ritorno in Commissione Giustizia, come richiesto da Lega e Fratelli d’Italia. Intanto, tra i sostenitori, c’è preoccupazione per l’assenza di 11 senatori del M5S.

Soprattutto, si sta scatenando una caccia all’uomo o al partito che potrebbe far mancare la maggioranza nel caso in cui non si dovesse trovare un compromesso con un consenso più ampio, che eviti di affossare completamente una norma che tutelerebbe tanti ragazzi/e, uomini e donne.

La tensione in queste ore è alle stelle e sorgono tanti dubbi: chi ha lottato per la calendarizzazione della legge senza modifiche, è sicuro di avere la maggioranza? Siamo sicuri del fatto che all’interno dei partiti della “maggioranza” che ha approvato il Ddl alla Camera, non ci sia qualcuno che si defili in nome di qualche cavillo presente nel Regolamento del Senato (voto segreto per esempio)? Eppure sono 6/7 i voti che potrebbero spostare gli equilibri. E se gli oppositori presentassero decine e decine di emendamenti? E per ultimo, i sostenitori del Ddl Zan sono davvero disposti a sacrificare tutto in nome di un’ideologia?

Cos’è il Ddl Zan

Quello che porta il nome del deputato del Partito Democratico, Alessandro Zan, è un disegno di legge dal titolo Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Il testo prevede 10 articoli e ha come obiettivo principale quello di intervenire sul reato di “Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa”, già presente nella Legge Mancino del 1993, andando ad estendere il reato per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità.

I punti di scontro riguardano principalmente il concetto di identità di genere e la libertà di espressione che, secondo il Centrodestra, potrebbe venire meno.

La “maggioranza”

Cerchiamo di capire su che numeri pensa di poter contare chi vuole andare al muro contro muro senza nessun tipo di mediazione.

«Calendarizzato il Ddl Zan. Quindi vuol dire che #iVotiCiSono. Allora, in trasparenza e assumendosi ognuno le sue responsabilità, andiamo avanti e approviamolo». Queste sono le parole scritte su Twitter dal Segretario del PD Enrico Letta che, appoggiato da molti suoi parlamentari, sembra rivolgersi con atteggiamento di sfida a Matteo Renzi e Italia Viva. Tuttavia, ci sono tre aspetti significativi da ricordare:

  • Il voto sulla calendarizzazione mette in mostra una maggioranza molto risicata.
  • Matteo Renzi, viste le leggi firmate da Presidente del Consiglio, non ricorda molto una figura contraria ai diritti della comunità LGBTQ+.
  • Al contrario, qualcuno anche più a sinistra si è detto dubbioso sul testo così com’è, e, tra l’altro, bisogna ricordare come sulle unioni civili siano mancati i voti del M5S, che ora all’apparenza sembra compatto sul “Sì” al Ddl Zan.

La speranza è, quindi, che non si faccia di una legge di questa portata uno strumento di scontro più personale che politico.

I tentativi di mediazione

Quello che sembra essere il più propenso a voler trovare una mediazione condivisa da una più ampia maggioranza per riuscire sicuramente a portare a casa la legge è il Sottosegretario al Ministero dell’Interno, Ivan Scalfarotto, primo firmatario di un Disegno di legge del 2013, tra l’altro firmato anche dallo stesso Alessandro Zan. Risulta dunque strano come oggi, invece, lo stesso Zan parli del Ddl Scalfarotto come di un compromesso al ribasso.

Ciò che probabilmente ed effettivamente riuscirebbe a mettere d’accordo più forze politiche su questa mediazione, sarebbe l’eliminazione del concetto di identità di genere, presente nel Disegno di Legge Zan (“l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione“) che è molto divisiva trasversalmente, non solo tra i banchi del Centrodestra ma anche del Centrosinistra. Questo, secondo Scalfarotto, non sarebbe un vero compromesso al ribasso, perché comunque verrebbero tutelati con il Ddl sia i diritti di persone aventi un orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità che di persone transgender.

Quello che verrebbe a mancare, inoltre, sarebbe l’obbligatorietà per le scuole di organizzare, nella giornata del 17 maggio, una giornata di sensibilizzazione contro l’omofobia e la transfobia, dal momento che il Ddl Scalfarotto ribadisce “la piena autonomia scolastica”.

Questi i punti controversi, su cui viene proposta la mediazione. Ora rimane da domandarsi se effettivamente valga la pena rischiare di bloccare tutto pur di non scendere a compromessi con una parte importante (in termini di numeri) del Parlamento oppure accettare un po’ di pragmatismo per avere tutele importanti per tante persone che aspettano da anni serenità e giustizia.

In queste ore vedremo l’evolversi della situazione, che potrebbe riservarci molte sorprese.

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Francesco Palermo

Nato a Soveria Mannelli nel 2000, è appassionato di politica italiana ed è profondamente europeista. Attualmente frequenta il corso di laurea triennale in Economia presso l’Università della Calabria, dove è anche impegnato nella rappresentanza studentesca. È amante della musica e della letteratura. View more articles. 

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Mutui Agevolati Per I Giovani: Cosa C’è Da Sapere?

A seguito della pandemia, l’attuale Governo italiano presieduto da Mario Draghi ha cercato di orientare parte delle risorse messe in campo verso i giovani. In particolare, all’interno dei Decreto Sostegni bis è stata introdotta una agevolazione fiscale per tutti i giovani sotto i 36 anni che desiderano acquistare la loro prima casa. È, quindi, possibile richiedere un mutuo per l’acquisto della prima casa con la garanzia statale dell’80% sulla quota capitale grazie al Fondo gestito da Consap (Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici). Il finanziamento, però, non può superare i 250mila euro e l’immobile da acquistare, che deve essere adibito ad abitazione principale, non deve appartenere alle categorie catastali di un’abitazione di lusso, di una villa, di un palazzo o di un castello. Per ottenere queste agevolazioni si deve compilare un apposito modulo; inoltre, il mutuo deve essere stipulato nel periodo compreso tra il 26 maggio 2021 e il 30 giugno 2022 e, cosa più importante di cui tener conto, il reddito ISEE del richiedente non deve superare la soglia dei 40.000 euro annui.  

Uno sguardo ai dati 

Secondo Alessio Santarelli – direttore generale della divisione broking del gruppo MutuiOnline – questo «nuovo strumento voluto da Draghi darà impulso al mercato dei mutui, offrendo comunque soluzioni che prima non c’erano soprattutto per categorie storicamente deboli». L’incertezza economica del Paese ha storicamente reso difficile per i giovani richiedere ed ottenere dei mutui, in quanto essi non rispetterebbero determinati criteri di garanzia richiesti dalle banche. Guardando i dati forniti da Santarelli stesso (riduzione della richiesta di mutui dal 37.9% nel 2011 al 28.9% nel 2021) è evidente come i giovani italiani desiderino sempre di più acquistare una casa, ma è ancora più lampante la difficoltà per gli stessi di accedere al mercato immobiliare se non facendo esclusivamente ricorso ai propri risparmi.  

Questo Fondo di garanzia per la prima casa, ridenominato in breve “Fondo prima casa”, era già stato istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze con la legge di stabilità del 2014 ed è stato rifinanziato dall’attuale Governo con il Decreto Legge n.73 del 25 maggio 2021 riguardante misure urgenti connesse all’emergenza da COVID-19, per le imprese, il lavoro, i giovani, la salute e i servizi territoriali. I dati registrati da Consap successivamente al 2014 fanno ben sperare, visto che con un ammontare pari a 200 milioni di euro le richieste ricevute furono oltre 170 mila; adesso che l’ammontare stanziato è pari a 290 milioni di euro per l’anno 2021 e di 250 milioni di euro per l’anno 2022 ci si aspetta una domanda sempre più elevata. 

Mutui del genere, per cui non è richiesto un esborso iniziale, sono molto costosi per le banche, perché per poterli erogare devono assorbire una quantità più elevata di capitale e allo stesso tempo richiedere la cosiddetta “assicurazione ipotecaria”. Con la garanzia statale, però, le banche e tutti i soggetti finanziatori non potranno più chiedere ulteriori garanzie non assicurative ai giovani futuri mutuatari. Il fondo, perciò, dà un forte stimolo a questo segmento di mercato che, a causa degli eccessivi costi e delle innumerevoli complessità, non ha mai effettivamente preso quota.

Rischio: non inclusività

Il tetto dell’ISEE fissato a 40.000 euro annui non renderebbe il bonus abbastanza inclusivo, in quanto esso limita la platea dei beneficiari. È bene ricordare, infatti, che il reddito ISEE è calcolato sulla base del nucleo familiare, che tiene conto sia della famiglia anagrafica che dei soggetti fiscalmente a carico anche se non sono conviventi. Perciò, un giovane 28enne che, pur vivendo autonomamente in affitto in un altro domicilio, ha mantenuto la residenza presso l’abitazione dei suoi genitori, risulta per legge a carico dei genitori e il suo reddito ISEE terrà conto del patrimonio mobile e immobile di tutti i componenti della famiglia. 

Paradossalmente, nonostante il giovane in questione si trovi in una situazione lavorativa precaria e abbia un reddito da lavoro molto modesto potrebbe essere escluso da questa agevolazione a causa del computo dei redditi della propria famiglia. Oggi, molti giovani che non hanno ancora compiuto i 36 anni e che sono neoassunti, o comunque hanno un reddito che spesso non supera i 25.000 euro annui, superano facilmente la soglia ISEE perché o vivono ancora con la famiglia o semplicemente hanno la residenza presso la loro casa d’origine. In questo scenario, le coppie coniugate (con uno dei due coniugi sotto i 36 anni) e le famiglie monogenitoriali con figli minori a carico sono le più avvantaggiate. A queste categorie poi si affiancano anche le coppie conviventi da almeno 2 anni, in cui almeno uno dei richiedenti non abbia compiuto 36 anni; i giovani che non abbiano compiuto 36 anni e conduttori di alloggi di proprietà degli Istituti autonomi per le case popolari, o comunque denominati. 

Come evitare la trappola dell’ISEE

L’unico modo per sfuggire a questo ostacolo è cambiare la residenza del richiedente del mutuo. In questo modo il soggetto X che si stacca dal proprio nucleo familiare per crearne uno “nuovo” non risulterebbe più un figlio/a a carico dei genitori i cui redditi “pesano” nel calcolo dell’ISEE. Questo cambio di residenza permetterebbe, quindi, di non superare la soglia dei 40.000 euro annui. Bisogna comunque tener conto delle tempistiche: grazie al Decreto Semplificazioni approvato lo scorso 28 maggio, le tempistiche necessarie sono state ridotte, perciò il cambio di residenza si considera legalmente efficace dal giorno stesso della richiesta in Comune. Il tutto comunque si conclude in circa un mese e mezzo durante il quale si procede con vari controlli da parte delle autorità competenti.

Con il tempo si valuterà l’efficacia reale di questa misura, ma già da ora è possibile affermare che, nonostante il problema della soglia ISEE, il Governo Draghi sta cercando di utilizzare al meglio tutte le risorse economiche e monetarie generate. La casa è il bene immobile per eccellenza e ha un ruolo chiave anche nell’incentivare i giovani a creare una propria famiglia: si punta, così, al lungo periodo, al futuro dell’Italia e al rendere i giovani sempre più indipendenti e intraprendenti.

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Silvia Foti

Nata a Reggio Calabria nel 1999, è una grande appassionata delle tematiche relative all’economia e alla finanza. Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto varie attività di volontariato nel corso degli anni e nell’estate 2019 ha potuto prendere parte a un progetto di volontariato svolto in collaborazione con Croce Rossa Italiana. Tra le sue varie passioni anche l’arte, le lingue straniere e il nuoto. View more articles

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