Guasto di Facebook, Instagram e WhatsApp: Infrastrutture in Bilico? Facciamo Chiarezza

«Could I interest you in everything?
All of the time?
A little bit of everything
All of the time
Apathy’s a tragedy
And boredom is a crime
Anything and everything
All of the time».

Nella canzone “Welcome to the Internet”, inserita nel comedy special “Inside” distribuito da Netflix, il celebre comico statunitense Bo Burnham afferma che Internet ci offre «qualsiasi cosa e tutto quanto, per tutto il tempo». Per alcuni paesi, come l’India, l’idea di Internet coincide con Facebook. Più di tre miliardi e mezzo di persone al mondo usano Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp per restare in contatto con amici e parenti, espandere la propria attività attraverso la pubblicità, creare contenuti monetizzandoli, e così via. Non solo: Facebook è anche usato per accedere a molte altre app e servizi terzi, come reti di e-commerce o dispositivi casalinghi connessi a Internet. Ora, immaginate se qualcuno “cancellasse” Facebook e Instagram. Quante persone sarebbero nei guai? Quanti influencer avrebbero dei danni economici enormi? Quanti organizzatori di eventi farebbero fatica a comunicare con i partecipanti? Quante persone non riuscirebbero più a contattarsi? Quanti termostati e Smart TV non risponderebbero al controllo dei rispettivi proprietari?

È passato poco più di un decennio dall’arrivo dei social e sono già essenziali, a tal punto che possiamo definire platformization la centralità delle piattaforme digitali nella vita sociale contemporanea. Lo stesso Mark Zuckerberg ha definito Facebook «un’infrastruttura sociale». Ma come per tutte le infrastrutture – piccole o grandi, visibili o non: ponti o reti elettriche o server o autostrade – ci si accorge della loro esistenza solo nel momento in cui si rompono. Lo scorso 4 ottobre i servizi di proprietà di Facebook hanno ripreso a funzionare dopo circa 6 ore di interruzione.

L’ultimo malfunzionamento di grossa portata risaliva all’aprile del 2019. Se le infrastrutture falliscono, lo si nota sempre: una volta percepite come generalmente inaffidabili, anche il significato stesso di “infrastruttura” cambia, diventando sinonimo di “precario”, ovvero non essere degno di fiducia. E ci vuole molta fiducia – molto tecno-ottimismo – nei confronti di una piattaforma per arrivare ad affidargli tutto, perfino la domotica (cioè l’automazione) degli stessi uffici in cui si lavora. Di certo, questo tecno-ottimismo è associato all’immagine che l’azienda-piattaforma costruisce di sé per apparire solida.

Dallo scorso lunedì, Facebook e i suoi servizi appaiono meno solidi che mai, ma per fortuna non c’è stato alcun problema di cybersecurity. Dopo la smentita dell’ipotesi di correlazione con il caso della whistleblower Frances Haugen, infatti, la compagnia stessa ha rilasciato un comunicato ammettendo l’errore tecnico nell’errata configurazione dei server di Facebook in un aggiornamento di routine. Nel dettaglio, c’è stato un cambiamento nell’infrastruttura dei border gateway protocol (BGP) destinati a coordinare il traffico di dati tra i suoi centri. Di conseguenza, sono state interrotte le comunicazioni e – a cascata – anche quelle di altri centri dati. Il BGP è uno dei sistemi che Internet usa per far indirizzare il traffico dove deve andare e nel modo più veloce possibile. Visto che ci sono tonnellate di diversi provider di servizi internet, router e server responsabili della trasmissione dei dati a Facebook, ci sono miliardi di percorsi diversi che i dati potrebbero intraprendere.

Quando, però, le “mappe” che il BGP può rilevare non sono corrispondenti tra loro, l’infrastruttura vacilla. Il ponte cade. E il ponte univa strade all’interno di Facebook. Il BGP ha avuto ripercussioni anche sui DNS (“domain name server”), ossia il modo in cui i computer sanno a quale indirizzo IP può essere trovato un sito web. In pratica, è sembrato come se Facebook comunicasse al resto di Internet di togliere i suoi server dalle loro mappe e, come conseguenza, non esisteva più la “città-Facebook” che le mappe indicavano: Facebook e i suoi servizi erano spariti. Il centro operativo di sicurezza globale di Facebook ha rilevato che l’interruzione è stata «un rischio ALTO per le persone, un rischio MODERATO per gli asset e un rischio ALTO per la reputazione di Facebook».

Alex Hern, tech journalist per il Guardian, ha sintetizzato la vicenda su Twitter in maniera ironica, raccontando che il problema è che Facebook fa funzionare tutto tramite Facebook stesso, quindi quando i server sono stati “cacciati” dall’Internet, è sparita anche la possibilità di poter inviare i dati, nonché la capacità di fare il login per inviarli, e – addirittura – la capacità di usare la chiave magnetica dell’entrata dell’edificio che contiene fisicamente i server, che a loro volta controllano i sistemi di invio dei dati. Come se non bastasse, era impossibile perfino ricorrere al servizio di messaggistica per contattare il capo della sicurezza al fine di richiedere una chiave fisica per entrare al data centre senza dover ricorrere al sistema inutilizzabile di chiavi magnetiche: Facebook è scomparso dall’Internet e i dipendenti sono rimasti fuori dalle loro stesse sedi.

Gli stessi sentimenti di incertezza e vulnerabilità che ora accompagnano il lavoro, l’istruzione, la gestione pandemica e molti altri aspetti della vita contemporanea sono anche parte delle infrastrutture in cui opera quella vita. Rifiutare soluzioni alla precarietà infrastrutturale produce confusione e paura. Forse Zuckerberg e colleghi, oltre a cambiare le serrature delle proprie sedi, dovrebbero ripartire da questo.

About the Author:


Margherita Pucillo

Nata ad Anzio nel 1999, è particolarmente interessata alle interazioni tra tecnologia e società, alla comunicazione pubblica della scienza e alle politiche di genere. Dopo la maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche, sta proseguendo il suo percorso universitario presso la LUISS Guido Carli con il corso magistrale in Governo, Amministrazione e Politica, indirizzo Politica e Comunicazione. Da un biennio è membro della Consulta Giovanile del Pontificio Consiglio della Cultura. Tra le sue passioni ci sono anche la scherma, il laboratorio teatrale e lo speaking radiofonico. View more articles.

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