L’Alleanza Draghi Che Rimescolerebbe Le Carte

Gli ultimi 10 anni della politica italiana hanno visto sorgere scenari che hanno lasciato spesso a bocca aperta gli opinionisti. Ricorderemo sicuramente che il “campo da gioco” era occupato interamente da due poli: il PDL (Popolo della Libertà) guidato da Silvio Berlusconi e la coalizione di centrosinistra guidata dal Partito Democratico e dai segretari che si sono succeduti negli anni.

Ad oggi è cambiato tutto, in Italia come nel resto del mondo: pensiamo solo alle elezioni politiche del 2018 e al fatto che nel primo Governo della legislatura in corso ci siano state due forze che hanno poco a che vedere con lo spirito e il modo di far politica dell’ex PDL e del Partito Democratico.

Questo forte cambiamento è stato attribuito ovviamente a quello che molti definiscono fenomeno dei nazionalpopulismi dilaganti. Se restringiamo il campo e prendiamo in considerazione solo il 2021, dal cambio di Governo fino alle ultime elezioni amministrative, ci sono stati dei cambiamenti (e anche molti malumori interni ai partiti e alle varie anime che li compongono) che stanno facendo tornare l’aria di un “evergreen” della politica italiana, ovvero quella di ripensare gli schemi del campo da gioco, con una forza moderata e riformista che possa tener testa e battere populismi ed estremismi.

L’EVERGREEN

L’Italia tradizionalmente ha sempre avuto un’impostazione moderata della politica o, per meglio dire, quest’ultima è sempre stata la parte maggioritaria dello scenario. Gli ultimi anni, quindi, in quest’ottica, hanno rappresentato uno “shock”, molto utile per certi versi, visto lo stallo e la crisi della politica dei precedenti 40 anni più o meno.

Il fatto che oggi si parli nuovamente di un fronte ampio è stato accelerato sicuramente dalla nascita del Governo Draghi e da chi ne ha creato le condizioni ma, in realtà, questo argomento non è mai stato abbandonato. Ricorderemo nei primi anni dalla nascita del M5S e la successiva crescita dei partiti sovranisti che un attuale ministro del PD parlava dell’importanza di creare un “fronte repubblicano” per contrastare l’avanzata di questi movimenti. Non un fronte repubblicano all’americana ma si intendeva prendere i partiti tradizionali (moderati) e cercare di creare un fronte comune per conservare un’idea diversa di politica, meno reazionaria e più concreta. Con sensibilità diverse su alcuni argomenti ma con alcuni punti saldi in comune: europeismo, garantismo, rispetto per le istituzioni.

Oggi sono nati diversi partiti con questa vocazione (Italia Viva, Azione, +Europa, Cambiamo, Noi con l’Italia, Coraggio Italia) e nei due partiti più longevi si sta vivendo un duro dibattito interno in vista del prossimo futuro: infatti, sia nel Partito Democratico che in Forza Italia crescono, giorno dopo giorno, visioni fortemente contrastanti.

IL DILEMMA NEL PD

“Alleanza con il M5S sì o alleanza con il M5S no, questo è il dilemma”. Dalle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre scorsi, lo scenario che si è delineato è stato molto chiaro: il centrosinistra è uscito vincente. Ma attenzione! Tenendo sempre in considerazione un certo distacco tra risultati nazionali e locali, bisogna considerare anche che la coalizione guidata ad oggi dal Partito Democratico non ha vinto ovunque. Il centrosinistra ha vinto, e anche con grande distacco, nei luoghi dove storicamente è radicato e dove si è perseguita la strada delle scelte riformiste. Basta volgere lo sguardo alle elezioni regionali della Calabria per capire una netta differenza. Al contrario del resto d’Italia, in Calabria il PD ha deciso di fare un passo indietro rispetto all’ acclamata candidatura di Nicola Irto per andare incontro alle richieste (imposizioni) dell’alleato Giuseppe Conte, ovvero “per forza donna e per forza lontana dalla politica”. Il risultato è quello che conosciamo bene.

Ad ogni modo, all’indomani dell’uscita dei risultati, i commenti tra i “Dem” sono molto discordanti. Sicuramente sono tutti molto felici delle conferme a Milano e Bologna e del cambio di passo su Torino, Roma e Napoli. Tuttavia, ognuno immagina un futuro diverso. C’è chi ha gridato a gran voce “E ora alleanza nazionale strategica con il M5S” e chi, come il Senatore Andrea Marcucci twitta “L’area di evoluzione più naturale del centrosinistra è verso i liberaldemocratici. Lo straordinario risultato romano di Carlo Calenda conferma che c’è un grande spazio politico con cui è prioritario dialogare” e ancora “I risultati elettorali nella loro evidenza dicono che l’alleanza con il M5S per il Pd non è più strategica”. Salgono quindi i malumori interni, mentre Draghi può continuare a lavorare tranquillamente.

LA FRATTURA IN FORZA ITALIA

Se i “Dem” continuano ad avere posizioni diametralmente opposte rispetto all’alleanza con il movimento pentastellato guidato dall’ex Premier Conte, anche gli azzurri iniziano a barcollare sul tentativo di tenere insieme l’alleanza di centrodestra a guida Salvini/Meloni.

Anzi, a dirla tutta, quanto sta avvenendo tra i fedelissimi di Silvio Berlusconi è ancora più esplicito. Il Cavaliere sembra voler salvare l’alleanza a tutti i costi, probabilmente per cercare di intestarsi la riuscita vittoria della coalizione unita. Però c’è chi non riesce più a digerire certi toni. È Renato Brunetta, Ministro della Pubblica Amministrazione, che, accodandosi alla sua collega di Governo, Mariastella Gelmini, afferma “non c’è più un centrodestra unito. Ora serve un’alleanza di governo tra popolari, liberali e socialisti”. Del resto, secondo Brunetta, un leader c’è già e si chiama Mario Draghi. Quello che manca, invece, sono partiti all’altezza di Draghi perché: “La colonna portante di ogni Paese dell’Europa è l’opinione moderata”.

MOMENTANEA TATTICA O STABILE STRATEGIA ?

Gli altri partiti nello scenario, invece, sono nati già con una vocazione diversa. Riflettendoci bene, sono quei gruppi dirigenti che un tempo facevano parte o di PD o FI e che non hanno mai voluto digerire le rispettive alleanze con grillini e sovranisti. Da molto tempo, infatti, stanno lavorando per cercare di persuadere gli ex compagni di partito a ritornare su passi diversi, piuttosto che cambiare modo di far politica in favore dei sondaggi.

Ad oggi i leader di questi piccoli partiti possono tirare un forte sospiro di sollievo, in primis Carlo Calenda e Matteo Renzi: il primo uscito con un grande risultato, anche se non vincente, dalle elezioni comunali a Roma; il secondo per essere riuscito, a gennaio, a mettere in crisi lo schema partitico consolidato facendo convergere la maggior parte dei partiti (o parte di questi) su obiettivi comuni.

Al contrario dei dubbi in casa Partito Democratico e Forza Italia, a questi livelli non c’è ombra di dubbio: l’alleanza europeista non è soltanto un modo strategico per allontanare populisti e sovranisti ma anche una grande opportunità per il nostro Paese in Europa che, dopo l’uscita di scena di Angela Merkel dopo 16 anni alla guida della Germania, “grazie a Draghi, ritorna leader e il numero di telefono europeo ha il prefisso italiano” – commenta qualcuno.

Resta da capire se le dichiarazioni dei dirigenti dei vari partiti citati siano delle vere intenzioni o semplici provocazioni per riequilibrare dinamiche interne. E se fosse tutto vero, sarebbe una momentanea tattica per ritornare all’equilibrio moderato del passato o una coalizione del futuro, una sorta di “terza via”?

(Featured Image Credits: huffingtonpost)

About the Author


Francesco Palermo

Nato a Soveria Mannelli nel 2000, è appassionato di politica italiana ed è profondamente europeista. Attualmente frequenta il corso di laurea triennale in Economia presso l’Università della Calabria, dove è anche impegnato nella rappresentanza studentesca. È amante della musica e della letteratura. View more articles. 

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