Il 26 Aprile L’Italia Riapre. Ma È Davvero Un «Rischio Ragionato»?

Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, parla alla stampa di riaperture e di opportunità. Dal 26 aprile, infatti, bar e ristoranti con tavoli all’aperto rimangono aperti anche di sera. Permessi gli spostamenti tra regioni gialle, anche se servirà un pass tra regioni di colore diverso. Il coprifuoco – per ora – rimane alle 22. Per gli altri locali la data della riapertura scatterà il 1° giugno. Il Presidente del Consiglio spera – giustamente – che questo rischio possa trasformarsi in «opportunità straordinaria per l’economia e per la nostra vita sociale». Tuttavia, gli scienziati fanno notare che il pericolo che la curva si impenni purtroppo esiste. L’ormai noto conflitto tra salute ed economia continua. Chi avrà ragione? 

Un rischio ragionato

«Il Governo ha preso un rischio ragionato in base ai dati dell’epidemia che sono in miglioramento». Così afferma Draghi durante la conferenza stampa di venerdì. Arriva quindi la tanto attesa “road map” delle riaperture e dal 26 aprile torna la zona gialla. Non solo, quindi, via libera agli spostamenti tra regioni ma, anche, via libera alle scuole superiori senza Dad al 100% e ai bar e ristoranti con tavoli all’aperto pure la sera. Inoltre, il premier aggiunge che «si può guardare al futuro con prudente ottimismo». Ma tiene anche a precisare che, soprattutto ora, «i cittadini, a maggior ragione, dovranno rispettare il distanziamento e indossare la mascherina». D’altronde, il caso della Sardegna è noto a tutti: l’unica regione bianca ad essere diventata, dopo poco tempo, rossa. Draghi certamente non vuole che ciò accada all’Italia intera. Afferma infatti che «se i comportamenti saranno osservati e la campagna vaccinale, che sta andando bene, andrà sempre meglio, la possibilità che si torni indietro è molto bassa».

Rilanciare l’economia italiana

Dunque, si tratta di un «rischio ragionato» che, senza alcun dubbio, tiene conto della frustrazione e dello sconforto dei cittadini e delle imprese e, soprattutto, delle pressioni e del desiderio di alcuni partiti – in primis la Lega – di mostrarsi come difensori degli interessi degli imprenditori e, in generale, del mondo produttivo. Draghi spera, attraverso questo “via libera”, di poter rimettere in moto l’economia e, nello specifico, questa svolta sarà caratterizzata da tre pilastri: le riaperture, le nuove opere e lo scostamento di bilancio. D’altronde, l’obiettivo principale di Draghi è recuperare il gap strutturale di competitività che l’Italia ha accumulato negli ultimi decenni, in primo luogo rispetto ai principali partner europei, Germania in testa. Ed è a tal proposito che, oltre alle nomine dei 57 commissari per le opere pubbliche, il Presidente del Consiglio sta seguendo in prima persona e coordinando «una riforma di grande respiro» sulle semplificazioni amministrative.

La destra canta vittoria

«Questa è una vittoria di chi ha voluto un governo diverso. Il merito del centrodestra è aver acceso i riflettori sulle categorie più colpite dalla pandemia». Così dice Maria Stella Gelmini, Ministro agli Affari Regionali, in un’intervista al Corriere della Sera. «È vittoria del buonsenso. Per le prossime 48 ore mi porto a casa, anzi offriamo al Paese, i 40 miliardi per le imprese e le riaperture per le zone fuori dal rischio pandemico», dice il leader della Lega, Matteo Salvini, al termine della sua visita all’hub vaccinale della “Fabbrica del Vapore” a Milano. Mentre la destra festeggia, gli esponenti del PD e del M5S si mostrano più prudenti ma comunque soddisfatti. Zingaretti, infatti, afferma in un post su Facebook: «bene Draghi e Speranza su riaperture. Si coniugano sicurezza sanitaria e certezza di ripresa». Tra i partiti della maggioranza, nonostante vi sia – come sempre – tensione, sembra che si sia trovata una soluzione comune. Il premier, infatti, minimizzando i contrasti interni, afferma che «si è presa una decisione che contempera tutti i punti di vista e quest’ultima è stata presa all’unanimità». Inoltre, sulla tenuta della maggioranza Draghi si mostra sereno: «non c’è bisogno di fare appelli» all’unità, dice, perché nel Cdm «l’atmosfera è eccellente». 

La preoccupazione degli esperti

«È un rischio. Le terapie intensive sono congestionate. Siamo pronti a intervenire subito». Così afferma Giovanni Rezza, capo della Prevenzione del ministero alla Salute e membro del Comitato tecnico scientifico del governo. Se le aperture dovessero creare ulteriori problemi, assicura che gli esperti «sono pronti a ricorrere a un sistema di allerta precoce che permette di intervenire subito». E le attività che preoccupano di più sono «quelle al chiuso, come ristoranti e musei», ma anche «alcuni sport di contatto, come il calcetto, che comportano un certo rischio».

Nonostante le più che legittime preoccupazioni del mondo scientifico, è comunque necessario che la politica faccia il suo mestiere e, quindi, che trovi una sintesi tra indicazioni scientifiche e necessità produttive. D’altronde, questa emergenza è anche economica e – come molti italiani sanno – ha gettato nella disperazione migliaia di famiglie. Queste prime aperture volute dal Presidente Draghi, quindi, possono essere pienamente considerate una risposta al disagio e allo sconforto di intere categorie sociali, dai giovani agli imprenditori. Tuttavia, è doveroso notare che tale respiro, per poter essere pienamente tale e, di conseguenza, per poter portare maggiore serenità nel Paese e porre le basi per la ripartenza dell’economia, deve essere condizionato all’effettivo rispetto delle norme del distanziamento sociale e dell’utilizzo delle mascherine. D’altronde, come spesso accade, le riforme e i cambiamenti sperati diventano tali solo se c’è piena consapevolezza e collaborazione degli individui. 

Ci si augura, per il bene del Paese, che tale speranza si realizzi. 

(Featured Image Credits: Riccardo Scano)

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Luca Cupelli

Nato a Cosenza nel 1998, è appassionato di storia risorgimentale, politica italiana e relazioni internazionali. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Nel 2019 ha lavorato come analista politico tirocinante presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. È un grande fan della musica anni ’80 e delle serie tv americane. View more articles

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L’Italia Di Draghi Tra Liberalismo E Realismo Politico

Se esiste una variabile che più di tutte è destinata a perdere nel trade-off del policy-making di ogni grado e respiro, quella è la morale: che si tratti del benevolo programma elettorale, consuntivo di proposte finalizzate a un voto di scambio; che si tratti di fasulle indignazioni propedeutiche ad ingerenze politiche ed escalation militari, talvolta preambolo a poco democratiche esportazioni di democrazia; che si tratti di un occhio chiuso, conservato in attesa di essere riaperto su affari più fruttuosi e convenienti di una coscienza pulita. Dentro e fuori i confini nazionali, la morale non è che l’ancella o la negazione della politica razionale. Questione diversa è comprendere, invece, quale equilibrio tra morale e politica sia sintetizzato nei leader del mondo libero e sedicente liberale. Prendiamo, ad esempio, l’attuale Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica, Mario Draghi. Dove collocare l’ex presidente della BCE sulla bussola del cinismo politico, a fronte del suo breve ma intenso primo bimestrale nelle vesti di capo di governo?

Esistono indubbiamente dei fattori indefettibili della personalità giuridica internazionale italiana cui nessun politico nostrano può sottrarsi nelle sue esternazioni: l’Italia è, per valori e sudditanza, una tessera nell’ampio e variegato mosaico dell’ordine liberale a guida statunitense, nonché alleato (e avamposto) strategico dell’asse Atlantico. Concedendoci un’imprecisa assimilazione tra liberalismo e democrazia, e tra atlantismo e occidentalismo, l’Italia è agli antipodi naturali delle dittature orientali (militari e religiose). Ma la natura non è mai abbastanza a determinare, in autonomia, amici e nemici del gioco: perché prima della morale, si è detto, viene la politica. Indubbiamente è la morale che cristallizza l’Italia nelle sue attuali forme democratiche e occidentali ma, fuori dai confini nazionali, quegli stessi principi non hanno giurisdizione: potrebbero averne esportandosi con fare illiberale (la storia ci è testimone della percorribilità di una tale opzione), ma l’Italia pecca di rachitismo quando si tratta di peso economico e soprattutto militare. Di fronte alla realtà inemendabile dei fatti, cioè l’impossibilità di scalfire il blocco autoritario ad Est, l’Italia (anti-belligerante per risorse e per cultura) apre diplomaticamente ai suoi opposti per dialogare e costruire. E questo è tutt’altro che un demerito, anzi: se tale apertura è pratica comune nella civiltà di riferimento, la morale deve ancor più celermente fare spazio al cinismo… o si rischia di rimanere indietro nelle trattative coi “mostri” più ricchi nell’“Impero del male”.

Certo è che l’Italia è fin troppo aperta ai suoi nemici naturali: la Turchia, per prima, di cui costituisce il principale partner commerciale e — almeno fino a qualche giorno fa — il più risoluto dei sostenitori politici in vista di un prossimo allargamento dell’Europa all’Anatolia (dando per buona l’idea che basti un angolo di Tracia per fare di un ottomano un balcanico). E sarebbe stato bello, prima di improvvisi litigi, vedere tale sostegno ripagato con una più equa “spartizione” della Tripolitania: ma, al contrario, su Misurata sventola bandiera turca e il nostro ultimo avamposto nella regione, l’ospedale civile di fortuna costruito nell’aeroporto della città, viene fatto sloggiare. Non che l’Italia possa sperare nell’appoggio della Casa Bianca in cui, all’isolazionismo trumpista, si è da poco sostituito il crescente disinteresse strategico di Biden (man mano che l’OPEC collassa cedendo il titolo di price-maker al nuovo cartello petrolifero dell’America Latina). Né tantomeno sarebbe intelligente attendere che l’Unione Europea riesca a tener fede al suo nome, sostituendo una politica estera comunitaria ad una politica estera frammentaria: sperare che Parigi smetta di scavalcare Roma nei Summit (sempre che non sia impegnata a spiegare elicotteri abbattuti a Benghazi o a insabbiare missili Javelin allungati sotto banco ad Haftar, per assediare Tripoli) o che la Germania faccia valere il suo peso economico (oltre ai natali turchi di almeno 3 milioni tra i suoi teutonici cittadini), sarebbe come sperare che l’Italia prendesse atto della sua dimensione mediterranea e iniziasse a definire le sue ZEE a suon di bilaterali con i paesi dell’ex-Jugoslavia… bello, ma poco realistico.

Ma tant’è che la Turchia cerca alleati, e l’Italia dovrebbe tentare (con il sopraccitato cinismo) di potenziare i suoi partenariati moralmente scomodi. Questo vale soprattutto quando l’interlocutore all’altro capo del tavolo ha il potere di decidere come e quando aprire il “rubinetto umanitario” di Idlib (rilasciando 4 milioni di rifugiati siriani nella tratta balcanica che arriva proprio nel Triveneto), di definire le sorti del conflitto libico (e quindi della riapertura dei pozzi nella mezzaluna petrolifera di Sirte) e di determinare (in assenza di un’unione doganale) i sovrapprezzi sui trasferimenti delle merci semi-lavorate prodotte dalle catene di elettrodomestici lì delocalizzate. Disertata da Germania e Canada, che si uniscono ai francesi (Beringer Aero) nel sospendere i rifornimenti di motori per i droni Bayraktar TB2, e poi tagliata fuori dal programma F35 per volere degli americani, la Turchia guarda di nuovo a Nord per cercare in Putin quello che ormai Stoltenberg non può più offrire: un’alleanza militare.

In un momento di tale debolezza esterna e interna (l’AKP di Erdogan cede terreno nelle amministrative locali, perdendo Ankara e Istanbul), bisognerebbe tendere la mano e “turarsi il naso”, se l’odore di dittatura disturba. Cosa che, al contrario di quanto i frettolosi titoli delle prime pagine suggeriscono, era nei piani anche di Mario Draghi. Il Presidente del Consiglio non ha infatti descritto con sdegno il leader turco come despota e carnefice (per quanto calzanti le due apposizioni risultino): ha piuttosto dichiarato, parafrasando, che con i dittatori è importante mantenere le distanze nei valori, ma non negli affari. Una pericolosissima svista che costa all’Italia la sospensione dei rapporti diplomatici con la Turchia (accompagnata dall’infantile ripicca del Sultano che pretende di darci lezioni di procedura elettorale), ma non già un sintomo di una sprovveduta passione liberale pronta a far saltare un mercato nel nome della coerenza democratica.

Perché, che ci crediate o no, Mario Draghi non è poi così moralista, nonostante (o a conferma) del suo retaggio democristiano: è anzi un realista, di quelli che si avvalgono del Golden Power per evitare che l’Italia non si trasformi da Bulgaria della Nato ad Angola d’Europa (mangiata dagli investimenti e dalle rilevazioni cinesi) ed è un cinico, di quelli che salvano l’Euro su mandato pur avendo dato la tesi con Federico Caffè.

(Featured Image Credits: Investireoggi.it)

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Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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Il Giorno In Cui I Repubblicani Sono Diventati Ostili Alle Multinazionali

Il moderno Partito Repubblicano, come è noto, vede tra le sue figure di maggior spicco Ronald Reagan. Il quarantesimo Presidente degli Stati Uniti, infatti, ha dato vita a una rivoluzione politica e ha sancito una svolta in senso conservatore del Paese e del framing applicato a molte tematiche (oltre ad aver posto fine al tentativo politico, caratterizzato da una combinazione di progressismo e religiosità, di Jimmy Carter): Reagan, infatti, è stato un baluardo della deregulation, del trionfo del libero mercato, dello Stato minimo, dei tax cuts, dell’ostilità nei confronti del welfare state. Non a caso, nei decenni a seguire, il Partito Repubblicano è sempre stato identificato come il partito a favore delle aziende, delle multinazionali, degli imprenditori (anche se, ovviamente, il Partito Democratico non è certo una formazione politica ostile al libero mercato o alla libertà di impresa).

L’eredità di Reagan ha caratterizzato anche la Presidenza di Donald Trump; nonostante una campagna elettorale e una retorica basate su richiami populisti e di disdegno delle élite, uno dei provvedimenti più importanti approvati dai Repubblicani al Congresso è stato proprio un massiccio taglio delle tasse, del quale hanno certamente beneficiato miliardari e imprese. Eppure, i quattro anni di Trump alla Casa Bianca hanno visto anche l’inizio di un’incrinatura nei rapporti tra il Grand Old Party e il mondo delle Corporation. Un punto di svolta può essere identificato nelle vicende dell’estate 2020: in seguito alla morte di George Floyd e delle proteste in tutto il Paese, sempre più aziende hanno preso nettamente le parti dei manifestanti, sostenendo apertamente le posizioni del movimento #BlackLivesMatter. Questa scelta di campo è stato anche un chiaro segnale ai Repubblicani; alcuni di loro – soprattutto potenziali candidati per il 2024 che cerano di cavalcare l’onda trumpiana e presentarsi come populisti – hanno attaccato apertamente le aziende, usando spesso il termine “woke corporations”. Tra di loro, spiccano soprattutto figure come i senatori Ted Cruz (Texas) e Josh Hawley (Missouri).

Le vicende successive alle elezioni del Novembre 2020 hanno contribuito ad un’ulteriore escalation. La decisione di Trump – e di gran parte del partito (con rare eccezioni, sia a livello statale che federale) – di non riconoscere il risultato elettorale e l’assalto al Campidoglio hanno portato molte Corporations a sospendere le donazioni politiche ai candidati che sono stati ritenuti corresponsaibli di quello che è considerato come un attacco senza precedenti alla democrazia statunitense. In generale, le aziende hanno sospeso le donazioni ai candidati che non hanno votato la certificazione del risultato elettorale (138 rappresentanti alla Camera e 7 senatori) e/o che hanno esplicitamente negato la legittimità delle elezioni (oltre al sopracitato Hawley, anche figure come il rappresentante Paul Gosar). Quattro mesi dopo, alcune aziende hanno ricominciato a contribuire ad alcuni di questi congressisti con delle donazioni ma – come fatto notare dal giornalista Judd Legum – la maggior parte delle Corporations non è tornata allo status quo precedente, e sta continuando a non avere rapporti con i sopracitati gruppi di esponenti politici.

I primi mesi della Presidenza Biden hanno visto un’ulteriore evoluzione della situazione, che potrebbe segnare una frattura definitiva tra mondo delle imprese e il Partito Repubblicano, soprattutto a livello statale. In molti Stati, rappresentanti repubblicani hanno introdotto e – come nel caso della Georgia, approvato – nuove leggi che vengono descritte come atte a garantire la legittimità del processo elettorale, ma che sono criticate perché restringerebbero l’accesso al voto, in particolar modo per quanto riguarda le minoranze. Le aziende, nelle ultime settimane, si sono schierate apertamente contro queste proposte. In Georgia, ad esempio, MLB ha deciso di spostare l’All Star Game 2021 di baseball, che si darebbe dovuto tenere ad Atlanta. Inoltre, Delta, Coca Cola e altre compagnie simbolo del Peach State hanno condannato le azioni della maggioranza repubblicana. Situazioni simili si stanno sviluppando anche in Texas e in altre località.

Per il momento non ci sono state azioni concrete, ma la reazione di diversi esponenti repubblicani è stata rilevante. La Camera dei Rappresentanti della Georgia, ad esempio, ha votato per rescindere un tax break concesso a Delta (il Senato non ha discusso questa misura, che per il momento non è stata approvata). Inoltre, i senatori Hawley (Missouri), Cruz (Texas) e Lee (Utah) hanno introdotto una proposta di legge per rimuovere l’immunità speciale dalle leggi antitrust di cui gode MLB, ossia la Major League di Baseball. Anche in questo caso, si tratta di una proposta che non ha possibilità di essere approvata ma che segnala, quantomeno, un cambio di posizione da parte di alcune fette del partito nei confronti di uno dei temi simbolo del moderno GOP. Per anni, sono stati proprio i repubblicani a spingere per il coinvolgimento delle multinazionali nell’arena politica. Nel 2012, solo 9 anni fa, il candidato repubblicano Mitt Romney disse durante un evento della sua campagna elettorale: “Corporations are people, my friends”.

Mitch McConnell, il leader della minoranza al Congresso, ha posto un avvertimento alle compagnie, dicendo loro di restare fuori dalle questioni politiche. Al tempo stesso, però, ha detto che staying out of politics non include lo stop alle donazioni agli esponenti politici, una pratica che lui supporta da sempre e continua a sostenere. Questa dichiarazione rappresenta tutte le contraddizioni del moderno Partito Repubblicano: populista e anti-establishment a parole, costantemente pro-business e a favore dei ceti alti nella pratica. Non è possibile sapere se al cambiamento retorico corrisponderà un vero cambiamento nella piattaforma politica. Quello che già sappiamo, però, è che le aziende continueranno a prendere posizioni su temi come quello dei voting rights, e queste posizioni saranno probabilmente sgradite ai repubblicani. Nella giornata di ieri, si è svolta una riunione Zoom tra decine di CEO, i quali hanno affermato la volontà di riconsiderare gli investimenti negli Stati che limitano l’accesso al voto. La posizione delle multinazionali negli ultimi anni è facilmente spiegabile dalla prospettiva della ricerca del profitto: i segmenti più importanti della potenziale clientela premiano le aziende che si espongono nettamente sui temi dei diritti civili, e dunque i CEO agiscono di conseguenza. Per di più, bisogna considerare anche la crescente pressione da parte degli impiegati, affinché le compagnie per le quali lavorano assumano determinate posizioni su tematiche di loro interesse.

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Stefano Pasquali

Nato a Tivoli nel 1998, è appassionato di relazioni internazionali, politica economica e Stati Uniti. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Ha svolto due tirocini presso l’Ambasciata del Regno Unito e quella degli Stati Uniti. È parte del team che cura la newsletter “Jefferson – Lettere sull’America”. Tifa Roma e vorrebbe saper scrivere come Aaron Sorkin. View more articles

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Crisi Politica In Giordania: Tra Intrigo Familiare E Sedizione

Più di una settimana fa il regno di Giordania veniva scosso dalla più grave crisi politica dell’ultimo decennio, innescata dalle dichiarazioni rilasciate il 3 aprile dal principe Hamzah bin Al Hussein. Quest’ultimo, infatti, affermava in un video inviato alla BBC dal proprio avvocato di aver ricevuto l’ordine di non lasciare la propria abitazione a causa della sua partecipazione ad alcune riunioni nelle quali erano state mosse critiche verso re Abdallah, suo fratellastro. Subito dopo, il principe sarebbe stato posto agli arresti domiciliari e, come lui, molti altri, accusati di sedizione. Nello stesso video, però, il Principe Hamzah chiariva di non aver partecipato o organizzato alcuna azione sovversiva e rimproverava fortemente il sistema di “corruzione, incompetenza e aggressione” creatosi nel Paese.

Nonostante le gravi accuse, oggi, a pochi giorni di distanza, la crisi sembra essere stata “stroncata sul nascere”, come recentemente affermato dal re. Tuttavia, la vicenda non è passata certo inosservata, e ha destato particolare attenzione a livello internazionale: infatti, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani si è detto preoccupato per la mancanza di trasparenza.

I protagonisti

Se è chiaro che una tale crisi politica non può essere ridotta a un semplice intrigo familiare, è possibile tuttavia immaginare la presenza di una rivalità all’interno della famiglia reale, che potrebbe risalire a ben prima dell’inizio della crisi.

Re Abdallah e il principe Hamzah, discendenti della dinastia Hashemita, sono figli del re Hussein, a capo del Paese fra il 1952 e il 1999, ma sono nati da madri diverse: il primo è figlio della seconda moglie del re, la principessa Muna, mentre il secondo è figlio della quarta moglie, la regina Noor.

Image Credits: Corriere della Sera

L’antagonismo tra i due fratellastri potrebbe essere nato nel 2004, anno in cui il re Abdallah ha deciso di privare Hamzah del titolo di principe ereditario per assegnarlo al figlio Hussein bin Abdallah.

I retroscena e gli sviluppi recenti

A pochi giorni dalla diffusione del video, il procuratore generale della capitale Amman ha vietato la condivisione e la circolazione di qualsiasi notizia o contenuto audiovisivo che riguardassero il presunto piano eversivo di cui il principe sarebbe stato accusato.

A propria volta, il principe stesso, in seguito a un incontro con altri membri della famiglia reale, ha firmato una lettera per dichiarare lealtà alla Costituzione del regno di Giordania e al re Adballah, che, poco dopo, si è espresso per la prima volta pubblicamente sulla vicenda, annunciando la fine della crisi politica.

Il fondamento delle accuse rivolte verso il principe Hamzah rimane ancora sconosciuto: alcuni ipotizzano che la minaccia di sedizione sia scaturita da precedenti incontri organizzati dal principe con i membri delle tribù locali.

Featured Image Credits: Il Riformista

Valeria Pia Soricelli


Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole, la rubrica di The Political Corner, diventa bimensile! Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!


26 marzo – 9 aprile 2021


Nord AmericaEuropaSud AmericaAfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

Altre sparatorie negli USA: tempo di agire secondo Biden – 9 aprile

Image Credits: EPA/ETIENNE LAURENT

Ancora due sparatorie negli Stati Uniti d’America e, questa volta, a poche ore di distanza. La prima è avvenuta in South Carolina, vicino a Rock Hill, e tra le vittime due bambini di 9 e 5 anni. La seconda, invece, è avvenuta in Texas, nella città di Bryan, con una vittima e cinque feriti. Diventa sempre più urgente, quindi, affrontare la questione della vendita di armi negli USA, e in merito si è più volte espresso il Presidente Biden. Quest’ultimo, questo giovedì, ha presentato alcune misure esecutive per affrontare il problema delle stragi, definite “un’epidemia” e una “fonte di imbarazzo” per il Paese. Questi provvedimenti non necessiterebbero dell’approvazione del Congresso, verso cui il Presidente ha comunque mosso un appello per uniformare e correggere la normativa in materia di vendita di armi e forse introdurre anche le cosiddette “red flag laws”, leggi che permetterebbero di impedire l’uso e l’acquisto di armi a soggetti che costituiscono un pericolo per la comunità.

Senato USA propone nuove misure anti-Cina – 9 aprile

Il Comitato per le Relazioni Esterne del Senato degli Stati Uniti d’Ameria ha presentato questo venerdì un pacchetto di misure intitolato “Strategic Competition Act of 2021“. Le iniziative comprese in tale atto normativo avrebbero l’obiettivo di limitare l’influenza cinese attraverso la promozione di diritti umani e sicurezza e limitazioni alla disinformazione.

Image Credits: ISPI

EUROPA

Belfast: nuove proteste anti-Brexit – 2 aprile

L’Irlanda del Nord è stata attraversata da una nuova ondata di proteste. Al centro delle manifestazioni l’uscita del Regno Unito dall’UE, contestata, in particolare, dai gruppi unionisti pro-britannici. Infatti, il protocollo per l’Irlanda del Nord previsto nell’accordo per la Brexit, che eviterebbe un hard border con la confinante Irlanda, sposterebbe i controlli per l’arrivo delle merci dalla Gran Bretagna proprio in Irlanda del Nord. Questo, a detta degli unionisti, ostacolerebbe i legami commerciali con la Gran Bretagna. Le violente proteste degli ultimi giorni sono state subito condannate dal Governo di coalizione di Belfast, che include sia i nazionalisti cattolici pro-Irlanda che gli unionisti.

Image Credits: REUTERS/Jason Cairnduff

Francia-Ruanda: “responsabilità pesanti” di Parigi nel genocidio – 26 marzo

Image Credits: AP

Il 26 marzo scorso, è stato pubblicato il rapporto della “Commissione di ricerca sugli archivi francesi relativi al Ruanda e al genocidio dei Tutsi”, incaricata dal Presidente Macron nel 2019 di determinare il coinvolgimento francese nel genocidio del Ruanda. Secondo le conclusioni raggiunte dalla Commissione, la Francia ha “responsabilità pesanti e schiaccianti”, legate, da un lato, al “sostegno ad un regime razzista, corrotto e violento”, quale quello del Presidente Habyarimana, con cui il Presidente Mitterrand aveva stretti rapporti, ma anche all’ “esistenza di pratiche irregolari di amministrazione, di catene di comunicazione e persino di comando parallele”. Inoltre, il rapporto sottolinea l’inadeguatezza della missione francese a mandato ONU “Turquoise”, stabilita tardivamente. Tuttavia, esclusa la complicità francese nel genocidio. Il Governo ruandese e, in particolare, il Presidente Paul Kagame, ha espresso soddisfazione per il “lavoro indipendente svolto dalla Commissione, utile per rilanciare i rapporti con il Governo francese”.


SUD AMERICA

Tensioni confine Colombia-Venezuela: Caracas crea unità militare speciale – 5 aprile

Il confine tra Venezuela e Colombia, precisamente tra lo Stato venezuelano di Apure e del dipartimento colombiano di Arauca, è stato recentemente interessato da una serie di episodi di violenza. Gli scontri si sarebbero verificati fra  soldati venezuelani e, secondo le dichiarazioni delle autorità di Caracas, gruppi militari irregolari colombiani, probabilmente delle FARC. A tal proposito, Caracas ha intrapreso un’offensiva, dichiarando successivamente di aver ucciso 3 combattenti e incarcerato altri 39. A causa delle tensioni, diversi cittadini venezuelani sono stati trasferiti al di là del confine con la Colombia. Inoltre, questo lunedì il Ministro della Difesa venezuelano, il Generale Padrino, ha annunciato l’istituzione di un corpo militare speciale per contrastare gruppi militari illegali e attività di traffico di droga.

Image Credits: Agora Magazine

Messico: soldato uccide migrante guatemalteco, la risposta del governo – 31 marzo

Image Credits: AFP

Le tensioni si sono intensificate anche al confine fra Messico e Guatemala, sotto la pressione dell’ingente flusso di migranti provenienti dal Centro America e diretti verso gli Stati Uniti. Il 29 marzo, infatti, un soldato messicano, collocato a un posto di blocco nello stato del Chiapas, nel Messico del Sud, ha ucciso un migrante guatemalteco. Secondo quanto dichiarato dalle autorità messicane, il militare avrebbe erroneamente sparato diversi colpi contro Elvin Mazariegos, per impedire un tentativo di fuga. In seguito, diversi soldati messicani sarebbero stati attaccati e alcuni anche trattenuti da cittadini guatemaltechi per ritorsione, per essere poi rilasciati in seguito a negoziazione. Il governo messicano ha garantito di provvedere al risarcimento per la famiglia della vittima e all’avvio delle indagini per l’individuazione dei responsabili.

Venezuela: bloccato il profilo Facebook di Maduro – 27 marzo

Sabato 27 marzo, la piattaforma social Facebook ha bloccato per 30 giorni la pagina del Presidente venezuelano Nicolas Maduro, per contrastare, in conformità con indicazioni dell’OMS,  la disinformazione sulla pandemia da COVID-19. Il Presidente, infatti, avrebbe parlato sul social dell’azione miracolosa anti-Covid del Carvativir, soluzione orale a base di timo. Dopo il blocco della pagina, non si è fatta attendere la risposta di Caracas, e, in particolare, del governo venezuelano, che ha definito il provvedimento intrapreso da Facebook  come un’azione di “totalitarimo digitale”.

Image Credits: AFP

AFRICA

Ancora stallo nelle negoziazioni per la Diga del Rinascimento – 8 aprile

Image Credits: REUTERS/Tiksa Negeri/File Photo

Le delegazioni di Egitto, Sudan e Etiopia si sono riunite a Kinshasa per trovare una soluzione all’impasse delle negoziazioni circa la Diga del Rinascimento. L’obiettivo dei tre Paesi, e, in particolare, di Egitto e Sudan, sarebbe quello di raggiungere un compromesso prima che l’Etiopia riempia la diga per il secondo anno consecutivo. I due Paesi, infatti, temono per il proprio approvvigionamento di acqua nel caso in cui si dovessero registrare fenomeni di siccità. Tuttavia, sebbene il Sudan, appoggiato dall’Egitto, avesse portato avanti una proposta volta ad includere mediatori internazionali nel dialogo, come USA, ONU e UE, l’Etiopia l’ha rigettata, ribadendo la sua intenzione di voler coinvolgere solamente l’Unione Africana. Anche questo round di negoziazioni si è dunque concluso con un nulla di fatto.  

Nuovi scontri in Darfur: 132 le vittime accertate – 8 aprile

Il Darfur occidentale, in Sudan, è stato teatro di nuovi scontri tra la tribù araba Rizeigat e il popolo Masalit. In particolare, i contrasti hanno avuto inizio il 5 aprile scorso in un campo profughi nella città di Geneina, capitale del Darfur occidentale, portando alla morte, dopo tre giorni di combattimenti, di almeno 132 persone. La situazione in Darfur, già sconvolto da una guerra civile tra il 2003 e il 2010, si era nuovamente deteriorata a partire dal 2019, anno del colpo di Stato contro Omar al-Bashir, fino ai più recenti scontri di gennaio 2021.   

Image Credits: AFP

Mozambico: peggiora l’emergenza umanitaria dopo gli attacchi di matrice islamista – 5 aprile

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Dopo l’attacco di milizie affiliate allo Stato islamico, le autorità mozambicane hanno dichiarato che la città di Palma, Cabo Delgado, è nuovamente sicura. Tuttavia, discordanti sono le posizioni degli esperti, secondo cui il Governo di Maputo non sia ancora riuscito a riprendere il controllo della città. Alla precaria situazione securitaria si è aggiunta l’emergenza umanitaria, con più di 10.000 persone che sono riuscite ad arrivare a Pemba, capitale della provincia di Cabo Delgado, 250 km più a sud di Palma. In molti hanno tentato di attraversare il confine con la Tanzania, dove, tuttavia, sono stati respinti. Secondo le stime dell’UNHCR, dal 2017, anno in cui le violenze sono cominciate, 700.000 persone sono state costrette a lasciare l’area e a cercare rifugio altrove. 


MEDIO ORIENTE

Tensioni  Italia-Turchia: convocato l’ambasciatore italiano ad Ankara– 8 aprile

Crisi diplomatica fra Italia e Turchia a seguito delle dichiarazioni rilasciate dal Presidente del Consiglio Mario Draghi nella conferenza stampa di questo giovedì. Il premier, commentando la vicenda “sofagate” e esprimendo il proprio dispiacere per l’umiliazione subita dalla Presidente della Commissione europea von der Leyen da parte del Presidente turco Erdogan, ha definito quest’ultimo “un dittatore”. Durissima la reazione di Ankara, che ha convocato l’ambasciatore italiano Massimo Gaiani, condannando le affermazioni del premier italiano e pretendendo che venissero ritirate. Il Ministro degli Affari Esteri italiano Luigi Di Maio, in un’intervista di questo giovedì sera in collegamento dal Mali, dove si trovava per una visita istituzionale, ha annunciato che avrebbe comunicato con Draghi e intrapreso tutte le iniziative necessarie del caso, senza dare anticipazioni.

Image Credits:  ANSA/FILIPPO ATTILI CHIGI PALACE PRESSS OFFICE 

Crisi politica in Giordania: le dichiarazioni del re Abdullah – 7 aprile

Image Credits: ANSA

La fine della recente e dolorosa crisi politica che ha riguardato la Giordania è stata ufficialmente annunciata dal re Abdullah. Il fratellastro e principe Hamzah era stato infatti recentemente accusato di sedizione e posto sotto arresto presso la propria abitazione, subito dopo aver dichiarato di essere stato minacciato da alcune forze di sicurezza e aver ricevuto l’ordine di abbandonare il palazzo.

Israele: incarico governo affidato a Netanyahu – 6 aprile

Di fronte al clima di incertezza politica mostrato dai risultati delle recenti elezioni, il Presidente d’Israele, Reuven Rivlin, ha offerto l’incarico di formare un governo di coalizione al premier Netanyahu, leader di Likud, primo partito israeliano, ma sprovvisto della maggioranza politica di 61 seggi. Netanyahu, che si trova, nel frattempo, ad affrontare un processo intentato contro di lui con l’accusa di corruzione, frode e abuso di potere, sarebbe comunque secondo il Presidente il candidato con maggiore probabilità di riuscire a formare un esecutivo.

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ASIA-PACIFICO

Russia-Pakistan: rinnovato l’impegno per il processo di pace in Afghanistan – 7 aprile

Russia e Pakistan, nel corso di una vista del Ministro degli Affari Esteri russo Sergey Lavrov a Islamabad, hanno riaffermato il loro supporto per una transizione pacifica in Afghanistan. In particolare, le due parti hanno sottolineato l’intenzione di intensificare i loro sforzi al fine porre fine alla guerra civile nel Paese grazie ad un “dialogo costruttivo”. Inoltre, Lavrov ha rimarcato la vicinanza tra Russia e Pakistan nell’approccio alle dinamiche regionali. Nel corso della visita, in più, si è discusso di cooperazione militare, commercio e infrastrutture.

Image Credits: Russian Foreign Ministry\TASS via Getty Images

Bangladesh: proteste anti-Modi attraversano il Paese – 29 marzo

Image Credits: Munir Uz zaman / AFP

Il Bangladesh è stato attraversato da un’ondata di proteste in seguito alla visita del Presidente indiano Narendra Modi, accusato di fomentare l’odio nei confronti dei musulmani in India. Modi era in visita per celebrare i 50 anni dell’indipendenza del Bangladesh, Paese a maggioranza musulmana, con ben il 90% della popolazione professante l’Islam. Le manifestazioni sono presto sfociate in scontri violenti con le forze dell’ordine, che hanno portato alla morte di almeno 13 persone.  

Teheran-Pechino: firmato accordo di cooperazione – 27 marzo

Iran e Cina hanno firmato un accordo venticinquennale di cooperazione (Comprehensive Strategic Partnership), volto a rafforzare i legami politici ed economici tra i due Paesi. Sebbene i dettagli non siano stati resi noti, il trattato prevedrebbe collaborazione nei settori energetici di estrazione di petrolio e risorse minerarie, oltre che nella promozione dell’apparato industriale iraniano, nella cultura e nel turismo. Inoltre, sembrerebbe che l’accordo includa anche una ravvivata cooperazione nell’ambito del progetto cinese della Belt and Road Initiative. Nonostante l’accordo abbia assunto notevole rilevanza, soprattutto dopo le parole del Ministro per gli Affari Esteri cinese Wang, che aveva pesantemente criticato le sanzioni USA nei confronti dell’Iran, definendole “inspiegabili”, esso potrebbe costituire, da parte cinese, semplicemente un tentativo di riequilibrare la sua presenza in Medio Oriente

Image Credits: AP Photo/Ebrahim Noroozi

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

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Lo Sviluppo Dell’E-Commerce Nell’Epoca Del “Contactless”

La pandemia da Covid-19 ha provocato una notevole diffusione dell’e-commerce, che, già da diversi anni, aveva fatto registrare un interessante aumento. In particolare, nel 2020, il commercio online è stato in grado di arginare il crollo delle esportazioni italiane, che, come da previsione, hanno subito una contrazione del 10 %.

Secondo l’Osservatorio Export Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, l’export digitale di beni di consumo è cresciuto del 14%, raggiungendo un valore di 13,5 miliardi di euro, che si presenta in linea con l’andamento pre-emergenza sanitaria. Nonostante un calo del 9% rispetto al 2019, il settore della moda è quello che ha ottenuto maggiori benefici, totalizzando una crescita delle esportazioni digitali pari al 53%. Seguono i settori del food (enorme lo sviluppo di Glovo o JustEat) e dell’arredamento, che ha superato servizi molto in voga come quelli dell’elettronica e della cosmetica.

Numeri, quindi, molto rilevanti soprattutto per il mondo del fashion che, da marzo 2020 ai dodici mesi successivi, ha subito un’accelerazione delle vendite online pari a quella che, in tempi normali, si avrebbe nell’arco di 5 anni. Secondo le previsioni di Boston Consulting Group, la penetrazione dell’online nel 2023 avrebbe dovuto essere uguale al 28% del transatto. Tuttavia, dopo la diffusione del Covid-19, la stima è stata rivista al rialzo e oggi si parla di una penetrazione del 32%, in crescita di cinque punti percentuali, in un mercato in cui la penetrazione del commercio digitale cresceva generalmente di un punto all’anno.

Un fenomeno da tenere sicuramente d’occhio, che, ovviamente, anche in Italia, ha portato i consumatori a preferire i pagamenti digitali, spesso scelti al posto di quelli in contante, che però si confermano ancora i più utilizzati. È ciò che emerge dalla nuova edizione dell’Osservatorio “Innovative Payments” della School of Management del Politecnico di Milano, che mette in evidenza le novità sulle transazioni “contactless” effettuate a marzo 2020 e nei dodici mesi successivi. Nello specifico, durante l’ultimo anno, i pagamenti digitali sono cresciuti del 29%, toccando la quota di 81,5 miliardi di euro.

Il 2020, dunque, ha segnato uno spartiacque per la definitiva esplosione dell’e-commerce e delle transazioni “contactless”, che continueranno la loro scalata anche nel 2021. La società italiana di consulenza e di ricerca di mercato indipendente “The Innovation Group” prevede, infatti, che quest’anno il mercato digitale crescerà del 4,2%, con un aumento del 6,8% delle tecnologie innovative, a fronte di un arretramento delle tecnologie tradizionali pari al 0,5%. Un nuovo anno in cui intelligenza artificiale, cloud, machine learning, 5G, IoT e Blockchain giocheranno un ruolo di primo piano, contribuendo ad un’ulteriore digitalizzazione di un mondo sempre più informatizzato e interconnesso.

(Featured Image Credits: Pixabay)

Matteo Di Mario

Classe 1998, originario di Rieti. Dopo la maturità classica conseguita nel 2017, nel luglio 2020 si è laureato in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove attualmente sta svolgendo la specializzazione in Marketing.
Collabora con “Il Messaggero” dal 2016 e ha una grande passione per tutto ciò che ruota intorno alla comunicazione. È infatti anche addetto stampa e responsabile della comunicazione del Gruppo FAI Rieti, speaker radiofonico presso MEP Radio Organizzazione e Radioluiss e responsabile attualità, diritto ed economia del giornale universitario “Globe Trotter”. Tra gennaio e aprile 2020 ha poi svolto uno stage presso l’Ufficio Stampa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Non sa stare senza musica, ed è attratto dalla fotografia e dalle tecnologie digitali. View more articles

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Caso Eni-Shell Per L’Oro Nero Nigeriano: L’Inizio Della Fine?

In un dibattito pubblico monopolizzato dalla pandemia di Covid-19 e dalle sue implicazioni politiche, economiche e sociali, è purtroppo scivolato, tra le pieghe delle cifre dei contagi e delle sterili polemiche partitiche, un fatto di cronaca internazionale che avrebbe dovuto – più di quanto non sia sembrato – sollevare un polverone mediatico non indifferente.  

Il 17 marzo scorso la Corte d’Assise di Milano assolveva in primo grado l’italiana Eni e il colosso olandese del petrolio Shell, accusate di aver pagato “la tangente del secolo”. Al centro delle indagini la concessione alle due multinazionali del lotto petrolifero “Opl245”, situato nelle acque del Golfo di Guinea, a circa 150 km dal Delta del Niger. Partendo dal presupposto che “Opl245” sembrerebbe essere la più grande riserva petrolifera del continente africano (ammonterebbe a circa 9 miliardi di barili di greggio), e che la Nigeria è il maggior produttore di petrolio in Africa, appare chiaro che l’importanza strategica di tale lotto abbia fatto gola a molti: Eni e Shell in primis, che si sono aggiudicate la licenza di estrazione nel 2011.

In parallelo, sono da considerare gli interessi plutocratici degli alti vertici della società nigeriana, tra cui figurano magnati dell’industria petrolifera e governatori degli Stati ricchi di petrolio (in particolare, quelli che si affacciano sul delta del Niger). Gli scandali di corruzione interna e di pratiche al limite della legalità nel settore petrolifero attraversano l’opinione pubblica nigeriana da anni, specialmente da quando, nel 1977, la Nigerian National Oil Company e il Ministero per il Petrolio e le Risorse energetiche si sono fuse nella Nigeria National Petroleum Corporation (NNPC), associando sotto lo stesso tetto produttori e regolatori. Inoltre, e qui entrano in gioco le multinazionali (MNCs), il NNPC ha stretti contatti con le aziende private che intendono investire e collaborare con il governo nigeriano per ottenere concessioni e autorizzazioni. Il NNPC gestisce infatti per legge le joint ventures tra il governo federale di Abuja e le MNCs, e, in particolare, Eni e Shell.

Ora, le circostanze dietro l’acquisizione di “Opl245” da parte dei due colossi petroliferi sono eufemisticamente nebulose.  Eni e Shell ottengono il lotto nel 2011, in cambio di un pagamento di un miliardo e trecento milioni di dollari che, secondo la difesa, sarebbe stato versato su conti governativi ufficiali. Tuttavia, il caso si sviluppa attorno al presunto dirottamento di 1,092 miliardi di dollari nelle casse di politici, intermediari e alti vertici della società nigeriana, tra cui figurava l’ex Ministro del Petrolio (1995-1998) Dan Etete, socio della “Malabu Oil and Gas Company”, prima società a ricevere la concessione dell’“Opl245” nel 1998. Tra il 1998 e il 2011, il lotto passa di mano numerose volte, sulla base dei diversi interessi del Governo federale nigeriano – elezione dopo elezione – e dell’entrata in scena di Eni e Shell. Le controversie sembrano arrestarsi appunto nel 2011, quando le due multinazionali firmano l’accordo di concessione con il Governo nigeriano e a Malabu viene risarcito più di un miliardo di dollari per la revoca della licenza.

Secondo l’accusa, dietro questi pagamenti incrociati si sarebbe celato uno schema preciso, che avrebbe condotto il denaro nelle tasche di Dan Etete – nel frattempo condannato in Francia per riciclaggio di denaro – e di politici e dirigenti, sia nigeriani che italiani. L’affare avrebbe inoltre presentato delle irregolarità dal punto di vista legale, dati i tentativi del Governo di Abuja di “indigenizzare” sempre più l’industria petrolifera, assegnando licenze a società almeno per il 51% in mano a nigeriani (cosa che aveva “giustificato” l’assegnazione di “Opl245” a Malabu nel ’98). Appena un anno prima della concessione a Eni e Shell, nel 2010, era stato inoltre approvato il Nigerian Oil and Gas Industry Content Development Act che, appunto, puntava ad aumentare la partecipazione di società a maggioranza nigeriana nell’industria del petrolio e del gas naturale, in aperto contrasto con la concessione a multinazionali straniere. Nel 2018, l’inchiesta aveva, tra l’altro, portato alla condanna in primo grado di Gianluca di Nardo ed Emeka Obi, ritenuti intermediari nell’affare e puniti con ben quattro anni di carcere. L’assoluzione delle due multinazionali a cui di Nardo ed Obi erano affiliati ha comprensibilmente sollevato alcune critiche.

Il caso Eni-Shell apre tuttavia ad una più ampia riflessione riguardo lo sfruttamento delle risorse del continente africano. 

La narrativa preponderante è quella della cosiddetta “resource curse”, che porterebbe gli Stati ricchi di risorse naturali a dipendere economicamente dal loro sfruttamento, negligendo gli altri settori produttivi. Questo, nello sviluppo della teoria, avrebbe profonde implicazioni politiche, non solo legate alla mancanza di riforme macroeconomiche necessarie al sostegno dell’intero apparato produttivo di uno Stato, ma riguardanti soprattutto la cosiddetta “bad governance”. In breve, la presenza di cospicue risorse naturali incentiverebbe corruzione e illegalità a livello governativo. Il discorso può ampliarsi alla necessità per uno Stato – di solito un Paese “in via di sviluppo” ricco di risorse naturali – di diminuire il più possibile la partecipazione statale nelle industrie produttive e aprire al mercato libero, id est allo strapotere delle multinazionali.

È emblematico in questo senso l’esempio del Ghana. Ex colonia britannica affacciata sul Golfo di Guinea, considerato secondo gli indici di Freedom House “free” e primo produttore africano di oro, il Ghana sembrerebbe non entrare nei parametri della “resource curse”. Eppure, secondo un rapporto della Banca del Ghana del 2019, il Governo di Accra avrebbe ricevuto in quell’anno meno dell’ 1,7% dei rendimenti dell’export di oro (e la popolazione avrebbe ottenuto un ricavo ancora minore). Attualmente, è in corso la discussione circa la nazionalizzazione dell’industria e l’obbligo di pagamento di royalties per lo sfruttamento delle miniere. A conferma del nuovo atteggiamento ghanese nei confronti delle multinazionali il recente annuncio da parte del Presidente Akufo-Addo riguardo l’industria del cacao: “Ghana no longer wants to be dependent on the production and export of raw materials, including cocoa beans. We intend to process more and more of our cocoa in our country with the aim of producing more chocolate ourselves”. Al centro del dibattito, le esportazioni di cacao ghanese verso la Svizzera. 

Per tornare alla Nigeria, sembrerebbe che anche lì qualcosa stia per cambiare. È, infatti, in discussione al Parlamento di Abuja (la decisione dovrebbe essere resa nota a breve) il Petroleum Industry Bill, volto a riformare il NNPC e a creare nuovi meccanismi regolatori per l’industria del petrolio, ponendo l’accento su trasparenza e aumento delle royalties

La discussione sulle risorse africane, sebbene ancora marginale nel dibattito pubblico occidentale, che continua a proporre un’immagine dell’Africa come un continente povero, sottosviluppato e in attesa degli aiuti del “Global North”, diventerà presto un tema centrale. I recenti eventi in Mozambico, dove il contrasto tra la multinazionale Total e al-Shabaab per il controllo delle risorse di LNG nella provincia di Cabo Delgado hanno assunto connotati violenti e drammatici, dovrebbero far pensare. Come è da notare il fatto che Shell, la più grande multinazionale europea del petrolio, sia stata recentemente condannata dalla Corte d’Appello dell’Aia per danni ambientali (sempre nel Delta del Niger, guarda caso, ndr), nonché attualmente sotto processo in Olanda per il caso tangenti. 

Piccola chiosa, lo Stato italiano possiede più del 30% delle azioni di Eni. 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Featured Image Credits: Alessia Pierdomenico | Bloomberg | Getty Images

Suez: Tra Il Passato Dell’Italia e Il Futuro Della Turchia Si Incaglia Una Nave

Mi è capitato spesso di passeggiare per le rive triestine: un privilegio di qualche anno fa, sospeso a metà tra la brezza estiva (ovviamente più leggera della Bora), dedicatami con eleganza dall’Adriatico incorniciato nel tramonto, e gli ipnotici giochi di luce riflessi sui vetri delle architetture mitteleuropee di Piazza Grande. Dal Molo Audace fino al Venezia, terra e mare si incontrano senza soluzione di continuità per creare un ambiente unico che solo la mia Trieste può offrire allo sguardo… e al palato. Ma come spesso accade – “ebbri”, magari, di una doverosa sosta al Tommaseo sul lungomare –, le opzioni paiono ridursi velocemente a due sole destinazioni: ci si ritrova così a scegliere se cedere al magnetico romanticismo del molo dei Bersaglieri (con le dovute dosi di Spritz, si può perfino finire a discutere con la statua delle Sartine) o al più naturale richiamo dei locali, rientrando verso il portico del Comune in Piazza Unità d’Italia. E combattuti tra le due estremità del classico pomeriggio nel capoluogo Veneto-Giuliano, si dimentica la via di mezzo. Fermandosi appunto a metà strada tra il cuore del Borgo Giuseppini e la Riva Nazario Sauro, schiacciato tra i nomi dei generalissimi che si diedero il cambio sull’Isonzo-Front dopo Caporetto (Via Luigi Cadorna e Via Armando Diaz), ci si imbatte nel signorile palazzo Revoltella, suntuosa dimora dell’omonimo imprenditore ottocentesco che fu vicepresidente della Compagnia universale del Canale di Suez. Quello stesso tratto d’acqua che, ormai più di una settimana fa, è stato lo scenario di tutt’altra “caporetto”: quella della società Evergreen e, possibilmente, della globalizzazione tutta.

Questa sentita introduzione a rammentare – come è ormai consuetudine della rubrica – quanto intimo (seppur sopito) sia il legame tra le sponde italiane e le rive africane del Mediterraneo. Sebbene Revoltella non fosse il più vivace sostenitore della causa unitaria, anzi fedelissimo baronetto dell’Impero Austro-Ungarico, la sua intraprendenza e il suo fiuto non possono che definirsi italiani in tutto e per tutto: perché italiana è e rimase Trieste, anche sotto l’aquila bicipite d’Asburgo, erede qual è della Serenissima soprattutto per quanto riguarda la marineria da guerra. Quello di Revoltella è un retaggio che, da questa ultima crisi di Suez, ne esce “deriso e calpesto” tanto quanto la reputazione della compagnia panamense detentrice dello scafo incagliato: la nave cargo “Ever Given”.

SE SUEZ SI BLOCCA…

L’integrazione commerciale è integrazione infrastrutturale: una nuova ferrovia, come fu ad esempio la prima coast-to-coast statunitense, ha il potere di ridisegnare i rapporti economici e sociali tra due emisferi. Non a caso la direttrice su rotaie della Belt & Road cinese appare tanto allettante quanto la più esplorata controparte marittima, fondata piuttosto sul potenziamento di snodi preesistenti (Suez in primis). Il minimo comune denominatore dei passaggi marittimi obbligati è il peso, in potenza, che la dipendenza da questi genera nella determinazione delle traiettorie di navigazione: tempi ridotti implicano viaggi più sicuri (meno esposti a intemperie e scorrerie di sorta), energeticamente più efficienti (quindi più ecologici) e funzionali al flusso di merci maggiormente deperibili. Se uno tra i colli di bottiglia di Panama o Singapore dovesse ostruirsi, il calcolo dei costi e delle tempistiche di ogni rotta commerciale interessata agli arcipelaghi settentrionali dell’Oceania o alle Indie Occidentali schizzerebbe inevitabilmente alle stelle. Suez, in questo, non fa eccezione.

Il blocco, durato 7 giorni, ha impedito il transito di circa 320 imbarcazioni. Ogni giorno, per Suez passa il 12% del commercio mondiale, nel quale è compreso il 30% dell’interscambio marittimo internazionale per un giro d’affari quotidiano di 10 miliardi di dollari (che frutta, nel complesso, circa 5 miliardi e mezzo di dollari l’anno al paese ospite del Canale, l’Egitto). La stima del danno sommerso è quindi di almeno 70 miliardi di dollari, cui si può sommare il prezzo dei trasporti improvvisamente levitato con la decisione di circa 30 imbarcazioni di intraprendere “il giro lungo” attorno all’Africa. Il danno complessivo, in termini materiali, è ripartito tra la compromissione delle merci deperibili (nella quale si inserisce anche la salute del bestiame trasportato), il ritardo della consegna delle materie prime (metallurgiche e petrolifere) e il ritardo di consegna delle merci semi-lavorate essenziali alle catene di produzione internazionale in offshoring.

Un colpo alla globalizzazione che sicuramente aumenterà i sostenitori della necessità di una BRI cinese utile alla diversificazione delle tratte commerciali, in un’ottica di mitigazione dei rischi.

A SUEZ C’È POSTO SOLO PER TURCHI (E CINESI)

Una scorciatoia lunga 150 chilometri per tagliare il capo di Buona Speranza e le Colonne d’Ercole fuori dall’equazione delle rotte marittime commerciali tra Asia ed Europa mediterranea: l’istmo di Suez cedette così il passo al canale artificiale per potenziare esponenzialmente le capacità di scambio tra le due metà del continente indoeuropeo, lasciando (almeno fino alla nazionalizzazione promossa da Nasser) un fondamentale passaggio obbligato nelle mani di francesi e britannici. Oggi, il corso è indiscussa acqua territoriale dell’Egitto; ma anche se da lungo tempo sono state fugate le mire dei transalpini e degli albionici con la crisi del ’56 (nel contesto della crescente tensione della Guerra Fredda), un’altra penisola fa ombra sullo sbocco… e non è certo quella italiana.

Nella ratio di espansionismo marittimo contenuta nella nuova dottrina turca del Mavi Vatan (lett. “Patria Blu”), Erdogan rispolvera la più classica geopolitica statunitense dell’ammiraglio Alfred Mahan, postulatore della teoria navalista e della talassocrazia realista, cosciente cioè dell’impossibilità di controllare le infinite distese di acqua salata tra l’una e l’altra costa, ma con un occhio di riguardo per quei brevi tratti dove il mare “vien a ristringersi e a prender figura di fiume”: perché rischiare l’overstretching logistico sull’intero oceano Atlantico quando, per piegare parte del vecchio continente, basterebbe aver voce in capitolo sulla percorribilità di Gibilterra e Suez? Di questa ritrovata dimensione anfibia della Turchia si erano, recentemente, già intravisti i primi segni con la corsa ai giacimenti nell’Egeo, tradottasi nella stipula di un accordo bilaterale Ankara-Tripoli (per la definizione delle reciproche e non confliggenti Zone Economiche Esclusive) e nella successiva occupazione delle acque territoriali di Kastellorizo (la greca spina nel fianco meridionale dell’Anatolia).

Sul blueprint della Via della Seta cinese si leggono ora impresse (e sempre più nitide) le iniziali del “Sultano ottomano” che cerca di riallacciare i rapporti con il “Faraone” Al-Sisi. La ripresa delle relazioni diplomatiche tra Turchia ed Egitto risale proprio allo scorso 11 Marzo 2021, dopo più di 7 anni di gelo e proxy-war nella contesa di Sirte. I due giganti sunniti dell’area mediterranea sembrano aver raggiunto un equilibrio propedeutico ad una pacifica spartizione del territorio libico e delle ricchezze energetiche che vi giacciono (almeno quelle che non siano già proprietà dei russi, come i pozzi del Fezzan), pacificazione scandita tuttavia dai dieci punti di un accordo informale tutt’altro che bilaterale: di fianco alle più comprensibili e percorribili richieste economiche (come appunto l’istituzione di una seconda coppia di ZEE tra Il Cairo e Ankara) e di Interpol (in un’ottica di contrasto ai Fratelli Musulmani), l’Egitto sembra deciso a voler imporre una demilitarizzazione della Mezzaluna petrolifera.

In attesa di ulteriori evoluzioni diplomatiche, Erdogan (forte di un incisivo potenziamento della flotta turca) ha cercato pertanto di alleggerire il carico delle richieste dimostrandosi solidale e collaborativo con l’ “alleato” egiziano (che intanto perdeva in media 13/14 milioni di dollari al giorno), offrendo soccorso alla “Ever Given” con la Nene Hatun Salvage & Rescue Vessel. E con i turchi si sono schierati (Danaoi dona ferentes) gli statunitensi e i nipponici, tutti su mandato dei rispettivi governi nazionali. Gli italiani, al contrario, chiamati sul luogo dagli olandesi, impiegano il rimorchiatore Carlo Magno senza alcuna comunicazione ufficiale alle spalle. Dettaglio assolutamente coerente con lo spirito di un Paese che non ha mai avuto intenzione di fare politica nel Mediterraneo, nemmeno dove gli investimenti triestini furono la chiave di volta per un’opera infrastrutturale talmente imponente da inaugurare la prima globalizzazione.

(Featured Image Credits: Ticinonews)

Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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Il Covid Dietro Le Sbarre: La Situazione Delle Carceri Dopo La Diffusione Del Virus

Nel catalogo dei principi che va sotto il nome di European Prison Rules, elaborato dal Consiglio d’Europa, si afferma che “la vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera”. Se, da un lato, nella maggior parte dei casi, la prassi mostra la mancata realizzazione di tale principio, dall’altro neppure si può negare che sono invece gli aspetti negativi, di cui non si fa menzione, a ripercuotersi sulla vita penitenziaria e più in generale sull’assetto della giustizia italiana. Nel biennio 2020-2021 la crisi pandemica, a seguito della diffusione del virus Covid-19, ha costretto la popolazione mondiale, sia libera che detenuta, ad adeguarsi a nuovi stili di vita e sottoporsi a misure restrittive al fine del suo contenimento. Il XVII Rapporto sulle condizioni di detenzione stilato da Antigone, un’associazione che da oltre vent’anni promuove la sensibilizzazione “sui diritti e le garanzie del sistema penale”, mette in luce la vita dei detenuti in questo periodo particolare.

Certezza della pena o tutela della salute?

Il quadro che deriva dal Rapporto di Antigone evidenzia le criticità di un universo parallelo, quello penitenziario, che, seppur aumentate, sono preesistenti rispetto alla diffusione della crisi sanitaria. Tra queste, bisogna indubbiamente annoverare il problema del sovraffollamento carcerario. Tema delicato, quest’ultimo, soprattutto sul nostro territorio, viste le numerose condanne da parte della Corte di Strasburgo. Si ricorda, tra queste, la sentenza Torreggiani, con cui la Corte, nel 2013, ha condannato l’Italia per violazione dell’art.3 della CEDU. Il caso, com’è noto, si basa su trattamenti inumani riservati a sette detenuti presso le carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, costretti a vivere in celle triple con meno di quattro metri quadri a testa.

Il tasso di sovraffollamento italiano (106.2%) è il più alto su tutto il territorio europeo e varia a seconda delle carceri cui si fa riferimento: il rapporto di Antigone mostra che a Taranto, ad esempio, il tasso è pari al 196,4 % (ciò significa che vi sono 603 detenuti per soli 307 posti), a Bergamo, invece, 517 detenuti per 315 posti ecc. Di conseguenza si registra nella maggioranza delle carceri il mancato rispetto del criterio dei tre metri quadri a persona. In tempo di Covid, in cui il distanziamento sociale è regola solenne, il sovraffollamento fa sì che il tracciamento e l’isolamento siano più difficili da attuare mentre rende più facili e probabili i contagi.

L’aumento del tasso di contagiosità è dovuto, ancora, alle scarse condizioni igienico-sanitarie cui sono sottoposti i detenuti: si pensi alla mancanza di docce nelle celle, alla mancanza di acqua calda, di riscaldamento e soprattutto di un efficiente circolo di areazione. Non v’è dubbio pertanto che, sia nel quadro della diffusione del virus, ma ancor di più anche in condizioni di normalità, il sistema penale italiano subordina la tutela dei diritti fondamentali e delle minime condizioni di vita al principio della certezza della pena.

Le misure adottate dall’inizio della pandemia

La risposta del Governo alla prima ondata, a partire da marzo 2020, si basava sulla totale privazione di ogni possibile contatto dei prigionieri con la realtà esterna al carcere. Tra le prime misure adottate a livello nazionale, con il Decreto dell’8 marzo, si è disposto che il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (DAP) sospendesse tutte le attività ricreative e non, gli ingressi esterni alle carceri ed i colloqui con i familiari ed amici. Tali chiusure, che possiamo definire in alcuni casi più che radicali, oltre a non ostacolare del tutto l’ingresso del virus, hanno peggiorato una condizione di vita già in precedenza asfissiante, isolante, ed inumana.

Se, come quanto affermato dalla Costituzione, la pena è diretta alla rieducazione del detenuto ed alla sua reintegrazione nella società, la privazione di quelli che sono i diritti fondamentali – basti pensare al contatto con i familiari o qualsiasi contatto con la vita esterna, come la possibilità di istruirsi attraverso l’istituzione di attività – non possono che essere, per molteplici ragioni, riviste e corrette in quanto incostituzionali. Questi, tra l’altro, sono stati i motivi che, tra il marzo e l’aprile scorso, hanno spinto i detenuti a sollevare rivolte in 49 prigioni italiane, e che hanno persino portato alla morte di 13 detenuti.

Si è cercato, al fine di mantenere vivi i rapporti affettivi dei prigionieri, di incentivare l’utilizzo di strumenti tecnologici, come telefoni o posta elettronica, attraverso cui poter parlare con i familiari o i loro cari. Infatti, durante i mesi di lockdown, la prima risposta che si è registrata, da parte di tutta la popolazione mondiale, è stata indubbiamente quella legata al vasto impiego di strumenti elettronici. Questi si sono rivelati fondamentali, non soltanto a fini lavorativi, ma anche e soprattutto per mantenere viva la socialità delle persone. Un risultato che si sarebbe potuto trasferire facilmente anche nell’ambiente carcerario, e che, invece, ha richiesto un anno di pandemia per potersi realizzare. Come sottolinea il Rapporto di Antigone infatti, si è cercato di introdurre il più possibile l’utilizzo di Skype for Business. Purtroppo, solo quattro istituti penitenziari italiani hanno aderito a tale opzione.

Solo ultimamente un grande passo in avanti è stato fatto: si è concesso l’ingresso di smartphones nelle carceri, che, sottoposti ad un continuo ed attivo controllo, hanno favorito una maggiore socializzazione tra detenuti.

Neppure l’adozione di ulteriori misure alternative alla pena sembra abbia migliorato la situazione. Molti detenuti –  i più anziani, donne incinte o ammalati gravi o con malattie pregresse – avendo commesso reati minori, si sono visti convertire la pena detentiva in non detentiva, come ad esempio la libertà vigilata, i lavori di pubblica utilità, la semilibertà, la detenzione domiciliare o i servizi sociali. Tutto ciò al fine di garantire lo spazio richiesto legalmente ai prigionieri per poter vivere e la possibilità di “scontare” la quarantena ed il distanziamento sociale all’interno degli istituti penitenziari.

Tuttavia, un dato che ha particolarmente contribuito a non aumentare ulteriormente ed in via esponenziale il tasso di sovraffollamento e quindi di contagiosità è che durante l’anno 2020, così come sottolineato da Antigone, 11mila persone in meno rispetto agli anni precedenti (2019) hanno fatto ingresso nelle carceri italiane. Questo per ovvie ragioni: minore tasso di criminalità e quindi, di reati.

Dati non ugualmente felici, invece, sono il riflesso di un maggiore senso di marginalizzazione e di isolamento tra i detenuti nazionali e quelli stranieri. Nel 2020, infatti, è cresciuto il numero dei suicidi: 11 suicidi ogni 10mila persone, con un’età media di 36 anni.  Come indicato dal rapporto “sebbene non si possa delineare una netta correlazione tra il numero di suicidi e le condizioni di detenzione delle carceri italiane, guardando tali dati non può non notarsi come la tendenza a crescere e diminuire del tasso di suicidi rifletta il generale clima penitenziario del periodo.”

Nonostante l’attuazione di numerose misure che abbiamo visto essere non solo limitatrici, ma anche contrastanti con i diritti fondamentali dell’uomo, il virus non è stato fermato. L’alto numero di contagiati nelle carceri (non solo detenuti ma anche membri del personale) è proporzionalmente maggiore rispetto a quello della popolazione generale, sintomo ancora una volta, di un sistema non funzionale. Il Rapporto individua durante la prima ondata un picco di 160 detenuti contagiati. Durante la seconda ondata invece, il numero è salito vertiginosamente, registrando più di 1000 contagi.

Il mondo carcerario, più volte trattato come un universo opaco, inesistente e lontano dal mondo che possiamo definire libero, è speculare: riflette ogni complessità e aspetto della società. È necessario, per poter riformare il sistema penitenziario in linea con quanto stabilito dalla Costituzione, applicare concretamente tutte quelle norme che siano dirette alla non negazione della dignità umana.

La carcerazione non fa perdere al detenuto il beneficio dei diritti sanciti dalla Convenzione. Al contrario, in alcuni casi, la persona incarcerata può avere bisogno di una maggiore tutela proprio per la vulnerabilità della sua situazione e per il fatto di trovarsi totalmente sotto la responsabilità dello Stato. In questo contesto, l’articolo 3 pone a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato ad uno stato di sconforto né ad una prova d’intensità che ecceda l’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati adeguatamente” (Corte di Strasburgo, sentenza Torreggiani, 2013).

(Featured Image Credits: Il Riformista)

Enrica Cucunato

Nata nel 1999 a Cosenza, appassionata di cronaca giudiziaria, giornalismo d’inchiesta e politica estera. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Alma Mater Studiorum a Bologna. Durante la sua formazione universitaria ha avuto l’opportunità di seguire corsi presso la Gazzetta di Bologna. Nel 2015 ha viaggiato negli Stati Uniti, dove ha potuto approfondire, presso la New York University, quelle che sono due delle sue passioni più grandi: la danza e l’inglese. Appassionata di libri riguardanti lo studio delle criminalità organizzate e le più grandi inchieste giudiziarie, i suoi interessi riguardano anche la lettera e il cinema. View more articles

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole, la rubrica di The Political Corner, diventa bimensile! Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!


12 marzo – 26 marzo 2021


Nord AmericaEuropaSud AmericaAfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

USA e la crisi migratoria – 25 marzo

Image Credits: Open

L’amministrazione Biden si trova ad affrontare una sempre più grave crisi migratoria, la più importante degli ultimi vent’anni secondo quanto dichiarato dal segretario del Dipartimento per la sicurezza interna Mayorkas. La situazione è delicata a causa dell’aumento del numero di minori non accompagnati, costretti a stazionare al confine per più di 72 ore e in condizioni non ottimali. Per far fronte a tale crisi, il Presidente Biden ha posto a capo della gestione della questione il Vicepresidente Kamala Harris. Inoltre, nella prima conferenza ufficiale, tenutasi questo giovedì, ha precisato che non vi è una correlazione fra l’inizio del proprio mandato e l’aumento di migranti ma che, piuttosto, si tratta di un fenomeno con incremento annuale e la cui causa è da ritrovare invece nelle politiche della precedente amministrazione Trump.

Il Canada al fianco di USA ed Europa contro la Russia – 24 marzo

Questo mercoledì, il ministro degli Esteri canadese Marc Garneau ha annunciato la decisione del governo di imporre nuove sanzioni su nove ufficiali russi per sistematiche e gravi violazioni di diritti umani. Tale accusa sarebbe legata alla vicenda Navalny e al trattamento dei cittadini russi coinvolti nelle proteste. In questo modo, il Canada si affianca alle misure precedentemente adottate anche da Unione Europea e Stati Uniti.

Image Credits:  AP/ALEXANDER ZEMLIANICHENKO, AFP/GIOVANNI ISOLINO

Ennesima sparatoria negli USA: Biden e la vendita di armi – 23 marzo

Image Credits: AP Photo/Elaine Thompson

A pochi giorni dalla strage di Atlanta, dove otto donne asiatiche sono rimaste uccise, gli Stati Uniti sono stati scossi da un altro attacco armato, questa volta a Boulder, in Colorado, con un bilancio finale di dieci vittime. Questi episodi, non nuovi nella storia americana, hanno fatto riemergere la questione della vendita di armi, contro cui si espresso recentemente lo stesso Presidente Joe Biden. Il Presidente ha infatti presentato la proposta di bandire le armi d’assalto non come una scelta politica ma una questione di interesse nazionale, con l’obiettivo di preservare la vita di milioni di cittadini americani.


EUROPA

UE-Cina: Bruxelles commina sanzioni per il trattamento dei Uiguri – 22 marzo

Il 17 marzo, l’Unione Europea ha imposto sanzioni su quattro funzionari cinesi coinvolti nella gestione dei campi di detenzione degli Uiguri nella regione settentrionale cinese dello Xinjiang. I funzionari sono stati accusati di violazione dei diritti umani e abusi. Pochi giorni dopo, il 22 marzo, hanno seguito l’UE, in quella che è stata descritta come “un’azione coordinata” volta a mandare un messaggio chiaro alla Cina riguardo le violazioni di diritti umani ai danni degli Uiguri, anche Canada, Regno Unito e Stati Uniti. La Cina ha subito risposto, imponendo sanzioni su 10 cittadini europei, tra cui il tedesco Reinhard Butikofer, Presidente della delegazione per le relazioni con la Cina al Parlamento Europeo.

Image Credits: Philip Pacheco/AFP via Getty Images

Olanda: Rutte al suo quarto mandato – 17 marzo

Image Credits: EPA/Bart Maat

Il premier olandese Mark Rutte, in carica dal 2010, guiderà il suo quarto governo di coalizione. Infatti, nelle elezioni legislative, spalmate su tre giorni per evitare assembramenti ai seggi elettorali, il suo partito, il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD), ha ottenuto il 21,9% dei voti, contro il 15% del secondo partito, i Democratici 66(D66). Rutte ha già annunciato che probabilmente il governo di coalizione includerà il D66, un partito di matrice progressista filoeuropeo, e il CDA (Appello Cristiano Democratico).

Elezioni regionali in Germania: CDU in crisi – 14 marzo

Il partito della cancelliera Angela Merkel, la CDU (Christlich Demokratische Union), ha subito una battuta d’arresto in due Stati chiave nel corso delle elezioni regionali svoltesi lo scorso 14 marzo. In Baden-Württemberg (capitale Stoccarda) hanno vinto i Verdi, che hanno guadagnato il 32.6% dei seggi, mentre la CDU si è fermata al 24.1%, perdendo quasi 3 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni. In Renania-Palatinato (capitale Magonza), la SPD si è confermata primo partito con il 35.7% dei voti, mentre la CDU si è fermata al 27.7%, perdendo il 4% rispetto alle elezioni del 2016. Questi risultati vanno inquadrati nell’ottica delle elezioni federali del prossimo 26 settembre, con Angela Merkel che ha già dichiarato di non volersi ricandidare, e l’opinione pubblica fortemente critica dell’operato della cancelliera nell’annus horribilis della pandemia.

Image Credits: MICHAEL SOHN/POOL/AFP via Getty Images

SUD AMERICA

Messico e la crisi migratoria: truppe inviate al confine con il Guatemala – 22 marzo

Image Credits: AP Photo/Marco Ugarte

In seguito alla decisione del Messico di limitare gli spostamenti non necessari fra il Paese e il confinante Guatemala, i media locali hanno comunicato l’invio di forze militari al confine, all’altezza del fiume Suchiate, per contenere l’afflusso di migranti provenienti dall’America Centrale e diretti verso gli Stati Uniti d’America.

Ecuador: dimissioni del ministro della Salute a pochi giorni da inizio mandato – 19 marzo

Lo scandalo vaccini non si ferma in America Latina e questa volta ha portato alle dimissioni del neo-ministro della Salute dell’Ecuador, Rodolfo Fardan, ad appena 19 giorni da inizio mandato. Le dimissioni sono giunte in concomitanza con il proseguimento dell’investigazione di diversi procuratori riguardo alla somministrazione di vaccini a individui al di fuori di tempistiche e categorie stabilite per la campagna vaccinale nazionale. Le dimissioni di Fardan seguono dunque a quelle del precedente ministro Zevallos, sempre legate allo scandalo vaccini.

Image Credits: REUTERS/Santiago Arcos/File Photo

Bolivia: arrestata l’ex Presidente Anez – 13 marzo

Image Credits: Associated Press

In Bolivia fa molto discutere il recente arresto dell’ex presidente Jeanine Añez con l’accusa di “terrorismo, sedizione e cospirazione“. Añez aveva guidato il Paese in seguito alle dimissioni e durante l’esilio del precedente leader Morales con un governo di centro destra, di cui diversi ormai ex ministri sono stati anch’essi accusati o imprigionati insieme ad Añez: parliamo dell’ex ministro dell’Energia Guzman e del ministro della Giustizia Coimbra. L’ex presidente, che, venuta a conoscenza dell’ordine d’arresto ha twittato “la persecuzione politica è iniziata”, era stata sconfitta alle elezioni dello scorso novembre da Luis Arce, ministro durante il governo Morales. Añez ha ricevuto supporto da diversi manifestanti, che si sono riversati nelle strade delle principali città boliviane nei giorni successivi all’arresto, nonché dai vescovi del Paese, che hanno messo in risalto le falle del sistema giudiziario della Bolivia e l’assenza di garanzie costituzionali e della presunzione di innocenza.


AFRICA

Mozambico: la provincia di Cabo Delgado alle prese con il terrorismo islamista – 25 marzo

Le forze di sicurezza del Mozambico sono intervenute nella città di Palma, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, dove miliziani legati all’ISIL avevano lanciato un attacco lo scorso 24 marzo. La ripresa delle violenze nella zona, da tempo obiettivo di attacchi ed attentati terroristici, ha fatto seguito all’annuncio del colosso petrolifero Total di voler riprendere la costruzione di un impianto di gas naturale liquido – il progetto, Mozambique LNG Project, ammonta a circa 20 miliardi di dollari – nel sito concordato, a poca distanza dalla città di Palma. La ripresa delle attività avrebbe fatto seguito ad un periodo di sospensione dovuto alla mancanza delle condizioni di sicurezza necessarie nella zona. La nuova offensiva segue di qualche giorno la notizia, riportata da Save the Children, secondo cui le violenze a Cabo Delgado, intensificatesi lo scorso anno, non avrebbero risparmiato neanche i bambini, che sarebbero stati, in molti casi, decapitati dai ribelli jihadisti.

Image Credits: Adrien Barbier/AFP via Getty Images

Tanzania: Samia Suhulu Hassan è la prima donna Presidente – 19 marzo

Image Credits: REUTERS/Stringer/File Photo

Samia Suhulu Hassan è diventata la prima donna Presidente della Tanzania, dopo la morte del suo predecessore John Magafuli, che nell’ottobre 2020 era stato eletto per un secondo mandato. Secondo la Costituzione tanzaniana, Hassan dovrà portare a termine il mandato di 5 anni iniziato dal defunto Presidente. Già vicepresidente di Magafuli, Hassan è anche la prima Presidente del Paese ad essere nata in Zanzibar, regione semi-autonoma della Tanzania a maggioranza musulmana. Nonostante ci si aspetti una certa continuità con le politiche del suo predecessore, è ancora in dubbio se Hassan avrà la stessa attitudine riguardo la pandemia di Covid-19 e la repressione delle libertà fondamentali. Magafuli, dopo essere stato eletto, aveva infatti limitato la libertà di espressione e di associazione nel Paese e aveva assunto un approccio fortemente negazionista nei confronti del Covid-19. Questo approccio aveva portato la Tanzania a non prendere alcuna misura di contenimento del virus, a non partecipare al programma COVAX, a non acquistare forniture vaccinali e a non comunicare i dati dei contagi né a livello nazionale né internazionalmente. In merito a ciò, la causa della morte di Magafuli, ufficialmente dovuta ad un attacco cardiaco, è da molti ritenuta proprio il virus.

Il Tribunale di Milano sul caso ENI-Schell per le tangenti in Nigeria: “il fatto non sussiste” – 17 marzo

Dopo tre anni dall’inizio del processo, le multinazionali Eni e Shell sono state assolte dall’accusa di concorso in corruzione internazionale per il caso tangenti in Nigeria. Al centro delle indagini la concessione del lotto petrolifero “Opl 245“, situato al largo della costa nigeriana, nelle acque del Golfo di Guinea. Secondo l’accusa, ENI e Shell avrebbero pagato più di 1 miliardo di dollari a funzionari governativi nigeriani per ottenere la concessione, facendone la più grossa presunta tangente internazionale mai presentata davanti a un tribunale. Secondo la difesa, accolta dai magistrati milanesi, le due compagnie avrebbero versato il denaro su conti ufficiali nigeriani, e che il successivo trasferimento di 1 miliardo di dollari su conti privati non fosse da imputare alle multinazionali, ignare di tutto. Tutti assolti, dunque, tra cui, in particolare, Paolo Scaroni, Amministratore Delegato di ENI all’epoca dei fatti, Claudio Descalzi, attuale AD di ENI, Malcolm Brinded, all’epoca Executive Director di Shell, e le società stesse. Nel 2018, i due intermediari della presunta tangente, il nigeriano Emeka Obi e l’italiano Gianluca Di Nardo, erano stati condannati in primo grado a quattro anni di reclusione e alla confisca di 94 milioni di dollari per Obi e di 21 milioni di franchi svizzeri per Di Nardo. In seguito alla sentenza del 17 marzo, la procura generale ha chiesto in appello l’assoluzione dei due imputati.

Image Credits: REUTERS

MEDIO ORIENTE

Elezioni in Israele: Netanyahu in difficoltà, nessuna maggioranza – 24 marzo

Image Credits: Adnkronos

Nonostante le elezioni si siano ripetute per la quarta volta nell’arco di due anni, Israele si ritrova ancora in una situazione di incertezza politica. Completato ormai lo spoglio dei voti, il Likud di Netanyahu si conferma primo partito con 30 seggi, ma rimane al di sotto della soglia di maggioranza di 61. Dall’altro lato, il fronte anti-Netanyahu rimane frammentato tra i centristi di Blu e Bianco dell’ex alleato Gantz, i partiti di sinistra e di destra come Nuova Speranza e la Lista Araba Unita, ma vede spiccare fra tutti il partito moderato Yesh Atid, con 17 seggi.

Yemen: proposta di cessate il fuoco dall’Arabia Saudita – 22 marzo

Secondo quanto annunciato dal ministro degli Esteri, il Principe Faisal bin Farhan Al Saud, l’Arabia Saudita avrebbe proposto agli Huthi un cessate il fuoco per sospendere le ostilità nell’intero Yemen e, conseguentemente, ricominciare il processo di negoziazione e permettere anche la riapertura dell’aeroporto gestito dalle forze antigovernative a Sana’a.  “Nulla di nuovo” secondo i ribelli yemeniti, che questo venerdì hanno invece intrapreso un’altra offensiva contro i siti petroliferi gestiti dalla compagnia nazionale saudita Aramco, mentre continuano le tensioni per il controllo sulla città di Marib, l’ultima grande roccaforte governativa nel nord dello Yemen.

Image Credits: Il Fatto Quotidiano

La Turchia si ritira dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne – 20 marzo

Image Credits: Open

La Turchia di Erdoğan non fa più parte della Convenzione di Istanbul del 2011, il trattato del Consiglio d’Europa contro la violenza sulle donne, che prevede per i Paesi parte dell’accordo l’adozione di leggi che favoriscano l’impunità di crimini come violenza domestica, violenza sessuale nel matrimonio e mutilazione genitale femminile.


ASIA-PACIFICO

India-Pakistan: possibile détente tra i due Paesi – 24 marzo

Nuova Delhi e Islamabad sembrerebbero aver intrapreso un percorso di riavvicinamento, volto all’instaurazione di relazioni amichevoli tra i due Paesi confinanti. Già il 25 febbraio scorso India e Pakistan avevano deciso di osservare strettamente un accordo di cessate il fuoco in vigore dal 2003 nel territorio conteso del Kashmir, che aveva fatto presagire una possibile riconciliazione. Inoltre, sia il PM pakistano Imran Khan che il PM indiano Narendra Modi hanno dichiarato di voler instaurare “relazioni cordiali” e “seppellire il passato”. Tra l’altro, si sono tenute a Nuova Delhi (23-25 marzo) delle trattative riguardanti i diritti di sfruttamento delle acque del fiume Indo. Apparentemente, dietro l’avvicinamento tra i due Paesi ci sarebbero gli Emirati Arabi Uniti.

Image Credits: Narinder NANU / AFP

Corea del Nord: test missilistici in corso – 25 marzo

Image Credits: KCNA/via REUTERS

Il Giappone, la Corea del Sud e gli Stati Uniti hanno riportato il lancio di due missili balistici provenienti dalla Corea del Nord nel Mar del Giappone. L’annuncio segue di un giorno altri due lanci, questa volta di missili da crociera, sempre provenienti da Pyongyang. Il Primo Ministro giapponese Yoshihide Suga ha affermato: “il lancio […] rappresenta una minaccia alla pace e alla stabilità del Giappone e della regione, e viola le risoluzioni dell’ONU“. Infatti, il lancio di missili balistici è vietato da risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Il QUAD si riunisce: sul tavolo vaccini e Cina – 12 marzo

Il QUAD (Quadrilateral Security Dialogue), di cui fanno parte Australia, Giappone, India e USA, si è riunito lo scorso 12 marzo. L’incontro virtuale è il primo a cui partecipa il nuovo Presidente USA Joe Biden, che ha fin da subito dichiarato di voler “ricostruire il QUAD“. Il quadro strategico identificato dalla riunione, nonostante le critiche di Pechino, secondo cui il QUAD non è che uno strumento chiaramente anti-cinese, sembrerebbe tuttavia avere come obiettivo offrire una valida alternativa alla sempre maggiore egemonia cinese nella regione, puntando tutto sulla possibilità per gli altri partner regionali di scegliere tra le due superpotenze in un’ottica competitiva e non oppositiva. In particolare, dal QUAD è emerso un piano strategico trans-pacifico riguardante le forniture vaccinali, al fine di migliorare la situazione sanitaria nella regione. Inoltre, il piano di lavoro comprenderebbe una maggiore cooperazione nell’ambito della crisi climatica e dello sviluppo sostenibile.

Image Credits: REUTERS/Tom Brenner

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

Valeria Pia Soricelli


Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

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