Il Covid Dietro Le Sbarre: La Situazione Delle Carceri Dopo La Diffusione Del Virus

Nel catalogo dei principi che va sotto il nome di European Prison Rules, elaborato dal Consiglio d’Europa, si afferma che “la vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera”. Se, da un lato, nella maggior parte dei casi, la prassi mostra la mancata realizzazione di tale principio, dall’altro neppure si può negare che sono invece gli aspetti negativi, di cui non si fa menzione, a ripercuotersi sulla vita penitenziaria e più in generale sull’assetto della giustizia italiana. Nel biennio 2020-2021 la crisi pandemica, a seguito della diffusione del virus Covid-19, ha costretto la popolazione mondiale, sia libera che detenuta, ad adeguarsi a nuovi stili di vita e sottoporsi a misure restrittive al fine del suo contenimento. Il XVII Rapporto sulle condizioni di detenzione stilato da Antigone, un’associazione che da oltre vent’anni promuove la sensibilizzazione “sui diritti e le garanzie del sistema penale”, mette in luce la vita dei detenuti in questo periodo particolare.

Certezza della pena o tutela della salute?

Il quadro che deriva dal Rapporto di Antigone evidenzia le criticità di un universo parallelo, quello penitenziario, che, seppur aumentate, sono preesistenti rispetto alla diffusione della crisi sanitaria. Tra queste, bisogna indubbiamente annoverare il problema del sovraffollamento carcerario. Tema delicato, quest’ultimo, soprattutto sul nostro territorio, viste le numerose condanne da parte della Corte di Strasburgo. Si ricorda, tra queste, la sentenza Torreggiani, con cui la Corte, nel 2013, ha condannato l’Italia per violazione dell’art.3 della CEDU. Il caso, com’è noto, si basa su trattamenti inumani riservati a sette detenuti presso le carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, costretti a vivere in celle triple con meno di quattro metri quadri a testa.

Il tasso di sovraffollamento italiano (106.2%) è il più alto su tutto il territorio europeo e varia a seconda delle carceri cui si fa riferimento: il rapporto di Antigone mostra che a Taranto, ad esempio, il tasso è pari al 196,4 % (ciò significa che vi sono 603 detenuti per soli 307 posti), a Bergamo, invece, 517 detenuti per 315 posti ecc. Di conseguenza si registra nella maggioranza delle carceri il mancato rispetto del criterio dei tre metri quadri a persona. In tempo di Covid, in cui il distanziamento sociale è regola solenne, il sovraffollamento fa sì che il tracciamento e l’isolamento siano più difficili da attuare mentre rende più facili e probabili i contagi.

L’aumento del tasso di contagiosità è dovuto, ancora, alle scarse condizioni igienico-sanitarie cui sono sottoposti i detenuti: si pensi alla mancanza di docce nelle celle, alla mancanza di acqua calda, di riscaldamento e soprattutto di un efficiente circolo di areazione. Non v’è dubbio pertanto che, sia nel quadro della diffusione del virus, ma ancor di più anche in condizioni di normalità, il sistema penale italiano subordina la tutela dei diritti fondamentali e delle minime condizioni di vita al principio della certezza della pena.

Le misure adottate dall’inizio della pandemia

La risposta del Governo alla prima ondata, a partire da marzo 2020, si basava sulla totale privazione di ogni possibile contatto dei prigionieri con la realtà esterna al carcere. Tra le prime misure adottate a livello nazionale, con il Decreto dell’8 marzo, si è disposto che il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (DAP) sospendesse tutte le attività ricreative e non, gli ingressi esterni alle carceri ed i colloqui con i familiari ed amici. Tali chiusure, che possiamo definire in alcuni casi più che radicali, oltre a non ostacolare del tutto l’ingresso del virus, hanno peggiorato una condizione di vita già in precedenza asfissiante, isolante, ed inumana.

Se, come quanto affermato dalla Costituzione, la pena è diretta alla rieducazione del detenuto ed alla sua reintegrazione nella società, la privazione di quelli che sono i diritti fondamentali – basti pensare al contatto con i familiari o qualsiasi contatto con la vita esterna, come la possibilità di istruirsi attraverso l’istituzione di attività – non possono che essere, per molteplici ragioni, riviste e corrette in quanto incostituzionali. Questi, tra l’altro, sono stati i motivi che, tra il marzo e l’aprile scorso, hanno spinto i detenuti a sollevare rivolte in 49 prigioni italiane, e che hanno persino portato alla morte di 13 detenuti.

Si è cercato, al fine di mantenere vivi i rapporti affettivi dei prigionieri, di incentivare l’utilizzo di strumenti tecnologici, come telefoni o posta elettronica, attraverso cui poter parlare con i familiari o i loro cari. Infatti, durante i mesi di lockdown, la prima risposta che si è registrata, da parte di tutta la popolazione mondiale, è stata indubbiamente quella legata al vasto impiego di strumenti elettronici. Questi si sono rivelati fondamentali, non soltanto a fini lavorativi, ma anche e soprattutto per mantenere viva la socialità delle persone. Un risultato che si sarebbe potuto trasferire facilmente anche nell’ambiente carcerario, e che, invece, ha richiesto un anno di pandemia per potersi realizzare. Come sottolinea il Rapporto di Antigone infatti, si è cercato di introdurre il più possibile l’utilizzo di Skype for Business. Purtroppo, solo quattro istituti penitenziari italiani hanno aderito a tale opzione.

Solo ultimamente un grande passo in avanti è stato fatto: si è concesso l’ingresso di smartphones nelle carceri, che, sottoposti ad un continuo ed attivo controllo, hanno favorito una maggiore socializzazione tra detenuti.

Neppure l’adozione di ulteriori misure alternative alla pena sembra abbia migliorato la situazione. Molti detenuti –  i più anziani, donne incinte o ammalati gravi o con malattie pregresse – avendo commesso reati minori, si sono visti convertire la pena detentiva in non detentiva, come ad esempio la libertà vigilata, i lavori di pubblica utilità, la semilibertà, la detenzione domiciliare o i servizi sociali. Tutto ciò al fine di garantire lo spazio richiesto legalmente ai prigionieri per poter vivere e la possibilità di “scontare” la quarantena ed il distanziamento sociale all’interno degli istituti penitenziari.

Tuttavia, un dato che ha particolarmente contribuito a non aumentare ulteriormente ed in via esponenziale il tasso di sovraffollamento e quindi di contagiosità è che durante l’anno 2020, così come sottolineato da Antigone, 11mila persone in meno rispetto agli anni precedenti (2019) hanno fatto ingresso nelle carceri italiane. Questo per ovvie ragioni: minore tasso di criminalità e quindi, di reati.

Dati non ugualmente felici, invece, sono il riflesso di un maggiore senso di marginalizzazione e di isolamento tra i detenuti nazionali e quelli stranieri. Nel 2020, infatti, è cresciuto il numero dei suicidi: 11 suicidi ogni 10mila persone, con un’età media di 36 anni.  Come indicato dal rapporto “sebbene non si possa delineare una netta correlazione tra il numero di suicidi e le condizioni di detenzione delle carceri italiane, guardando tali dati non può non notarsi come la tendenza a crescere e diminuire del tasso di suicidi rifletta il generale clima penitenziario del periodo.”

Nonostante l’attuazione di numerose misure che abbiamo visto essere non solo limitatrici, ma anche contrastanti con i diritti fondamentali dell’uomo, il virus non è stato fermato. L’alto numero di contagiati nelle carceri (non solo detenuti ma anche membri del personale) è proporzionalmente maggiore rispetto a quello della popolazione generale, sintomo ancora una volta, di un sistema non funzionale. Il Rapporto individua durante la prima ondata un picco di 160 detenuti contagiati. Durante la seconda ondata invece, il numero è salito vertiginosamente, registrando più di 1000 contagi.

Il mondo carcerario, più volte trattato come un universo opaco, inesistente e lontano dal mondo che possiamo definire libero, è speculare: riflette ogni complessità e aspetto della società. È necessario, per poter riformare il sistema penitenziario in linea con quanto stabilito dalla Costituzione, applicare concretamente tutte quelle norme che siano dirette alla non negazione della dignità umana.

La carcerazione non fa perdere al detenuto il beneficio dei diritti sanciti dalla Convenzione. Al contrario, in alcuni casi, la persona incarcerata può avere bisogno di una maggiore tutela proprio per la vulnerabilità della sua situazione e per il fatto di trovarsi totalmente sotto la responsabilità dello Stato. In questo contesto, l’articolo 3 pone a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato ad uno stato di sconforto né ad una prova d’intensità che ecceda l’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati adeguatamente” (Corte di Strasburgo, sentenza Torreggiani, 2013).

(Featured Image Credits: Il Riformista)

Enrica Cucunato

Nata nel 1999 a Cosenza, appassionata di cronaca giudiziaria, giornalismo d’inchiesta e politica estera. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Alma Mater Studiorum a Bologna. Durante la sua formazione universitaria ha avuto l’opportunità di seguire corsi presso la Gazzetta di Bologna. Nel 2015 ha viaggiato negli Stati Uniti, dove ha potuto approfondire, presso la New York University, quelle che sono due delle sue passioni più grandi: la danza e l’inglese. Appassionata di libri riguardanti lo studio delle criminalità organizzate e le più grandi inchieste giudiziarie, i suoi interessi riguardano anche la lettera e il cinema. View more articles

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