L’Ascesa Di Tik Tok: È L’App Social Più Scaricata Del Mondo

Momento d’oro? Lo si può dire forte. Tik Tok, la piattaforma di video-balletti esplosa in Cina e poi divenuta celebre un po’ ovunque, ha superato Facebook e Instagram in termini di download mondiali, risultando, sia su Apple Store che su Play Store, l’app di social network più scaricata del pianeta nel mese di maggio. Lo ha reso noto pochi giorni fa l’azienda SensorTower, nella sua consueta classifica mensile, in cui si segnala come il social cinese abbia ottenuto il primato anche nella classifica Android, superando il colosso Facebook, nettamente in testa durante marzo e aprile.

Tik Tok, di proprietà ByteDance, ha totalizzato, nel solo mese di maggio, ben 80 milioni di nuove installazioni, registrate soprattutto in Brasile (16%) e Cina (12%). Un successo molto rilevante, ancora più significativo se si pensa che, nel giugno 2020, Tik Tok era stato bandito in India, che aveva rappresentato fino a quel momento il suo principale mercato estero. Inoltre, non va dimenticato che, sempre durante la scorsa estate, il social network si era scontrato con l’ex Presidente statunitense Donald Trump, che aveva minacciato di vietare l’applicazione ai cittadini americani se ByteDance non avesse ceduto le attività nel Paese. L’ attuale amministrazione, guidata da Joe Biden, ha invece sospeso l’azione legale ai danni di Tik Tok, sebbene la politica statunitense appaia ancora piuttosto prudente e sospettosa nei confronti delle applicazioni di origine cinese.

In ogni caso, Tik Tok può certamente sorridere e godersi le classifiche che lo vedono come assoluto protagonista. Dietro il social asiatico, su App Store, si piazzano YouTube e Instagram, mentre, su Play Store, Tik Tok è seguito da Facebook, Instagram e poi WhatsApp.

Un risultato strepitoso per un’applicazione sempre più essenziale anche per attività di social media marketing. Tik Tok può infatti rivelarsi uno strumento prezioso per la creazione di valore aziendale e per la rapida promozione di prodotti o servizi. Il format di questo social, incentrato sulla realizzazione di filmati brevi ed immediati, appare sempre più strategico per creare curiosità e fascino intorno ad un nuovo prodotto. Coinvolgere la propria community con sondaggi, “call to action” o una semplice domanda potrebbe essere un’ottima tattica per aumentare la visibilità e la popolarità di un brand, che, tuttavia, dovrà continuare a far leva anche sulla sua capacità di attrarre e soddisfare i bisogni dei tanti tiktokers attivi sulla piattaforma.

(Featured Image Credits: Pixabay)

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Matteo Di Mario

Classe 1998, originario di Rieti. Dopo la maturità classica conseguita nel 2017, nel luglio 2020 si è laureato in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove attualmente sta svolgendo la specializzazione in Marketing. 
Collabora con “Il Messaggero” dal 2016 e ha una grande passione per tutto ciò che ruota intorno alla comunicazione. È infatti anche addetto stampa e responsabile della comunicazione del Gruppo FAI Rieti, speaker radiofonico presso MEP Radio Organizzazione e Radioluiss e responsabile attualità, diritto ed economia del giornale universitario “Globe Trotter”. Tra gennaio e aprile 2020 ha poi svolto uno stage presso l’Ufficio Stampa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Non sa stare senza musica, ed è attratto dalla fotografia e dalle tecnologie digitali. View more articles

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Pechino Alle Prese Con La Demografia

Dai tempi di Mao, la demografia ha sempre rappresentato un’ossessione (ben fondata) della classe dirigente. Dalla tradizione e modernizzazione prima, ad oggi come impeto di rinascita della Nazione. Perché Pechino non può permettersi un dragone anziano.La popolazione della Cina inizia a diminuire e i leader sono preoccupati

Il governo cinese ha annunciato che permetterà alle coppie residenti nella Repubblica Popolare di avere tre figli, ciò comporterà l’estensione del nucleo familiare senza incontrare restrizioni da parte delle autorità governative. Oltre all’aumento del numero massimo di figli per coppia, saranno varati incentivi economici, assistenziali e normativi per incrementare le dimensioni dei nuclei familiari cercando così di rivoluzionare l’andamento demografico della nazione. Gli obiettivi primari sono due, quelli di porre un freno al rapido invecchiamento della popolazione cinese e alla diminuzione del tasso di natalità.

La politica demografica cinese è una materia di ordine squisitamente strategico perché mira a definire, nell’ordine del possibile, il futuro di una collettività di riferimento avendo come referenti il livello di natalità, il tasso di invecchiamento della popolazione e la distribuzione geografica. Questi elementi sono inscritti nelle membra di una collettività che mira alla sostenibilità economica, politica e militare del proprio futuro. In particolare, la politica demografica cinese ha subito una marcata inversione di rotta dovuta agli errori commessi in passato, inducendo così l’attuale classe dirigente ad un cambio repentino dell’approccio tenuto nei confronti del calo demografico. Tuttavia, la demografia non è una variabile dipendente manipolabile senza margini di errore spesso considerevoli, infatti, nella storia della Cina moderna è stata caratterizzata da notevoli sconvolgimenti strutturali che portarono un paese preindustriale ad una rapida industrializzazione disfunzionale agli andamenti strutturali della popolazione.

È importante considerare l’evoluzione di quanto sopra indicato.  Nel 1949, la Cina Comunista di Mao Tse-tung credeva fortemente nell’idea dell’autosufficienza e del popolo come simbolo della forza. La tradizione era quella delle famiglie numerose fortemente radicate nella visione confuciana che associava la felicità ad una prole numerosa. Furono introdotte forti politiche a favore della natalità: sussidi per i bambini e la proibizione dell’aborto, della sterilizzazione e dei metodi contraccettivi. Inevitabilmente, queste politiche portarono nei decenni successivi ad un incremento demografico notevole ed incontrollato a tal punto da indurre il governo a limitare le nascite già nel 1973. Una popolazione troppo numerosa era interpretata come un limite alla modernizzazione del paese specialmente in relazione ad una disponibilità di superfici coltivabili in rapida diminuzioni o comunque non in grado di assorbire l’esorbitante peso del popolo del dragone.

 Nel 1979 fu introdotta la regola del figlio unico, che consisteva in un insieme di regolamenti atti a controllare la giusta dimensione delle famiglie cinesi: i matrimoni ritardati, le gravidanze posticipate e l’attesa di un periodo abbastanza lungo (quattro o cinque anni) tra un figlio e l’altro, erano gli elementi principali. Inoltre, erano previste sanzioni per le famiglie che volessero avere più di un figlio. Tuttavia, un calo demografico così repentino causato da queste politiche sta portando rischi economici e politici notevoli. Mentre la natalità diminuisce, l’invecchiamento strutturale della popolazione aumenta causando problemi notevoli nel lungo periodo per quanto concerne la sostenibilità del sistema pensionistico, sanitario e del welfare in generale. Inoltre, una popolazione anziana presenta progressivamente indici di consumo decrescenti fino al punto da indebolire le importanti iniziative avviate negli ultimi anni per consolidare il mercato interno cinese, da sempre strumento di influenza anche geopolitica per ogni potenza compiuta. Invece di investimenti, un sistema pensionistico aggravato dall’immensa demografia cinese potrebbe mettere in serie difficoltà il governo che si troverebbe a dover tassare la parte produttiva del paese per sostenere i costi sociali del dirompente declino demografico. La politica dei tre figli mira a correggere la strutturale asimmetria tra campagna e città, dove le aree rurali rimangono principalmente abitate da anziani senza ricambio intergenerazionale. Secondo il censimento nazionale, nel 2020 il numero di abitanti è aumentato leggermente. Tuttavia i nuovi nati sono diminuiti del 18% rispetto al 2019. È il quarto anno consecutivo che il dato registra un trend negativo. Addirittura si stima che nel 2022 la popolazione inizierà a decrescere.

Oltre ad erodere la sostenibilità economica di lungo periodo del paese, la demografia declinante mette a rischio la realizzazione degli obiettivi geopolitici del dragone. Una collettività anziana è meno incline a sopportare i costi della potenza e degli obiettivi militari prefigurati dalla dirigenza cinese, come ad esempio la riconquista di Taiwan entro il 2049. La sfida della demografia è probabilmente una delle più importanti che le classi dirigente cinese deve affrontare per evitare di sperimentare effetti deleteri già nel prossimo futuro. Il benessere e la potenza delle Nazioni si gioca da sempre sul piano del dèmos.

(Featured Image Credits: Il Fatto Quotidiano)

Matteo Urbinati

Nato nell’estate del 1998 a Bologna, fin da piccolo ha nutrito un profondo interesse per tematiche politiche ed economiche. Dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico A. Volta di Riccione, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma. Durante questo periodo ha avuto la possibilità di prendere parte ad un progetto Erasmus in Estonia e a lavorare come analista nell’ambito geopolitico e affari militari. Attualmente, frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics della Luiss Guido Carli. I suoi interessi sono da sempre la filosofia teoretica, la storia europea e l’economia. View more articles

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EFSA: Biossido Di Titanio Non Sicuro In Campo Alimentare. Will It Fall?

«You shoot me down, but I won’t fall
I am titanium
Cut me down, but it’s you
Who’ll have further to fall»

Lo scorso 6 maggio, l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha aggiornato la propria valutazione sulla sicurezza del biossido di titanio – presente in etichetta come E171 –, non più considerato sicuro a seguito di una richiesta della Commissione Europea del marzo 2020. Invece di cedere a facili titoli allarmistici, proviamo ad entrare nel merito della questione.

Il biossido di titanio è una sostanza di origine minerale, usata come colorante alimentare al fine di aggiungere colore o ravvivare quello originale. È impiegato nella produzione di caramelle, prodotti a base di pesce e formaggio, brodi, zuppe, salse e creme salate da spalmare, e il suo uso è stato autorizzato nell’Unione Europea a partire dal 2008. Come prescritto dalla legislazione europea vigente in materia proprio da quell’anno, la sicurezza di tutti gli additivi alimentari autorizzati per l’uso nell’Unione prima del 20 gennaio 2009 avrebbe dovuto essere valutata di nuovo. La ri-valutazione della sicurezza dell’additivo E171 è avvenuta nel 2016, a seguito di cui si è raccomandato di eseguire nuovi studi per colmare le lacune riscontrate nei dati.

Il prof. Maged Younes, Presidente del gruppo di esperti EFSA sugli additivi e aromatizzanti alimentari, ha dichiarato che «tenuto conto di tutti gli studi e i dati scientifici disponibili, il biossido di titanio non può più essere considerato sicuro come additivo alimentare. Un elemento fondamentale per giungere a tale conclusione è che non abbiamo potuto escludere timori in termini di genotossicità connessi all’ingestione di particelle di biossido di titanio. Dopo l’ingestione, l’assorbimento di particelle di biossido di titanio è basso, tuttavia esse possono accumularsi nell’organismo umano». La genotossicità è la capacità di una sostanza chimica di danneggiare il DNA, e visto che essa può avere effetti cancerogeni, è essenziale valutare il potenziale effetto genotossico di una sostanza per trarre conclusioni sulla sua sicurezza. Per questo motivo, non si è potuto stabilire un livello di sicurezza per l’assunzione quotidiana di questo additivo alimentare.

Tuttavia, l’EFSA non è un organo legislativo: fornisce consulenze scientifiche indipendenti sui rischi connessi all’alimentazione, quindi opera interpretando dati già disponibili, pubblicati sia dalle aziende produttrici che da ricercatori pubblici. Inoltre, informa il pubblico sulle attività scientifiche svolte e coopera con i Paesi dell’UE, gli organismi internazionali e altri soggetti interessati. Pertanto, chi ne beneficia sono i consumatori comunitari, perché sono adeguatamente protetti e informati riguardo ai rischi legati a vari tipi di esposizione alimentare, ma anche le istituzioni dell’UE e i governi nazionali, che sono incaricati di gestire la salute pubblica e autorizzare l’uso di prodotti alimentari. L’EFSA svolge quindi il ruolo di risk assessment, ossia valutazione del rischio, molto diversa dal risk management, ossia la gestione del rischio, in capo agli Stati membri e alla Commissione. Negli Stati Uniti, invece, la Food and Drug Administration (FDA) opera sia risk assessment sia risk management.

Valutazione del rischio e gestione del rischio: Che differenza c’è? Fonte: EFSA.

Nell’Unione Europea è quindi la Commissione a giungere a un divieto, o a una restrizione, o a ulteriori osservazioni. Questo iter, così come è avvenuto per il biossido di titanio, si segue solo se non vi sono pericoli imminenti e immediati alla salute pubblica; in caso contrario, il prodotto viene ritirato subito dal commercio. A ragione di ciò, si segue il principio di precauzione, invocato solo nell’ipotesi di un rischio potenziale: visto che c’è un dubbio ragionevole, si raccomanda attenzione nei confronti di un possibile rischio. Ma quindi, l’EFSA sta vietando il biossido di titanio? No, perché come abbiamo visto non ha poteri legislativi. Per sapere come andrà a finire e quali step potranno essere concretamente percorsi, possiamo prendere come riferimento il caso dell’aloe.

Lo scorso 18 marzo la Commissione europea ha vietato l’utilizzo negli alimenti –integratori alimentari inclusi – dei derivati dell’idrossiantracene ad uso purgante, contenuto nella parte esterna della foglia di aloe vera. Questo regolamento è stato l’atto finale di un processo lungo una decina d’anni basato sulle prove e sugli studi raccolti e pubblicati dalla comunità scientifica sulla pericolosità di queste sostanze. Tutto ha inizio nel 2013, quando la Commissione richiede ad EFSA un parere da parte dell’azienda Vivatech in merito all’utilizzo di un claim di tipo salutistico: l’azienda domanda di inserire riferimenti al miglioramento delle funzioni intestinali sulle confezioni di integratori contenenti questo derivato dell’aloe. L’EFSA emette parere positivo nel merito della vicenda, tuttavia, alla luce della review della letteratura, mette in guardia dall’uso prolungato per più di 12 giorni.

In seguito a questa segnalazione, la Commissione richiede un nuovo parere per valutare adeguatamente la sicurezza d’impiego nel settore alimentare e la risposta dell’EFSA è chiara: secondo le informazioni disponibili, gli idrossiantraceni presenti in piante come cascara, senna, rabarbaro e soprattutto aloe potrebbero alterare il DNA (presentando il problema della genotossicità) e aumentare il rischio di cancro al colon, e quindi il loro uso negli alimenti è da valutare con attenzione. Anche in questo caso non dobbiamo cedere agli allarmismi: bisogna distinguere tra la pianta intera, come nel caso della senna, e tra l’estratto completo delle foglie contenenti idrossiantraceni dal gel dell’aloe, dove sono presenti solo in tracce.

Nella foto si distingue la parte esterna della foglia, da cui si ricava l’idrossiantracene a uso purgante considerato genotossico, e il gel dell’aloe, escluso dal divieto. Fonte: Getty Images/iStockphoto

Dobbiamo quindi cestinare tutti i prodotti che abbiamo in casa che contengono aloe, dai cosmetici ai liquori? Per quel che ne sappiamo ora, no: è molto difficile che grandi quantità dei primi arrivino al colon; d’altro canto per i secondi l’alcol aumenta il rischio di insorgenza di moltissimi tumori anche solo in quantità alimentare, e per raggiungere il livello della dose contenuta negli integratori ad effetto purgante bisognerebbe bere molti litri di Fernet al giorno. Di conseguenza, solo alcune sostanze chimiche contenute nell’estratto totale di foglie di aloe sono cancerogene. Il gel contiene solo delle tracce, rendendo dirimente la qualità del processo sulla sicurezza del prodotto.

È inoltre importante che il consumatore ricordi che ogni indicazione, sia essa di efficacia o di eventuale cancerogenicità, si applica solo al caso valutato e alla specifica destinazione d’uso, e quindi al biossido di titanio ad uso alimentare, e non può essere reso omnicomprensivo, per esempio estendendolo anche al titanio usato in campo cosmetico, come nelle creme solari. Al singolo resta la responsabilità di prestare attenzione nei confronti di un possibile (e non certo!) rischio quando si imbatterà nell’E171 sugli scaffali dei supermercati. Tra benefici percepiti e reali, che rischi siamo disposti a correre?

(Featured Image Credits: drobotdean/Freepik)

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Margherita Pucillo

Nata ad Anzio nel 1999, è particolarmente interessata alle interazioni tra tecnologia e società, alla comunicazione pubblica della scienza e alle politiche di genere. Dopo la maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche, sta proseguendo il suo percorso universitario presso la LUISS Guido Carli con il corso magistrale in Governo, Amministrazione e Politica, indirizzo Politica e Comunicazione. Da un biennio è membro della Consulta Giovanile del Pontificio Consiglio della Cultura. Tra le sue passioni ci sono anche la scherma, il laboratorio teatrale e lo speaking radiofonico. View more articles.

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Nilo Conteso: L’Etiopia E Il Suo “Water Grabbing”

A dieci anni dalla presentazione del progetto della GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam), anche denominata “Grande Diga del Millennio”, le controversie legate alla sua finalizzazione non sembrano attenuarsi. Giusto pochi giorni fa, il Ministro degli Esteri etiopico, Demeke Mekonnen, ha annunciato che Addis Abeba procederà, per il secondo anno consecutivo e come da programma, a riempire la diga, operazione alla quale Egitto e Sudan sarebbero – comprensibilmente, ndr. – contrari.

In un’area già attraversata da conflitti intersezionali ed etnici – non da ultimo quello che continua, nel silenzio della comunità internazionale, nella regione del Tigray –, con il Sudan impegnato a portare avanti una transizione democratica dopo la caduta di Omar al-Bashir, l’ormai decennale contesa per le acque del Nilo costituisce un importante tassello nella destabilizzazione della regione.

Le premesse

Il mastodontico progetto della GERD etiope, portato avanti dal gruppo Webuild, filiale dell’italiana Salini Costruttori S.p.a., una volta completato, è destinato a diventare il più grande impianto idroelettrico dell’intero continente africano, e aumenterà esponenzialmente la capacità energetica dell’Etiopia, dove, ad oggi, circa il 60% della popolazione – 65 milioni di persone, quasi l’equivalente dell’intera popolazione italiana – non ha accesso all’elettricità. L’ultimazione della GERD, che, secondo il Ministero per l’acqua, l’irrigazione e l’energia etiopico, è completa per l’80%, comporterà inoltre un ulteriore ridimensionamento dei rapporti di potere in Africa orientale, con Paesi come l’Eritrea, la Somalia e il Kenya che potrebbero dipendere fortemente dalle esportazioni energetiche dell’Etiopia.

L’annuncio di Addis Abeba, che, per il secondo anno consecutivo, procederà a riempire il bacino della diga, ha nuovamente scatenato le critiche dei Paesi più a valle, preoccupati, in particolare, della gestione futura di eventuali episodi di siccità, che comporterebbero la necessità di concordare chiari piani di azione al fine di garantire un sufficiente afflusso di acqua. L’Egitto, in particolare, deriva più del 90% delle sue risorse idriche dal Nilo, e il funzionamento a pieno regime della Diga del Rinascimento implicherebbe chiare problematiche di approvvigionamento di acqua. Per quanto riguarda il Sudan, in aggiunta alle preoccupazioni legate all’afflusso di acqua a valle, Khartoum preme per la conclusione di un accordo comprensivo riguardante il coordinamento della diga etiope con le proprie dighe, e, in particolare, la Roseires Dam, situata ad appena 100 km dalla GERD. 

Image Credits: The Economist

Il fallimento della diplomazia multilaterale

La mancanza di un accordo vincolante tra le parti è il vero punto dolente della questione. Infatti, nonostante Egitto e Sudan spingano per la conclusione di un accordo comprensivo che regolarizzi l’utilizzo e la gestione della diga da parte dell’Etiopia, Addis Abeba si dice contraria, sostenendo che la Dichiarazione di Intenti firmata nel 2015 dai tre Stati sia sufficiente. In più, Egitto e Sudan oppongono l’entrata in vigore dell’accordo di Entebbe, un accordo di cooperazione elaborato nell’ambito della Nile Basin Initiative, un partenariato tra tutti i dieci Paesi rivieraschi (Egitto, Sudan, Sud Sudan, Etiopia, Kenya, Uganda, Ruanda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo e Tanzania). In particolare, Sudan ed Egitto criticano fortemente l’accordo, sulla base del fatto che modificherebbe i diritti di utilizzo e la ridistribuzione delle risorse idriche tra i vari Paesi (l’accordo di Entebbe subentrerebbe, infatti, ad un accordo bilaterale tra Egitto e Sudan, che dava al Cairo diritto a 55.5 miliardi di m3 d’acqua l’anno, e a Khartoum 18.3 miliardi di m3).

I molteplici tavoli di mediazione tra Etiopia, Sudan ed Egitto, in cui sono intervenuti, tra gli altri, USA, Banca Mondiale e Unione Africana – l’ultimo dei quali svoltosi a Kinshasa ad aprile 2021 –, si sono sempre rivelati un fallimento. 

Image Credits: Omar Dafallah/Dabanga News

Scenari futuri

La situazione tra i tre Paesi è potenzialmente esplosiva; il controllo delle risorse naturali, in un’epoca caratterizzata da cambiamenti climatici e ricomposizione degli equilibri internazionali, sarà probabilmente centrale negli ultimi anni. Da un lato, l’influenza etiopica nel Corno d’Africa, regione altamente strategica in quanto porta d’accesso al canale di Suez e, di conseguenza, al Mar Mediterraneo, già nelle mire cinesi ed emiratine– basti pensare ai massicci investimenti di Pechino ed Abu Dhabi nei porti di Gibuti, Doraleh e Berbera –, potrebbe ulteriormente aumentare. Dall’altro, sembra ormai cementificata l’alleanza tra Sudan ed Egitto, impegnati, proprio in questi giorni, in congiunte esercitazioni militari (l’operazione “Guardiani del Nilo”, nome emblematico ndr.), che hanno l’obiettivo di “rafforzare le relazioni bilaterali e le strategie comuni al fine di affrontare le minacce alle quali entrambi i Paesi sono sottoposti”. In più, l’emergenza umanitaria in Tigray, con decine di migliaia di cittadini tigrini che si sono rifugiati in Sudan e Sud Sudan, gli sporadici scontri in Darfur – intensificatisi negli ultimi mesi –, che contribuiscono a rendere l’area altamente insicura, e la diatriba di confine tra Sudan ed Etiopia riguardante il triangolo di al-Fashaga, contribuiscono a destabilizzare una situazione già altamente critica. 

Che una “guerra per l’acqua” sia imminente?

(Featured Image Credits: Eduardo Soteras/AFP)

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Angela Venditti 

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Utopia O Il Futuro Del Calcio? Il Progetto Superlega

L’annuncio dell’istituzione della Superlega è stato di certo l’evento che più ha scosso l’ecosistema organizzativo calcistico da qualche decennio a questa parte. La competizione era stata presentata dagli ideatori stessi come la risoluzione a tutti i problemi – principalmente economici – che la pandemia di Coronavirus aveva causato al mondo del calcio. Nella sua concezione originaria, il progetto si sarebbe concretizzato nella creazione di una competizione elitaria in cui venti squadre, appartenenti ai campionati nazionali europei, si sarebbero sfidate durante tutta la stagione sportiva in quello che sarebbe risultato alla fine dei conti un torneo in piena regola. Tale campionato si sarebbe affiancato alle già presenti Champions ed Europa League – le maggiori coppe europee – ma esulando dalla sfera UEFA (Union of European Football Associations ndr.).
La Superlega ha fatto la propria comparsa poco dopo la mezzanotte del 19 aprile scorso, quando, congiuntamente, le dodici squadre fondatrici hanno annunciato il progetto attraverso un comunicato. Tra i grandi promotori figurano Florentino Perez e Andrea Agnelli, rispettivamente chairmen di Real Madrid e Juventus, che avrebbero assunto anche in questo caso ruoli presidenziali. A finanziare la fase iniziale sarebbe stata la JPMorgan Chase, banca d’affari statunitense, che con tre miliardi e mezzo di euro messi sul piatto sembrava davvero poter dare avvio al progetto.


Si parla al passato poiché così come è nata, tra il clamore del mondo sportivo, la Superlega si è spenta, e sono bastate solamente 48 ore per accantonarne la messa in atto. È infatti di qualche giorno successivo la rinuncia dapprima di alcuni club inglesi e successivamente di tutte le società fondatrici, eccezion fatta per Real Madrid, Juventus e Barcellona.

Tutte le squadre fondatrici, l’élite del calcio europeo.
(Image Credits: CalcioMercato.com)

I motivi della Superlega

I dodici club fondatori avevano un chiaro ed indistinguibile obiettivo: risanare i debiti dell’élite europea, cresciuti in maniera esponenziale a causa della situazione emergenziale pandemica. Tra le maggiori fonti di ricavo per le società sportive vi è sicuramente l’incasso al botteghino delle gare disputate e, durante questo anno di pandemia, ciò è venuto totalmente a mancare.
I bilanci languivano e si è provato a mettere una pezza – da dieci miliardi in tre anni ndr.–.
« Il progetto Superlega è stato studiato per aiutare il calcio a uscire dalla crisi – sottolinea il presidente Florentino Perez in un’intervista ai microfoni di As –. Il calcio è gravemente ferito perché la sua economia sta affondando e dobbiamo adattarci ai tempi che stiamo vivendo ». Perez ha poi sottolineato la necessità di adattarsi alle nuove dinamiche: dei quattro miliardi di persone che seguono il calcio circa la metà è tifosa di una delle dodici fondatrici della Superlega e molti seguono soltanto le gare che si svolgono tra top club. Ad esempio, una gara di campionato spagnolo tra il Real Madrid, che milita costantemente nelle prime posizioni, ed una delle ultime della classe genererebbe ricavi tali da non giustificare un investimento in tale competizione e a considerare quest’ultima come marginale. Anche il valore dei diritti TV, stagnante da qualche anno a questa parte, avrebbe subito un rialzo considerevole, con le varie emittenti che avrebbero fatto a gara per assicurarsi la messa in onda di partite di così alto livello.
Una soluzione certamente intrigante, ma le critiche non sono mancate.

La UEFA, i tifosi e il mondo politico: il fronte unito degli oppositori

Aleksander Čeferin, presidente della UEFA (Image Credits: FABRICE COFFRINI/AFP via Getty Images)

È lecito pensare che, se le pressioni che da ogni parte hanno investito il progetto fossero state più contenute, probabilmente a questo punto staremmo parlando del quadro organizzativo della nuova Superlega. Eppure, fin da subito, la UEFA, tramite gli interventi pubblici del proprio presidente Aleksander Čeferin, si è duramente scagliata contro la competizione, minacciando ritorsioni sulla base del proprio statuto. Le principali accuse mosse hanno mirato a sfaldare dalle fondamenta la competizione.
Meritocrazia. È questa la parola d’ordine per tutti gli oppositori.
È giusto proporre un campionato esclusivo per venti squadre, di cui quindici sarebbero fondatrici – quindi partecipanti ad ogni edizione – e solo cinque di esse si alternerebbero ogni anno in base agli inviti esclusivi delle prime?
Lo stesso Čeferin ha annunciato non poche ritorsioni verso le partecipanti e, in seguito ad alcune perizie legali, si è detto certo di poter proporre l’esclusione delle suddette squadre dai campionati nazionali e dalle coppe come la Champions e l’Europa League. È di queste ore l’apertura del procedimento giudiziario ai danni di Juventus, Barcellona e Real Madrid, le uniche tre squadre ancorate al progetto, che porterebbe all’esclusione dalle competizioni europee suddette. Ci si prepara ad una lunga battaglia legale, con le società che sarebbero già ricorse al TAS di Losanna.
La questione non è passata inosservata neanche nel mondo politico: Mario Draghi, Boris Johnson ed Emmanuel Macron hanno fatto fronte comune nel definire tale progetto sbagliato, intempestivo e dannoso. Il tentativo di costruire un sistema che privilegi la casta, che valorizzi i prodotti di alto livello del settore, a scapito di possibili concorrenti di scala minore risulterebbe oltraggioso e creerebbe una spaccatura non indifferente. Il mondo politico europeo ha sempre visto nel calcio uno strumento per avvantaggiarsi economicamente nei confronti di altri colossi mondiali – Stati Uniti, Cina e Russia –, dove tale sport ha volume e cultura notevolmente minore. Tra i club della Superlega, Chelsea, Manchester United, Liverpool, Arsenal, Milan ed Inter hanno proprietà non europee e la creazione di tale competizione avrebbe potuto consistere in uno svantaggio competitivo geopolitico per l’Europa.


Lo sport ha come merito quello di riuscire a valorizzare socialmente e tecnicamente la vita umana e le gesta di coloro che attraverso il lavoro e la dedizione riescono ad ottenere grandi traguardi rappresentano il motivo per cui ci innamoriamo dei protagonisti. I tifosi sono legati alle favole sportive come quella del Leicester di Claudio Ranieri, che da neopromossa nell’anno precedente è riuscita a vincere il titolo inglese nel 2016-17, e non accetteranno mai competizioni basate principalmente sui ritorni economici.
C’è però da dire che da qualche decennio a questa parte la UEFA ha inserito nella propria regolamentazione una serie di accorgimenti a livello economico-finanziario a cui i club devono fare riferimento e che hanno portato le società di calcio a diventare sempre più affini al modello aziendale. Risulta impensabile che in futuro si ritorni ad un calcio in cui le implicazioni economiche si attestino su cifre ben più modeste e, sebbene ora sia stato accantonato, il progetto Superlega ha dato il via ad un’era di rinnovamento delle istituzioni calcistiche: se si concretizzerà o meno in una nuova competizione ci verrà detto col tempo, ma di certo il seme è stato piantato.

(Featured Image Credits: Filippo Monteforte/Agence France-Presse via Getty Images)

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Camillo Cosenza



Nato a Cosenza nel 1999, è un grande appassionato di sport, economia e politica. Frequenta il Corso di Laurea triennale in Ingegneria Gestionale all’Università della Calabria. Ama anche la storia e la filosofia, passioni nate durante il periodo liceale. View more articles

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L’Italia Tra I Primi Paesi Per Dispersione Scolastica: La Situazione Prima E Dopo Il Virus

La mancanza di contatti sociali, di continuità e certezza, data dalle periodiche aperture e chiusure delle scuole, e la non trascurabile difficoltà per gli studenti di seguire le lezioni online: queste le cause che nell’ultimo periodo hanno condotto ad un aumento progressivo del tasso di dispersione scolastica sul territorio nazionale. D’altra parte, non lo si può definire neppure un problema del tutto nuovo. Già all’inizio del 2019, infatti, si era registrato che la percentuale di giovani che aveva abbandonato la scuola, nella fascia di età compresa tra i 18 e i 24 anni, corrispondeva al 13,5%.

È sicuramente indubbio che la dispersione scolastica rappresenti un fenomeno che l’Italia cerca di contrastare da tempo. Basti in questa sede rimandare al parametro di riferimento previsto dall’Unione Europea per il 2020 e di gran lunga superato dall’Italia: il 10%. Non c’è da stupirsi, quindi, se, come ha rilevato uno studio ISTAT del 2019, “l’Italia è ancora agli ultimi posti in Europa per numero di laureati, tasso di abbandono e competenze”.

Cos’è la dispersione scolastica?

La dispersione scolastica rappresenta una questione molto complessa. Potremmo definirla come quel complesso di fenomeni aventi ad oggetto la mancata o irregolare fruizione dei servizi dell’istruzione. Questa, quindi, non fa solo ed esclusivamente riferimento al dato dell’abbandono – per quanto preoccupante sia – ma racchiude in sé l’ampio assenteismo, la frequenza passiva, le ripetenze, le difficoltà di apprendimento etc. Delinea un sistema – quello dell’istruzione – che, da un lato, necessita di un intervento tempestivo, e che, dall’altro, rispecchia da anni le difficoltà della società italiana al raggiungimento della parità delle opportunità.

La dispersione scolastica si presta, infatti, ad essere un indicatore fedele rispetto alle disparità presenti nel nostro territorio. Ne è un esempio la grande differenza dei dati tra il Mezzogiorno ed il Nord Italia. Secondo un’inchiesta condotta dalla Comunità di Sant’Egidio, “il rischio di dispersione è 3 volte più alto nelle regioni del Centro-Sud rispetto al Nord della penisola”. Più precisamente in Sicilia ed in Campania si registra un tasso di abbandono tra il 4% ed il 5%, in Sardegna, invece, anche maggiore del 5%.

Ancora, il fenomeno si differenzia tra alunni stranieri e nativi. Nel 2020, si è registrato che l’Italia ha la più alta percentuale di ragazzi di cittadinanza straniera che abbandonano gli studi (36.5%). A ben vedere, anche questo non è un fenomeno nuovo, se si tiene conto del fatto che il tasso non è mai sceso al di sotto del 30% negli ultimi 10 anni.

Parlare in percentuale forse non è funzionale a far capire la gravità del problema. Comprendere però le radici dello stesso può sicuramente sensibilizzare una comunità che, ad oggi, appare indifferente in materia. I dati – che piaccia o no – delineano una forte disuguaglianza sociale. Appare evidente come le difficoltà di apprendimento e l’allontanamento progressivo dalle classi siano molto più frequenti tra ragazzi aventi un background familiare svantaggiato, che vivono in località degradate (per lo più periferie urbane), o che, semplicemente per le disparità culturali, nutrono una forte incertezza riguardo le prospettive occupazionali in futuro. Senza contare le differenze di genere: i maschi sono più colpiti dal fenomeno rispetto alle femmine.

La situazione dopo la diffusione del Coronavirus

L’evasione dalle scuole, quindi, c’è sempre stata. Con la diffusione del Covid-19, si sono evidenziate ancor di più le cause e gli effetti, soprattutto nei confronti degli alunni delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Infatti, che la pandemia abbia e continui ad avere effetti preoccupanti su tutti, grandi o piccoli, è un dato di fatto. I bambini e gli alunni a cui si fa riferimento, però, sembrano essere i soggetti più esposti, specialmente considerando l’impatto che la dispersione scolastica potrà avere sul loro futuro. La Comunità di Sant’Egidio ha certificato che, alla ripartenza scolastica del secondo anno in pandemia (settembre 2020), il 4% dei bambini non è ritornato a scuola. Per capirci meglio, 160.000 alunni su 4 milioni, affiancando a ciò l’alto numero delle assenze accumulate (20%).

Il mutamento delle modalità di erogazione dell’istruzione ha costituito la prima soluzione per affrontare il virus. La DAD (Didattica A Distanza) ha rappresentato, da un lato, un grosso ostacolo ai fini dell’apprendimento, dall’altro, addirittura ai fini della frequenza.

Vediamo il primo profilo. Seppur vista come unica modalità possibile, la DAD ha aumentato in modo esponenziale il margine di distrazione per gli alunni. Si pensi, prima di tutto, all’ambiente in cui questa viene attuata: nella maggior parte dei casi si tratta di abitazioni. Per alcuni potrebbe non essere stimolante, ed, anzi, potrebbe rappresentare motivo di ozio. Si pensi, ancora, alla mancanza di contatto diretto da parte degli insegnanti. Non si vuole qui discutere l’impossibilità di insegnare, quanto la difficoltà nell’apprendere attraverso un sistema che non consente, tra le altre cose, un controllo diretto. Ovviamente più l’età degli alunni è minore, più tale problema si acuisce. Per quanto attiene, invece, al secondo profilo, i casi di mancata frequenza e di abbandono sono strettamente connessi alla mancanza di strumenti idonei per la didattica a distanza. La pandemia, quindi, ha esasperato ancor di più il dato delle disuguaglianze: si viene a creare, così, una grande divergenza tra le famiglie che sono riuscite a far fronte all’interruzione della scuola in presenza, adeguandosi agli strumenti telematici, e famiglie che invece, dotate di scarsi mezzi economici, hanno fallito.

Il Dottor Stefano Orlando, facente parte dell’inchiesta portata avanti dalla Comunità di Sant’Egidio, in un’intervista con Orizzontescuola.it, ha affermato: “ [..] in Italia già prima della pandemia avevamo un tasso di abbandono scolastico del 13%, anche se il trend era in discesa negli ultimi anni grazie al lavoro che si era svolto. Quello che però ci preoccupa è che la pandemia rischia di invertire questa tendenza e che ci sia poca attenzione a questo tema che necessita di rispondere e di azioni concrete […]”. Il dato più preoccupante rimane quello dell’indifferenza ad un problema che è insito nelle radici culturali del Paese. Problema che c’è sempre stato, certo, ma che oggi rischia di sacrificare un’intera futura classe di lavoratori, padri, madri che, per cause a loro esterne, sono condannati ad avere minori opportunità. La battaglia contro i motivi socio-economici e la ormai perpetuata disuguaglianza sociale, alla base di tale fenomeno, devono rientrare nell’interesse di tutti.

Non esiste, in una società moderna come la nostra, la differenza tra affare proprio e affare di altri, soprattutto nei riguardi di un tema concreto come quello della dispersione scolastica, che rischia di diffondere nel nostro sistema un alto tasso di povertà ed esclusione sociale.

(Featured Image Credits: Istock)

Enrica Cucunato

Nata nel 1999 a Cosenza, appassionata di cronaca giudiziaria, giornalismo d’inchiesta e politica estera. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Alma Mater Studiorum a Bologna. Durante la sua formazione universitaria ha avuto l’opportunità di seguire corsi presso la Gazzetta di Bologna. Nel 2015 ha viaggiato negli Stati Uniti, dove ha potuto approfondire, presso la New York University, quelle che sono due delle sue passioni più grandi: la danza e l’inglese. Appassionata di libri riguardanti lo studio delle criminalità organizzate e le più grandi inchieste giudiziarie, i suoi interessi riguardano anche la lettera e il cinema. View more articles

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La Spagna Chiude Al Marocco: Il Confine Caldo Di Ceuta

Tra l’iniziale negligenza delle forze dell’ordine di Rabat e il pugno duro della Spagna di Sanchez, lo scorso lunedì migliaia di migranti sono giunti a Ceuta, una delle due enclavi spagnole in Nord Africa insieme a Melilla. Anche quest’ultima è stata successivamente raggiunta da circa 85 persone provenienti dal Marocco. Non si è fatta attendere la rigorosa risposta della Spagna, che ha provveduto al rimpatrio di gran parte dei migranti. La gestione di queste frontiere “calde” del Nord Africa è quindi diventata per l’Europa un nuovo nodo della questione migratoria.

La crisi migratoria e la risposta spagnola

Tra il 16 e il 17 maggio oltre ottomila migranti hanno raggiunto Ceuta via mare, a nuoto o con barche, o via terra, riuscendo a oltrepassare facilmente le barriere di separazione grazie a un varco lasciato aperto dalle forze marocchine di frontiera.

Image Credits: ANSA

Di fronte a questa crisi migratoria, descritta da El País come la più grande dall’inizio del mandato del Primo Ministro spagnolo Sanchez, quest’ultimo ha adottato un approccio particolarmente rigido. Il leader socialista ha infatti riferito in Parlamento di aver fatto rimpatriare più di 4.800 cittadini marocchini entrati illegalmente in territorio spagnolo e di aver dispiegato più forze militari a Ceuta. Il Primo Ministro ha poi aggiunto di essere determinato a «difendere l’integrità territoriale, la pace, la sicurezza e i confini [del Paese]», sottolineando che «il confine con Ceuta rappresenta non solo il confine tra Spagna e Marocco, ma anche un confine europeo».

Le tensioni Spagna-Marocco

La pressione diplomatica esercitata dalla Spagna – e dall’UE – sul Marocco e l’iniziale mancanza di controlli delle forze frontaliere marocchine inaspriscono le tensioni fra i due Paesi, che, tuttavia, sembrano avere radici più profonde. La frattura risalirebbe, in particolare, alla decisione della Spagna di offrire assistenza medica a Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, movimento politico che si batte per il diritto all’autodeterminazione e l’indipendenza del Sahara Occidentale, territorio conteso con Rabat. Da aggiungere a questo motivo di tensione anche la contesa sovranità territoriale sulle stesse Ceuta e Melilla, la cui origine spagnola risale tuttavia a ben prima dell’indipendenza del Marocco del 1956. Infine, nell’iniziale negligenza delle forze marocchine al confine vi potrebbe essere, secondo alcuni giornali spagnoli, un tentativo di fare leva su Madrid per ricevere più denaro in cambio di cooperazione nella gestione della questione migratoria, secondo quanto sancito in un accordo fra i due Paesi.

Image Credits: LIMES/Carta di Laura Canali

La posizione dell’UE

È evidente che, come sottolineato dallo stesso Sanchez, la crisi di Ceuta non sia solo una preoccupazione spagnola, ma europea. A tal proposito, le dichiarazioni di Bruxelles sembrano chiare. L’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Josep Borrell, e la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno manifestato la solidarietà e il sostegno dell’UE nei confronti di Ceuta e della Spagna. Più incisive le affermazioni della vice Presidente della Commissione, Margaritis Schinas, che ha dichiarato: «L’Europa non si lascerà intimidire da nessuno sulla questione della migrazione. L’Europa non cederà al ricatto dei paesi che strumentalizzano la migrazione».

Se è evidente, dunque, che la vicenda di Ceuta abbia di nuovo gettato luce sul tema dell’immigrazione, vi è per il momento solo la speranza che la questione entri concretamente e seriamente nell’agenda europea.

Image Credits: JAVIER BAULUZ

About the Author 

Valeria Pia Soricelli


Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

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La Sfida di Sheikh Jarrah: Un Conflitto Senza Scrupoli

La celebrazione del Ramadan è storicamente un momento di tensione in Israele, ma quest’anno è stato segnato da un particolare dramma. Nel corso dell’ultima settimana, il mondo ha assistito al divampare delle tensioni in Israele, mentre famiglie palestinesi venivano sfrattate dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est. Questa espulsione forzata dalle loro case è culminata in un attacco alla moschea al-Aqsa, uno dei luoghi più sacri per i fedeli musulmani. All’inizio della scorsa settimana, Hamas, il partito politico palestinese – considerato organizzazione terroristica da molti Stati occidentali, USA in primis – che de facto controlla la maggior parte della Striscia di Gaza, ha reagito lanciando oltre 1.500 razzi contro Israele come rappresaglia. Anche se la loro risposta dovrebbe essere condannata, questo conflitto non è di certo iniziato con il lancio di razzi di qualche giorno fa; piuttosto, è il risultato di un più complesso e profondo conflitto.

Anche se la regione non è nuova a queste tensioni, la dura risposta israeliana di questa settimana ha eclissato qualsiasi cosa vista negli ultimi anni, con l’eccezione dell’operazione “Margine protettivo”, portata avanti da Israele nel 2014 proprio contro Hamas e gli altri gruppi paramilitari attivi nella Striscia (come il Jihad Islamico). Le violenze degli ultimi giorni hanno mostrato al mondo un’asimmetria di potere tra lo Stato più militarizzato e più forte del Medio Oriente e una popolazione apolide caratterizzata da alti livelli di povertà e vittima di apartheid. L’espulsione dei palestinesi dai loro territori da parte del Governo israeliano è iniziata con l’occupazione della Cisgiordania nel 1967: un’espropriazione basata su una visione a lungo termine di espansione coloniale. Lo si vede chiaramente nello sviluppo incessante di insediamenti illegali e nella demolizione delle case palestinesi. Sia la ONG Human Rights Watch che l’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din hanno condannato le azioni del Governo, affermando che le autorità israeliane si sono macchiate di crimini contro l’umanità contro le comunità palestinesi della Cisgiordania, facendo riferimento, in particolare, al crimine di apartheid.

L’approvazione della legge sullo Stato-nazione del 2018, che definisce Israele “Stato-nazione del popolo ebraico”, e che è stata considerata dagli esperti un simbolo inequivocabile dell’apartheid portata avanti da Israele ai danni dei palestinesi, ha comportato l’esclusione degli arabi israeliani e dei palestinesi da pari protezione, diritti e privilegi in Israele. Con questa legge l’arabo ha perso il suo posto come lingua ufficiale e ha invece ottenuto uno “statuto speciale”; la creazione di insediamenti ebraici è riconosciuta come valore nazionale; ed “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale è unico per il popolo ebraico”.

In termini inequivocabili, questa legge relega gli arabi israeliani a uno status di cittadini di seconda classe. In più, i palestinesi che vivono a Gerusalemme Est non possono votare alle elezioni nazionali, ed i palestinesi che vivono in Cisgiordania e Gaza sono essenzialmente governati da un organismo presso il quale non hanno alcun diritto elettorale.

È in questo contesto che possiamo iniziare a considerare la situazione attuale come una lotta tra i potenti e gli impotenti. Anche se in nessun modo Hamas dovrebbe essere visto come un organismo benevolo, è ugualmente irresponsabile accettare le barbarie del Governo di Netanyahu. Dopo una settimana di violenze, il Presidente USA Joe Biden ha chiesto un cessate il fuoco immediato, ma la sua risposta è stata debole. Dato che gli Stati Uniti forniscono a Israele quasi 4 miliardi di dollari all’anno in aiuti militari, Biden ha la capacità (e l’obbligo ndr.) di parlare contro le azioni del Governo Netanyahu, eppure, finora, ha mostrato riluttanza a farlo.

La sua posizione è tutt’altro che uniforme, così come non lo è nel suo stesso partito. Infatti, il violento riemergere della questione israelo-palestinese ha messo in luce le divisioni tra Biden e membri progressisti del Congresso come AOC, Rashida Tlaib e Cori Bush, che hanno preso una posizione netta in difesa il popolo palestinese twittando: “gli Stati di apartheid non sono democrazie”. Per Tlaib, l’unico membro palestinese del Congresso, questa è una questione personale e, in un discorso in Aula, ha sottolineato il ruolo degli Stati Uniti nel conflitto in corso: “finché il messaggio da Washington è che il nostro sostegno militare a Israele è incondizionato, il governo estremista di destra di Netanyahu continuerà ad espandere gli insediamenti, continuerà a demolire case e continuerà a rendere impossibili le prospettive di pace”.

Tuttavia, la questione va oltre gli aiuti statunitensi a Israele, e riguarda anche il modo in cui i principali organi di informazione elaborano intenzionalmente il loro linguaggio per scagionare una parte e incolpare l’altra. Nella migliore delle ipotesi il messaggio trasmesso è parziale, nel peggiore dei casi fornisce una giustificazione per l’annessione israeliana. La ripetuta e stantia fusione tra antisemitismo e antisionismo ha, per molto tempo, offuscato qualsiasi dialogo genuino sull’argomento. Ma, grazie allo sviluppo dei social media, c’è una reportistica più diffusa – ed equilibrata. Piattaforme come Twitter sono state fondamentali nell’aiutare il mondo occidentale a guardare a questa lotta attraverso una nuova lente. In effetti, in tutto il mondo sono scoppiate proteste a sostegno del popolo palestinese.

La visione del conflitto è cambiata, e con quella, anche l’opinione pubblica.

Nessuno, in buona fede, sosterrà che Israele non ha il diritto di difendersi da minacce legittime. Ma inquadrare l’attuale conflitto come un attacco a Israele è falso e pericoloso. Sostenere questa narrativa non fa altro che legittimare il governo estremista di Netanyahu e le sue politiche espansionistiche illegali. Non condannare il suo Governo oppressivo equivale ad un abbandono della salvaguardia dei vulnerabili e della protezione degli esseri umani – sia ebrei che palestinesi – poiché il vero costo di questo conflitto è conteggiato nell’insensata perdita di vite umane, per lo più di civili.

Non ci può essere speranza per la pace, l’uguaglianza o un futuro in uno Stato in cui ci sono una serie di privilegi per alcuni, ma non per altri. Forse questo può essere un momento determinante per Biden nel dare forma a una nuova politica estera progressista. Dopotutto, se Biden vuole mantenere la promessa della sua campagna di salvaguardia dei diritti umani, allora la sua voce è fondamentale per ridurre le tensioni, difendendo gli emarginati e gli oppressi e condannando il governo Netanyahu.

(Featured Image Credits: Middel East Eye)

About the Author

Matthew Santucci

Nato in Connecticut nel 1995, ha vissuto gran parte della sua vita tra Stati Uniti ed Italia. Passato il primo anno triennale a Firenze, si è laureato in storia alla Fordham University, New York City. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionale presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto due prestigiosi tirocini presso l’ufficio del Procuratore Generale del Connecticut e presso la Corte d’Appello del secondo circuito della città di New York per approfondire le dinamiche del sistema legale americano. E’ un appassionato di politica estera statunitense e delle sue dinamiche elettorali, di economia e del processo legislativo europeo.
Tra le sue passioni spiccano canottaggio agonistico, vogando sia per la squadra universitaria della Fordham sia per l’attuale squadra della LUISS, fotografia ed architettura.

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Le Olimpiadi Ai Tempi Del Covid

Sono trascorsi 127 anni da quando, nella settimana compresa tra il 16 e il 23 giugno del 1894, si riunì il Congrès International Athlétique all’università Sorbona di Parigi, con l’obiettivo di organizzare i giochi olimpici di Atene del 1896, i primi dell’epoca moderna. Da quel momento in poi lo sport mondiale subì una svolta radicale: il primo passo fu la creazione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), nato come organizzazione non governativa senza scopo di lucro che potesse fungere da organo supremo dello sport a livello globale.

Nel corso della 125esima sessione del suddetto Comitato Olimpico, svoltasi a Buenos Aires il 7 settembre 2013, Tokyo ha avuto la meglio su Istanbul e Madrid ottenendo l’assegnazione dei Giochi della XXXII Olimpiade. Attraverso un piano di ammodernamento degli impianti già utilizzati nel corso dei Giochi del 1964 e nuovi investimenti infrastrutturali, tra cui un piano da 400 miliardi di yen (circa 2,7 miliardi di euro) del governo metropolitano di Tokyo, il Giappone ha avviato nel migliore dei modi il percorso verso la cerimonia inaugurale prevista per il 24 luglio 2020. Tuttavia, all’alba dell’anno del grande evento, la notizia di un male invisibile e imprevisto ha iniziato a propagarsi e, con essa, la sua diffusione. Già a gennaio, il Paese del Sol levante aveva fatto registrare i primi casi di contagio della nuova malattia. Immediate le rassicurazioni: “i giochi si faranno” il coro unanime di CIO e comitato organizzatore. Nonostante la ferrea volontà di proseguire, la pandemia si è diffusa a una velocità incontrollabile provocando la sospensione o il rinvio di tutte le competizioni sportive di carattere nazionale ed internazionale.

Le Olimpiadi non hanno fatto eccezione e con un comunicato congiunto dal sapore di resa, emanato il 24 marzo 2020, comitato organizzatore e CIO hanno deciso di rinviare i Giochi all’estate 2021, ufficializzando le nuove date sei giorni dopo. Il Presidente del CIO, Thomas Bach, si esprimeva così alla vigilia della giornata inaugurale originariamente programmata: “questi Giochi Olimpici di Tokyo dovranno essere e saranno la luce alla fine del tunnel in cui si trova l’umanità in questo momento”. Dai vaccini la nuova speranza e la convinzione che le parole di Bach possano trovare terreno fertile per sbocciare in riscontri concreti. La notizia del recente accordo tra CIO e le case farmaceutiche Pfizer & BioNtech per la distribuzione, attraverso il coordinamento dei NOC (Comitati Olimpici Nazionali), e somministrazione dei vaccini a tutti gli atleti che prenderanno parte alle Olimpiadi, costituisce solo la più logica evoluzione del tumultuoso percorso di avvicinamento.

Oltre a ciò, il Giappone ha deciso, già da qualche tempo, di impedire l’ingresso nel Paese a tutti i cittadini stranieri, per tentare di garantire il regolare svolgimento dell’evento e per cercare di salvaguardare la salute pubblica impedendo il dilagare delle nuove varianti del virus.

Sakoku” è il termine giapponese per indicare la politica di isolazionismo che lo shogunato di Tokugawa ha imposto al paese dal 1641 al 1853 in un’ottica di difesa culturale. La pandemia del nuovo coronavirus ha riportato il Paese a uno stato di isolamento accantonato quasi due secoli fa, nonostante gli eccellenti risultati finora ottenuti in termini di contenimento della diffusione, grazie a una rigida disciplina e un sistema di tracciamento efficace e capillare. I casi rilevati, infatti, sono poco più di 600.000, con un tasso di contagio rispetto alla popolazione inferiore allo 0,5%, mentre i decessi accertati sono “appena” 10.500 con un tasso di letalità dell’1,7%, sebbene il Paese abbia la popolazione più anziana del mondo. Nonostante i numeri contenuti, il sistema ospedaliero giapponese è sotto pressione e il premier Yoshihide Suga ha deciso di prorogare lo stato di emergenza fino al 31 maggio a Tokyo e nei dipartimenti di Osaka, Kyoto e Hyogo, oltre che nelle prefetture di Aichi e Fukuoka. Il regolare svolgimento dei Giochi non sembra essere a rischio, anche se non mancano forti elementi di preoccupazione: dalla lentezza della campagna di vaccinazione nel Paese all’arrivo di oltre diecimila persone tra atleti e delegazioni di oltre duecento paesi. Una petizione online dal titolo “annullare le Olimpiadi di Tokyo per proteggere le nostre vite” ha già raccolto oltre 210.000 firme e il 72% dei giapponesi si è dichiarato favorevole ad un’ulteriore rinvio della manifestazione, strada tuttavia impercorribile secondo il CIO. Il Comitato, infatti, si era pronunciato a favore di un rinvio, a patto che lo slittamento non superasse l’estate 2021. La sensazione dunque è che i Giochi, nonostante malumori, perplessità e preoccupazioni, si terranno, nella speranza che possano rappresentare “la luce alla fine del tunnel in cui si trova l’umanità”.

(Featured Image Credits: Ansa.it)

About the Author

Alessandro Cinque

Nato a Roma nel 1996, sono un grande appassionato di materie storico-politiche oltre che amante dello sport. Per questa ragione ho deciso di iscrivermi al Master in Sport Management presso la 24Ore Business School. Ho trascorso i cinque anni della mia carriera universitaria presso la Luiss “Guido Carli” dove ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e la laurea magistrale in Governo e Politiche – Istituzioni e Politiche. Nel 2020 ho iniziato a lavorare come “Customer Service Assistant” tirocinante presso una società di servizi informatici di Roma la quale ha successivamente deciso di inserirmi a tempo pieno nell’organico aziendale.

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L’Italia Tra Il Diritto E Il Dovere Di Mangiare Bene

Circa un mese e mezzo fa, in una conferenza stampa digitale indetta da ISPI, l’allora novello segretario del Partito Democratico Enrico Letta discuteva delle possibilità di trasformare il NextGenerationEU (denominazione tecnica del più noto Recovery Fund) in uno strumento di bilancio permanente dell’Unione, individuando nel perseguimento di una tale battaglia gli estremi per una rinascita diplomatica del Belpaese in seno ai Consigli comunitari. Posizione coraggiosa che trova un non troppo velato appoggio negli indirizzi espressi da alcune delle più autorevoli figure della cornice istituzionale unitaria (primi fra tutti la presidente della BCE Christine Lagarde e il Commissario per gli affari economici e monetari Paolo Gentiloni), ma al contempo osteggiata da quelle componenti nazionali il cui vaglio rimane ineludibile ed essenziale alla conclusione del processo di ratifica di qualunque regolamentazione europea (con riferimento alle riserve espresse dalla Bundesverfassungsgericht nelle considerazioni di chiusura alla sentenza con cui respingeva il ricorso dell’ Alternative for Deutschland, intenta quest’ultima ad impugnare il Regolamento UE 2021/241 per incompatibilità con gli artt. 310 e 311 del TFUE).

Ma mentre il Covid-19 e tutte le sue esternalità sembravano aver monopolizzato il dibattito pubblico nazionale come quello deliberativo sovranazionale, altre e più collaterali misure sopravvivevano silenziose agli ordini del giorno fino a guadagnare efficacia di legge. Se negli ultimi mesi, difatti, l’Europa ci aveva riforniti di quotidiani spunti per le accorate discussioni d’accompagnamento ai pasti, ora sembra essere passata direttamente a suggerirci i cibi coi quali saziarci tra una parola e l’altra.

“SEMAFORO ROSSO: VAI; SEMAFORO GIALLO: TIENI; SEMAFORO VERDE: NO. (CONFUCIO)”

Quando meno te l’aspetti, le vecchie glorie dell’umorismo made in Italy ricevono nuova linfa e conquistano l’attualità. A preambolo delle più recenti e discusse evoluzioni legali in ambito culinario, nell’ormai lontano 30 aprile 2019, una decisione della Commissione Europea ha elevato la spiritosa citazione in titolo (passaggio fondamentale nella poetica degli Squallor) a involontaria e provvidenziale didascalia dell’ultimo ritrovato scientifico transalpino in fatto di etichettatura alimentare. La canonizzazione del c.d. “Nutri-Score”, alias il sistema di punteggio a doppia scala (cromatica e alfabetica, entrambe con un range di 5 livelli) per una più immediata identificazione dei valori nutrizionali dei prodotti commercializzati, passava così da iniziativa popolare ad interesse dell’Unione (in attuazione delle norme a difesa degli interessi del consumatore previste nell’art. 114 del TFUE e nelle disposizioni derivative del Regolamento (FIC) UE 1169/2011).

A scaldare ancora oggi gli animi del panorama politico – e produttivo – internazionale non è tanto il brevetto francese in sé (figlio delle laboriose menti dell’Équipe de Recherche en Epidémiologie Nutritionnelle) quanto la sua base scientifica (mutuata dalle tabelle nutrizionali dell’anglosassone Food Standard Agency) a dir poco incompatibile con le clausole di fondatezza e non-discriminazione previste all’articolo 35 del già citato Regolamento FIC: discriminatorio e riduttivo, il giudizio aprioristicamente negativo dell’algoritmo riservato agli ingredienti più genericamente grassi, zuccherini e salini contenuti nei cibi più naturali (a loro volta inscritti nelle diete tradizionalmente più sane e variegate) produce paradossi come una diet-coke a firma PepsiCo (povera di zuccheri, ricca di antiruggine; NdR) con valutazione (verde) più alta di quella dell’extravergine d’oliva (rossa). Un inconfondibile affronto al buon gusto capace di unire in un solo coro (più di quanto non riesca un governo di unità nazionale, a quanto pare) il leghista Salvini, il democratico Bonaccini e il pentastellato Speranza, affiancati dalla voce più indipendente del presidente della Coldiretti Ettore Prandini. Proprio quest’ultimo, in una conferenza stampa indetta dal Consiglio nazionale della sopraccitata associazione (con la partecipazione del ministero delle Politiche Agricole e Forestali), sottolineava l’importanza strategica del settore agroalimentare, responsabile del 16% del PIL nazionale nonché di un valore d’esportazione pari a 46 MLD al netto della crisi commerciale innescata dalla Pandemia.

A tutela del suddetto interesse rimarrebbe, ovviamente, il principio di volontarietà e non-obbligatorietà cui è sottoposta l’adozione di simili indicatori… ma si tratta di un principio debole ed evidentemente prossimo all’abrogazione. Sebbene il già citato Regolamento FIC (di nuovo all’art. 35) definisca gli indicatori ideografici (quali sono le lettere cromatiche del “Nutri-Score”) come semplicemente integrativi delle convenzionali etichette di testo, la Commissione Europea a trazione tedesca (correntemente con quanto deliberato dal Governo federale nei suoi confini) auspica il raggiungimento di una miglior armonizzazione delle politiche nazionali in materia di trasparenza nutrizionale entro il 2022. In tal senso, è indicativo come, nella medesima giornata del 20 maggio 2020, l’organo esecutivo dell’Unione abbia presentato le sue due principali strategie (nella cornice del Green Deal), la EU Biodiversity Strategy for 2030 e la Farm to Fork Strategy, allegando alla seconda un solo report incentrato proprio sugli argomenti trattati al punto 2.4 del testo principale: the use of additional forms of expression and presentation of the nutrition declaration, le etichette integrative appunto.

“MA ALLORA ERA MEGLIO QUANDO C’ERANO GLI SQUALLOR?”

Se da un lato preoccupa una legislazione poco attenta delle esigenze dei paesi del Sud (come l’Italia, la Grecia e gli Iberici, responsabili dell’80% della produzione mondiale di olio d’oliva) e non solo (se si pensa alla Germania e alla Francia, autrici e promotrici delle discutibili etichette eppure principali produttori di formaggi nel continente), dall’altro spaventa il graduale deterioramento della cultura europea piegata ad un eccesso di contaminazione delle sue migliori cucine.

È di qualche giorno fa, infatti, la notizia dei 3 MLD di investimenti europei nella produzione di insetti edibili. Fatto che non dovrebbe scuotere per ragioni di sicurezza (volendo, come sempre, confidare nella piena applicazione delle regole igieniche in vigore dal 2004), quanto per motivi di convenienza economica. Passata la prima fase di ammissione nella lista dei Novel Foods prevista dal Regolamento UE 2283/2015, periodicamente aggiornata dalla Commissione (coadiuvata dall’EFSA nella disamina di ammissibilità della pietanza sottoposta alla sua attenzione), è necessario interrogarsi su quelli che saranno i risvolti finanziari e strategici di una tale apertura al mercato dell’entomofagia.

Ad esempio: la vitalità ridotta dell’insetto, e quindi la maggior velocità dei cicli di allevamento e lavorazione, saranno variabili in grado di compensare il potenziale aumento della domanda insito nella trasformazione di un alimento da feed a food? La produzione intensiva di insetti da allevamento garantirà dimensioni degli esemplari confacenti ai livelli di distribuzione e consumo attesi? Una produzione intensiva così configurata garantirà veramente dei margini di ecologismo superiori a quelli già concessi dagli allevamenti delle fonti proteiche più tradizionali? I mercati asiatici, africani e sudamericani (in cui si concentra la gran parte dei consumatori di insetti edibili) saranno per noi prede (acquirenti dei nostri prodotti, più sicuri ma più costosi) o predatori (erogatori regolari di capitale e know-how essenziale a recuperare il divario produttivo coi loro mercati già avviati e specializzati)? E soprattutto, come illustrato in un report del 2018, l’appetibilità culturale del prodotto finale spingerà il pubblico europeo ad un consumo sostanzioso abbastanza da recuperare l’investimento iniziale in tempi ragionevoli?

CUI PRODEST?

Tralasciando l’indecifrabile convenienza di questa bizzarra regolamentazione bifronte (ostile verso la produzione consolidata e più proficua, eppure aperta ad una novità potenzialmente sterile), un’ultima riflessione va alle bevande. E fra le tante, proprio il “succo d’uva” (o l’“ambasciatore per eccellenza del made in Italy”, parafrasando l’eurodeputato De Castro) merita la sua postilla – e forse la nostra compassione –, bersagliato com’è dalle minacce di de-alcolizzazione funzionale all’allargamento del mercato analcolico (una cessione di identità necessaria alla creazione e successiva capitalizzazione della domanda araba). Sospesi nell’indecisione tra una battuta sulle nozze di Cana e una sulla grotta di Polifemo, può passare inosservato il pungente e assolutamente incidentale british humour dei vecchi comunicati della Commissione: uno in particolare, datato 23 ottobre 2017, si intitolava “How to avoid putting water in your wine”, e illustrava i metodi di “contrasto alla contraffazione dei prodotti agricoli” in un’ottica di “preservazione della sua qualità e autenticità”.

“Cui prodest?” non è tanto il quesito da rivolgere alle istituzioni europee ogni qual volta si macchino di una proposta poco ragionata – almeno all’apparenza –, bensì una riflessione a cui gli italiani dovrebbero dedicare maggior spazio. Quale la convenienza di voler prendere parola al tavolo dei giganti, dove le decisioni vengono prese da consigli intergovernativi su cui non esercitiamo alcun peso, o da corti costituzionali su cui non possediamo alcuna giurisdizione? Che non sia questa l’occasione per ridimensionare le nostre pretese, mirare ad obiettivi un pizzico più contenuti nella portata ma per questo più vicini allo spirito del popolo e alle esigenze dei produttori (italiani e non) che più di tutti stanno uscendo sconfitti dalla pandemia, e gradirebbero magari non aggiungere qualche beffa al già insostenibile torto della “contingenza” (ormai sinonimo eufemistico per “Cina”)?

L’Europa è un’unione di culture. L’Italia non ha molto da insegnare o imporre ai politici d’Oltralpe – questo è indubbio –, ma è nel suo interesse ridefinire i contorni della sua proiezione culturale in base alle sue possibilità reali. Nel più stereotipato abbinamento di pasta e vino si celano, quasi ingombranti, gli spunti di quell’auspicato risveglio diplomatico.

(Featured Image Credits: Italia Olivicola)

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Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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