L’Italia Tra Il Diritto E Il Dovere Di Mangiare Bene

Circa un mese e mezzo fa, in una conferenza stampa digitale indetta da ISPI, l’allora novello segretario del Partito Democratico Enrico Letta discuteva delle possibilità di trasformare il NextGenerationEU (denominazione tecnica del più noto Recovery Fund) in uno strumento di bilancio permanente dell’Unione, individuando nel perseguimento di una tale battaglia gli estremi per una rinascita diplomatica del Belpaese in seno ai Consigli comunitari. Posizione coraggiosa che trova un non troppo velato appoggio negli indirizzi espressi da alcune delle più autorevoli figure della cornice istituzionale unitaria (primi fra tutti la presidente della BCE Christine Lagarde e il Commissario per gli affari economici e monetari Paolo Gentiloni), ma al contempo osteggiata da quelle componenti nazionali il cui vaglio rimane ineludibile ed essenziale alla conclusione del processo di ratifica di qualunque regolamentazione europea (con riferimento alle riserve espresse dalla Bundesverfassungsgericht nelle considerazioni di chiusura alla sentenza con cui respingeva il ricorso dell’ Alternative for Deutschland, intenta quest’ultima ad impugnare il Regolamento UE 2021/241 per incompatibilità con gli artt. 310 e 311 del TFUE).

Ma mentre il Covid-19 e tutte le sue esternalità sembravano aver monopolizzato il dibattito pubblico nazionale come quello deliberativo sovranazionale, altre e più collaterali misure sopravvivevano silenziose agli ordini del giorno fino a guadagnare efficacia di legge. Se negli ultimi mesi, difatti, l’Europa ci aveva riforniti di quotidiani spunti per le accorate discussioni d’accompagnamento ai pasti, ora sembra essere passata direttamente a suggerirci i cibi coi quali saziarci tra una parola e l’altra.

“SEMAFORO ROSSO: VAI; SEMAFORO GIALLO: TIENI; SEMAFORO VERDE: NO. (CONFUCIO)”

Quando meno te l’aspetti, le vecchie glorie dell’umorismo made in Italy ricevono nuova linfa e conquistano l’attualità. A preambolo delle più recenti e discusse evoluzioni legali in ambito culinario, nell’ormai lontano 30 aprile 2019, una decisione della Commissione Europea ha elevato la spiritosa citazione in titolo (passaggio fondamentale nella poetica degli Squallor) a involontaria e provvidenziale didascalia dell’ultimo ritrovato scientifico transalpino in fatto di etichettatura alimentare. La canonizzazione del c.d. “Nutri-Score”, alias il sistema di punteggio a doppia scala (cromatica e alfabetica, entrambe con un range di 5 livelli) per una più immediata identificazione dei valori nutrizionali dei prodotti commercializzati, passava così da iniziativa popolare ad interesse dell’Unione (in attuazione delle norme a difesa degli interessi del consumatore previste nell’art. 114 del TFUE e nelle disposizioni derivative del Regolamento (FIC) UE 1169/2011).

A scaldare ancora oggi gli animi del panorama politico – e produttivo – internazionale non è tanto il brevetto francese in sé (figlio delle laboriose menti dell’Équipe de Recherche en Epidémiologie Nutritionnelle) quanto la sua base scientifica (mutuata dalle tabelle nutrizionali dell’anglosassone Food Standard Agency) a dir poco incompatibile con le clausole di fondatezza e non-discriminazione previste all’articolo 35 del già citato Regolamento FIC: discriminatorio e riduttivo, il giudizio aprioristicamente negativo dell’algoritmo riservato agli ingredienti più genericamente grassi, zuccherini e salini contenuti nei cibi più naturali (a loro volta inscritti nelle diete tradizionalmente più sane e variegate) produce paradossi come una diet-coke a firma PepsiCo (povera di zuccheri, ricca di antiruggine; NdR) con valutazione (verde) più alta di quella dell’extravergine d’oliva (rossa). Un inconfondibile affronto al buon gusto capace di unire in un solo coro (più di quanto non riesca un governo di unità nazionale, a quanto pare) il leghista Salvini, il democratico Bonaccini e il pentastellato Speranza, affiancati dalla voce più indipendente del presidente della Coldiretti Ettore Prandini. Proprio quest’ultimo, in una conferenza stampa indetta dal Consiglio nazionale della sopraccitata associazione (con la partecipazione del ministero delle Politiche Agricole e Forestali), sottolineava l’importanza strategica del settore agroalimentare, responsabile del 16% del PIL nazionale nonché di un valore d’esportazione pari a 46 MLD al netto della crisi commerciale innescata dalla Pandemia.

A tutela del suddetto interesse rimarrebbe, ovviamente, il principio di volontarietà e non-obbligatorietà cui è sottoposta l’adozione di simili indicatori… ma si tratta di un principio debole ed evidentemente prossimo all’abrogazione. Sebbene il già citato Regolamento FIC (di nuovo all’art. 35) definisca gli indicatori ideografici (quali sono le lettere cromatiche del “Nutri-Score”) come semplicemente integrativi delle convenzionali etichette di testo, la Commissione Europea a trazione tedesca (correntemente con quanto deliberato dal Governo federale nei suoi confini) auspica il raggiungimento di una miglior armonizzazione delle politiche nazionali in materia di trasparenza nutrizionale entro il 2022. In tal senso, è indicativo come, nella medesima giornata del 20 maggio 2020, l’organo esecutivo dell’Unione abbia presentato le sue due principali strategie (nella cornice del Green Deal), la EU Biodiversity Strategy for 2030 e la Farm to Fork Strategy, allegando alla seconda un solo report incentrato proprio sugli argomenti trattati al punto 2.4 del testo principale: the use of additional forms of expression and presentation of the nutrition declaration, le etichette integrative appunto.

“MA ALLORA ERA MEGLIO QUANDO C’ERANO GLI SQUALLOR?”

Se da un lato preoccupa una legislazione poco attenta delle esigenze dei paesi del Sud (come l’Italia, la Grecia e gli Iberici, responsabili dell’80% della produzione mondiale di olio d’oliva) e non solo (se si pensa alla Germania e alla Francia, autrici e promotrici delle discutibili etichette eppure principali produttori di formaggi nel continente), dall’altro spaventa il graduale deterioramento della cultura europea piegata ad un eccesso di contaminazione delle sue migliori cucine.

È di qualche giorno fa, infatti, la notizia dei 3 MLD di investimenti europei nella produzione di insetti edibili. Fatto che non dovrebbe scuotere per ragioni di sicurezza (volendo, come sempre, confidare nella piena applicazione delle regole igieniche in vigore dal 2004), quanto per motivi di convenienza economica. Passata la prima fase di ammissione nella lista dei Novel Foods prevista dal Regolamento UE 2283/2015, periodicamente aggiornata dalla Commissione (coadiuvata dall’EFSA nella disamina di ammissibilità della pietanza sottoposta alla sua attenzione), è necessario interrogarsi su quelli che saranno i risvolti finanziari e strategici di una tale apertura al mercato dell’entomofagia.

Ad esempio: la vitalità ridotta dell’insetto, e quindi la maggior velocità dei cicli di allevamento e lavorazione, saranno variabili in grado di compensare il potenziale aumento della domanda insito nella trasformazione di un alimento da feed a food? La produzione intensiva di insetti da allevamento garantirà dimensioni degli esemplari confacenti ai livelli di distribuzione e consumo attesi? Una produzione intensiva così configurata garantirà veramente dei margini di ecologismo superiori a quelli già concessi dagli allevamenti delle fonti proteiche più tradizionali? I mercati asiatici, africani e sudamericani (in cui si concentra la gran parte dei consumatori di insetti edibili) saranno per noi prede (acquirenti dei nostri prodotti, più sicuri ma più costosi) o predatori (erogatori regolari di capitale e know-how essenziale a recuperare il divario produttivo coi loro mercati già avviati e specializzati)? E soprattutto, come illustrato in un report del 2018, l’appetibilità culturale del prodotto finale spingerà il pubblico europeo ad un consumo sostanzioso abbastanza da recuperare l’investimento iniziale in tempi ragionevoli?

CUI PRODEST?

Tralasciando l’indecifrabile convenienza di questa bizzarra regolamentazione bifronte (ostile verso la produzione consolidata e più proficua, eppure aperta ad una novità potenzialmente sterile), un’ultima riflessione va alle bevande. E fra le tante, proprio il “succo d’uva” (o l’“ambasciatore per eccellenza del made in Italy”, parafrasando l’eurodeputato De Castro) merita la sua postilla – e forse la nostra compassione –, bersagliato com’è dalle minacce di de-alcolizzazione funzionale all’allargamento del mercato analcolico (una cessione di identità necessaria alla creazione e successiva capitalizzazione della domanda araba). Sospesi nell’indecisione tra una battuta sulle nozze di Cana e una sulla grotta di Polifemo, può passare inosservato il pungente e assolutamente incidentale british humour dei vecchi comunicati della Commissione: uno in particolare, datato 23 ottobre 2017, si intitolava “How to avoid putting water in your wine”, e illustrava i metodi di “contrasto alla contraffazione dei prodotti agricoli” in un’ottica di “preservazione della sua qualità e autenticità”.

“Cui prodest?” non è tanto il quesito da rivolgere alle istituzioni europee ogni qual volta si macchino di una proposta poco ragionata – almeno all’apparenza –, bensì una riflessione a cui gli italiani dovrebbero dedicare maggior spazio. Quale la convenienza di voler prendere parola al tavolo dei giganti, dove le decisioni vengono prese da consigli intergovernativi su cui non esercitiamo alcun peso, o da corti costituzionali su cui non possediamo alcuna giurisdizione? Che non sia questa l’occasione per ridimensionare le nostre pretese, mirare ad obiettivi un pizzico più contenuti nella portata ma per questo più vicini allo spirito del popolo e alle esigenze dei produttori (italiani e non) che più di tutti stanno uscendo sconfitti dalla pandemia, e gradirebbero magari non aggiungere qualche beffa al già insostenibile torto della “contingenza” (ormai sinonimo eufemistico per “Cina”)?

L’Europa è un’unione di culture. L’Italia non ha molto da insegnare o imporre ai politici d’Oltralpe – questo è indubbio –, ma è nel suo interesse ridefinire i contorni della sua proiezione culturale in base alle sue possibilità reali. Nel più stereotipato abbinamento di pasta e vino si celano, quasi ingombranti, gli spunti di quell’auspicato risveglio diplomatico.

(Featured Image Credits: Italia Olivicola)

About the Author

Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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