A seguito della pandemia, l’attuale Governo italiano presieduto da Mario Draghi ha cercato di orientare parte delle risorse messe in campo verso i giovani. In particolare, all’interno dei Decreto Sostegni bis è stata introdotta una agevolazione fiscale per tutti i giovani sotto i 36 anni che desiderano acquistare la loro prima casa. È, quindi, possibile richiedere un mutuo per l’acquisto della prima casa con la garanzia statale dell’80% sulla quota capitale grazie al Fondo gestito da Consap (Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici). Il finanziamento, però, non può superare i 250mila euro e l’immobile da acquistare, che deve essere adibito ad abitazione principale, non deve appartenere alle categorie catastali di un’abitazione di lusso, di una villa, di un palazzo o di un castello. Per ottenere queste agevolazioni si deve compilare un apposito modulo; inoltre, il mutuo deve essere stipulato nel periodo compreso tra il 26 maggio 2021 e il 30 giugno 2022 e, cosa più importante di cui tener conto, il reddito ISEE del richiedente non deve superare la soglia dei 40.000 euro annui.
Uno sguardo ai dati
Secondo Alessio Santarelli – direttore generale della divisione broking del gruppo MutuiOnline – questo «nuovo strumento voluto da Draghi darà impulso al mercato dei mutui, offrendo comunque soluzioni che prima non c’erano soprattutto per categorie storicamente deboli». L’incertezza economica del Paese ha storicamente reso difficile per i giovani richiedere ed ottenere dei mutui, in quanto essi non rispetterebbero determinati criteri di garanzia richiesti dalle banche. Guardando i dati forniti da Santarelli stesso (riduzione della richiesta di mutui dal 37.9% nel 2011 al 28.9% nel 2021) è evidente come i giovani italiani desiderino sempre di più acquistare una casa, ma è ancora più lampante la difficoltà per gli stessi di accedere al mercato immobiliare se non facendo esclusivamente ricorso ai propri risparmi.
Questo Fondo di garanzia per la prima casa, ridenominato in breve “Fondo prima casa”, era già stato istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze con la legge di stabilità del 2014 ed è stato rifinanziato dall’attuale Governo con il Decreto Legge n.73 del 25 maggio 2021 riguardante misure urgenti connesse all’emergenza da COVID-19, per le imprese, il lavoro, i giovani, la salute e i servizi territoriali. I dati registrati da Consap successivamente al 2014 fanno ben sperare, visto che con un ammontare pari a 200 milioni di euro le richieste ricevute furono oltre 170 mila; adesso che l’ammontare stanziato è pari a 290 milioni di euro per l’anno 2021 e di 250 milioni di euro per l’anno 2022 ci si aspetta una domanda sempre più elevata.
Mutui del genere, per cui non è richiesto un esborso iniziale, sono molto costosi per le banche, perché per poterli erogare devono assorbire una quantità più elevata di capitale e allo stesso tempo richiedere la cosiddetta “assicurazione ipotecaria”. Con la garanzia statale, però, le banche e tutti i soggetti finanziatori non potranno più chiedere ulteriori garanzie non assicurative ai giovani futuri mutuatari. Il fondo, perciò, dà un forte stimolo a questo segmento di mercato che, a causa degli eccessivi costi e delle innumerevoli complessità, non ha mai effettivamente preso quota.
Rischio: non inclusività
Il tetto dell’ISEE fissato a 40.000 euro annui non renderebbe il bonus abbastanza inclusivo, in quanto esso limita la platea dei beneficiari. È bene ricordare, infatti, che il reddito ISEE è calcolato sulla base del nucleo familiare, che tiene conto sia della famiglia anagrafica che dei soggetti fiscalmente a carico anche se non sono conviventi. Perciò, un giovane 28enne che, pur vivendo autonomamente in affitto in un altro domicilio, ha mantenuto la residenza presso l’abitazione dei suoi genitori, risulta per legge a carico dei genitori e il suo reddito ISEE terrà conto del patrimonio mobile e immobile di tutti i componenti della famiglia.
Paradossalmente, nonostante il giovane in questione si trovi in una situazione lavorativa precaria e abbia un reddito da lavoro molto modesto potrebbe essere escluso da questa agevolazione a causa del computo dei redditi della propria famiglia. Oggi, molti giovani che non hanno ancora compiuto i 36 anni e che sono neoassunti, o comunque hanno un reddito che spesso non supera i 25.000 euro annui, superano facilmente la soglia ISEE perché o vivono ancora con la famiglia o semplicemente hanno la residenza presso la loro casa d’origine. In questo scenario, le coppie coniugate (con uno dei due coniugi sotto i 36 anni) e le famiglie monogenitoriali con figli minori a carico sono le più avvantaggiate. A queste categorie poi si affiancano anche le coppie conviventi da almeno 2 anni, in cui almeno uno dei richiedenti non abbia compiuto 36 anni; i giovani che non abbiano compiuto 36 anni e conduttori di alloggi di proprietà degli Istituti autonomi per le case popolari, o comunque denominati.
Come evitare la trappola dell’ISEE
L’unico modo per sfuggire a questo ostacolo è cambiare la residenza del richiedente del mutuo. In questo modo il soggetto X che si stacca dal proprio nucleo familiare per crearne uno “nuovo” non risulterebbe più un figlio/a a carico dei genitori i cui redditi “pesano” nel calcolo dell’ISEE. Questo cambio di residenza permetterebbe, quindi, di non superare la soglia dei 40.000 euro annui. Bisogna comunque tener conto delle tempistiche: grazie al Decreto Semplificazioni approvato lo scorso 28 maggio, le tempistiche necessarie sono state ridotte, perciò il cambio di residenza si considera legalmente efficace dal giorno stesso della richiesta in Comune. Il tutto comunque si conclude in circa un mese e mezzo durante il quale si procede con vari controlli da parte delle autorità competenti.
Con il tempo si valuterà l’efficacia reale di questa misura, ma già da ora è possibile affermare che, nonostante il problema della soglia ISEE, il Governo Draghi sta cercando di utilizzare al meglio tutte le risorse economiche e monetarie generate. La casa è il bene immobile per eccellenza e ha un ruolo chiave anche nell’incentivare i giovani a creare una propria famiglia: si punta, così, al lungo periodo, al futuro dell’Italia e al rendere i giovani sempre più indipendenti e intraprendenti.
About the Author
Silvia Foti
Nata a Reggio Calabria nel 1999, è una grande appassionata delle tematiche relative all’economia e alla finanza. Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto varie attività di volontariato nel corso degli anni e nell’estate 2019 ha potuto prendere parte a un progetto di volontariato svolto in collaborazione con Croce Rossa Italiana. Tra le sue varie passioni anche l’arte, le lingue straniere e il nuoto. View more articles.
Se sei arrivato fin qui significa che apprezzi i nostri contenuti. Aiutaci a migliorarli sostenendo il nostro lavoro anche al costo di un caffè!
L’attrito generatosi tra la Conferenza Episcopale e il fronte per la difesa dei diritti LGBTQ+, che trova il suo casus belli nella possibilità di tradurre in legge l’attuale stesura del DDL Zan, offre preziosissimi spunti per una riflessione storica sulla – mancata – laicità dello Stato italiano. Nel tentativo di ricomporne una parabola evolutiva attraverso i secoli, saltuaria quanto basta perché la si possa racchiudere nello spazio di un articolo di giornale, ci si accorge di quanto importante sia ripercorrere gli snodi principali della storia moderna e contemporanea dello Stato Vaticano, rintracciando ed enucleando quei momenti salienti (giuridici e politici) che ancora oggi garantiscono alla Santa Sede un sostanzioso potere di ingerenza spirituale negli affari – evidentemente mai abbastanza secolari – della Repubblica.
PREMESSE
Si è soliti discutere – in tempi di sedicente “Terza Repubblica” soprattutto – della modernità in termini post-ideologici. È innegabile, in tal senso, che il collante valoriale che un tempo saldava i partiti di massa alle rispettive classi popolari si sia progressivamente sfaldato, fino a ridurre il panorama elettorale ad un insieme scomposto di identità friabili e cinicamente inclini alle più fantasiose fusioni e ai più logici sgretolamenti. In tempi di così marcata inconsistenza e incoerenza politica, dove perfino i più generici contenitori di “destra” e “sinistra” si tramutano in categorie prive di tassonomie stabili (attribuibili a tutti e nessuno contemporaneamente), i cittadini del mondo libero si sono trovati costretti a sopperire autonomamente alla carenza di rappresentanza: i diritti degli individui hanno ben presto dovuto condividere gli ordini del giorno con la tutela dei diritti di nuove e più marginali aggregazioni. Queste ultime istanze, apparentemente sovrapponibili a quelle già espresse dalle olistiche classi sociali o dalle ancor più trasversali comunità religiose, sono figlie di un tempo certamente post-materialista ma non meno polarizzato del passato: la continua palingenesi di raggruppamenti e rispettive identità ha come raddoppiato le dimensioni dello spettro politico, redistribuendo le opinioni del pubblico su di un piano senza margini o griglie, piuttosto che un asse bidirezionale. Con interessanti risvolti di “denazionalizzazione”, per dirla con le grammatiche di Huntington, la modernità scambia i bipolarismi ideologici o i tripolarismi partitici con un pluralismo di gruppi sociali internazionalizzati, radicali e svincolati dalle sovrastrutture istituzionali, alle quali non resta che un ruolo postumo di integrazione (anziché di aggregazione). Privati della controparte “statale”, ossia di una componente elettorale davvero in grado di rappresentarli, queste realtà puramente civili, per quanto contaminate da dirigenze non altrettanto spontanee (cinghie di trasmissione di partiti e parti che intendono capitalizzarne i disagi), non hanno altra arma all’infuori della solidarietà e dell’emotività che questa produce.
L’analisi che il seguente articolo si prefigge di condurre tocca, inevitabilmente, le corde di quella citata emotività e si appella, in apertura, alla razionalità del lettore perché non si conceda la comodità di un argomentum ad hominem: chi scrive nutre inamovibili convincimenti su alcune delle questioni che si tratteranno di seguito, ma non intende sporcare l’esposizione con eccessi di faziosità o commenti poco imparziali, anzi spera di restituire un quadro quanto più chiaro della storia di due nazioni che hanno finto, per tempo immemore, di nutrire interessi tra loro compatibili in forza della mera contiguità territoriale.
I PATTI GASPARRI E LA SECONDA MORTE DI NINO BIXIO
Perché questo articolo possa legittimamente aspirare a comparire nell’archivio di una rubrica di politica estera, è necessario che la parabola di cui sopra princìpi in un punto della storia in cui Italia e Chiesa potessero già relazionarsi nelle vesti di Stati sovrani e distinti. Correva l’anno 1870 e Nino Bixio, prima da senatore del Regno e poi da Generale del Regio Esercito, ci indicava testardo (in questo più affine al commilitone Garibaldi che al collega di seggio Camillo Benso) la miglior strada per la costituzione di nuovi rapporti diplomatici con lo Stato Pontificio… una via scoscesa e ad alcuni non troppo gradita, visto che passava per una – non proprio diplomatica – seconda breccia a Porta San Pancrazio. La questione romana fu per Bixio ciò che l’unità fu per il conte di Cavour: il culmine di una lotta esasperata verso il sogno di un’Italia finalmente redenta. Fa riflettere come le due figure siano accomunate, al di là dei pensieri e delle aspirazioni, dall’assonanza di una morte prematura di poco successiva al compimento della rispettiva impresa, quasi a sancire l’esaurimento delle loro funzioni e del loro sacrificio per la causa della neonata nazione.
Un retaggio risorgimentale – e come tale romantico – barbaramente calpestato dal cinismo utilitarista di Mussolini, che fece carta straccia delle Guarentigie e optò per il ripristino dell’indipendenza Vaticana, sperando così di ricavare una legittimità morale da affiancare a quella politico-coercitiva già sancita per mezzo di “listoni”, leggi speciali e olio di ricino: i Patti Gasparri sono, in tutto e per tutto, la seconda morte del sopraccitato statista genovese. Nello spazio dei tre accordi stipulati nel ’29, il Fascismo rinnega spudoratamente sessant’anni di storia e conquiste nazionali. Se il riconoscimento da parte dello Stato “alla Santa Sede [del]la piena proprietà e [del]la esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana sul Vaticano” non fosse già abbastanza rappresentativo della rottura legale con la parentesi liberale del Regno, i riferimenti temporali contenuti nel testo dell’articolo 2 della Convenzione finanziaria (integrativo del precedente articolo 1, in cui è disposto l’esborso di una riparazione pari ad un miliardo e settecentocinquanta milioni di lire) lasciano ben poco spazio all’interpretazione:
La Santa Sede dichiara di accettare quanto sopra a definitiva sistemazione dei suoi rapporti finanziari con l’Italia in dipendenza degli avvenimenti del 1870.
Una stringa di testo e un numero a dieci cifre bastarono a degradare l’Unità d’Italia a debito di guerra. Di questo complesso di leggi, meglio noto col nome di Patti Lateranensi, è altresì importante memorizzare le disposizioni contenute agli articoli 1 del Trattato e 36 del Concordato, la cui sopravvivenza nell’ordinamento, prolungatasi anacronisticamente per ben quarant’anni di storia repubblicana, costituisce un ineludibile indicatore di quanto effettivamente “laico” potesse dirsi il nostro Stato nel secondo dopoguerra.
LA PEGGIOR CONTINUITÀ REPUBBLICANA: DALL’ARTICOLO 7 ALL’8‰
Checché ne dicano luminari del diritto e seguaci dei padri costituenti democristiani, l’Italia è un paese laico solo per norma e non per disposizione. Il combinato disposto degli articoli 7 e 8 della “Costituzione più bella del mondo” restituisce l’immagine di una nazione inopinabilmente schiava di quello che Benedetto Croce (unico dei laici liberali ad astenersi dal voto in Costituente sull’iscrizione dei Patti Lateranensi tra i princìpi fondamentali della Repubblica) definì propriamente il “giogo pretesco”. Si cominci col ricordare che la laicità dello Stato, spesso millantata quale assioma puro e consolidato della legge fondamentale, è di fatto sancita come principio indiretto, cioè come interpretazione ricavabile dal comma 1 dell’articolo 8, in cui è dichiarata l’uguaglianza di tutti i credi religiosi in termini di semplice libertà: quanto alla gerarchia – perché esiste una gerarchia –, basterà proseguire al paragrafo immediatamente successivo per scoprire che “le confessioni diverse dalla cattolica” (scelta sintattica interessante per uno Stato laico) possono interagire con la Repubblica per voce delle rispettive rappresentanze e consolidare i rapporti sulla base di intese. Il Concordato rimane, appunto, forma di accordo esclusiva di quell’unica religione che non necessita di organizzarsi secondo statuti comunitari, giacché rappresentata da uno Stato sovrano e confessionale.
E fa peraltro specie che suddetto assunto di laicità – ammesso e non concesso che la disposizione in questione abbia mai inteso di farne principio – venga collocato dopo e non prima del famigerato articolo 7. Articolo, quest’ultimo, che non manca di consegnarci la sua dose di subdole sfumature: il rinvio formale (e non recettizio) fatto ai Patti Gasparri è esplicito. Nel dichiarare la continuità tra Repubblica e Monarchia nei rapporti Stato-Chiesa non si ricorre, cioè, ad una formula generica per la notificazione di successione del concordato vigente, bensì si cristallizza la relazione Italia-Vaticano nelle forme dei soli Patti Lateranensi. Con questo non si vuole insinuare la non emendabilità dei Patti (che è anzi sancita al comma 2), quanto affermare l’impossibilità di abrogarli, eventualmente, in favore di nuove e più trasformative convenzioni: i Patti Lateranensi sono in ogni momento suscettibili di modifica (e peraltro senza nemmeno bisogno di ricorrere alle lungaggini del procedimento di revisione costituzionale), ma in nessun modo sostituibili tout court.
Di questo simpatico retaggio fascista si rendano grazie ai migliori volti della resistenza italiana, come il noto camerata Dossetti rinsavito all’antifascismo a ridosso dell’armistizio, giusto in tempo per figurare tra i membri fondatori della principale componente del CLN: la Democrazia Cristiana. Ma gli scudocrociati non raggiunsero certo da soli la maggioranza assoluta nella Costituente: tra le componenti dell’Assemblea più inaspettatamente convergenti sulle posizioni filocattoliche, come non citare i comunisti. In molti, ancora oggi, si interrogano sul famoso ed improvviso voltafaccia dei tribuni proletari sull’articolo 7, e altrettanti diedero per buona la lettura secondo cui Togliatti intendesse così porre le basi per una più lunga e sicura permanenza dei rossi nell’area di governabilità a trazione democristiana (visione poi venuta meno a metà della primissima fase repubblicana, nella transizione dal De Gasperi III al De Gasperi IV). È opinione di chi scrive, contrariamente alle interpretazioni più gettonate, che i calcoli del filosovietico fondatore di Ordine Nuovo fossero tutt’altro che errati e che l’obiettivo sperato – non proprio manifesto – fosse invece stato raggiunto, onorando la memoria dell’ex collega di redazione (nonché teorico elitista) Antonio Gramsci: al netto dei conflitti di coalizione che ancor prima della rottura del governo d’unità nazionale costarono a Togliatti il dicastero delle Finanze – ministero che dovrebbe essere l’assoluta priorità per un partito che si prefigge il mandato ideologico di riconsegnare i mezzi di produzione ad operai e contadini –, solo la carica del Guardasigilli rimase costante nelle pertinenze dei comunisti. Un interesse peculiare, ulteriormente rivelato dagli interventi di Laconi (nella seduta dell’8 gennaio del ’47) alla Costituente per la stesura dell’articolo 104: il delegato comunista auspicava, infatti, una commistione del terzo potere coi primi due, dando per surreale l’ipotesi della piena indipendenza della Magistratura non come ordine, ma come insieme di individui sempre e comunque esposti agli stimoli politici di una democrazia libera e plurale… previsione che, ahinoi, si conserva bene nel tempo, soprattutto quando la cronaca si colora di inchieste sulle “magagne” in seno al CSM.
Quarant’anni più tardi, infine, i socialisti di Craxi si degnarono di correggere il Concordato, elidendo i già citati articolo 1 del Trattato e 36 del Concordato (rispettivamente “Cattolicesimo religione di Stato” e “Obbligatorietà dell’insegnamento della dottrina Cristiana nelle scuole pubbliche elementari”)… al modico prezzo dell’8xmille, per sommo gaudio dello IOR. Emendamento bene accetto ma, di nuovo, fin troppo tardivo oltre che compromissorio: per quella repubblica che si definisca laica (se non per legge, quantomeno per indirizzo), un trattato internazionale che sancisca l’effettività di una religione di Stato non è certamente la pratica più indicata.
L’INGERENZA OGGI, TRA DRAGHI E ZAN
Quanto fin qui osservato per dire che: “sì, l’Italia è uno Stato laico… se vogliamo che lo sia”. La dicotomia Chiesa-LGBTQ è un calderone di riflessioni giuridiche estremamente stimolanti, prima fra tutti la questione di costituzionalità sollevata dalla CEI: le perplessità dei Vescovi circa la libertà di poter definire contronatura le declinazioni non convenzionali della sessualità sono un dilemma per alcuni individui in quanto cristiani, ma le modalità di risoluzione dell’eventuale antinomia tra Patti e DDL Zan sono interesse comune alla cittadinanza tutta. Sebbene Draghi abbia un passato nelle schiere democristiane come direttore generale del Tesoro nei governi Andreotti VI e Andreotti VII, potrebbe davvero rivelarsi “l’uomo giusto al momento giusto” per accompagnare la nazione in una transizione spirituale necessaria (e le sue dichiarazioni in tal senso lasciano ben presagire), rompendo per primo il muro del falso mito della non emendabilità dei primi dodici articoli della Costituzione. Da nessuna parte è infatti sancita la natura intangibile dei principi fondamentali (prerogativa, piuttosto, dell’articolo 139), ivi compresi i Patti Lateranensi: tutt’al più è indicata la loro indefettibilità come “fondamento”, appunto, dell’attuale iterazione della Repubblica… i francesi lo hanno già fatto quattro volte, mentre da questo lato delle Alpi si è ancora fermi a una differenziazione informale (di matrice giornalistica) tra la Prima e la c.d. Seconda Repubblica, mai propriamente distinte da alcuna riforma dell’assetto organizzativo dello Stato.
Certo è che l’eventuale risoluzione del paradosso costituzionale evidenziato dalla Conferenza Episcopale non toccherebbe né scioglierebbe i nodi giuridici d’interesse per gli sguardi più attenti. Il DDL Zan presenta, nelle sue forme attuali, due criticità (completamente dissociate da quanto denunciato dai vicari papalini) altamente invalidanti dell’ammissibilità e morale e costituzionale del testo. Nello specifico, il comma 4 dell’articolo 1 definisce l’identità di genere quale identificazione e manifestazione del genere di un individuo a prescindere dalla congruità col sesso e, soprattutto, “indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”. Ora: se nell’ordinamento italiano vi fossero riferimenti a una qualche definizione di “percorso di transizione” intorno alla quale costruire un minimo di consensus giuridico, non saremmo qui a fare semantica spicciola sui diritti umani. Ma tant’è che in nessuna precedente pubblicazione in Gazzetta si è mai fatto riferimento al suddetto percorso come ad un processo scandito in fasi giuridicamente riconoscibili e scientificamente verificabili (possibilmente tramite consulenza psichiatrica, facendo magari coincidere la prima fase con la certificazione clinica di una condizione di disforia nel paziente), anzi: secondo la valenza comunemente affibbiata alla locuzione, la transizione ha inizio nel momento stesso del coming-out (atto non meno legittimo ma assolutamente individuale, riflessivo e senza alcun risvolto o valenza legale). Inutile dire come questa fondamentale inconsistenza semasiologica apra a scenari di confusione ed ingovernabilità al limite del parossistico.
Segue un dilemma ancor più grave, racchiuso nella condizionale del controverso articolo 4. Sebbene la libera espressione di convincimenti e opinioni sulle questioni oggetto del disegno legislativo sia qui esplicitamente tutelata dalla disposizione in questione, preoccupa la seconda metà del capoverso: tale tutela è infatti assicurata
… purché non idonea a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.
Per quanto sgarbato o indelicato risulti, è indubbio, ad esempio, che una dichiarazione circa la contrarietà dell’omosessualità alla logica di natura non potrebbe in alcun modo pregiudicare la ricezione, da parte degli stessi individui omosessuali, dei diritti garantitigli dallo Stato: se, proseguendo nell’ipotesi, si vedesse un domani riconosciuta la capacità di adozione alle coppie omoerotiche, in nessun modo la pubblica esternazione contrariata di un individuo o di un raggruppamento potrebbe inficiare la piena “fruizione” del diritto accordato. Ma se, diversamente, fosse il cittadino e non lo Stato a ricoprire la posizione di “erogatore” di quel diritto? Se la non-discriminazione fosse, richiamandosi alle evoluzioni giuridiche osservate nel codice penale canadese, quella di non veder storpiata la propria identità di genere nei pronomi o nelle desinenze che ci vengono coerentemente rivolti, e se è dunque l’interlocutore stesso a farsi garante della nostra dignità attraverso le parole che pronuncia o dovrebbe pronunciare? Per quanto nobile sia l’intento, il mezzo per il suo conseguimento (che sarebbe quello di una giurisprudenza orientata al compelled-speech) presenta caratteri al limite della costituzionalità.
Analisi, in conclusione, che ci spinge verso i confini di tutt’altro excursus, passando dall’ingerenza spirituale del papato alla radioattività culturale dell’anglosfera… digressione che, per ovvie ragioni, ci riserviamo di scandagliare in una seconda occasione.
About the Author
Riccardo Italo Scano
“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles
Se sei arrivato fin qui significa che apprezzi i nostri contenuti. Aiutaci a migliorarli sostenendo il nostro lavoro anche al costo di un caffè!
L’eccellenza, l’alta specializzazione, la qualità e la creatività sono gli elementi che hanno caratterizzato la storia della manifattura italiana e l’hanno resa famosa e nota in tutto il mondo. L’Italia di Armani, Prada, Ferragamo e di Ferrero, Barilla e Campari, solo per citare alcuni dei più noti brand conosciuti a livello internazionale, è il Paese della “dolce vita”, nel quale la competenza e il buon gusto si uniscono nel noto made in Italy. Questa espressione, coniata a partire dagli anni ’80, indica la specializzazione del settore produttivo italiano e comprende le cosiddette 4 A: abbigliamento, arredamento, automazione e agroalimentare. Purtroppo, però, negli ultimi anni il settore industriale italiano ha registrato una crescita più lenta e, a seguito della crisi del 2009 e a quella attuale (causata dalla pandemia), ha assistito addirittura ad un’inversione di tendenza, performance non di certo rassicurante dal punto di vista economico. La manifattura, infatti, è il pilastro dell’economia di un Paese e, facendo un breve cenno a noti economisti, ne spiegheremo il motivo.
L’attività manifatturiera è un’attività che crea valore nel momento in cui nei prodotti non si riconoscono più le risorse naturali. Il più autorevole, quello che più di tutti ha sistematizzato questo ragionamento, è stato Adam Smith. Secondo il celebre economista la manifattura diventa centrale, perché offre agli uomini la possibilità di creare qualcosa che non esiste, e si traduce in divisione del lavoro sempre più accentuata. Dal punto di vista economico in questo senso anche Nicholas Kaldor ha avuto un ruolo rilevante. Infatti, secondo quest’ultimo il successo di un Paese in un’economia moderna dipende dalla sua capacità manifatturiera. L’idea di Kaldor è cercare di capire per quale motivo un Paese è più ricco di un altro, e per far questo formula tre leggi. Attraverso un riscontro empirico evidenzia come tra tutte le attività quella che influenza più di tutte il reddito è la produzione manifatturiera. Allora chi è più presente degli altri nella manifattura ha un reddito più elevato. In un’economia di mercato se non si è padroni di un linguaggio si produce come terzisti, ovvero solo per conto di terzi, e la produzione per conto di terzi porta delle conseguenze a livello di benessere macroeconomico per una società. Si può guadagnare tanto ma anche rischiare di uscire subito dal mercato. Ed oggi l’economia-mondo crea problemi di questo tipo. Risulta evidente che è molto più articolato la realtà con la quale ci dobbiamo confrontare oggi, soprattutto in seguito all’impatto che il Covid-19 e il lockdown hanno avuto sull’economia. In un mondo in cui ognuno di noi è in grado di fare quasi tutto, quello che serve per sopravvivere è la specializzazione e il perseguimento di una traiettoria culturale ben precisa.
Il ruolo della manifattura in Italia
L’Italia si trova di fronte a un contesto fortemente mutato. Siamo considerati oggi come il secondo paese manifatturiero d’Europa, anche se, in un mondo che ha visto raddoppiare la produzione, dal 1999 fino al 2019 abbiamo perso il 15.5% della produzione manifatturiera. Questo è un dato pre-Covid rilevante che sicuramente ha creato un blocco all’occupazione. Il tema della politica industriale è fondamentale ma non viene considerato appieno. Infatti, la manifattura rappresenta il core di un Paese nel momento in cui rientra nei consumi degli abitanti del Paese stesso. E da questo punto di vista è importante allora avere un reddito che consente di farlo. Quello che interessa a livello macroeconomico è l’occupazione generata da quell’attività imprenditoriale, e chi lavora in quella impresa è molto più legato di chi ne possiede il capitale finanziario perché ha generato una situazione che in termini economici viene definita di lock-in per la quale mantenere il posto di lavoro è fondamentale. Kaldor, in particolare, dice che la manifattura è centrale perché in un’economia di specializzazione – che diventa economia di mercato – definisce una traiettoria culturale. L’espressione Made in Italy rappresenta la traiettoria culturale di una comunità che è la nostra, ovvero di un’economia di mercato che vende ciò che rappresenta la sua cultura. Per cui in un’economia di mercato la cultura si traduce anche in bisogni e in beni e servizi che soddisfano quei bisogni. Ma se si parla di Made in Italy si deve guardare alla capacità di fare qualcosa che si consuma su quel territorio. D’altronde, quando si produce qualcosa che non si consuma si diventa terzisti, si produce conto terzi. Allora qui conoscenze e competenze assumono una fisionomia un po’ differente perché il problema è quello di sviluppare conoscenze e di mantenerle nel corso del tempo. In un’economia di specializzazione, la ricerca è fondamentale se si traduce in soluzioni applicate. Un Paese deve difendere la propria manifattura, ma questo vuol dire avere chiara la relazione che c’è tra ricerca, accumulazione di conoscenza e produzione di questa accumulazione di conoscenza in soluzioni concrete applicabili sui mercati. Se questo circuito non viene chiuso la ricerca va da altre parti. Nonostante tutto, l’Italia rimane tra i primi 10 Paesi al mondo in termini di produzione industriale, irrilevante però se confrontata con la super potenza cinese. D’altronde, è necessario dire che nessuno fino agli anni ’80 avrebbe mai pensato che la Cina potesse diventare l’area manifatturiera principale del mondo, ma oggi è così in tantissimi settori: dall’ industria di processo sino alle industrie più avanzate. Ad esempio, la metà della capacità produttiva nel settore dell’acciaio in sede di processo oggi è in Cina.
Fonte: elaborazioni CSC su dati UNCTAD, IHS e UN-comtrade
L’impatto della pandemia sulla manifattura
Le decisioni adottate dai governi nazionali riguardanti le chiusure della maggior parte delle attività economiche hanno sicuramente colpito l’economia globale spingendola nella peggiore recessione dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il sistema manifatturiero è entrato in lockdown avendo alle spalle già due anni di recessione e l’Italia, uno dei Paesi maggiormente colpito, ha visto una perdita del PIL pari al 8,8% nel 2020 e un aumento del debito pubblico rilevante. La crisi è stata definita da uno shock che ha riguardato tanto l’offerta quanto la domanda (crollo dei consumi, disoccupazione, riduzione dei redditi). Tra i settori manifatturieri, il comparto del tessile, abbigliamento e calzature è quello che ha subito il crollo più̀ grave (-23%), seguito dai macchinari e mezzi di trasporto (-15%). L’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) ha stilato un “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi” molto interessante, dal quale emerge un’analisi del quadro macroeconomico e della performance dei settori manifatturieri dettagliata. Si riporta nel seguente articolo esclusivamente l’andamento a livello settoriale relativo al fatturato manifatturiero, dal quale emerge una profonda flessione dei beni strumentali e di quelli intermedi.
Fonte: Elaborazioni su dati Istat, Indagine mensile sul fatturato delle imprese industriali
Relazione tra industria e innovazione: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) italiano
Per affrontare la crisi economica innestata dalla pandemia, l’Unione Europea si è dotata di uno strumento temporaneo che contiene il più consistente pacchetto di stimolo mai finanziato in ambito comunitario: il Next Generation EU. Per ricevere i fondi europei, gli Stati hanno definito un Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che contiene pacchetti coerenti di progetti di investimento e di riforme. Il Piano in Italia si articola in sedici componenti, raggruppate in sei “missioni”. Rispetto all’analisi fatta sull’importanza della manifattura citeremo in questa sede la componente 2 della “missione” 1 che ha l’obiettivo di rafforzare la competitività del sistema produttivo migliorandone il tasso di digitalizzazione, innovazione tecnologica e internazionalizzazione attraverso una serie di interventi tra loro complementari. La cifra destinata a tal fine risulta pari a 23,89 miliardi. Si tratta di un’occasione unica per uscire più forti dalla pandemia, e l’unica possibilità per generare opportunità e posti di lavoro.
<<Nell’insieme dei programmi c’è il destino del Paese, la sua credibilità>> ha sottolineato Draghi alla Camera dei Deputati il 26 Aprile 2021 <<Nel Pnrr c’è la misura di quello che sarà il suo ruolo nella comunità internazionale, la sua credibilità e reputazione come Paese fondatore dell’Ue e come protagonista del mondo occidentale. È questione non solo di reddito e benessere, ma di valori civili e sentimenti che nessun numero e nessuna tabella potrà mai rappresentare>>.
About the Author
Ludovica De Rose
Nata a Cosenza nel 2001, frequenta il corso di laurea triennale in Economia e Management presso l’università LUISS di Roma. Appassionata di arte, cultura e tematiche inerenti l’economia, le piace viaggiare e conoscere posti nuovi. Nel 2017 ha preso parte al programma Intercultura in Irlanda, trascorrendo un mese estivo a Wexford. Tra gli altri interessi anche tennis, equitazione e lettura di libri di attualità . View more articles.
Se sei arrivato fin qui significa che apprezzi i nostri contenuti. Aiutaci a migliorarli sostenendo il nostro lavoro anche al costo di un caffè!
In tempi di instabilità politica è ben noto che nei partiti si cambino le idee e, perfino, i principi guida. Tuttavia, il Movimento 5 Stelle sembra aver compiuto una completa metamorfosi: sia chiaro che in questa sede non ci si riferisce ai continui mutamenti ideologici riguardanti l’euro, l’Europa, le politiche economiche e la politica estera, ondeggiante tra atlantismo e completo asservimento al dragone cinese. In questo articolo si vuol mettere in evidenza una trasformazione ancora più profonda: il passaggio da “uno vale uno” al nuovo principio “vale solo uno”. Dovrebbe essere questa la nuova versione generata dal conflitto tra il padre-padrone del Movimento Beppe Grillo e l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ma perché è nato questo duello tra i due protagonisti? E, soprattutto, che futuro ha il Movimento?
Lo statuto della discordia
Il nuovo statuto di Conte ha irritato Grillo perché gli avrebbe tolto il potere di trattare per il prossimo Presidente della Repubblica e di discutere direttamente con gli altri leader di partito. D’altronde, come riportato dal Corriere della Sera, quando Grillo ha parlato con Conte è rimasto sconcertato per come il suo ruolo di garante sarebbe stato ridimensionato in modo evidente dal nuovo statuto. Ma lo scontro con l’ex premier, che per sé aveva immaginato sostanzialmente un ruolo da amministratore delegato e per Grillo da presidente onorario, è molto più concreto di quanto sia filtrato. Per comprendere bene la situazione, è necessario evidenziare che tra i vari partiti presenti in Parlamento oggi chi comanda davvero – considerando che vi è un governo di coalizione – è chi negozia con gli altri leader la partita del Quirinale. E chi, in caso di crisi o di problemi gravi e riservatissimi, sale al Colle per parlare con il Presidente. Nello specifico, quindi, si parla dei negoziati, già in corso, per la partita del Quirinale, considerando soprattutto che il mandato di Sergio Mattarella scade a febbraio del prossimo anno e l’implementazione del Recovery Plan sembra richiedere grande stabilità e, quindi, che Draghi rimanga a Palazzo Chigi. Inoltre, è doveroso ricordare che Grillo, oltre ad aver creato da zero il primo partito italiano, è stato colui che a gennaio ha negoziato personalmente con Mario Draghi e Sergio Mattarella la nascita del nuovo governo, designando personalmente, uno a uno, tutti i ministri e tutti i sottosegretari che spettavano ai grillini. Di conseguenza, è facilmente comprensibile come per Grillo la stessa idea di dover lasciare la leadership a Conte sia totalmente fuori discussione.
Il piano B
Dagospia riporta che, nel caso in cui non si dovesse trovare una mediazione tra le parti, Grillo sia pronto a lavorare già ad un piano B: una strategia da adottare soprattutto nel caso in cui Conte decida di lasciare il Movimento e fondare un nuovo partito. Sembrerebbe, inoltre, che tra le intenzioni del comico genovese vi sia quella di dar più potere a Luigi Di Maio, Roberto Fico e Virginia Raggi. Dando vita, quindi, ad un Movimento guidato da un triumvirato più – ovviamente – il padre fondatore, cioè Grillo stesso. D’altronde, da quando si parla di scissione, in molti chiedono a Di Maio, Fico e Raggi di valutare una eventuale candidatura. Tuttavia, nessuno ha mai confermato l’interesse, ma, di fronte a un intervento diretto del garante, i tre, qualora la situazione precipitasse di nuovo, potrebbero rompere gli indugi. La prospettiva, però, almeno finora, è ancorata al dialogo e alla mediazione.
La mediazione
«Ho ricevuto dai gruppi parlamentari una richiesta di mediazione in merito agli atti che dovranno costituire la nuova struttura di regole del Movimento 5 Stelle (Statuto, Carta dei valori, Codice Etico). Ho deciso quindi di individuare un comitato di sette persone che si dovrà occupare delle modifiche ritenute più opportune in linea con i principi e i valori della nostra comunità». Così scrive il padre fondatore del Movimento. A far parte del “gruppo dei 7” ci sono tre pentastellati vicini a Grillo (Di Maio, Crippa e l’europarlamentare Tiziana Beghin), tre “contiani” (Patuanelli, Crimi e Licheri) e, nel mezzo, c’è Roberto Fico che, da Presidente della Camera, dovrebbe avere un ruolo istituzionale e super partes. A tale decisione del garante, segue la reazione di Conte. L’ex premier, come riportato da Open, «non può che valutare positivamente il tentativo di mediazione in atto, dal momento che lui stesso ha sempre lavorato per trovare una sintesi e per evitare spaccature e scissioni». Ben venga quindi — secondo Conte o almeno secondo quello che è stato riportato — il tentativo proposto da Grillo, se utile a rilanciare il M5S e a dar vita a un nuovo corso, tenendo fermi però quei principi fondamentali su cui si è già espresso e sui quali non intende trattare. «Momento molto delicato, proprio per questo credo che si debba parlare pochissimo e lavorare per una soluzione comune. Io ci credo, non è semplice ma troveremo una soluzione comune per far ripartire questo progetto il prima possibile». Così il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. A seguito di tali dichiarazioni sembrerebbe che rispetto a qualche giorno fa il conflitto si stia dissipando. Tuttavia, è doveroso notare che tale scontro non è nato a causa di differenti visioni politiche o di diverse visioni di Paese: la politica — quella vera — è totalmente assente in questo conflitto. Qui ci si trova di fronte ad una concreta lotta di potere, o meglio, ad una lotta per la leadership e il controllo del Movimento. D’altronde, lo statuto proposto da Conte non lo si conosce nei dettagli e, in aggiunta, quei valori che tanto sono stati invocati — sia dall’ex premier che da Grillo — in pochi saprebbero descriverli.
Il Movimento 5 Stelle è un partito che negli ultimi anni — nonostante tutto — ha portato a casa grandi risultati: dall’aver pilotato l’Italia attraverso la pandemia tramite l’azione (e le dirette televisive) di Conte al raggiungimento del Next Generation EU che porterà al Paese la notevole somma di 191 miliardi di euro. Tuttavia, allo stesso tempo, il Movimento non è cresciuto per niente a livello organizzativo. Contraddistinto da una leadership (in ultima istanza quella di Grillo) verticale, anzi quasi “dittatoriale”, in cui il padre-padrone dava gli ordini, decideva le coalizioni, sceglieva chi promuovere e chi cacciare. Ed è proprio questa la “tragedia” del Movimento: rischia di morire malgrado abbia sempre un notevole — seppur ridimensionato — consenso popolare, a causa del fatto che non si è mai mostrato capace di dotarsi di strumenti di dibattito e decisione democratici al suo interno.
Nei prossimi giorni si vedrà se sarà trovata la quadra tra i vari dirigenti del partito, ma ormai, nonostante tutte le possibili mediazioni, sembra sempre più probabile che le fratture createsi difficilmente possano essere sanate da una qualche modifica dello statuto.
(Featured Image Credits: Open)
About the Author
Luca Cupelli
Nato a Cosenza nel 1998, è appassionato di storia risorgimentale, politica italiana e relazioni internazionali. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Nel 2019 ha lavorato come analista politico tirocinante presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. È un grande fan della musica anni ’80 e delle serie tv americane. View more articles
Se sei arrivato fin qui significa che apprezzi i nostri contenuti. Aiutaci a migliorarli sostenendo il nostro lavoro anche al costo di un caffè!
Il 16 giugno si è tenuto a Ginevra un incontro di due ore e mezza tra il Presidente USA Joe Biden e quello russo Vladimir Putin. I temi toccati sono stati vari e, mentre alcuni fra questi hanno visto un allineamento del punto di vista fra i due leader, altri hanno mostrato con chiarezza la loro lontananza di idee.
È inutile puntualizzarlo, gli incontri che vedono coinvolti questi due Paesi sono seguiti da sempre con grande apprensione, sin da quando la Russia era ancora URSS. Questo perché il dialogo russo-statunitense tesse fili su cui si incardinano, per motivi diversi, le sorti di tutti gli atri Stati del mondo. Lo dimostra la varietà di temi su cui i due leader si sono confrontati e che ora analizzeremo nel dettaglio.
Il ritorno degli ambasciatori
Dal punto di vista diplomatico, Biden e Putin hanno annunciato il ritorno degli ambasciatori nelle reciproche nazioni. In aprile, infatti, a seguito delle sanzioni imposte dagli USA alla Russia dopo l’interferenza di Mosca nelle elezioni del 2020 e il cyberattacco che qualche mese prima aveva visto coinvolte alcune agenzie statunitensi, i due ambasciatori erano stati richiamati rispettivamente in patria. Tra le sanzioni, era prevista anche l’espulsione di dieci diplomatici russi dagli USA. A Ginevra i due leader hanno annunciato il ritorno dell’ambasciatore statunitense John Sullivan a Mosca e Anatoly Antonov a Washington.
Il caso Navalny
Sulla vicenda Alexei Navalny le posizioni dei due Presidenti sono apparse inconciliabili. Secondo Putin, l’incarcerazione del suo oppositore politico è dovuta al fatto che Navalny ha deliberatamente violato la legge, andando così incontro a legale detenzione. Dal canto suo, Biden ha detto che tenere viva l’attenzione su questo caso sarà una sua priorità. In particolare, ha dichiarato alla stampa che «nel caso in cui Navalny dovesse morire, le conseguenze sarebbero disastrose». Putin è di tutt’altro avviso rispetto alle convinzioni di Biden, secondo cui il caso del giovane oppositore non possa essere affrontato se non facendo una profonda riflessione sul tema dei diritti umani in Russia. Addirittura, il leader del Cremlino ha paragonato l’arresto di Alexei Navalny a quello a dei rivoltosi del Campidoglio seguaci di Trump, incarcerati, secondo Putin, per le loro richieste politiche. Questo paragone risulta forzato, non da ultimo allo stesso Biden. Mentre i rivoltosi di Washington tentavano con la violenza di rovesciare il risultato delle elezioni presidenziali svoltesi in piena democrazia, Navalny si batteva per l’indizione di elezioni libere in Russia.
Il discorso si è poi allargato sul tema dei diritti umani in generale e durante la conferenza stampa il leader del Cremlino ha respinto caparbiamente tutte le accuse che gli sono state rivolte in merito alla violazione di tali diritti da parte sua in Russia, lanciando la palla all’altra parte: ha infatti menzionato le torture perpetrate nel carcere di Guantanamo e i droni americani che hanno ucciso i civili in Siria.
Entrambe le parti hanno affermato che «non è possibile l’esistenza di vincitori in una guerra nucleare». Sono pertanto iniziate le consultazioni per la modifica dei trattati, in seguito alla volontà degli USA di voler uscire da essi.
A parte tutto, resta difficile considerare la possibilità di un’escalation nucleare fra i due Paesi, per qualsivoglia motivazione, ma la volontà di discuterne da parte di entrambi i leader sottolinea la necessità di trovare punti stabili riguardo alla questione. Infatti, il dialogo bilaterale sul nucleare è una strada molto scivolosa. Già durante l’Amministrazione Obama il reset operato non riuscì ad andare oltre la firma del Trattato New START e le iniziative prese di concerto con l’allora leader russo Medvedev sfumarono con l’arrivo di Vladimir Putin al Cremlino. Un altro punto dolente è la presenza di un attore non di poco conto sullo scacchiere mondiale: la Cina e il suo eventuale coinvolgimento nel controllo degli armamenti.
Image credit: Ansa.it. Joe Biden e Vladimir Putin al Summit di Ginevra.
Le questioni geopolitiche: l’Ucraina
Siamo ovviamente lontani dai tempi in cui il mondo era spaccato in due e Stati Uniti e Unione Sovietica, ma le questioni geopolitiche sono ancora al centro del dialogo fra i due Stati: prima fra tutte il nodo Ucraina.
Biden è stato chiaro sulla linea da tenere nei confronti di Kiev. Innanzitutto, gli USA continueranno a spingere affinché l’Ucraina aderisca alla NATO. In seconda battuta, Biden ha parlato di una progressiva militarizzazione dell’Ucraina, tramite l’impianto di basi militari statunitensi (comprese quelle missilistiche) e armamenti e lo schieramento di forze sul territorio. È particolarmente rilevante l’affermazione da parte di Biden del sostegno statunitense ad una possibile volontà dell’Ucraina di riprendersi il Donbass o la Crimea anche con la forza: in questo caso, assisteremmo ad una nuova crisi di Crimea o ad un aumentare delle tensioni nell’ambito del conflitto dell’Ucraina Orientale con l’appoggio di uno dei Paesi più potenti al mondo.
Dall’altra parte, Biden ha affermato di voler seguire la strada dell’implementazione degli accordi di Minsk, la cui esecuzione si è rivelata in questi sei anni scarna e limitata perlopiù ad uno scambio di prigionieri fra Russia ed Ucraina e ad una prefigurazione di modifica costituzionale, su proposta dell’ex ministro degli esteri tedesco Steinmeier, che garantisse autonomia ai russofoni ucraini. Il sostegno statunitense all’Ucraina si esprimerà, oltre che nella stipula di alcuni accordi commerciali, tramite l’Ukraine Security Assistance, ovvero un programma con un pacchetto di aiuti di 150 milioni di dollari per favorire la preparazione militare dell’Ucraina. In generale, seppure gli USA appoggino le tendenze revansciste dell’Ucraina, appare evidente che tanto lo Stato guidato da Biden quanto la Russia tendano a voler mantenere, in questa zona, lo status quo.
Sul tavolo anche la questione della crisi euromediterranea, in particolare delle aree libiche e siriane, dove la Russia svolge un ruolo preminente: l’invito di Biden per Putin è di dare priorità alla sicurezza delle aree teatro di scontri.
Il cyberspazio
Durante il summit, Joe Biden ha proposto a Putin la creazione di una Convenzione di Ginevra informatica. Non sarà una missione dal facile esito. Putin, dal canto suo, nega qualsiasi coinvolgimento della Russia nei recenti attacchi informatici che hanno visto come vittima gli Stati Uniti, in particolare nel caso dell’oleodotto Colonial Pipeline e della vistosa operazione di hackeraggio Solar Wind, che ha colpito l’amministrazione USA stessa. In particolare, l’attacco all’oleodotto è consististo nel rubare dati alla parte lesa per ottenerne un riscatto (il cosiddetto fenomeno del ransomware). È altresì verosimile secondo gli esperti che la nazione russa non sia coinvolta e che i pirati informatici siano dei privati che riescono a sfuggire al controllo delle autorità.
Il summit, tra promesse di collaborazione e mantenimento, in alcuni casi, delle rispettive posizioni, è stato comunque un segnale simbolico e forte della volontà di dialogo fra degli Stati Uniti in via di rinnovamento con Biden ed una Russia di tradizione putiniana da sempre poco avvezza a mettersi in discussione. La Guerra Fredda è finita da anni, siamo d’accordo. Ma se immaginiamo il globo come un filo tenuto a un capo dalla Russia e all’altro dagli Stati Uniti, con la Cina che vi esercita le dovute pressioni, dobbiamo sicuramente preoccuparci della forza che le due parti mettono nel tirare: se la corda dovesse spezzarsi, in un modo o nell’altro, ne saremmo tutti coinvolti.
(Featured Image Credits: Sputnik Notizie)
About the Author
Sofia Annarelli
Nata a Napoli nel 1999, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e sta attualmente frequentando il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso la LUISS. Adora viaggiare, leggere e scoprire nuove culture. È una grande appassionata di quella statunitense: ha visitato molte volte questo Paese e nel 2019 ha preso parte ad una simulazione di una seduta delle Nazioni Unite a New York. View more articles.
Se sei arrivato fin qui significa che apprezzi i nostri contenuti. Aiutaci a migliorarli sostenendo il nostro lavoro anche al costo di un caffè!
La prima parte di questo 2021 ha riacceso in maniera importante il dibattito sull’energia nucleare, soprattutto considerati i fatti di cronaca succedutisi negli ultimi mesi. Il primo riferimento è alla decisione del Governo giapponese, presa nel corso del mese di aprile, di diluire le acque radioattive provenienti dalla centrale di Fukushima nell’Oceano Pacifico. Le torri della centrale, danneggiata e mai recuperata dopo lo tsunami del 2011, hanno ininterrottamente continuato a produrre calore per dieci anni e devono essere quotidianamente raffreddate. Il risultato è un quantitativo di acqua radioattiva prodotta pari a 140 tonnellate al giorno, che ha generato un accumulo di liquido superiore al milione di tonnellate. Il liquido, contaminato principalmente dal trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno, è momentaneamente stoccato in serbatoi adiacenti la centrale, i quali, entro l’estate del 2022, raggiungeranno la massima capacità di contenimento. Da qui la decisione del premier Yoshihide Suga, in concerto con il Ministro dell’Industria Hiroshi Kajiyama, di procedere allo sversamento delle acque contaminate nell’Oceano Pacifico.
Le operazioni cominceranno tra due anni e dureranno decenni. Tuttavia, nonostante lo sversamento graduale e la bonifica preventiva dell’acqua in appositi bacini, restano forti dubbi. L’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ha sostenuto che il rilascio nell’oceano delle acque contaminate è in linea con gli standard internazionali dell’industria nucleare. La decisione ha però sollevato enormi proteste, dovute ai danni che lo sversamento rischia di provocare alla flora e alla fauna marina, specialmente presso l’opinione pubblica giapponese e presso i vicini coreani e cinesi.
L’allarme cinese e il caso di Bushehr
Meno roboanti ma certamente rilevanti sono gli altri due casi che si sono recentemente verificati. Il primo fa riferimento alla fuga radioattiva che si sarebbe verificata presso la centrale nucleare di Taishan, nella provincia di Guangdong in Cina. La centrale, di proprietà del colosso francese dell’energia Électricité de France, avrebbe rappresentato una “minaccia radioattiva imminente”, come riferito dalla stessa società. Per almeno due settimane, però, la Cina ha sottovalutato il problema, sostenendo che non ci fossero anomalie ambientali o fattori di rischio all’interno e all’esterno dell’impianto. Al momento sembra che l’aumento di radioattività nei pressi della centrale fosse dovuto a cinque barre di combustibile danneggiato, fenomeno comune che non desterebbe particolari preoccupazioni.
Il secondo caso riguarda l’unica centrale nucleare iraniana in funzione, quella di Bushehr nel sud del Paese. A causa di un guasto tecnico non definito e specificato, la centrale ha infatti subìto un arresto di emergenza temporaneo ed è stata scollegata dalla rete elettrica nazionale. L’Organizzazione per l’energia atomica in Iran e un funzionario della compagnia elettrica statale si sono limitati ad affermare che lo stop sarebbe durato qualche giorno, senza fornire ulteriori dettagli.
L’analisi costi/benefici
Allargando l’analisi a livello globale si nota che, dopo un periodo di denuclearizzazione seguito al disastro di Chernobyl, l’energia nucleare ha vissuto un nuovo rinascimento a partire dal 2000. Ci si potrebbe chiedere a questo punto se convenga davvero continuare a investire sul nucleare e soppesare rischi e benefici di questa fonte energetica alla luce dei recenti avvenimenti.
L’energia nucleare da fissione è considerata economica, relativamente sicura e ha un bassissimo impatto ambientale. Le emissioni di sostanze climalteranti, infatti, sono pari a quelle dell’eolico e addirittura inferiori al fotovoltaico. Questo aspetto, per quanto cruciale nella lotta ai cambiamenti climatici, va bilanciato con una serie piuttosto lunga di “contro”. Il nucleare, infatti, richiede investimenti iniziali faraonici – anche quattro volte superiori a quelli necessari per le fonti rinnovabili – e tempi molto dilatati per la messa in esercizio delle centrali, fino a dieci volte superiori a un parco eolico o fotovoltaico. Allo stesso modo, risulta estremamente macchinoso nonché costoso il processo di smantellamento delle centrali. A ciò si aggiunge l’annoso problema dello smaltimento e lo stoccaggio delle scorie radioattive che deve fare i conti con un numero finito di siti idonei, permanenti o temporanei che siano, con l’esempio delle acque di Fukushima che rappresenta la più lampante delle dimostrazioni. Infine, c’è da fare i conti con gli eventuali disastri ambientali; se è vero che sono numericamente molto limitati, è altrettanto vero che i danni provocati sono incalcolabili, si ripercuotono per decenni e insistono su porzioni di territorio geograficamente rilevanti.
Stante quanto detto, si potrebbe logicamente concludere che i rischi legati al nucleare sono ben maggiori dei benefici, anche alla luce del contributo effettivo che le centrali garantiscono ai singoli Stati in ambito di produzione energetica totale. Dando spazio ai numeri, nei tre Stati succitati il nucleare contribuisce alla produzione di energia elettrica nazionale in misura inferiore al 5%, e, a livello globale, solo il 10% della produzione energetica deriva da questa fonte, sebbene esistano ancora rilevanti eccezioni, come la Francia, in cui il livello di dipendenza dal nucleare supera il 70%.
Nato a Roma nel 1996, sono un grande appassionato di materie storico-politiche oltre che amante dello sport. Per questa ragione ho deciso di iscrivermi al Master in Sport Management presso la 24Ore Business School. Ho trascorso i cinque anni della mia carriera universitaria presso la Luiss “Guido Carli” dove ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e la laurea magistrale in Governo e Politiche – Istituzioni e Politiche. Nel 2020 ho iniziato a lavorare come “Customer Service Assistant” tirocinante presso una società di servizi informatici di Roma la quale ha successivamente deciso di inserirmi a tempo pieno nell’organico aziendale.
Se sei arrivato fin qui significa che apprezzi i nostri contenuti. Aiutaci a migliorarli sostenendo il nostro lavoro anche al costo di un caffè!
Il contesto altamente dinamico associato ad un’economia sempre più terziaria ha cambiato profondamente la struttura delle aree urbane, le traiettorie di sviluppo delle stesse e, con esse, quello che è l’aspetto demografico e strutturale della composizione dei quartieri.
Diverse aree hanno affrontato, ed affrontano, il fenomeno della “gentrificazione”, una tematica che, pur non essendo ben trattata dal punto di vista mediatico, sta influendo sulla vita di molte persone. Ma a cosa ci riferiamo di preciso? Cerchiamo di far luce sull’argomento.
La sociologa inglese Ruth Glass coniò questo termine nel 1964 per descrivere dei cambiamenti occorsi ad un quartiere povero di Londra a seguito dell’insediamento di un nuovo gruppo sociale di classe media; partendo dall’etimologia della parola, essa deriva dal termine francese genterise, che sta ad indicare una persona appartenente ad una classe sociale abbiente.
Analizzando il punto di vista spaziale, questo fenomeno si presenta come una rigenerazione delle aree incentrata sulla transizione da un’idea urbana industriale ad una post-industriale o terziaria. Il risultato è un mutamento radicale di quella che è la composizione architettonica, sociale, demografica ed economica delle aree soggette. In quest’ottica, spazi urbani dediti all’artigianato e a realtà produttive lasciano spazio a settori come quello finanziario e artistico-culturale, generando una vera e propria rivoluzione endogena.
Verrebbe da chiedersi chi abbia sperimentato questo fenomeno durante l’arco della sua vita e in quale maniera si sia interfacciato a questi cambiamenti.
In Italia, città come Milano (Porta Garibaldi e Area Expo), Roma (quartieri Testaccio e Centocelle), Torino e Napoli, sono solo alcuni esempi di un fenomeno diffuso, che interessa la vita di numerosi cittadini. Di conseguenze associate alla gentrificazione, infatti, ce ne sono molte e non tutte positive. Numerosi studi dimostrano come il prezzo degli affitti nelle zone interessate dal fenomeno subisca degli incrementi considerevoli, tanto da divenire insostenibile per gli abitanti storici delle stesse, e come l’arrivo di nuove persone, economicamente più abbienti, generi delle trasformazioni consistenti non solo nel tessuto sociale, ma anche dal punto di vista architettonico.
Il combinato disposto di tutti questi elementi va ad alimentare la segregazione sociale, spesso etnica, di numerose persone che si vedono defraudate da un sistema volto ad alimentare le discrepanze e disunire il tessuto sociale, in cambio di miglioramenti che, seppur presenti e consistenti, si rivelano fruibili solo da determinate classi sociali.
Dal punto di vista della relazione fra società e spazi urbani, la “gentrificazione” genera una perdita di identità e di individualità delle città; le aree non sono più riconducibili ad alcun soggetto e non presentano alcun connotato caratterizzante. Prendendo in prestito le parole del celebre architetto Rem Koolhaas nel suo libro “Singapore Songlines. Ritratto di una metropoli Potemkin… O trent’anni di tabula rasa”, è possibile comprendere l’apolidia scaturente da un sistema di sviluppo urbano esogeno: “la città rappresenta la produzione ideologica degli ultimi tre decenni nella sua forma pura, incontaminata da residui contestuali sopravvissuti. È guidata da un regime che ha escluso l’accidente e la casualità; anche la sua natura è interamente rifatta. È pura intenzione; se c’è caos, è caos ideato; se è brutta, è di una bruttezza progettata; se è assurda, è di una assurdità voluta”.
Queste parole fanno riflettere sul nostro ruolo all’interno dello spazio, sui bisogni e su come omologazione e approcci top-down, scevri da ogni connessione con l’identità sociale, possano de facto indirizzare la vita, gli spazi e le traiettorie di sviluppo delle persone. Il fenomeno della “gentrificazione” sta diventando sempre più presente nelle realtà urbane e il compito degli amministratori sarà comprendere le sempre diverse esigenze, cercando di ricucire di volta in volta i conseguenti strappi al tessuto sociale; parafrasando il titolo del celebre saggio di Giovanni Semi sul tema, dovremmo chiederci se davvero arriveremo mai ad avere tutte le città come Disneyland e, soprattutto, se ne sentiamo davvero il bisogno.
(Featured Image Credits: Tyler Lariviere)
About the Author
Francesco Lelli
Nato a Rieti nel 1991, è appassionato di Economia e Scienze Sociali. Attualmente è PhD student presso il Gran Sasso Science Institute (GSSI) in Regional Science and Economic Geography, dove si occupa di studi relativi all’economia applicata a contesti territoriali. Ama la musica e qualsiasi forma di espressione. View more articles.
Se sei arrivato fin qui significa che apprezzi i nostri contenuti. Aiutaci a migliorarli sostenendo il nostro lavoro anche al costo di un caffè!
È finalmente arrivata l’estate, l’Italia si accinge alla quasi totale riapertura e i ragazzi stanno affrontando gli ultimi esami. È quindi arrivato il momento di programmare le vacanze, ma come? In molti si stanno interrogando circa le mete che potranno essere raggiunte durante questa estate 2021, che purtroppo vede ancora come protagonista il COVID-19. In questi giorni si attende la firma del Premier Draghi per far passare il nuovo Dpcm riguardante la formalizzazione del Green Pass, un certificato che garantisce la piena mobilità tra i Paesi membri dell’UE durante questa crisi pandemica. Il decreto, elaborato dal Ministero della Salute, dell’Innovazione e dell’Economia, presenterà le linee guida per ottenere il Green Pass e le caratteristiche che tale certificato dovrà avere.
Abbiamo voluto illustrare in cosa consiste il Green Pass e come funzionerà, analizzandone i punti salienti attraverso le domande più frequenti su tale argomento.
Cosa è?
Il Green Pass è un certificato che attesta che la persona in questione è stata vaccinata contro il COVID-19, è guarita dalla patologia o ha ottenuto un esito negativo al test antigenico o molecolare. L’obiettivo è quello di rendere disponibile tale pass entro la fine di giugno 2021, così da essere coordinati con l’entrata in vigore del Green Pass europeo che avverrà il 1° luglio. Il Green Pass è stato pensato per assicurare il diritto alla libera circolazione, pur garantendo in primis la sicurezza dei cittadini. Grazie a tale strumento, infatti, sarà possibile viaggiare in tutti i Paesi dell’Unione Europea, recarsi nelle regioni italiane con un grado diverso di rischio pandemico (anche se oggi le regioni italiane sono state quasi tutte collocate nella fascia bianca), ma non solo: tale certificato permette di partecipare a cerimonie, eventi pubblici e di entrare all’interno delle Rsa. Il futuro Dpcm, tuttavia, ribadirà il concetto che il Green Pass è un certificato obbligatorio solo quando strettamente richiesto. Esso potrà essere introdotto e rilasciato dai vari Paesi dell’UE a partire dal 1° Luglio e, come detto in precedenza, è stato concepito per garantire un miglior coordinamento tra le varie restrizioni presenti nei differenti territori nazionali. La persona in possesso del Green Pass, quindi, è esonerata da ulteriori restrizioni dettate dagli altri Stati membri, a meno che non si verifichino casi straordinari (come la scoperta di nuove varianti) che dovranno essere giustificati alla Commissione Europea. È fondamentale ricordare che il certificato potrà essere revocato qualora la persona contragga il COVID.
Chi può richiedere il certificato?
Tutti coloro che hanno ricevuto il vaccino possono richiedere il Green Pass. Non vi è differenza tra una tipologia di vaccino o un’altra; tuttavia, è in capo ai singoli Stati la decisione di accettare un certificato di vaccinazione dopo una dose oppure al solo completamento del ciclo di vaccinazione. In Italia verrà rilasciato dopo 15 giorni dalla data della prima dose e avrà una validità di 9 mesi a partire dalla data della seconda dose. Le persone nel nostro Paese che hanno ricevuto la prima dose e che quindi possono richiedere immediatamente dalla sua introduzione il Green Pass sono circa il 40% della popolazione. Coloro che invece sono guariti dal COVID possono richiederlo se non sono trascorsi oltre i 6 mesi dalla guarigione. Il certificato viene rilasciato anche in seguito all’esito negativo di un tampone molecolare (entro le 72 ore precedenti) o di un test antigenico (entro le 48 ore). Possono richiedere il Green Pass anche tutti gli italiani che si sono vaccinati all’estero, purché il vaccino fatto sia riconosciuto come valido dall’Italia e tale richiesta può essere fatta nelle ambasciate, nei consolati o alla frontiera.
Come si ottiene il Green Pass?
Il pass potrà essere rilasciato gratuitamente dalle autorità nazionali. Il Digital Green Certificate (DGC) è la piattaforma online nazionale creata appositamente per la creazione e il rilascio del certificato. I cittadini disporranno sia della versione digitale sia della versione cartacea ed entrambe le formule avranno un QR code caratterizzante per garantirne la validità. Il Green Pass verrà controllato da tutte le forze dell’ordine e dai pubblici ufficiali in primis. Inoltre, può essere verificato anche da proprietari o gestori di locali che hanno deciso di fare del pass un requisito obbligatorio per l’ingresso a tali luoghi e dal personale addetto al controllo per l’entrata ad eventi pubblici.
Come si usa il Green Pass?
Come detto in precedenza, il certificato è valido in tutti i Paesi dell’Unione Europea ed è per questo che verrà erogato sia nella lingua nazionale sia in inglese. Il QR code verrà scansionato al momento del controllo e verrà verificata anche la firma: ogni ente autorizzato alla creazione del pass sarà identificato tramite una propria chiave di firma digitale. I dati sensibili contenuti dal certificato riguardano: il nome, la data di rilascio, la motivazione del rilascio (vaccino, guarigione, test) e QR code personalizzato. Tali dati, ritenuti sensibili, verranno solamente verificati ma non memorizzati dallo Stato in cui si fa ingresso.
(Featured Image Credits: privacycontrol.it)
About the Author
Costanza Berti
Nata a Massa Marittima nel 1998, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e ora frequenta il corso di laurea magistrale in Gestione d’Impresa presso l’università LUISS di Roma. La sua vita si divide tra Roma e Follonica. Da sempre appassionata di viaggi, nel corso degli anni ha potuto scoprire e vivere culture molto diverse tra loro. Nel 2019 ha preso parte al progetto Erasmus a Rotterdam, trascorrendo un semestre di studio alla Erasmus University of Rotterdam. View more articles.
Se sei arrivato fin qui significa che apprezzi i nostri contenuti. Aiutaci a migliorarli sostenendo il nostro lavoro anche al costo di un caffè!
I nuovi volti del partito Conservatore tra tradizione e riforma
Sulle pagine della prestigiosa rivista statunitense “The Atlantic” è recentemente apparso un brillante e sorprendente ritratto di Boris Johnson, intitolato “Il Ministro del Caos”, e firmato dal giornalista Tom McTague. Dalle righe di questo piccolo capolavoro di giornalismo, il noto Premier britannico emerge come una figura caleidoscopica, sfaccettata, imprevedibile e impossibile da centrare appieno, un leader spesso contraddittorio e disattento, ma sempre animato da un incrollabile ottimismo.
Non sorprende, dunque, che la vivida personalità del Primo Ministro, con le sue molte gaffe, le sue dichiarazioni sconcertanti e i suoi progetti iperbolici finisca con il monopolizzare molta dell’attenzione della stampa, sia estera che domestica, spesso a discapito di figure più silenziose e defilate, ma anch’esse cruciali all’interno del Governo e del partito Conservatore.
Una di queste “eminenze grigie”, e per molti versi un vero e proprio negativo di Boris Johnson, è il Cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak. Nato in Inghilterra da una famiglia di origine indiane, educato al prestigioso Winchester College e poi alle Università di Oxford e Stanford, Rishi Sunak è entrato in politica solo nel 2015, dopo aver lavorato presso la celebre banca d’affari Goldman Sachs. Spesso descritto come ambizioso, disciplinato, studioso e sempre ben preparato, il Cancelliere, i suoi completi inamidati e i suoi discorsi attentamente preparati offrono un contrasto netto e immediatamente visibile con il suo appariscente ed estemporaneo superiore.
Ad un’analisi più attenta, tuttavia, le due figure rivelano anche una serie di similitudini notevoli. Entrambi, infatti, fanno parte di quella élite internazionale, “globalizzata” ed estremamente colta, che vanta significative esperienze all’estero (entrambi hanno vissuto a lungo negli Stati Uniti, ad esempio) e che poco sembrerebbe riflettere il vissuto ed i bisogni di elettori spesso non benestanti o disoccupati, relegati in piccole realtà post-industriali e lontani da metropoli “mondiali” come Londra. Nonostante ciò, sia Rishi Sunak che Boris Johnson sono riusciti a conquistare i voti di queste fasce di popolazione, proponendo un nuovo progetto che bilancia politiche tradizionalmente conservatrici con elementi inediti, quali l’attenzione all’ambiente o l’impegno a rilanciare parti “svantaggiate” del paese.
L’apporto più significativo (fino a oggi) del Cancelliere a questo nuovo programma è giunto sabato 5 giugno, a seguito di una riunione con le sue controparti appartenenti ai paesi del G7. L’incontro, tenutosi a Londra, ha rappresentato il preludio al meeting vero e proprio dei leader delle sette maggiori nazioni industrializzate, che si è svolto una settimana più tardi, con sede in Cornovaglia.
Al termine di questo round “preliminare” di negoziazioni, infatti, Rishi Sunak ha annunciato tramite una serie di tweet il raggiungimento di un accordo sulla riforma del sistema fiscale globale: una mossa che avrà di certo sorpreso (e probabilmente scontentato) la vecchia guardia conservatrice legata all’ortodossia neoliberale di stampo Thatcher, ma che sarà stata invece ben accolta da molti nuovi elettori “Tory”.
L’accordo sembrerebbe basarsi su due “pilastri” complementari (proposti originariamente dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), che dovrebbero rendere il sistema di tassazione mondiale più equo e più in linea con un’epoca in cui sono i flussi incorporei di dati, piuttosto che di merci fisiche, a generare profitti.
Il primo “pilastro” riguarda infatti quelle multinazionali che operano con margini di profitto superiori al 10% – e cioè, i giganti tech quali Facebook, Apple o Microsoft. Il 20% dei guadagni superiori a questa soglia verrebbero tassati, sotto il nuovo regime fiscale, nel Paese stesso in cui le operazioni hanno luogo, e non nella giurisdizione di residenza per motivi fiscali. Per completare questo provvedimento, il secondo “pilastro” prevede l’adozione di una tassa minima al 15% in tutto il mondo, in modo da ridurre l’attrattiva dei paradisi fiscali, che fino ad oggi hanno costretto i vari Governi ad una sorta di gara al ribasso sulla tassazione.
Inoltre, l’accordo prevede maggiore trasparenza ed attenzione su questioni ecologiche di varia natura. Ad esempio, è stata promossa l’incorporazione dei risvolti ambientali sulle decisioni finanziare, e sono stati discussi i miglioramenti da apportare al “Company Beneficial Ownership Registry” per contrastare i crimini ecologici.
Nonostante l’indiscutibile natura epocale di questo accordo, non sono mancate alcune critiche. In molti, ad esempio, avrebbero preferito una tassa minima che si aggirasse intorno al 21%: lo stesso Presidente USA Joe Biden, rappresentato per l’occasione dalla Segretaria del Tesoro Janet Yellen, sembrava spingere in questa direzione, ma ha accettato il compromesso nell’ottica di un primo, importante passo sul quale in seguito costruire ed ampliare. In cambio del suo supporto, inoltre, Janet Yellen ha ottenuto la rimozione della digital tax da parte dei Paesi europei, mossa che non è stata universalmente ben ricevuta a Bruxelles.
Altri hanno evidenziato come il primo pilastro lasci aperte delle pericolose “scappatoie” per alcune multinazionali. Amazon, per esempio, nonostante la sua performance stellare sui mercati finanziari, non raggiungerebbe nel complesso la soglia minima del 10% prevista dall’accordo, in larga misura perché le sue operazioni retail operano con un margine di profitto bassissimo o quasi nullo. Nel compromesso dovrebbe dunque essere inclusa una clausola di “spacchettamento”, in modo da permettere alle autorità fiscali di tassare in maniera indipendente le varie parti che compongono conglomerati mastodontici come Amazon. Ad esempio, Amazon Web Services, il braccio del colosso di Seattle che si occupa di cloud computing, potrebbe essere tassato, in quanto dichiara margini di profitto superiori al 30%.
Non è chiaro se e quando queste contestazioni verranno affrontate e risolte. L’accordo, prima di essere tradotto in proposte di legge dalle autorità competenti, dovrà inoltre essere esteso al G20 (il gruppo che include, tra gli altri, Cina, Russia e Arabia Saudita), e potrebbe poi fungere da ossatura per la riforma promossa dalla già citata Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, di più ampio respiro, che punterebbe ad includere ben 130 Paesi.
Anche le tempistiche di questo iter burocratico rimangono in dubbio. L’unica certezza è che questa iniziativa ha il potenziale di scuotere profondamente il sistema attuale, fungendo da vero e proprio momento di “rifondazione” per il Washington Consensus e dando nuova vita ad istituzioni in declino. Per il partito Conservatore potrebbe rappresentare un successo importante, e una dipartita da principi ormai sempre più impopolari, indicando inoltre la via ad altri, come il partito Repubblicano, che sono in cerca di una formula vincente per il ventunesimo secolo. E per il Cancelliere Rishi Sunak potrebbe trattarsi di una chance fondamentale, un modo per uscire dalla lunga ombra dell’esuberante, stravagante Johnson, e costruire il prossimo passo della sua già meteorica ascesa politica.
Featured Image Credits: The Times
About the Author
Luca Venga
Nato a Rieti nel 1999, da sempre si interessa di storia, geopolitica e relazioni internazionali. Dopo aver vissuto negli Stati Uniti e in Germania, dove consegue l’International Baccalaureate Diploma, si trasferisce a Manchester per frequentare il corso di laurea triennale in Politics and International Relations presso la University of Manchester (ottenendo il Leadership Award per l’anno accademico 2020/21). Affascinato da lingue e culture diverse, ama leggere e viaggiare, dedicandosi ad esperienze di volontariato quali il Tanzania Project e il Community Mapping Project Uganda. View more articles.
Se sei arrivato fin qui significa che apprezzi i nostri contenuti. Aiutaci a migliorarli sostenendo il nostro lavoro anche al costo di un caffè!
Nemmeno tre anni fa, la firma del politologo piemontese Vittorio Emanuele Parsi tornava sugli scaffali delle librerie per deliziare gli spiriti di tutti gli studiosi delle Relazioni Internazionali nel panorama accademico italiano. Titolo della pubblicazione in questione: Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale; un’intestazione degna del miglior declinismo kennediano. La breve ma intensa retrospettiva che Parsi vi inscrive è una riflessione storica essenziale per la corretta contestualizzazione di tutte le più recenti evoluzioni della civiltà occidentale in termini di indirizzo e di compattezza. L’idea di fondo è semplice: di fianco alla legittimità più immediatamente derivabile dall’hard-power militare ed economico, l’egemone americano ha goduto parallelamente – per qualche anno almeno – di una legittimità politica, rendita degli assunti valoriali propugnati durante la contrapposizione dei blocchi. Il mondo presentato nelle vetrine statunitensi era più sicuro, più giusto, e soprattutto più ricco di quello che l’Est potesse offrire dall’altro lato del muro. Il crollo dell’Unione Sovietica ha apparentemente soddisfatto ognuna di queste promesse costitutive del nuovo ordine liberale: il mondo, ormai ridotto ad un unico blocco (filo-)atlantico, aveva esaurito le minacce ed espandeva a piacimento i confini della pace, della giustizia e della prosperità ben oltre la linea di Berlino.
Ma la storia, tutt’altro che finita (per grande dispiacere di Fukuyama e per cinico gaudio di Huntington), non tardò a ricostruire gli argini per frenare l’onda dell’ottimismo. Il XXI secolo si rivelò quasi immediatamente portatore naturale di disgrazie e revisionismo: nel giro di nemmeno un decennio, gli Stati Uniti osservarono quelle fortunate fondamenta liberali, da salde e consolidate quali sembravano, trasformarsi nelle ceneri e macerie di una civiltà intrinsecamente debole, sovraesposta ad attacchi, ingerenze e degenerazioni autogene. Il 2001 ha scambiato l’ideologia con la cultura, le guerre di faglia con gli attentati, i confini dell’Impero del male con l’invisibilità delle cellule fondamentaliste, lo spionaggio internazionale con l’intelligence di contrasto alle homegrown threats, la paura di un inverno nucleare col terrore dello stragismo: le FOB sparse per il vecchio continente, gli euromissili puntati su Mosca e lo scudo spaziale sono, ad un tratto, cimeli di un tempo passato e strategicamente superato. Il 2003, dal suo canto, segna invece la morte del predicato multilateralismo targato ONU: l’espansione del mondo libero si confonde con l’espansionismo di stampo imperialista, la democrazia si esporta a piani tariffari agevolati e senza passare per il vaglio del Consiglio di Sicurezza. Il 2008, infine, rivela il difetto di fabbrica proprio di un capitalismo eccessivamente deregolamentato, malato e traditore del principio di concorrenzialità: l’estrema conseguenza delle Reaganomics non è che il fallimento del libero mercato, collassato sotto il peso del debito privato.
Le Torri Gemelle si portarono via il mondo sicuro, l’Iraq quello giusto, e Wall Street quello ricco. Quando le polveri si posarono, dell’atlantismo non era rimasta che la dipendenza militare europea e la radioattività culturale statunitense: dell’unità valoriale propriamente detta non c’era più traccia. La sopraggiunta superpotenza cinese, che da una generazione a questa parte domina indisturbata le classifiche degli argomenti caldi, non interpreta la parte dell’assassino della civiltà occidentale, quanto quella del becchino che ne seppellisce asetticamente le spoglie e ne sigilla definitivamente il feretro. Se l’eco della RIMPAC aveva fin qui fatto sperare nel ripristino di una più concreta battaglia comune contro il Dragone, le voci che in queste ore si alzano dalla Cornovaglia ci restituiscono l’immagine di un Occidente più compatto ma non meno sprovveduto. E sarebbe il caso di spendere due parole anche sulla durevolezza di questa ritrovata unità, visto e considerato che all’inizio del viaggio europeo di Biden è corrisposto un aumento esponenziale delle interviste rilasciate da Charles Kupchan (il politologo che, con non poca lungimiranza, aveva teorizzato nel 1995 la possibilità di un collasso dell’Unione Europea post-bipolare in preda alle tensioni centrifughe figlie della recrudescenza nazionalista).
I comportamenti assunti dagli ultimi due presidenti americani (il repubblicano uscente e il democratico attualmente in carica), per quanto diametralmente opposti, non riflettono in alcun modo la volontà di ricostituire un fronte dell’Ovest realmente capace di tener testa alla sfida cinese. Trump, tra i due il cinico realista, farciva di vacue parole la carcassa dell’asse transatlantico, si spendeva in lunghi discorsi da Roma a Varsavia per delinearne le forme e descriverlo come un crogiolo di tradizioni giuridiche, composizioni artistiche, scoperte scientifiche, standard organizzativi sociali, usanze e mentalità governate dai medesimi principi di libertà, dignità e giustizia. Ma all’atto pratico, spenti i microfoni e abbandonati i pulpiti, ritirava i fondi statunitensi dalle agenzie sussidiarie delle Nazioni Unite, si sottraeva agli obblighi dell’accordo di Parigi, imponeva dazi sull’export europeo, e interrompeva la condivisione intercontinentale di tecnologie di machine learning in seno alla NATO. Questo perché Trump aveva rinunciato alla visione cooperativa e alla gestione condivisa della crisi valoriale in atto: presa coscienza dell’impossibilità di ripristinare l’alleanza atlantica alle sue vecchie glorie, l’intento di ripiego era quello di rispolverare l’isolazionismo, cercando di riequilibrare la partita con l’autoritarismo asiatico assumendo sembianze e prerogative di un organo monocratico, unico membro – per non dire superstite – di una civiltà occidentale composta da una sola nazione.
Meno arrendevole, ma non meno contraddittoria, è la strategia di Biden, improntata al multilateralismo e al recupero degli istituti di reciproco sostegno e di condivisione risorse. Unica pecca di questo indirizzo non risiede tanto nell’individuazione degli obiettivi quanto nella definizione delle priorità: la promessa di un piano vaccinale in grado di risollevare le sorti dell’Europa e del resto del mondo è sicuramente un prospetto degno del più feroce entusiasmo, con importanti risvolti strategici in termini di proiezione politico-culturale in quei territori altrimenti pericolosamente ammaliati dall’efficienza illiberale. Ma se alla seconda voce del piano comune si colloca l’intenzione di incrementare gli sforzi per la salvaguardia dell’ambiente (in vista della novembrina COP26), nel contesto internazionale in cui il principale produttore di plastiche, metalli pesanti, carni e anidride carbonica nemmeno partecipa al summit G7 da cui si spera di ricavare degli obblighi funzionali alla salvaguardia degli ecosistemi planetari… forse è il caso di ricalibrare il tiro e di riorganizzare le idee.
L’intento di chi scrive non è assolutamente quello di sminuire la questione ambientale o di negare la necessità di un joint commitment per il raggiungimento dell’auspicata Carbon Neutrality. Ma lascia di stucco la consapevolezza che le sette maggiori democrazie del mondo non arrivino a comprendere una delle più basilari leggi della storia umana: quando si è in guerra, le regole sono indirettamente stabilite dal contender più deregolamentato. È comprensibile che l’Occidente aspiri a plasmare il mondo a sua immagine e somiglianza, ritendendo la sua morale più confacente alle esigenze e ai limiti della nostra stessa specie; meno comprensibile è che pretenda di farlo da sconfitto. I tempi in cui il blocco orientale era economicamente arretrato, nonché incagliato nei suoi stessi crismi ideologici che ne prevenivano lo sviluppo competitivo, sono ormai alle nostre spalle. Oggi, l’estremo Oriente avanza a suon di dirigismo, tagliando come un coltello rovente la stoffa burrosa di un’Occidente ancora boccheggiante dall’ultima crisi liberista. Mentre gli alti piani della democrazia discutono di energie rinnovabili, la Cina glissa sull’argomento, accennando vagamente alla possibilità (niente di vincolante) di raggiungere i medesimi obiettivi con uno scarto di almeno 10 anni, di fatto delocalizzando e non già riducendo il volume produttivo delle facilities responsabili dell’inquinamento nei suoi territori. Mentre i capi del mondo libero delineano i passaggi per la produzione e la successiva erogazione di circa 500 milioni di dosi di vaccino Pfizer, la Cina (già conseguita l’immunità di gregge e ripristinata la normalità) torna a conquistare posizioni strategiche nei Balcani, nell’EastMed e nel continente africano.
Si prende giusto giusto un quarto del debito pubblico del Montenegro (peraltro, Paese candidato UE prontamente disertato dai vertici comunitari nel momento del bisogno, con un PIL crollato del -15% sotto il peso della pandemia), il 75% delle aziende estrattive di cobalto nell’ex Congo belga, l’80% delle gare d’appalto per la costruzione di mega infrastrutture in Tanzania, il porto di Gwadar (a due passi dallo stretto di Hormuz) in concessione dal Pakistan per 43 anni, “e passa la paura”. È triste doverlo dire, ma se l’Occidente non è in grado di procrastinare le questioni etiche in favore di quelle più pratiche e di abbassarsi al livello dell’avversario per combattere ad armi pari, allora il lungo ciclo – per dirla con le grammatiche di Modelski – è già giunto al termine e la guerra costituente ha infine eletto il nuovo egemone.
Spoiler: è quello che beve Chateau Changyu e non Chateaubriand.
(Featured Image Credits: tio.ch)
About the Author
Riccardo Italo Scano
“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles
Se sei arrivato fin qui significa che apprezzi i nostri contenuti. Aiutaci a migliorarli sostenendo il nostro lavoro anche al costo di un caffè!