L’occidente Fa I Conti Senza L’Oste Cinese

Nemmeno tre anni fa, la firma del politologo piemontese Vittorio Emanuele Parsi tornava sugli scaffali delle librerie per deliziare gli spiriti di tutti gli studiosi delle Relazioni Internazionali nel panorama accademico italiano. Titolo della pubblicazione in questione: Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale; un’intestazione degna del miglior declinismo kennediano. La breve ma intensa retrospettiva che Parsi vi inscrive è una riflessione storica essenziale per la corretta contestualizzazione di tutte le più recenti evoluzioni della civiltà occidentale in termini di indirizzo e di compattezza. L’idea di fondo è semplice: di fianco alla legittimità più immediatamente derivabile dall’hard-power militare ed economico, l’egemone americano ha goduto parallelamente – per qualche anno almeno – di una legittimità politica, rendita degli assunti valoriali propugnati durante la contrapposizione dei blocchi. Il mondo presentato nelle vetrine statunitensi era più sicuro, più giusto, e soprattutto più ricco di quello che l’Est potesse offrire dall’altro lato del muro. Il crollo dell’Unione Sovietica ha apparentemente soddisfatto ognuna di queste promesse costitutive del nuovo ordine liberale: il mondo, ormai ridotto ad un unico blocco (filo-)atlantico, aveva esaurito le minacce ed espandeva a piacimento i confini della pace, della giustizia e della prosperità ben oltre la linea di Berlino.

Ma la storia, tutt’altro che finita (per grande dispiacere di Fukuyama e per cinico gaudio di Huntington), non tardò a ricostruire gli argini per frenare l’onda dell’ottimismo. Il XXI secolo si rivelò quasi immediatamente portatore naturale di disgrazie e revisionismo: nel giro di nemmeno un decennio, gli Stati Uniti osservarono quelle fortunate fondamenta liberali, da salde e consolidate quali sembravano, trasformarsi nelle ceneri e macerie di una civiltà intrinsecamente debole, sovraesposta ad attacchi, ingerenze e degenerazioni autogene. Il 2001 ha scambiato l’ideologia con la cultura, le guerre di faglia con gli attentati, i confini dell’Impero del male con l’invisibilità delle cellule fondamentaliste, lo spionaggio internazionale con l’intelligence di contrasto alle homegrown threats, la paura di un inverno nucleare col terrore dello stragismo: le FOB sparse per il vecchio continente, gli euromissili puntati su Mosca e lo scudo spaziale sono, ad un tratto, cimeli di un tempo passato e strategicamente superato. Il 2003, dal suo canto, segna invece la morte del predicato multilateralismo targato ONU: l’espansione del mondo libero si confonde con l’espansionismo di stampo imperialista, la democrazia si esporta a piani tariffari agevolati e senza passare per il vaglio del Consiglio di Sicurezza. Il 2008, infine, rivela il difetto di fabbrica proprio di un capitalismo eccessivamente deregolamentato, malato e traditore del principio di concorrenzialità: l’estrema conseguenza delle Reaganomics non è che il fallimento del libero mercato, collassato sotto il peso del debito privato.

Le Torri Gemelle si portarono via il mondo sicuro, l’Iraq quello giusto, e Wall Street quello ricco. Quando le polveri si posarono, dell’atlantismo non era rimasta che la dipendenza militare europea e la radioattività culturale statunitense: dell’unità valoriale propriamente detta non c’era più traccia. La sopraggiunta superpotenza cinese, che da una generazione a questa parte domina indisturbata le classifiche degli argomenti caldi, non interpreta la parte dell’assassino della civiltà occidentale, quanto quella del becchino che ne seppellisce asetticamente le spoglie e ne sigilla definitivamente il feretro. Se l’eco della RIMPAC aveva fin qui fatto sperare nel ripristino di una più concreta battaglia comune contro il Dragone, le voci che in queste ore si alzano dalla Cornovaglia ci restituiscono l’immagine di un Occidente più compatto ma non meno sprovveduto. E sarebbe il caso di spendere due parole anche sulla durevolezza di questa ritrovata unità, visto e considerato che all’inizio del viaggio europeo di Biden è corrisposto un aumento esponenziale delle interviste rilasciate da Charles Kupchan (il politologo che, con non poca lungimiranza, aveva teorizzato nel 1995 la possibilità di un collasso dell’Unione Europea post-bipolare in preda alle tensioni centrifughe figlie della recrudescenza nazionalista).

I comportamenti assunti dagli ultimi due presidenti americani (il repubblicano uscente e il democratico attualmente in carica), per quanto diametralmente opposti, non riflettono in alcun modo la volontà di ricostituire un fronte dell’Ovest realmente capace di tener testa alla sfida cinese. Trump, tra i due il cinico realista, farciva di vacue parole la carcassa dell’asse transatlantico, si spendeva in lunghi discorsi da Roma a Varsavia per delinearne le forme e descriverlo come un crogiolo di tradizioni giuridiche, composizioni artistiche, scoperte scientifiche, standard organizzativi sociali, usanze e mentalità governate dai medesimi principi di libertà, dignità e giustizia. Ma all’atto pratico, spenti i microfoni e abbandonati i pulpiti, ritirava i fondi statunitensi dalle agenzie sussidiarie delle Nazioni Unite, si sottraeva agli obblighi dell’accordo di Parigi, imponeva dazi sull’export europeo, e interrompeva la condivisione intercontinentale di tecnologie di machine learning in seno alla NATO. Questo perché Trump aveva rinunciato alla visione cooperativa e alla gestione condivisa della crisi valoriale in atto: presa coscienza dell’impossibilità di ripristinare l’alleanza atlantica alle sue vecchie glorie, l’intento di ripiego era quello di rispolverare l’isolazionismo, cercando di riequilibrare la partita con l’autoritarismo asiatico assumendo sembianze e prerogative di un organo monocratico, unico membro – per non dire superstite – di una civiltà occidentale composta da una sola nazione.

Meno arrendevole, ma non meno contraddittoria, è la strategia di Biden, improntata al multilateralismo e al recupero degli istituti di reciproco sostegno e di condivisione risorse. Unica pecca di questo indirizzo non risiede tanto nell’individuazione degli obiettivi quanto nella definizione delle priorità: la promessa di un piano vaccinale in grado di risollevare le sorti dell’Europa e del resto del mondo è sicuramente un prospetto degno del più feroce entusiasmo, con importanti risvolti strategici in termini di proiezione politico-culturale in quei territori altrimenti pericolosamente ammaliati dall’efficienza illiberale. Ma se alla seconda voce del piano comune si colloca l’intenzione di incrementare gli sforzi per la salvaguardia dell’ambiente (in vista della novembrina COP26), nel contesto internazionale in cui il principale produttore di plastiche, metalli pesanti, carni e anidride carbonica nemmeno partecipa al summit G7 da cui si spera di ricavare degli obblighi funzionali alla salvaguardia degli ecosistemi planetari… forse è il caso di ricalibrare il tiro e di riorganizzare le idee.

L’intento di chi scrive non è assolutamente quello di sminuire la questione ambientale o di negare la necessità di un joint commitment per il raggiungimento dell’auspicata Carbon Neutrality. Ma lascia di stucco la consapevolezza che le sette maggiori democrazie del mondo non arrivino a comprendere una delle più basilari leggi della storia umana: quando si è in guerra, le regole sono indirettamente stabilite dal contender più deregolamentato. È comprensibile che l’Occidente aspiri a plasmare il mondo a sua immagine e somiglianza, ritendendo la sua morale più confacente alle esigenze e ai limiti della nostra stessa specie; meno comprensibile è che pretenda di farlo da sconfitto. I tempi in cui il blocco orientale era economicamente arretrato, nonché incagliato nei suoi stessi crismi ideologici che ne prevenivano lo sviluppo competitivo, sono ormai alle nostre spalle. Oggi, l’estremo Oriente avanza a suon di dirigismo, tagliando come un coltello rovente la stoffa burrosa di un’Occidente ancora boccheggiante dall’ultima crisi liberista. Mentre gli alti piani della democrazia discutono di energie rinnovabili, la Cina glissa sull’argomento, accennando vagamente alla possibilità (niente di vincolante) di raggiungere i medesimi obiettivi con uno scarto di almeno 10 anni, di fatto delocalizzando e non già riducendo il volume produttivo delle facilities responsabili dell’inquinamento nei suoi territori. Mentre i capi del mondo libero delineano i passaggi per la produzione e la successiva erogazione di circa 500 milioni di dosi di vaccino Pfizer, la Cina (già conseguita l’immunità di gregge e ripristinata la normalità) torna a conquistare posizioni strategiche nei Balcani, nell’EastMed e nel continente africano.

Si prende giusto giusto un quarto del debito pubblico del Montenegro (peraltro, Paese candidato UE prontamente disertato dai vertici comunitari nel momento del bisogno, con un PIL crollato del -15% sotto il peso della pandemia), il 75% delle aziende estrattive di cobalto nell’ex Congo belga, l’80% delle gare d’appalto per la costruzione di mega infrastrutture in Tanzania, il porto di Gwadar (a due passi dallo stretto di Hormuz) in concessione dal Pakistan per 43 anni, “e passa la paura”.  È triste doverlo dire, ma se l’Occidente non è in grado di procrastinare le questioni etiche in favore di quelle più pratiche e di abbassarsi al livello dell’avversario per combattere ad armi pari, allora il lungo ciclo – per dirla con le grammatiche di Modelski – è già giunto al termine e la guerra costituente ha infine eletto il nuovo egemone.

Spoiler: è quello che beve Chateau Changyu e non Chateaubriand.

(Featured Image Credits: tio.ch)

About the Author

Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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