Accordi Israele-Golfo: Frattura Nel Mondo Arabo

Il 15 settembre scorso il primo ministro israeliano Netanyahu e i ministri degli Affari Esteri di Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno firmato a Washington D.C. gli “accordi di Abramo”, che sanciscono la normalizzazione delle relazioni fra Israele e i due Paesi del Golfo e, in cambio, la rinuncia israeliana al progetto di annessione della Cisgiordania. Promotore di questi accordi il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che li ha presentati come una svolta storica per la pace in Medio Oriente e un tassello importante del suo ambizioso progetto “Peace to Prosperity”, altrimenti noto come “Accordo del Secolo”.

Tuttavia, il quadro reale recentemente delineatosi in Medio Oriente sembra molto più complesso e teso rispetto al disegno della “pax americana”.

Il significato dell’accordo: gli interessi in gioco

Con gli accordi del 15 settembre, si è estesa la lista di Paesi arabi che conducono apertamente relazioni bilaterali con Israele: da ricordare, infatti, la pace con l’Egitto nel 1979 e con la Giordania nel 1994. Tuttavia, sarebbe inopportuno equiparare i primi due casi con quello più recente.

In effetti, Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein non solo non erano Paesi “nemici” o in guerra prima della normalizzazione, ma sembra intrattenessero già relazioni economiche e di supporto reciproco da qualche tempo. I motivi di questa collaborazione “informale” erano numerosi, dagli interessi nazionali di natura economica e strategica fino ai timori riguardanti la crescente influenza iraniana e turca. Grazie all’accordo, Israele potrà infatti avere una sponda sul Golfo Persico e l’accesso a nuovi mercati, nonché la possibilità di impiegare i propri servizi di cyber sicurezza oltre i propri confini territoriali così da evitare il temuto isolamento a Sud-Est. Emirati Arabi e Bahrein, invece, avranno uno sbocco sul Mediterraneo e un supporto economico ma soprattutto nell’ambito della sicurezza.

La firma degli accordi alla Casa Bianca (Image Credits: Start Magazine)

A questo punto, però, dato che la normalizzazione è il traguardo di un dialogo già intrapreso da tempo, non bisognerebbe aspettarsi alcun cambiamento, né tantomeno una crescente instabilità nel Medio Oriente.

Eppure questa deduzione non è del tutto esatta: capiamo ora il perché.

La frattura nel mondo arabo: la reazione palestinese

Diversi analisti si sono domandati quale sia stata la vera natura della “clausola Cisgiordania” negli accordi di Abramo. Fatto sta che la rinuncia di Israele all’annessione della West Bank riaccende la speranza della “soluzione dei due Stati”, quindi la creazione di due diversi Stati sovrani e non l’assimilazione unilaterale dei territori da parte dello Stato ebraico.

Tuttavia, i palestinesi hanno comunque percepito il patto di normalizzazione come un tradimento da parte degli Stati del Golfo, evidentemente intenzionati a lasciar cadere la questione palestinese per favorire gli interessi nazionali. Di conseguenza, il 22 settembre l’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha rinunciato al proprio turno di presidenza del Consiglio della Lega Araba: un segnale esplicito di protesta che sicuramente potrebbe far comodo a Iran e Turchia.

Emirati Arabi Uniti e Bahrein, invece, hanno presentato la rinuncia israeliana come un’occasione nuova e positiva per la risoluzione della questione palestinese, continuando – formalmente – a garantire il proprio sostegno all’Anp.

Sembrerebbe trattarsi ancora una volta di un gioco di percezioni, che però tradisce una volontà di avvicinamento degli Stati arabi ad Israele per vantaggi economici e strategici nel breve termine. È quindi da prevedere una convergenza pro-israeliana anche da altri Stati del Golfo? E considerando la risposta palestinese agli accordi di Abramo, con quali risvolti in Medio Oriente?

Un futuro incerto

La frattura nel mondo arabo potrebbe sicuramente allargarsi qualora la convergenza pro-israeliana venisse formalizzata da altri Paesi del Golfo. Ma quanto è plausibile questo scenario?  

In effetti, una potenziale normalizzazione con Israele appare più complessa per l’Arabia Saudita, l’attore più influente del Golfo, nonostante il suo legame con Emirati e Stati Uniti e il sentimento anti-iraniano condiviso con lo stesso Stato ebraico. Infatti, è da ricordare in primo luogo l’importanza religiosa dello Stato saudita, che ospita le città sacre dell’Islam, La Mecca e Medina. In più, sarebbero di ostacolo l’interesse a conservare il primato politico nel Golfo e il resistente sostegno dei principali membri della classe dirigente alla questione palestinese.

Anche per il Kuwait un avvicinamento con Israele è improbabile alla luce dello storico supporto offerto dal Paese alla Palestina, mentre il Qatar è ormai isolato nella regione per il legame con Ankara. Più incerta invece la posizione dell’Oman.

Insomma, gli accordi di Abramo cambiano le carte in tavola in Medio Oriente, potenziando il blocco pro-israeliano, ma creando una profonda divisione nel mondo arabo e servendo “su un piatto d’argento” la questione palestinese ai nemici Iran e Turchia. Giocheranno un ruolo centrale gli altri Stati del Golfo, che però al momento non esprimono una volontà forte di avvicinarsi a Tel Aviv.

Nonostante la normalizzazione, quindi, il futuro del Medio Oriente è sempre più incerto e instabile.

(Featured image credits: Il Post)

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Valeria Pia Soricelli


Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

MES: Uno Scontro Senza Fine

Dopo qualche settimana in cui è passato pressoché in sordina, ecco tornare sul tavolo di maggioranza e opposizione il tanto discusso MES. Chi dice “assolutamente sì”, chi dice “ma anche no” e chi lo inserisce nelle trattative e nelle strategie politiche… ma di cosa realmente stiamo parlando?

COS’È IL MES?

Il MES è il Meccanismo Europeo di Stabilità, detto comunemente Fondo Salva-Stati e si può identificare come una sorta di fonte permanente di assistenza agli Stati Membri in difficoltà finanziaria. Per il suo funzionamento, il MES è stato dotato di un capitale di circa 80 miliardi di euro, di cui 14 investiti dall’Italia.

Tale fondo è sottoposto a una serie di strette condizioni per garantire il massimo rispetto del principio di responsabilità per quanto riguarda la spesa pubblica. Tuttavia, nell’accordo siglato dall’Eurogruppo nei mesi scorsi,  vi è un’unica vera stretta condizione: questa linea di credito dovrà essere utilizzata per sostenere il finanziamento interno dell’assistenza sanitaria (diretta e indiretta) e i costi della pandemia. Diciamo, quindi, che questa linea di credito è “speciale” e non ha nulla a che fare con le regole e le condizioni tradizionali del MES e, di conseguenza, il sistema di controllo da parte dell’Europa è limitato all’unica condizione prevista.

L’Eurogruppo ha, inoltre, stabilito che si può richiedere in prestito una parte dei fondi – restituibili in 10 anni a un tasso d’interesse molto basso (vicino allo 0) – fino al 2% del PIL del 2019 e quindi per l’Italia si parla di quasi 36 miliardi.

I SÌ E I NO AL MES

Una volta capito come funziona il meccanismo, il vero tema passa per le mani della politica: verrà richiesto o meno? Qualcuno avrà cambiato idea?

Tema molto intrigante se pensiamo ai due strani schieramenti che si sono formati nei mesi scorsi: per un SÌ senza se e senza ma ci sono PD, Forza Italia, Italia Viva, Azione e +Europa; dall’altro lato, tra chi ritiene che sia una trappola per topi, ci sono M5S, Lega e Fratelli d’Italia. Bene, il dubbio di tutti è come si uscirà da questo miscuglio di idee tra maggioranza e opposizione ma, soprattutto, sarà interessante capire quale decisione, alla fine, prenderà il premier Giuseppe Conte: darà ragione a Zingaretti e Renzi o seguirà la linea del M5S?

Nel frattempo, il dibattito continua. C’è chi ostenta la paura di rimanere bloccati sotto il controllo della temuta Troika (e pensa di poter puntare tutto sul Recovery Fund) e chi sottolinea, invece, tre questioni:

  1. Dal 2012 il MES ha aiutato 5 Paesi (Spagna, Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro) che comunque, in seguito, hanno migliorato – chi più chi meno – la loro condizione economica;
  2. L’alternativa al MES sarebbe emettere BTP (Buoni del Tesoro Pluriennali), al tasso d’interesse del 2%, con un costo maggiore quindi, in 10 anni, tra i 5 e i 7 miliardi di euro;
  3. I soldi del MES, molto semplicemente, sono spendibili subito; quelli del Recovery Fund no.

Aspettando di vedere chi la spunterà sulla questione MES, possiamo dire con molta chiarezza una cosa: la sanità ha bisogno di forti investimenti, per cura, prevenzione e per essere proiettata nel futuro e non può di certo aspettare così tanto, considerando che sembra esserci, ancora una volta, bisogno di finanziamenti per tamponi e analisi sierologiche. La speranza, quindi, è quella che su questo, almeno, si riescano a mettere da parte le beghe partitiche.

(Featured Image Credits: Foreign Policy Research Institute)

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Francesco Palermo

Nato a Soveria Mannelli nel 2000, è appassionato di politica italiana ed è profondamente europeista. Attualmente frequenta il corso di laurea triennale in Economia presso l’Università della Calabria, dove è anche impegnato nella rappresentanza studentesca. È amante della musica e della letteratura. View more articles. 

Cambiamenti Climatici, Il Punto Di Non Ritorno È Sempre Più Vicino

Il cambiamento climatico mette a repentaglio la nostra vita e la sopravvivenza della nostra specie. Le politiche dei Paesi europei sembrano andare nella giusta direzione. Ma il tempo passa e l’emergenza si rende sempre più evidente ai nostri occhi. Occorre un netto cambio di passo. Il prima possibile.

Climatologia e meteorologia. Qual è la differenza?

Cambiamenti climatici, una definizione molto usata dai mass media ma il cui vero significato crea spesso confusione e incertezza. Facciamo chiarezza, i cambiamenti climatici sono le variazioni del clima della terra, variazioni a diverse scale spaziali (regionale, continentale, emisferica e globale) e storico-temporali (decennale, secolare, millenaria e ultra-millenaria) di uno o più parametri ambientali e climatici nei loro valori medi (temperatura, precipitazioni, nuvolosità, temperature degli oceani, distribuzioni e sviluppo di piante e animali). È opportuno, per comprendere meglio il fenomeno, partire da una fondamentale distinzione tra meteorologia e climatologia, in quanto spesso e volentieri si incorre nel confondere due concetti apparentemente simili ma dal significato completamente diverso. La meteorologia, infatti, è lo studio delle condizioni atmosferiche transitorie, lo stato del tempo e dei fenomeni che avvengono in atmosfera, nonché le cause e leggi che li governano in un arco temporale molto breve (si parla di capacità previsionale di pochi giorni o poche ore); la climatologia, invece, studia le condizioni atmosferiche all’interno di archi temporali molto lunghi, al fine di definire quali siano le variabili temporali usuali in una provincia, una regione, uno Stato o un Continente. Si può correttamente dire che la meteorologia è una scienza ausiliaria della climatologia e, difatti, la climatologia fa uso dei dati raccolti dalla meteorologia (la temperatura, la latitudine, la morfologia del territorio, i venti ecc.) in modo da stabilire e definire il clima di una determinata area del pianeta.

Il ruolo dell’essere umano

Definita bene tale distinzione, si può affermare che i cambiamenti climatici sono alterazioni della composizione atmosferica mondiale, causate dall’uomo, che si aggiungono alle variabilità naturali del clima che sono generate invece dalla natura. Il cambiamento climatico è un dato di fatto ed è generato principalmente dal rilascio di diossido di carbonio nell’atmosfera. Le conseguenze principali dei cambiamenti climatici sono lo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacci perenni, l’aumento del livello dei mari, l’aumento in frequenza e intensità dei fenomeni meteorologici estremi, la variazione della distribuzione annuale delle precipitazioni piovose, l’aumento del rischio idrogeologico e d’inondazioni, l’estendersi della siccità su molte aree del pianeta e, infine, l’aumento del rischio d’incendi (a tal riguardo, basta pensare a ciò che sta succedendo in queste settimane in California) con conseguenze disastrose per il pianeta sia da un punto di vista sanitario che per la sopravvivenza delle varie specie animali.

È vero. Non è solo l’uomo in grado di modificare e apportare un cambiamento significativo al clima terrestre: vi sono, infatti, diversi fattori in grado di farlo, quali l’attività solare, le caratteristiche atmosferiche e fattori interni ed esterni al pianeta. Difatti, il clima del pianeta nel medio-lungo periodo non è mai in una fase di equilibrio ma passa da periodi più caldi a periodi più freddi. Tuttavia, quello che sorprende adesso è la repentinità di tale passaggio. La mano dell’uomo è evidente, si può facilmente affermare che dal 1950 a oggi l’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati a un ritmo senza precedenti, la massa di neve e ghiaccio è diminuita sensibilmente, il livello del mare è aumentato e le concentrazioni di gas a effetto serra sono aumentate. Ed è proprio l’enorme quantitativo di gas a effetto serra, prodotto dalla combustione dei combustibili fossili, dalla deforestazione e dall’allevamento intensivo di bestiame che, aggiungendosi a quello già presente in atmosfera, va a generare il riscaldamento climatico globale.

Il gas sopra citato agisce come il vetro di una serra, catturando quindi il calore emesso dalla terra dopo la ricezione dell’energia solare impedendogli di ritornare nello spazio. La Co2 è un gas serra prodotto soprattutto dall’attività umana ed è responsabile del 63% del riscaldamento globale causato dall’uomo, mentre il metano (19%) e l’ossido di azoto (6%) sono meno presenti ma più dannosi poiché catturano il calore con maggiore incisività. Considerando che gran parte dell’economia mondiale si basa sui combustibili fossili (carbone, petrolio, gas naturale), fondamentali per il settore dei trasporti e dell’energia, ben si comprende come molti Stati e molti politici fatichino – e non poco – a parlare e rendere edotta la popolazione del problema del surriscaldamento globale.

Inoltre, c’è molta disinformazione creata ad hoc per generare confusione e permettere alle grandi multinazionali del settore di continuare a generare profitti guardando solo al breve termine. Si noti, infatti, che le siffatte corporazioni foraggiano i negazionisti e bloccano qualsiasi proposta in materia ambientale.

Le (in)decisioni politiche

Una nuova coscienza collettiva sta, comunque, evolvendosi. Sempre più esseri umani stanno aprendo gli occhi e si dichiarano favorevoli ad azioni concrete riguardanti la salvaguardia del pianeta. È una nuova consapevolezza crescente che ha compreso l’ormai concreto avvicinamento al punto di non ritorno. Questo passaggio ha smosso la coscienza di molti politici, a tal punto che i vari Paesi sono stati costretti ad affrontare seriamente il problema e, in tal senso, l’Accordo di Parigi del 2015 è stata una tappa fondamentale. Ci troviamo di fronte al primo accordo universale – e giuridicamente vincolante – sui cambiamenti climatici, adottato alla conferenza di Parigi sul clima (COP21) nel Dicembre 2015 con ben 190 nazioni partecipanti. Tale accordo nasce con la finalità di rafforzare le capacità dei Paesi di affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici e di sostenerli nei loro sforzi.

Tra gli obiettivi principali dell’accordo: mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto dei 2°C come obiettivo a lungo termine; puntare a limitare l’aumento a 1,5°C (ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici); fare in modo che si raggiunga al più presto il livello massimo di emissioni globali e assistere successivamente ad una rapida riduzione secondo le migliori conoscenze scientifiche disponibili in modo da raggiungere un equilibrio tra emissioni e assorbimento.

Ogni Stato ha, inoltre, presentato dei piani generali nazionali per ridurre le emissioni (Nationally Determined Contribution, NDC). I Paesi partecipanti hanno concordato di riunirsi ogni 5 anni per valutare i progressi collettivi verso gli obiettivi a lungo termine e riferire, in particolar modo all’opinione pubblica, di come stanno operando per realizzare l’azione di difesa del clima.

La cooperazione è fondamentale non solo nel raggiungimento degli obiettivi prefissati ma, anche, nel minimizzare le perdite e i danni associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Certo, successivamente all’incontro di Parigi, i Paesi in prima linea contro i cambiamenti climatici si sono incontrati nuovamente nelle varie conferenze sui cambiamenti climatici organizzate dall’Onu (COP24 di Katowice e COP25 di Madrid) ma, a parte l’adozione del pacchetto di Katowice e delle sue norme di dettaglio che rendono operativo il contenuto dell’Accordo di Parigi, purtroppo, la spinta che ha caratterizzato l’incontro del 2015 ha subìto un forte rallentamento. Analizzando l’operato dei vari Stati, è necessario sottolineare che l’UE e i suoi Stati membri, oltre ad aver assunto un ruolo guida a livello mondiale, rappresentano il principale fornitore dei finanziamenti pubblici per il clima. Come si evince dal Climate Change Performance Index (CCPI), il Paese europeo più virtuoso risulta essere la Svezia con un’ottima riduzione delle emissioni e una continua crescita delle energie rinnovabili, mentre l’Italia si colloca al 23° posto (perde 6 posizioni rispetto alla classifica dell’anno 2017) poiché vi è stato un rallentamento nello sviluppo delle energie rinnovabili e, soprattutto, perché il nostro Paese paga la mancanza di una politica climatica nazionale adeguata agli obiettivi di Parigi.

L’India e la Cina, con uno sviluppo delle energie rinnovabili e nuove norme di riduzione delle emissioni, scalano la classifica (rispettivamente 11° e 33° posto). Gli Stati Uniti pagano, invece, le politiche di Donald Trump (nel 2017 è stato annunciato il ritiro dall’Accordo di Parigi) e si collocano al 59° posto.

Ci si chiede, per concludere, se si riuscirà a cambiare rotta prima che sia troppo tardi. Difficile dare una risposta, ma le soluzioni per contrastare tale fenomeno ci sono e consistono: nell’ottimizzare i consumi energetici in modo da ridurre le emissioni di anidride carbonica in atmosfera; nello scegliere fonti rinnovabili per il proprio approvvigionamento energetico; nell’optare per la mobilità sostenibile per piccoli e grandi spostamenti; nello scegliere servizi a Km zero e puntare su un’alimentazione consapevole limitando i costi di produzione legati agli allevamenti intensivi e, infine, nell’applicazione della “Carbon Tax” per limitare l’utilizzo dei combustibili fossili e incentivare gli investimenti delle fonti di energia rinnovabili.

Insomma, tutto dipende da noi, in quanto rappresentiamo veramente l’ultima speranza.

È il momento di agire. Prima che sia troppo tardi.

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Luigi Cupelli, avvocato, è esperto di climatologia e meteorologia. 

#BoycottMulan, Il Film Disney Più Discusso Di Sempre

Il nuovo adattamento cinematografico di Mulan, prodotto dalla Disney e diretto da Niki Caro, è arrivato il 4 settembre su Disney+ ed è stato accolto con grande entusiasmo da parte di adulti e bambini. Tutti conosciamo Mulan e magari molti di noi (come me ad esempio) sono cresciuti sulle note di “Per lei mi batterò”, colonna sonora dell’omonimo cartone animato uscito nelle sale cinematografiche nel 1998. Pochi però sanno che la trama è ispirata alla storia realmente accaduta tra il 581-618 d.C. della guerriera Fu Hao, moglie dell’Imperatore Wu Ding.

Tuttavia, nonostante l’entusiasmo che lo circonda, il film è particolarmente discusso e molte persone hanno addirittura indetto proteste per boicottarlo. Sui social media, infatti, è diventato virale l’hashtag #BoycottMulan e ciò ha acceso la curiosità di persone da tutto il mondo, che si sono chieste come mai un semplice film per bambini stia suscitando così tanto scandalo. Tali proteste sarebbero iniziate ad agosto 2019, quando la futura protagonista resa nota al pubblico, Liu Yifei, scrisse in un post sul social media cinese Weibo: “Sostengo la polizia di Hong Kong. Potete tutti attaccarmi ora”, commentando anche: “Che vergogna per Hong Kong”. In più sulla sua pagina ha citato più volte l’hashtag #IAlsoSupportTheHongKongPolice. Liu, così facendo, stava dando il suo appoggio alla forze armate di Hong Kong, accusate di violazione dei diritti umani in seguito alla spietata repressione di un gruppo di manifestanti pro-democrazia. La polizia si era scagliata violentemente contro i contestatori che protestavano per la presentazione di un emendamento, che avrebbe obbligato la regione amministrativa a consegnare alla Cina persone indagate da Pechino per determinati reati, mettendo di fatto fine all’autonomia della città asiatica. Ciò avrebbe comportato, inoltre, la violazione di diritti umani e l’uso improprio dell’estradizione per raggiungere i dissidenti politici rifugiati ad Hong Kong. Ovviamente il timore principale era che tale emendamento potesse esser utilizzato anche contro giornalisti e attivisti, che stavano solo esprimendo la propria opinione o che semplicemente stavano documentando la reale situazione cinese al mondo intero. A seguito delle infuocate proteste, il disegno di legge è stato prima sospeso e poi ritirato, ma gli scontri tra polizia e manifestanti non si sono mai fermati e anzi, sono diventati ancora più organizzati e violenti. Il fatto che stride maggiormente è che l’attrice che interpreta Mulan, eroina simbolo dell’emancipazione femminile e del coraggio per aver sradicato una società altamente patriarcale, sia la stessa sostenitrice di un governo che mina le libertà democratiche. Il giorno dell’uscita del film su Disney +, l’attivista Joshua Wong ha pubblicato un post su Twitter dichiarando: “Questo film è uscito oggi. Ma poiché la Disney si inchina a Pechino e poiché Liu Yifei sostiene apertamente e orgogliosamente la brutalità della polizia a Hong Kong, esorto tutti coloro che credono nei diritti umani a #BoycottMulan”.

La posizione di Joshua Wong sull’argomento. Source: Twitter

Alla luce delle numerose lamentele sorte attorno al film, l’attrice sembra aver fatto un passo indietro. In molte interviste Liu descrive la situazione attuale di Hong Kong come estremamente critica e si mostra speranzosa affinché tutto si possa risolvere al meglio, senza tuttavia smentire il suo precedente appoggio alle forze dell’ordine. Forse ciò è solo il risultato di un atteggiamento impostole dalla Disney per evitare di perdere incassi in una delle nazioni più popolose al mondo, quale quella cinese?

Eppure, “il caso Mulan” non termina qui. Oltre alla spiacevole posizione politica presa dalla protagonista, si aggiunge anche un comportamento controverso da parte della Disney stessa. Nei titoli di coda del film, la Disney, infatti, ringrazia quattro dipartimenti di propaganda e un ufficio di pubblica sicurezza regionale dello Xinjiang. Sembrerebbe consuetudine ringraziare le entità governative che hanno permesso di girare il film in quell’area, ma non nel caso del territorio dello Xinjiang. Tale regione del nord-ovest della Cina è popolata da circa 10 milioni di musulmani uiguri, ossia una minoranza etnica di religione musulmana e di etnia turcofona, che rappresenta solo lo 0.6% della popolazione totale cinese. Nonostante rivestano solo una bassissima percentuale, il governo di Pechino ha indetto una vera e propria lotta al terrorismo contro gli uiguri: a partire dal 2001 le misure ristrettive nei loro confronti si sono intensificate e sono sfociate in procedure di riconoscimento facciale, intercettazioni telefoniche e controlli quotidiani da parte delle forze armate. Tuttavia, sono poche le testimonianze che il governo cinese ha lasciato “fuoriuscire” dalla regione e, solo dopo la pubblicazione da parte del New York Times di un dossier di 400 pagine di documenti riservati, siamo venuti a conoscenza della presenza di campi di prigionia all’interno della zona. A novembre 2019 infatti il New York Times ha divulgato questo documento dove si descriveva come in questi campi, definiti “di trasformazione attraverso l’educazione”, gli uiguri subivano violenze e torture di ogni genere come l’indottrinamento politico e il lavoro forzato. I campi sarebbero nati nel 2014 con l’obiettivo di cancellare gradualmente la minoranza e al momento ospiterebbero più di un milione di uiguri.

Nonostante tutto questo, andrete quindi a vedere Mulan?

(Featured Image Credits:  Badiucao)

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Costanza Berti

Nata a Massa Marittima nel 1998, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e ora frequenta il corso di laurea magistrale in Gestione d’Impresa presso l’università LUISS di Roma.  La sua vita si divide tra Roma e Follonica. Da sempre appassionata di viaggi, nel corso degli anni ha potuto scoprire e vivere culture molto diverse tra loro. Nel 2019 ha preso parte al progetto Erasmus a Rotterdam, trascorrendo un semestre di studio alla Erasmus University of Rotterdam. View more articles

Colpo Di Stato In Mali: Fantasmi Del Passato, Jihadisti E Brogli In Un Contesto Potenzialmente Esplosivo

Lo scorso 18 agosto un colpo di Stato militare ha scosso nuovamente gli equilibri politici, economici e sociali del Mali, riflettendo una situazione di profonda instabilità che può essere ormai denominata cronica. Questo ennesimo colpo di Stato, sintomo di un malcontento diffuso nei confronti della gestione governativa delle problematiche del Paese, deriva tuttavia da radici ben più profonde, quali la corruzione, la situazione economica (aggravata dall’impatto negativo che la pandemia di Covid-19 ha avuto sul Paese) ma soprattutto il jihadismo militante che di fatto regna incontrastato sul centro-nord del Paese.

Ma procediamo per gradi.

Nel corso della mattinata del 18 agosto, un ammutinamento in un campo militare a Kati, 15 chilometri a nord della capitale Bamako, ha dato inizio agli eventi concitati delle ore successive. Le ragioni alla base di questo ammutinamento possono essere facilmente ricercate non solo nei ritardi dei pagamenti governativi alle truppe maliane, ma anche nella destituzione del capo della guardia presidenziale, decretata improvvisamente dal presidente Ibrahim Boubacar Keita.

Le ragioni: il terrorismo

Tuttavia, parallelamente a quanto accaduto nel caso dell’analogo colpo di Stato militare del 2012, le motivazioni sottostanti sembrano essere più profonde e strettamente legate alle accuse da parte del corpo militare circa l’inadeguatezza del governo nell’affrontare e debellare la minaccia terroristica jihadista fortemente radicata nel centro-nord del Paese. In particolare, nel 2012, le tribù combattenti Touareg precedentemente stanziate in Libia e integrate nella legione straniera di Muammar Gheddafi, in seguito all’intervento internazionale e alla destituzione del dittatore libico furono costrette a tornare nei territori di origine, vale a dire nell’area geograficamente collocata nelle distese sahariane e saheliane tra Algeria, Libia, Mali e Niger. Nel caso specifico del Mali, al momento dell’indipendenza del Paese dal dominio coloniale francese nel 1960, il nord del nuovo Stato era caratterizzato da una forte presenza etnica a maggioranza Touareg. Dopo varie rimostranze da parte della comunità Touareg nei confronti dei vari governi susseguitisi dall’indipendenza al fine di ottenere delle autonomie, le relazioni tra Bamako e il nord del Paese si sono gradualmente deteriorate, fino a raggiungere nel 2012 un punto critico. Il ritorno dei miliziani Touareg dalla Libia, con conseguente disseminazione di armi sofisticate nella regione, permise infatti ai gruppi terroristici presenti in territorio maliano, con particolare riferimento ad al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM), il Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO) e Ansar al-Din (AAD), di disporre di un nuovo notevole quantitativo di armamenti. L’escalation delle proteste nel nord del Paese e la mancanza di un’azione chiara e decisiva da parte del governo centrale portarono i militari a deporre l’allora Presidente Amadou Toumani Touré. Approfittando dal vuoto di potere provocato da questa destituzione, i ribelli, sostenuti dai citati gruppi terroristici, e guidati dal Movimento Nazionale per la Liberazione di Azawad (MNLA), proclamarono il nord del Paese, l’area dell’“Azawad”, Stato indipendente. 

In seguito a questi avvenimenti, la Francia era intervenuta militarmente nel nord del Mali attraverso l’“Opération Serval”, con il fine di fermare l’espansione jihadista nel territorio maliano e riconquistare i territori occupati dai terroristi e dai ribelli. La missione, divenuta nel 2015 “Opération Barkhane”, è tuttora attiva, seppur con alcune modifiche, quali l’espansione del dispositivo su Mali e Ciad e l’azione collaborativa con l’organizzazione “G5 Sahel” (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania, Niger). Anche l’ONU, tramite la missione MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) è tuttora presente in territorio maliano, così come i Paesi dell’Unione Europea, che intervengono comunitariamente con la missione EUTM Mali, che si occupa dell’addestramento delle forze armate maliane, ma anche singolarmente nella task force Takuba (nell’ambito della quale anche l’Italia ha inviato 200 militari in Mali), avviata nel marzo 2020 e inserita nel contesto della francese Barkhane. Sicuramente, l’intervento internazionale si basa, soprattutto nel caso di Francia e Paesi europei, su interessi domestici legati alla stabilizzazione di un Paese centrale nell’economia dei movimenti migratori che dall’Africa occidentale interessano il Sahara e successivamente il Mediterraneo. La presenza jihadista contribuisce infatti a rendere l’area incontrollabile, aprendo a possibilità di traffico degli esseri umani attraverso il deserto del Sahara.

La guerra dell’Azawad. Image Credits: Limes

La situazione, sicuramente critica, era parsa risolversi parzialmente nel 2015, quando il nuovo Presidente Ibrahim Boubacar Keita, aprendo ai separatisti, era riuscito a raggiungere, complice la mediazione internazionale dell’Algeria in primis e di un composito team internazionale (UE, UA, ONU, ECOWAS, OCI), una soluzione di compromesso con l’ “accordo di Algeri”, che, tra le altre cose, prevedeva la creazione nell’area di assemblee regionali dotate di poteri delegati dal governo centrale e l’implementazione di programmi di sviluppo e sicurezza per la regione dell’Azawad. Tuttavia, nonostante l’apertura al dialogo di Keita abbia coinvolto a inizio 2020 anche i gruppi terroristici stanziati nella regione e unitisi nel 2017 nel gruppo qaedista “di sostegno all’Islam e ai musulmani” (JNIM) – i quali, dopo un’idilliaca alleanza con il MNLA, avevano cominciato ad erodere territori ai ribelli separatisti – questo auspicio non ha avuto seguito. La situazione nel nord del Mali a inizio 2020 era dunque ancora fortemente incontrollata, complice non solo il conflitto con il governo centrale da parte dei terroristi del JNIM ma anche e soprattutto la proliferazione di milizie jihadiste appartenenti all’ISIS nel territorio, con conseguente aumento di scontri interni nell’area, che è ormai possibile considerare terra di nessuno.

Le ragioni: l’economia

A questo quadro decisamente complicato e di non facile risoluzione, si è venuta ad aggiungere l’emergenza Covid-19. In un Paese in cui i posti letto attrezzati per la cura di malati Covid erano solamente 21, situati tutti nella capitale Bamako, le conseguenze della pandemia si sono andate a sommare ad un contesto socioeconomico già compromesso (il Mali, secondo l’Indice di Sviluppo Umano, si posiziona al 184° posto su 189 Paesi studiati), in cui siccità e susseguenti crisi alimentari, disoccupazione e povertà (più del 50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà) sono all’ordine del giorno .

Le ragioni: la politica

Oltre ad un contesto securitario, sociale ed economico precario, l’assetto politico del Paese, che con l’elezione nel 2013 di Ibrahim Boubacar Keita sembrava aver trovato una soluzione all’instabilità in cui il Mali versava dopo il golpe dell’anno precedente, è stato scosso nell’aftermath delle elezioni parlamentari del marzo 2020 da scandali e accuse di corruzione. Infatti, oltre a problematiche legate alla sicurezza dei votanti e alla validità dei voti (soprattutto nei seggi del centro-nord del Paese, dove si sono registrati saccheggi e aggressioni perpetrati dai militanti jihadisti), al rapimento del leader dell’opposizione Cissé a tre giorni dal voto, e alla bassa affluenza dovuta all’emergenza Coronavirus, i risultati comunicati dopo le due tornate elettorali del 29 marzo e del 19 aprile, che segnalavano la mancanza di maggioranza da parte del partito del Presidente Keita, sono stati modificati dopo poche settimane da una sentenza della Corte costituzionale maliana. Accogliendo infatti il ricorso del partito del Presidente, il “Rassemblement pour le Mali” (Rpm), la Corte ha assegnato otto seggi in più proprio al Rpm, causando caos e disordini nel Paese. Il 5 giugno, migliaia di persone sono scese in piazza chiedendo a gran voce l’annullamento della sentenza e le dimissioni di Keita, esprimendo tutto il malcontento contro un governo ritenuto inadeguato a guidare il Paese. Le successive manifestazioni, con particolare riferimento a quella del 10 luglio, sono state caratterizzate dalla violenza della repressione governativa e dai numerosi arresti nei confronti dei leader della protesta, portavoce di un nuovo movimento popolare, il M5-RFP (“Mouvement du 5 juin – Rassemblement des Forces Patriotiques”). La feroce repressione ha portato alla morte di 11 e al ferimento di oltre 170 manifestanti. La dichiarazione da parte di Ibrahim Boubacar Keita di sciogliere la Corte Costituzionale, tra l’altro, non ha fatto altro che aizzare la piazza, dato che i giudici sono nominati per 1/3 dal Presidente stesso, per 1/3 dal Consiglio Superiore della Magistratura, e per 1/3 dal Presidente dell’Assemblea Nazionale, che, nello specifico, era stato uno di quelli eletti nel proprio collegio solo dopo la pronuncia della Corte. 

Tutto questo ha portato al colpo di stato dell’agosto 2020, che ha visto un avvicinamento delle posizioni tra i militari e la piazza. La situazione si è sviluppata con l’arresto del Presidente Keita, la sua successiva liberazione in seguito alle pressioni internazionali e al suo esilio volontario ad Abu Dhabi, dove è tuttora. 

Le conseguenze

Le conseguenze sono state ingenti, soprattutto sul piano internazionale. Oltre all’unanime condanna del colpo di Stato da parte della comunità internazionale, tra cui l’ONU, l’UE e l’UA, le ripercussioni maggiori si sono registrate in area economica. Infatti, l’ECOWAS (Economic Community of West African States) ha deciso di sospendere la partecipazione del Mali all’organizzazione, con conseguente chiusura delle frontiere da parte degli altri Stati membri, sia dal punto di vista territoriale che finanziario, interrompendo dunque la libera circolazione di persone, merci e capitali. Data l’integrazione economica e commerciale dell’ECOWAS, le sanzioni applicate al Mali, fortemente dipendente, soprattutto dal punto di vista alimentare, da approvvigionamenti esterni, rischiano di portare l’economia, già disastrata, al collasso. La principale condizione per il sollevamento delle sanzioni è la nomina di un primo ministro civile che si occupi di guidare il Paese nella transizione democratica e di indire nuove elezioni. 

La transizione

I militari, che, come successo nel 2012, si erano impegnati a garantire un ritorno alla normalità e alla creazione di un “nuovo Mali” democratico e libero dal fenomeno della corruzione e dell’instabilità, hanno nominato lo scorso 25 settembre Bah N’Daw, capo della giunta militare ed ex ministro della difesa, Presidente della transizione, con l’incarico di portare il Paese, entro 18 mesi, a nuove elezioni. “Il Mali mi ha dato tutto. Sono lieto di essere il suo schiavo sottomesso, e sono disposto a fare di tutto per tornare alla piena legittimità costituzionale, con autorità elette e rappresentanti legittimi”, ha dichiarato Bah N’Daw. Solo due giorni dopo, il 27 settembre, il ministro degli affari esteri in carica dal 2004 al 2011 Moctar Ouane è stato nominato Primo Ministro della transizione. 

Attualmente, la situazione è in una fase di stallo. Si attende la formazione del governo e la riorganizzazione dell’apparato istituzionale, sicuramente fortemente colpito dai numerosi cambiamenti degli ultimi mesi. Innanzitutto, l’operato del nuovo governo dovrà soddisfare le richieste della società civile, guidata da un combattivo M5-RFP, tentare di risanare, almeno parzialmente, la situazione economica una volta che le sanzioni dell’ECOWAS saranno sollevate, e preparare in modo adeguato il Paese alle elezioni. I fantasmi del passato, che dimostrano come la fin troppo rapida risoluzione della crisi nel 2012 abbia lasciato immutato il quadro maliano, sicuramente dovranno essere presi in considerazione. Resta irrisolta la questione centro-settentrionale, dove i terroristi di al-Qaeda ed ISIS potrebbero nuovamente approfittare dell’instabilità politica per espandere il loro controllo, provando, come successo in passato, a spingersi più a sud e raggiungere il porto fluviale di Mopti. Inoltre, interessante sarà il posizionamento della comunità internazionale, data l’insofferenza, dimostrata dai manifestanti, nei confronti della troppa ingerenza straniera negli affari interni del Paese. 

Il quadro è sicuramente in rapida evoluzione. 

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Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

L’Ora Più Buia Della Democrazia Americana: Analisi Di Un Dibattito Imbarazzante

Un dibattito all’insegna del caos e dell’interruzione, nel quale il moderatore, il giornalista di Fox News Chris Wallace, sembra aver perso la capacità di adempiere al suo ruolo, probabilmente confuso dagli attacchi del presidente in carica e incapace di interrompere gli interlocutori al momento giusto. Questo è lo scenario che fa da sfondo al botta e risposta dei due candidati: uno scontro in cui Trump ha cercato di prevaricare costantemente l’avversario, mostrandosi più volte indispettito nei suoi confronti e cercando di metterlo in ridicolo per la maggior parte del tempo. Il presidente ha tirato più volte in ballo Hunter Biden, figlio dell’avversario coinvolto in un recente scandalo finanziario e ha cercato di dirottare la discussione su questioni private; molti infatti, nei giorni passati, avevano previsto che il presidente avrebbe cercato di mettere in difficoltà l’avversario su questo punto. Invece Biden non ha voluto esporsi e, rivolgendosi agli americani, ha detto “non voglio parlare della mia famiglia e della tua famiglia ma delle vostre”, riportando di nuovo la discussione su argomenti più concreti.  

Si tratta di un dibattito che sicuramente verrà ricordato a lungo, ma certamente non a causa di aspetti positivi: dalla MSNBC a Fox News, passando per la CNN, tutti i commentatori hanno reagito in maniera assolutamente negativa alla serata, che è stata più volte definita come imbarazzante e un’onta per la democrazia degli Stati Uniti. La definizione più calzante, probabilmente, è quella dell’anchorman della CNN Jake Tapper, che ha parlato di “a hot mess inside a dumpster fire inside a train wreck”.  

Al di là degli attacchi personali, gli argomenti affrontati sono stati moltissimi. Partiamo dall’inizio.

Corte Suprema e riforma sanitaria

Wallace apre il dibattito chiedendo ai candidati quale sia motivo per cui entrambi credono di aver diritto a nominare il successore di Ruth Bader Ginsburg. Trump va subito all’attacco affermando che la scelta e la nomina dei giudici della Corte Suprema sia un diritto spettante a chi vince le elezioni; Biden replica e sostiene che eleggere un nuovo giudice prima del voto non sia opportuno, tanto meno se l’intento celato è quello di eliminare la riforma sanitaria, mettendo così a rischio la vita di milioni di persone. Di Ruth Ginsburg, che aveva espresso come ultimo desiderio quello di non venire sostituita fino al rinnovo della carica presidenziale, non parla nessuno dei due.

Quando Wallace cerca di soffermarsi sulla riforma dell’Affordable Care Act, portando avanti la discussione, le voci dei due candidati iniziano a confondersi: sulla riforma sanitaria Trump scatta sull’attenti e si difende ma non riesce a fornire una risposta concreta né un piano alternativo all’attuale sistema adottato dall’amministrazione Obama. Non dà neppure il tempo di replicare a Biden, che rimane comunque calmo e, quando finalmente riesce ad intervenire, accusa Trump di non avere un piano alternativo all’Obamacare. La prima parte del dibattito procede per punti sconnessi e si conclude con un nulla di fatto.

Coronavirus e le mascherine sanitarie

Parla per primo Biden, dando i numeri della pandemia: 200.000 morti, più di 7 milioni di infettati e ancora, 40.000 contagi al giorno. Conclude con una forte presa di posizione: “I numeri sono questi perché sei quello che sei”, evidenziando ancora una volta l’inadeguatezza delle misure adottate dalla presidenza Trump. Trump dà la colpa alla Cina, alle fake news, alla stampa e per chiudere rimprovera Biden per le decisioni da lui adottate per contrastare l’influenza suina; il confronto tra le due emergenze sanitarie non regge ma per Trump sembra trattarsi di un gioco in cui a vincere può essere solo il meno-peggio.

Quando si tocca il tema dell’utilizzo delle mascherine sanitarie per la prima volta nel dibattito non sa che direzione prendere; cita Fauci, poi lo critica, dice che è stato irresponsabile nella gestione delle norme sul distanziamento sociale e l’uso delle mascherine.

Biden, dal canto suo, riesce a sottolineare solamente quanto siano state infelici ed inefficaci le misure prese dal presidente per contrastare la pandemia. Lo critica per aver peccato di saccenteria, quando ha pubblicamente sostenuto che il virus sarebbe scomparso entro pochi mesi ma soprattutto per aver creduto di poter fermare il virus con iniezioni di disinfettante. L’accusa non frena però l’aggressività di Trump che preferisce offendere il rivale, dubitando della sua intelligenza. Una considerazione che poco si lega al tema della crisi da coronavirus ma che permette a Trump di disorientare l’ascoltatore e uscire da vincitore in questa fase.

Delle mascherine discutono di nuovo a metà dibattito, quando Wallace chiede conto a Trump della scelta di svolgere comizi (soprattutto quello tenutosi a Tulsa), nonostante l’alto rischio di contagio. Con un gesto plateale il presidente tira fuori la sua mascherina, mostrandola alla platea e rivolgendosi a Wallace dice “ho qui la mia mascherina, la indosso quando credo di averne bisogno” e, rivolgendosi a Biden con un gioco di parole, aggiunge “ogni volta che lo vedete, lui porta sempre una maschera”.

La risposta dell’ex vicepresidente degli Stati Uniti in questo caso, seppur coerente, è inefficace e priva di mordente; si sofferma sul fatto che se tutti avessero utilizzato correttamente la mascherina, si sarebbero potute salvare almeno 100.000 vite. Dimentica di soffermarsi sul comizio di Trump a Tulsa, città dove i contagi sono poi aumentati drasticamente, rendendola una delle contee con il più elevato numero di contagi rispetto alla popolazione.

Economia

Il terzo segmento è dedicato all’economia. Wallace cerca di carpire il significato pratico delle due visioni abbracciate dai candidati, l’uno ritiene che l’economia americana seguirà la cosiddetta “V curve”, che rappresenterebbe un andamento positivo dopo il tracollo economico verso il quale gli Stati Uniti si starebbero avviando; l’altro guarda preoccupato all’andamento della pandemia e al livello di disoccupazione, fermo ancora all’8,4%. I punti di vista dei candidati sono agli antipodi, con Trump determinato a far ripartire l’economia a tutti i costi e Biden restio all’apertura ma volenteroso di mettere in piedi una riforma intera dell’economia, che parta dal sistema tributario. Ne approfitta e si rivolge al presidente: “è vero che hai pagato solo 750 dollari di tasse?” gli chiede riferendosi alla recente inchiesta del New York Times in cui viene accusato di non aver pagato imposte sul reddito per diversi anni precedentemente al suo mandato (ne abbiamo parlato qui). Il presidente in carica non ha dati a cui aggrapparsi e, leggermente in affanno, si rifà a ipotetici milioni che invece avrebbe pagato in tasse federali ma, quando Biden gli chiede di mostrare una valida dichiarazione dei redditi, sostiene che i documenti non sono ancora pronti. La risposta non regge, Wallace insiste ma Trump si nasconde dietro il suo precedente ruolo di businessman e assicura di aver rispettato la legge utilizzando il sistema di sgravi fiscali precedentemente concessi dalla presidenza Obama al mondo dell’edilizia.

In questa fase il dibattito è frastagliato, si passa dalle tasse all’industria manifatturiera, arrivando allo scontro su chi tra Trump e Obama avrebbe creato più posti di lavoro, menzionando traguardi raggiunti dall’uno o dall’altro ma senza fornire un’idea concreta sul piano di ripresa economica.

Black Lives Matter

Siamo all’argomento più scottante, quello che maggiormente divide l’elettorato americano. “Perché gli elettori dovrebbero votare per l’uno o per l’altro in relazione alle recenti questioni razziali?”, chiede ai candidati Wallace, dando a ciascuno il tempo di presentare le proprie posizioni. Biden è fermo sul punto, ritiene che i democratici non abbiano mai voltato le spalle ai cittadini americani e accusa Trump di aver al contrario alimentato le violenze, soprattutto dopo la sua decisione di schierare i militari fuori dalla Casa Bianca per fermare la folla che manifestava pacificamente.

Trump è altrettanto certo delle sue posizioni, afferma di avere il supporto dei militari, della polizia e degli stessi afroamericani, che sarebbero stufi di anni di malgoverno da parte dei governatori democratici. Incolpa Biden di non essere mai stato in grado di menzionare nei suoi comizi i corpi di polizia per paura di perdere l’elettorato della sinistra radicale; dall’altro lato c’è lui, difensore della legge e dell’ordine.

Quest’ultimo, di rimando, ci tiene a prendere le difese della polizia, sostiene che “c’è tanta brava gente, molti di loro non sono felici per quanto accaduto a Breonna Taylor” ma, continua, “è necessario cambiare il sistema perché la violenza non è mai appropriata”.

Alla richiesta di condanna dei suprematisti radicali e dei gruppi radicali di destra da parte di Wallace, Trump tentenna, non prende una posizione esplicita di condanna. Addirittura, si rivolge al gruppo neonazista dei Proud Boys, dicendo loro di restare calmi e che comunque ci sarà qualcuno (riferendosi a sé stesso) che dovrà pur fermare la sinistra estrema. Ai Proud Boys è piaciuta così tanto la frase di Trump che hanno deciso di inserirla sul loro logo Telegram. Siamo probabilmente al momento più sconcertante del dibattito.

La controversa photo op. di Trump, scattata dopo che le forze dell’ordine avevano allontanato gruppi di manifestanti

Cambiamento climatico

Sul cambiamento climatico Trump è consapevole di essere in svantaggio, considerato il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, voluto proprio dal presidente nel 2019. Criticato sin dall’inizio del suo mandato per le scelte compiute in direzione contraria rispetto a una conversione verde del paese, cerca di aggrapparsi a obiettivi vaghi, come acqua e aria pulite e la campagna Billion Tree Project volta a piantare un miliardo di alberi sul territorio. Si sofferma sul problema dei roghi in California e sulla necessità di una buona gestione delle foreste sul territorio nazionale e conclude sulle possibilità fornite dalla mobilità elettrica, per la quale ha già dato sgravi fiscali per l’acquisto di auto elettriche. Quando Wallace gli chiede per quale motivo la sua amministrazione avesse deciso di ritirare il Clean Power Plan di Obama, che limitava le emissioni di carbonio e le centrali elettriche, Trump si appella all’insostenibile aumento dei prezzi nel settore energetico ma non prospetta alcuna soluzione alternativa.

Biden viene interpellato in relazione al suo programma elettorale, in cui propone di porre fine all’uso di combustibili fossili entro il 2035 e azzerare l’emissione di gas serra entro il 2050. L’ex vicepresidente spiega che il suo obiettivo, quello di rinunciare definitivamente ai combustibili fossili, passerà dal divieto di costruzione di centrali a carbone e dall’istallazione di mezzo milione di stazioni di ricarica per i veicoli elettrici su tutto il territorio nazionale.

Le domande successive riguardano prevalentemente il Green New Deal, sul quale i democratici stessi sono stati a lungo divisi. Wallace fa a mala pena in tempo a porre la domanda al suo interlocutore che il dibattito diventa ingestibile e si perde il filo della discussione, fino ad arrivare ad un punto di svolta quando Trump, semplicisticamente, colpevolizza Cina, Russia e India di inquinare il mondo con la “loro sporcizia” e si chiede perché gli Stati Uniti dovrebbero adottare un piano da centinaia di miliardi di dollari, come il Green New Deal.

Biden è costretto ad affermare pubblicamente di non sostenere il Green New Deal voluto dalla deputata della corrente radical, Alexandria Ocasio-Cortez e sostenuto anche dall’ex rivale democratico Bernie Sanders. Presumibilmente questa dichiarazione costerà caro al candidato in corsa, considerando che la Ocasio-Cortez ha predisposto da mesi una commissione che ha duramente lavorato all’individuazione di un piano che mettesse d’accordo democratici moderati e radicali. Per di più, sul sito Joebiden.com, l’ex Vicepresidente ha tessuto le lodi del Green New Deal, definendolo un framework cruciale per affrontare l’emergenza climatica. 

In questo passaggio, Biden tesse le lodi del Green New Deal

Integrità elettorale

La domanda conclusiva preannuncia un finale tossico. Wallace interroga i candidati sulle loro aspettative rispetto allo svolgimento delle elezioni e chiede loro delle future mosse che intendono adottare nelle prossime settimane. Biden è il primo a parlare, sprona i cittadini ad andare a votare e ad informarsi correttamente, mostrando la propria solidarietà nei confronti di chi voterà per corrispondenza a causa del COVID; sostiene non vi sia alcun rischio che le schede elettorali possano essere manipolate. Viceversa, Trump teme che le elezioni non saranno eque e che il rischio di manipolazione sia elevato ma non dispone di dati validi cui rifarsi. Parla di milioni, poi migliaia di schede inviate in tutto il paese che rischiano di essere manipolate, sostiene ci siano già stati brogli e allude ad alcune schede elettorali che sarebbero state trovate tre giorni fa da un gruppo di militari in un cestino ma non dice nulla su dove questo starebbe accadendo. Insomma, ancora una volta cerca di confondere le acque.

Per alcuni si è trattato del peggior dibattito della storia degli Stati Uniti, per altri è solamente il riflesso delle divisioni interne che da mesi caratterizzano il paese, lacerato dalle proteste e devastato dalla crisi sanitaria. Di un vincitore nemmeno l’ombra e, a parità di posizioni, si può solo riconoscere a Biden di aver mostrato un atteggiamento più tollerante nei confronti dell’avversario, giudicato troppo aggressivo persino dal suo storico collaboratore Chris Christie. Nei primi sondaggi del post dibattito Biden è dato in vantaggio e, secondo CNN, sei telespettatori su dieci credono che quest’ultimo abbia in sostanza vinto il dibattito. È bene però tenere a mente che un esisto simile venne raggiunto anche nel 2016, quando la candidata alla Casa Bianca Hillary Clinton era data in vantaggio del 62% rispetto all’attuale presidente.

Di tutto resta una certezza: il dibattito contribuisce a gettare discredito sulla cultura politica americana, ormai alla mercé dei giornali e delle televisioni internazionali per quanto accaduto nei mesi passati. Ne esce sconfitta la più antica democrazia esistente, sgretolata e demolita in poche battute e qualche insulto.

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Valeria Torta

Classe 1998, Valeria Torta è studentessa del corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso la Luiss Guido Carli. Da aprile 2019 è membro di L’asSociata, associazione giovanile che ha come obiettivo quello di mettere a contatto tutte le realtà associative giovanili per discutere e identificare soluzioni utili per le problematiche di Roma. Nel ruolo di responsabile dell’area sostenibilità ambientale, ha coordinato il progetto Mens Sana, un’iniziativa volta a sensibilizzare gli studenti universitari al tema della sostenibilità alimentare. A luglio 2019 svolge un tirocinio presso Fondazione Ecosistemi, dove ha modo di approfondire quali sono le soluzioni e le strategie adottate nell’ambito del Green Public Procurement (GPP). A ottobre 2019 co-fonda NeoS, acronimo di NeoSustainability. A settembre ha preso parte al programma Erasmus presso la Maastricht University. View more articles

Surprise Surprise, Here Comes the October Surprise

Lo scoop del New York Times riguardante le dichiarazioni dei redditi di Donald Trump può essere considerato un esempio da manuale di quella che negli Stati Uniti viene chiamata “Sorpresa di Ottobre”. Da tempo terreno di scontro politico, le rivelazioni sui Tax Returns dell’attuale Presidente degli Stati Uniti mostrano una situazione economica molto difficile e possono avere importanti conseguenze elettorali. 

Nel gergo politico statunitense, con il termine “October Surprise” si intende un evento che avviene poco prima delle elezioni presidenziali statunitensi (le quali si tengono il primo martedì successivo al 1° novembre) e che è in grado di influenzarne significativamente il risultato.

Un esempio recente è rappresentato dalle elezioni del 2008, che vedevano il repubblicano John McCain sfidare il giovane senatore democratico Barack Obama. McCain era espressione del partito dell’impopolare presidente uscente – George W. Bush – e doveva fare i conti con il desiderio di molti americani di aprire una nuova pagina nella storia politica del Paese (e, per fare ciò, un giovane senatore era più adatto di un uomo che era a Washington da 35 anni). Nonostante ciò, alla fine di agosto McCain era riuscito a recuperare terreno sul suo sfidante, anche grazie allo scoppio della seconda guerra in Ossezia del Sud (McCain era favorevole a un approccio più intransigente nei confronti della Russia). Le sue speranze di vittoria, però, si sono infrante il 15 settembre 2008, con il fallimento della Lehmann Brothers. McCain – che era visto come un elemento del sistema che aveva portato alla crisi – accusò il colpo e sospese la campagna elettorale per un paio di giorni. Come analizzato da Pew Research, questa October Surprise contribuì grandemente alla sua sconfitta. 

La sorpresa di quest’anno


Per quanto riguarda le elezioni presidenziali del 2020, si poteva pensare che l’October Surprise fosse rappresentata dalla morte dell’iconica giudice della Corte Suprema, Ruth Bader Ginsburg. Questo evento, infatti, non solo ha fornito ai repubblicani la possibilità di aumentare la maggioranza conservatrice nella corsa, ma ha anche ulteriormente inasprito lo scontro politico tra i due partiti (con conseguente galvanizzazione di un elettorato sempre più polarizzato): nel 2016, infatti, il leader repubblicano al Senato Mitch McConnell bloccò la procedura di conferma del giudice scelto da Obama per sostituire il defunto Antonin Scalia, Merrick Garland. All’epoca, infatti, McConnell affermò che il Presidente uscente non potesse nominare un giudice della Corte Suprema nell’anno delle elezioni. Come vedremo in un articolo dedicato – che uscirà tra qualche giorno – la sua attuale opinione è totalmente diversa rispetto a quella espressa all’epoca.

In realtà, la vera sorpresa di quest’anno va ricercata altrove. Il 27 settembre, infatti, il New York Times ha pubblicato un articolo dalla portata potenzialmente sismica. Il quotidiano newyorkese, infatti, ha annunciato di essere entrato in possesso di documenti che mostrano ampie parti delle dichiarazioni dei redditi di Donald Trump effettuate negli ultimi due decenni. Stando alle prime informazioni riportate – ulteriori dettagli saranno rivelati a breve, stando a quanto riportato dagli autori dell’articolo – il Presidente si trova in una situazione finanziaria alquanto difficile, con ingenti debiti da restituire a breve termine. Inoltre, la maggioranza delle sue attività è perennemente in perdita, il che ha portato il Tycoon a non pagare imposte sul reddito per 11 dei 18 anni presi in analisi. Per di più, negli anni in cui ha pagato queste imposte, il suo ammontare è stato alquanto ridotto: ad esempio, nel 2016 la cifra è stata di 750 dollari. 

Prima di proseguire con l’analisi della situazione finanziaria del Presidente, è utile spiegare brevemente l’importanza dei Tax returns nelle campagne presidenziali statunitensi, e la controversia che ha riguardato le dichiarazioni dei redditi di Trump sin dalla sua discesa in campo nel 2015. 

Le imposte sul reddito pagate dagli ultimi 6 Presidenti nel primo anno del loro mandato (Source: The New York Times

Breve Storia delle dichiarazioni dei redditi di Donald Trump 


Innanzitutto, è necessario chiarire un aspetto importante: i candidati alla presidenza non sono obbligati per legge a pubblicare le proprie dichiarazioni dei redditi. Tuttavia, a partire dagli anni ’70, la quasi totalità dei candidati lo ha fatto (con l’eccezione di alcuni candidati minori che non hanno ottenuto risultati di rilievo). Questa tradizione è stata interrotta nel 2015, quando l’allora candidato Donald Trump si è rifiutato di mostrare le sue dichiarazioni dei redditi. Nel corso del tempo, il Tycoon ha più volte promesso di farlo in futuro, ma ciò non è mai accaduto. 

La questione delle dichiarazioni dei redditi di Trump è stato spesso terreno di scontro politico durante la sua presidenza. Numerose cause legali sono state intentate (ad esempio, dal Procuratore Distrettuale di Manhattan) e la Camera a maggioranza democratica ha provato varie volte a chiamare a testimoniare rappresentanti dell’Internal Revenue Service (IRS), ossia l’agenzia governativa che si occupa della riscossione dei tributi. Questi tentativi, però, sono sempre stati bloccati dal Segretario del Tesoro, Steven Mnuchin. 

La vicenda è arrivata fino alla Corte Suprema, che si è espressa con due sentenze. Pur affermando principi importanti, le due sentenze non hanno offerto una soluzione alla vicenda, e i casi sono ritornati alle corti dei livelli inferiori. 

Cosa rivela lo scoop del New York Times


Alcuni degli elementi più importanti dello scoop del New York Times sono stati già menzionati in precedenza. In particolare, molti commentatori si sono concentrati sulle imposte sul reddito, che Trump ha pagato raramente, essendo la maggioranza delle sue attività in perenne perdita (per di più, quando ha pagato, la cifra è stata molto bassa). 

Inoltre, è emersa una situazione debitoria abbastanza preoccupante. Ad esempio, il Presidente deve restituire 427 milioni di dollari in debiti per i quali ha garantito personalmente, e molti di loro scadono entro i prossimi quattro anni (dunque, durante il suo eventuale secondo mandato). Questo forte indebitamento, potenzialmente, potrebbe portare i creditori a pignorare alcuni dei suoi possedimenti, e potrebbe anche porre Trump in una situazione di vulnerabilità. 

Un altro elemento emerso dall’inchiesta giornalistica è che la presidenza ha aiutato Trump a contenere i danni. Una delle poche attività in attivo, infatti, è rappresentata dal celebre resort di Mar-a-Lago, in Florida. Da quando è divenuto Presidente, infatti, Trump ha ricevuto in questa residenza (e in altri club di sua proprietà) molti lobbisti, politici e funzionari stranieri (i quali hanno ovviamente pagato per soggiornare nel resort). 

Il quadro che emerge, dunque, mostra un impero economico in costante perdita, con poche attività remunerative. Queste perdite, però, sono anche al centro di molte critiche per il modo in cui alcune delle voci sono riportate. Ad esempio, molte spese personali sono state indicate come business expenses costs. Inoltre, nel corso del tempo Trump ha effettuato numerosi pagamenti per delle consulenze. Secondo il New York Times, alcuni di questi pagamenti sono stati indirizzati a Ivanka, una delle sue figlie, la quale ricopre anche il ruolo di Advisor to the President. Secondo gli autori dello scoop, queste consulenze potrebbero rappresentare un espediente per aumentare i costi e, dunque, pagare minori imposte sul reddito. 

Dal punto di vista legale, fino ad ora, non è chiaro se vi siano degli illeciti, o se si tratti semplicemente di un imprenditore in difficoltà. Maggiori informazioni, in questo senso, potrebbero essere fornite dalla fine di una lunga indagine dell’IRS sui 72.9 milioni di dollari di rimborso fiscale che il Presidente ha richiesto – e ottenuto – nel 2010. 

Da sinistra a destra: la First Lady cinese Peng Liyuan, il Presidente cinese Xing Jingping, il Presidente Donald Trump e la First Lady Melania Trump. Foto scattata nel 2017 a Mar-a-Lago. Image Credits: Associated Press

Le implicazioni elettorali dello scoop


Dal punto di vista elettorale, lo scoop del New York Times può rivelarsi molto rilevante. Infatti, sebbene sia improbabile che le rilevazioni facciano diminuire il sostegno nei confronti del Presidente (la sua base elettorale è molto solida), è invece possibile che permettano al candidato democratico Joe Biden di galvanizzare il suo elettorato. Del resto, come è noto, le speranze di vittoria democratiche si basano molto sulla massiccia partecipazione al voto di alcuni segmenti cruciali in degli Stati chiave. 

Conscio di questa situazione, il team elettorale di Biden si è già messo all’opera: il 28 settembre, ad esempio, è stato pubblicato uno spot che compara la media annuale di imposte sul reddito pagate da alcune categorie di lavoratori (tra cui insegnanti e infermieri) con la cifra pagata dal Presidente.

Il 29 settembre – ossia poche ore dopo la pubblicazione di questo articolo – è previsto il primo dibattito tra i due candidati presidenziali, moderato dal giornalista di Fox News Chris Wallace. In quest’occasione, è lecito attendersi un grande focus, da parte di Biden, su questa vicenda. In questo modo, il candidato democratico può anche enfatizzare le sue umili origini (è cresciuto in una famiglia della working class della Pennsylvania), le quali sono sempre state un elemento portante del suo discorso politico. Come mostrato da importanti studi, il sostegno a Trump da parte della classe lavoratrice bianca del Midwest è stato in linea con quello di Bush e Romney, a differenza di quanto riportato da molti giornalisti italiani e d’oltreoceano. Tuttavia, concentrarsi sulla discrepanza tra le imposte sul reddito del lavoratore medio e quelle del Presidente può consolidare il sostegno di Biden tra quegli elettori (che è già più alto rispetto a quello di cui godeva Hillary Clinton), i quali sono molto importanti in Stati chiave come Ohio e Pennsylvania. 

D’altro canto, Trump ha bisogno di una strategia per reagire. Fino ad ora, ha negato la veridicità dell’articolo del Times e ha (nuovamente) promesso di pubblicare le sue dichiarazioni dei redditi. In ogni caso, anche prima dello scoop del Times, le sue possibilità di vittoria erano in calo (attualmente, FiveThirtyEight gli assegna il 22% di possibilità), e la nomina di Amy Coney Barrett non sembra invertire il trend. Per questo motivo, è plausibile aspettarsi un Trump molto aggressivo nei dibattiti. Per essere efficace, però, è necessario avere una linea chiara da seguire. Per fare un esempio della poca chiarezza della strategia seguita in questi mesi, si prenda il caso dei commenti nei confronti delle performance ai dibattiti di Biden. Per molto tempo, Trump ha accusato il rivale di soffrire di demenza senile e di non essere più mentalmente lucido. Recentemente, invece, il Presidente ha evidenziato le recenti buone performance di Biden durante comizi e interviste, e lo ha accusato di aver fatto uso di sostanze illecite. In questo modo, Trump e il suo team elettorale hanno abbassato le aspettative nei confronti della performance di un uomo che è in politica da quasi 50 anni e che ha sempre dimostrato buone abilità oratorie. 

Al momento, dunque, tutto sembra favorire l’ex vicepresidente. Tuttavia, manca ancora più di un mese alle elezioni e – come dimostrato dalle vicende degli ultimi giorni – le sorprese di Ottobre sono sempre dietro l’angolo. 

(Featured Image Credits: The New York Times)

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Stefano Pasquali

Nato a Tivoli nel 1998, è appassionato di relazioni internazionali, politica economica e Stati Uniti. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Ha svolto due tirocini presso l’Ambasciata del Regno Unito e quella degli Stati Uniti. È parte del team che cura la newsletter “Jefferson – Lettere sull’America”. Tifa Roma e vorrebbe saper scrivere come Aaron Sorkin. View more articles

North Stream 2: La Virata Tedesca Sul Gasdotto Più Controverso Degli Ultimi Anni

I recenti attriti tra Federazione Russa e paesi europei per via del caso Navalny e le proteste a Minsk mettono a rischio l’operatività del nuovo gasdotto che connetterà Russia e Germania. Dietro le minacce di Berlino, una partita che non può essere lasciata andare.

Continuano gli scontri tra Federazione Russa ed il continente europeo. Nelle ultime settimane, i rapporti tra i paesi dell’Unione e la Federazione hanno registrato un forte inasprimento alimentato da ben due teatri di instabilità. In particolare, le linee di faglia tra nazioni si ripresentano lungo la nuova Cortina di Ferro che comprende i Paesi baltici, scendendo fino al Mar Nero, passando per Bielorussia ed Ucraina. Proprio in Bielorussia, gli attori limitrofi si trovano a fare i conti per tentare di estendere o mantenere la proprio influenza sul governo presieduto da Aleksander Lukashenko, in seguito alle numerose giornate di protesta organizzate dalla società civile in funzione anti-governativa che hanno visto la mobilitazione di centinaia di migliaia di persone. La Bielorussia rimane, per ragioni storiche e geografiche, l’accesso naturale della Russia all’Europa. Per questo, il governo di Mosca sta cercando in ogni modo di evitare che il governo di Lukashenko venga sostituito da uno più europeista ed aperto al processo di integrazione europea, che potrebbe facilmente recidere il legame vitale del gigante euroasiatico con la sua porta d’accesso per il continente europeo. L’asse politico-diplomatico tra Mosca e Minsk preoccupa le principale cancelleria europee, nonché le stesse istituzione dell’Unione, specialmente dopo che il Cremlino si è reso disponibile a fornire ogni forma di supporto, anche militare, all’alleato Lukashenko per fermare le rivolte ed evitare l’intromissione di altri paesi negli affari interni della Bielorussia.

Come se non bastasse, il principale oppositore politico del Presidente Putin è risultato positivo a test volti a rilevare tracce di avvelenamento nell’organismo. Secondo i medici di Berlino, città dov’è ricoverato il blogger russo Aleksej Navalny, sarebbe stato utilizzato un agente nervino chiamato Novichok, già utilizzato in passato dai servizi di sicurezza russi per eliminare personaggi scomodi o schegge impazzite del sistema putiniano. Nonostante le molteplici accuse rivolte alle istituzioni russe, le autorità del Cremlino continuano a negare inderogabilmente ogni forma di coinvolgimento nella vicenda. Indipendentemente dalla verità sul caso di Navalny, è indubbio che i fatti abbiano scatenato non poche proteste, accuse e minacce da parte degli europei contro la Federazione. La spia rossa che più preoccupa Mosca è sicuramente la dichiarazione fatta dal governo tedesco che, volenteroso di dare un volto ai responsabili, ha minacciato di interrompere la collaborazione con la Russia per la costruzione del controverso gasdotto North Stream 2. Vediamo di cosa si tratta.

Il North Stream 2 è il nome di un gasdotto che è stato pensato come raddoppio di un’altra pipeline pre-esistente e che sarà posizionato sul fondale del Mar Baltico parallelamente al primo gasdotto russo-tedesco. L’infrastruttura connette il produttore russo e il consumatore tedesco passando per il fondale e presenta una lunghezza superiore ai 1.230 km. Il condotto parte da Vyborg fino ad arrivare alla città anseatica di Greifswald, permettendo così il raddoppio del flusso totale di gas trasportato verso la Germania, il quale passa da 55 a 110 miliardi di metri cubi annui. Nell’iniziativa sono coinvolte, oltre alla russa Gazprom, l’olandese Shell, l’austriaca OMV, la francese Engie e le tedesche Uniper e Wintershall. La costruzione dell’ultimo miglio è sospesa da diverso tempo ormai, segno di una parziale ritrosia da parte di Berlino di approfondire la proprio interdipendenza economico-energetica con Mosca.  Tuttavia, sarebbe riduttivo sostenere l’esistenza di un nesso di causalità che lega direttamente l’attuale frizione UE-Russia e la ritrosia tedesca nel completare il gasdotto.

Esistono ragioni di politica estera, nonché di dialettica politico-istituzionale interna. Partendo dalla politica interna, Angela Merkel subisce non poche pressioni dall’opinione pubblica indignata dagli atti commessi dalla Russia, ma anche dai suoi stessi alleati di partito che promuovono una linea più filo-atlantista e quindi anti-russa. In particolare, gli aspiranti successori di Merkel alla guida della CDU e quindi anche alla cancelleria – Armin Laschet, Friedrich Merz, Norbert Röttgen – invitano ad una politica più intransigente per sanzionare la Russia usando il gasdotto nel Mar Baltico.

Sul versante estero, si registra un rinnovato attivismo tedesco in vista del consolidamento di una sfera di influenza che non sia soltanto economica e che possa aggregare i paesi europei ed essere il perno per la stabilità politica regionale. Infatti, il North Stream 2 rappresenta un pericolo non indifferente per i Paesi che oggi costituiscono la Nuova Cortina di Ferro in funzione di contenimento russo. Paesi come la Polonia hanno ostracizzato per anni il progetto russo-tedesco e sulla scorta di Varsavia si sono uniti i baltici e l’Ucraina nel chiedere la dilazione del progetto. Questo avviene perché il rafforzamento della partnership energetica tra Russia e Germania tramite maggiori flussi potrebbe erodere le commesse, pagate ora dalla Russia, per permettere il transito del gas siberiano attraverso i Paesi summenzionati e – allo stesso tempo -sarebbe più facile per la Germania diventare il principale hub energetico europeo. Ciò andrebbe a discapito di altri Stati, come quelli baltici, che hanno investito molte risorse per de-marginalizzare la loro politica energetica e renderla indipendente da quella del Cremlino.

Oltre a voler aggregare sotto la propria egida i paesi dell’ex Patto di Varsavia e garantire la stabilità all’interno dell’UE, la Germania cerca anche di non perdere il progetto con la Russia ormai prossimo al completamento e, allo stesso tempo, cerca di non finire in linea di rottura con Washington. Nonostante le pressioni dall’estero e dal fronte interno, le istituzioni tedesche sanno bene di non poter mandare in fumo quanto fatto finora, perciò restano in attesa di vedere il comportamento di Washington per valutare alcune modifiche al progetto. Nonostante le forti dichiarazioni, per il momento il North Stream 2 resterà stazionario come prima perché i tedeschi cercano di tenere assieme gli affari con la Russia, la pace commerciale con gli USA e il ruolo di stato guida dell’Unione.

(Image Credits: Euronews)

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Matteo Urbinati

Nato nell’estate del 1998 a Bologna, fin da piccolo ha nutrito un profondo interesse per tematiche politiche ed economiche. Dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico A. Volta di Riccione, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma. Durante questo periodo ha avuto la possibilità di prendere parte ad un progetto Erasmus in Estonia e a lavorare come analista nell’ambito geopolitico e affari militari. Attualmente, frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics della Luiss Guido Carli. I suoi interessi sono da sempre la filosofia teoretica, la storia europea e l’economia. View more articles

Referendum, Un’Analisi Del Dopo Voto

Il 22 settembre è una data che porta con sé almeno due certezze e tanti interrogativi. Alla bellezza di due giornate dense di democrazia e alla schiacciante affermazione del SÌ al referendum costituzionale (con poco stupore tra i sostenitori dell’una e dell’altra ragione), si aggiunge infatti una semplice e non banale domanda che aleggia tra elettori, costituzionalisti, giornalisti, maggioranza e minoranza: “E ora che succede?”

Quali conseguenze ci saranno sul piano degli equilibri politici, da dove inizierà la stagione delle riforme promessa e chi sono i vincitori e i vinti di questa competizione elettorale, sono le tematiche al momento più diffuse in tutta Italia.

Vincitori e vinti

Quello che si nota a primo impatto dai risultati è la schiacciante vittoria della linea politica dei 5 stelle sul referendum: il punto cardine della loro agenda politica, dopo anni di lotta alla casta, diventa realtà. Non hanno tardato, infatti, a rivendicare una vittoria che, guardando un po’ indietro nel tempo, è tutta loro: in Parlamento, approvata dalla destra e ostacolata dalla sinistra per tre volte; poi parte della sinistra (in particolare il PD, nonostante la forte divisione interna) decide di sposarla e, dunque, di rivendicarla attraverso le parole del segretario Nicola Zingaretti. Questo è stato quello che si può definire un “teatrino” della politica sul quesito referendario (che ha fatto presagire motivazioni più di tipo politico che di merito) e che incorona senza molti dubbi Di Maio e Casaleggio. Questo primo impatto, tuttavia, si va smontando quasi immediatamente nell’incrocio con le elezioni regionali e amministrative: il M5S è fuori da tutto, tranne che in un ballottaggio a Matera. Irrilevante quando corre da solo, fallisce nell’alleanza col PD che, però, risulta il primo partito quasi dappertutto e porta a casa con la propria coalizione tre regioni su sei. E sì, perché questa partita finisce in pareggio. E allora, si può effettivamente parlare di vincitori e vinti? Una domanda di non facile risposta e che, come spesso accade in Italia, porta ad affermare che nessuno abbia perso. Eppure, la rovinosa débâcle dei cinque stelle, a livello regionale, mostra tutt’altro: si può anche vincere un referendum, ma non si può nascondere un declino che ormai appare inarrestabile. È doveroso notare, inoltre, che le elezioni regionali danno una grande boccata di ossigeno a Nicola Zingaretti che, nonostante abbia perso le Marche e abbia ottenuto una vittoria alquanto risicata in Toscana, ha sicuramente rafforzato la sua leadership nel partito e ciò, unito alla deludente performance dei 5 stelle, può irrobustire il ruolo dei democratici nell’esecutivo, dando anche maggiore stabilità al governo stesso.

Di conseguenza, Giuseppe Conte, ancora una volta, può stare tranquillo.

La stagione delle riforme

Il vero dubbio, la vera paura tra chi ha sostenuto il NO (annunciando un salto nel buio, che a questo punto potrebbe verificarsi) e anche tra chi ha votato SÌ (non per essere “anticasta” ma vedendo nella riforma “un primo passo”) è “ma adesso che si fa?”.

Il secondo passo sarà la famosa legge elettorale o si cercherà di superare il bicameralismo paritario? Le intenzioni sembrano far propendere per la prima ipotesi, che comunque non è un nodo semplice da sciogliere in un Paese fortemente diviso tra chi vuole proporzionali puri o corretti, e chi vuole il maggioritario e sapere subito chi vince e governa per 5 anni. Di certo è un punto su cui si può giocare la credibilità della maggioranza e che ha spinto anche su questo le ragioni del SÌ al referendum: una grande responsabilità per portare a casa la legge che renda più forte e autorevoli le Camere, come hanno raccontato in questi mesi. E il punto cruciale non è tanto la guerra ideologica tra i sistemi elettorali ma cosa si vuole fare per quanto riguarda le coalizioni, se ci si allea prima o dopo il voto, se ci si vuole prendere la responsabilità davanti agli elettori o cercare di formare, come al solito, maggioranze “solide” e “stabili” in Parlamento, che nella sostanza non lo sono per niente. Non saranno di certo 345 parlamentari in meno a togliere l’imbarazzo dalle giornate di impasse istituzionale in cui si tenta di costruire accordi per dare una maggioranza al Paese.

A questo si lega normalmente il tema delle preferenze perché sarebbe un vero peccato, dopo la richiesta così popolare di un miglioramento della qualità degli eletti, se i futuri deputati e senatori venissero ancora scelti tra i fedelissimi dei leader politici.

Insomma, c’è così tanta roba sul piatto del Governo che non può permettersi un assurdo – ma non del tutto escludibile – ritorno al passato.

(Image Credits: Blasting News)

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Francesco Palermo

Nato a Soveria Mannelli nel 2000, è appassionato di politica italiana ed è profondamente europeista. Attualmente frequenta il corso di laurea triennale in Economia presso l’Università della Calabria, dove è anche impegnato nella rappresentanza studentesca. È amante della musica e della letteratura. View more articles. 

 

Recovery Fund, Cos’è E Perché L’Italia È Già In Ritardo

Sono già passati circa 4 mesi dal 27 maggio, giorno ritenuto storico dal presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, in cui i 27 Paesi membri dell’Unione Europea sono giunti all’accordo sul Recovery Fund. Di quest’ultimo strumento ormai si sente parlare quasi quotidianamente non solo sui giornali o dai vari tg, ma anche durante un semplice dibattito in famiglia. Tuttavia, molti italiani non hanno ancora pienamente compreso le sue caratteristiche e il suo funzionamento. Ripassiamo velocemente in che cosa consisterebbe.

Lo strumento europeo per uscire dalla crisi

Il Recovery Fund è un fondo che prevede lo stanziamento di 750 miliardi di euro in bilancio dell’Unione Europea con lo scopo di emettere obbligazioni, soprannominate recovery bond o Ursula bond (dal nome della Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen). Tale evento viene identificato come storico perché, per la prima volta in assoluto, si assiste all’emissione di un debito comune tra tutti i membri dell’UE. I 750 miliardi verranno così suddivisi: 500 miliardi di contributi a fondo perduto e 250 miliardi destinati a prestiti. Stando alle prime linee di distribuzione del piano fatte dalla Commissione, all’Italia è stata riservata la fetta più grande della torta, seguita rispettivamente da Spagna, Polonia e Grecia. Infatti, al nostro Paese sono stati destinati ben 172 miliardi e 82 di questi saranno assegnati a fondo perduto. Nonostante l’Italia sia uscita vincitrice dai negoziati, due sono i vincoli legati al Recovery Fund: i soldi non saranno subito disponibili e dovranno essere destinati a progetti futuri nei campi del lavoro, dell’istruzione e dell’ambiente. In sostanza, l’Italia dovrà presentare alla Commissione Europea una proposta di come vorrebbe investire tali soldi e dovrà attendere l’approvazione da parte del Consiglio Europeo, che avrà 60 giorni di tempo per far passare il progetto. Questa somma sarà restituita all’Italia solo quando il Comitato Economico Finanziario, esaminando i primi risultati tangibili conseguiti grazie a tale progetto, avrà dato il suo assenso.

Il piano del governo

Il 9 settembre a Palazzo Chigi è stata presentata, durante la riunione del Ciae (Comitato interministeriale per gli affari europei), la bozza del Recovery Plan: un documento di circa 30 pagine che espone le linee guida per rilanciare l’Italia e che dovrà essere inviato a Bruxelles nel mese di aprile. Nello schema del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sono elencati i vari obiettivi che il nostro governo si propone di raggiungere. Sei sono state le missioni elencate nel fascicolo: digitalizzazione e innovazione; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per la mobilità; istruzione e formazione; equità, inclusione sociale e territoriale; salute. Seguendo l’ordine dei 6 cluster, il primo progetto del governo italiano sarebbe il «5G in cento città italiane», un piano nato dalla collaborazione tra il Ministero dello Sviluppo Economico e Infratel. Esso è incentrato sulla diffusione del tanto dibattuto 5G in almeno 100 città (da definire) e sul miglioramento della rete nazionale in fibra ottica. La seconda mossa del governo è quella di approcciarsi alla cosiddetta green economy, ossia quel ramo dell’economia che mira alla riduzione dell’impatto ambientale introducendo politiche più “verdi” ed ecosostenibili. Certamente un progetto dispendioso, ma nobile e necessario affinché il nostro pianeta “possa tornare a respirare”. Nell’ambito delle infrastrutture si spazia dal completamento dei corridoi ferroviari europei Ten-T alla mobilità pubblica e privata per i cittadini. Altro punto fondamentale – e che oggi è all’ordine del giorno – riguarda la macroarea dell’istruzione, della formazione e della ricerca da affrontare attraverso politiche mirate alla digitalizzazione del sistema scolastico e all’aumento degli studenti universitari. Tramite il penultimo cluster il governo si ripropone di riequilibrare le disuguaglianze accentuate dal lockdown, focalizzandosi sul tema lavoro e sulla riqualificazione del territorio. Ultima, ma non per importanza, la macroarea salute. Quest’ultima, che non era stata inizialmente delineata nel Pnrr, verte al miglioramento degli ospedali con un aumento dei posti in terapia intensiva e alla diffusione capillare dell’assistenza domiciliare.

Le criticità del piano italiano e la concretezza di Parigi

Alla luce di ciò che è stato esposto durante la riunione del Ciae, il Presidente del Consiglio Conte auspica un’Italia nuova, incentrata su progetti a lungo termine che hanno il duplice obiettivo di far aumentare di 10 punti percentuali il tasso di occupazione e di far raddoppiare il tasso di crescita. I progetti esposti sono tutti molto interessanti e ambiziosi, ma il problema fondamentale è come e quando si possono raggiungere. Per attingere al fondo servono progetti concreti, in cui vengano descritti sia le tempistiche per ogni fase di attuazione sia i costi di ogni manovra specifica. Questo è ciò che manca nella bozza del nostro Recovery Plan: la concretezza. Ovviamente si tratta di uno schema provvisorio e si intuisce la voglia di riscatto da parte del governo, ma sappiamo già in partenza che questa somma di denaro (anche se ingente) non basterà a dar vita a tutti questi progetti. Quali allora verranno accolti e, soprattutto, qual è il budget per ogni cluster? Un’idea più chiara ce l’ha invece la Francia. «Preparare la Francia del 2030». È con questo ambizioso obiettivo che il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha riassunto la filosofia del piano di rilancio di 100 miliardi di euro per affrontare la crisi economica provocata da lockdown e pandemia. Il France Relance, ossia la versione francese del nostro Pnrr, è stato presentato a inizio mese e consta di ben 290 pagine. Non si vuole di certo porre l’attenzione sulla celerità della proposta francese (perché è giusto che ogni Paesi valuti minuziosamente la propria situazione), ma confrontando i due piani di rilancio sarebbe necessario che l’Italia prendesse spunto, in termini di dettaglio e pianificazione, dalla Francia. Il France Relance si presenta molto più strutturato e preciso sia dal punto di vista delle tempistiche che dei costi. Anche il governo francese guarda al futuro, promettendo che i risultati finali si raggiungeranno solo nell’arco di 10 anni, ma, nello stesso tempo, afferma che i benefici saranno tangibili fin da subito. Innanzitutto, la Francia ha deciso di suddividere i 100 miliardi di euro a sua disposizione in 3 grandi cluster, specificando il budget che verrà utilizzato per ognuno di questi: ecologia (30 mld), competitività (34 mld) e infine, coesione sociale e territoriale (36 mld). Inoltre, per ogni area ha già individuato i progetti fondamentali sottolineando la spesa che sarà necessaria per metterli in atto. Ad esempio, una manovra riguarda l’abbassamento delle tasse sulla produzione e ciò richiederà circa 20 miliardi di euro, ossia 2/3 del budget destinato alla sezione della competitività.

Confrontando i due piani di rilancio non si nota molta discrepanza tra gli obiettivi ultimi dei rispettivi governi, in quanto entrambi promettono di realizzare un futuro più moderno ed ecosostenibile, come dimostrato dalla grande attenzione data al tema della “green economy”. Ma ciò che si vorrebbe vedere di più è una maggiore concretezza della proposta del governo italiano. Il compito dell’Italia oggi dovrebbe essere quello di delineare un piano più dettagliato e fare un’analisi più seria dei costi-benefici di questi progetti che, per il momento, ahimè, sono solo abbozzati.

(Foto del Consiglio europeo straordinario di luglio. Image Credits: ISPI).

Costanza Berti

Nata a Massa Marittima nel 1998, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e ora frequenta il corso di laurea magistrale in Gestione d’Impresa presso l’università LUISS di Roma.  La sua vita si divide tra Roma e Follonica. Da sempre appassionata di viaggi, nel corso degli anni ha potuto scoprire e vivere culture molto diverse tra loro. Nel 2019 ha preso parte al progetto Erasmus a Rotterdam, trascorrendo un semestre di studio alla Erasmus University of Rotterdam. View more articles