Cambiamenti Climatici, Il Punto Di Non Ritorno È Sempre Più Vicino

Il cambiamento climatico mette a repentaglio la nostra vita e la sopravvivenza della nostra specie. Le politiche dei Paesi europei sembrano andare nella giusta direzione. Ma il tempo passa e l’emergenza si rende sempre più evidente ai nostri occhi. Occorre un netto cambio di passo. Il prima possibile.

Climatologia e meteorologia. Qual è la differenza?

Cambiamenti climatici, una definizione molto usata dai mass media ma il cui vero significato crea spesso confusione e incertezza. Facciamo chiarezza, i cambiamenti climatici sono le variazioni del clima della terra, variazioni a diverse scale spaziali (regionale, continentale, emisferica e globale) e storico-temporali (decennale, secolare, millenaria e ultra-millenaria) di uno o più parametri ambientali e climatici nei loro valori medi (temperatura, precipitazioni, nuvolosità, temperature degli oceani, distribuzioni e sviluppo di piante e animali). È opportuno, per comprendere meglio il fenomeno, partire da una fondamentale distinzione tra meteorologia e climatologia, in quanto spesso e volentieri si incorre nel confondere due concetti apparentemente simili ma dal significato completamente diverso. La meteorologia, infatti, è lo studio delle condizioni atmosferiche transitorie, lo stato del tempo e dei fenomeni che avvengono in atmosfera, nonché le cause e leggi che li governano in un arco temporale molto breve (si parla di capacità previsionale di pochi giorni o poche ore); la climatologia, invece, studia le condizioni atmosferiche all’interno di archi temporali molto lunghi, al fine di definire quali siano le variabili temporali usuali in una provincia, una regione, uno Stato o un Continente. Si può correttamente dire che la meteorologia è una scienza ausiliaria della climatologia e, difatti, la climatologia fa uso dei dati raccolti dalla meteorologia (la temperatura, la latitudine, la morfologia del territorio, i venti ecc.) in modo da stabilire e definire il clima di una determinata area del pianeta.

Il ruolo dell’essere umano

Definita bene tale distinzione, si può affermare che i cambiamenti climatici sono alterazioni della composizione atmosferica mondiale, causate dall’uomo, che si aggiungono alle variabilità naturali del clima che sono generate invece dalla natura. Il cambiamento climatico è un dato di fatto ed è generato principalmente dal rilascio di diossido di carbonio nell’atmosfera. Le conseguenze principali dei cambiamenti climatici sono lo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacci perenni, l’aumento del livello dei mari, l’aumento in frequenza e intensità dei fenomeni meteorologici estremi, la variazione della distribuzione annuale delle precipitazioni piovose, l’aumento del rischio idrogeologico e d’inondazioni, l’estendersi della siccità su molte aree del pianeta e, infine, l’aumento del rischio d’incendi (a tal riguardo, basta pensare a ciò che sta succedendo in queste settimane in California) con conseguenze disastrose per il pianeta sia da un punto di vista sanitario che per la sopravvivenza delle varie specie animali.

È vero. Non è solo l’uomo in grado di modificare e apportare un cambiamento significativo al clima terrestre: vi sono, infatti, diversi fattori in grado di farlo, quali l’attività solare, le caratteristiche atmosferiche e fattori interni ed esterni al pianeta. Difatti, il clima del pianeta nel medio-lungo periodo non è mai in una fase di equilibrio ma passa da periodi più caldi a periodi più freddi. Tuttavia, quello che sorprende adesso è la repentinità di tale passaggio. La mano dell’uomo è evidente, si può facilmente affermare che dal 1950 a oggi l’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati a un ritmo senza precedenti, la massa di neve e ghiaccio è diminuita sensibilmente, il livello del mare è aumentato e le concentrazioni di gas a effetto serra sono aumentate. Ed è proprio l’enorme quantitativo di gas a effetto serra, prodotto dalla combustione dei combustibili fossili, dalla deforestazione e dall’allevamento intensivo di bestiame che, aggiungendosi a quello già presente in atmosfera, va a generare il riscaldamento climatico globale.

Il gas sopra citato agisce come il vetro di una serra, catturando quindi il calore emesso dalla terra dopo la ricezione dell’energia solare impedendogli di ritornare nello spazio. La Co2 è un gas serra prodotto soprattutto dall’attività umana ed è responsabile del 63% del riscaldamento globale causato dall’uomo, mentre il metano (19%) e l’ossido di azoto (6%) sono meno presenti ma più dannosi poiché catturano il calore con maggiore incisività. Considerando che gran parte dell’economia mondiale si basa sui combustibili fossili (carbone, petrolio, gas naturale), fondamentali per il settore dei trasporti e dell’energia, ben si comprende come molti Stati e molti politici fatichino – e non poco – a parlare e rendere edotta la popolazione del problema del surriscaldamento globale.

Inoltre, c’è molta disinformazione creata ad hoc per generare confusione e permettere alle grandi multinazionali del settore di continuare a generare profitti guardando solo al breve termine. Si noti, infatti, che le siffatte corporazioni foraggiano i negazionisti e bloccano qualsiasi proposta in materia ambientale.

Le (in)decisioni politiche

Una nuova coscienza collettiva sta, comunque, evolvendosi. Sempre più esseri umani stanno aprendo gli occhi e si dichiarano favorevoli ad azioni concrete riguardanti la salvaguardia del pianeta. È una nuova consapevolezza crescente che ha compreso l’ormai concreto avvicinamento al punto di non ritorno. Questo passaggio ha smosso la coscienza di molti politici, a tal punto che i vari Paesi sono stati costretti ad affrontare seriamente il problema e, in tal senso, l’Accordo di Parigi del 2015 è stata una tappa fondamentale. Ci troviamo di fronte al primo accordo universale – e giuridicamente vincolante – sui cambiamenti climatici, adottato alla conferenza di Parigi sul clima (COP21) nel Dicembre 2015 con ben 190 nazioni partecipanti. Tale accordo nasce con la finalità di rafforzare le capacità dei Paesi di affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici e di sostenerli nei loro sforzi.

Tra gli obiettivi principali dell’accordo: mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto dei 2°C come obiettivo a lungo termine; puntare a limitare l’aumento a 1,5°C (ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici); fare in modo che si raggiunga al più presto il livello massimo di emissioni globali e assistere successivamente ad una rapida riduzione secondo le migliori conoscenze scientifiche disponibili in modo da raggiungere un equilibrio tra emissioni e assorbimento.

Ogni Stato ha, inoltre, presentato dei piani generali nazionali per ridurre le emissioni (Nationally Determined Contribution, NDC). I Paesi partecipanti hanno concordato di riunirsi ogni 5 anni per valutare i progressi collettivi verso gli obiettivi a lungo termine e riferire, in particolar modo all’opinione pubblica, di come stanno operando per realizzare l’azione di difesa del clima.

La cooperazione è fondamentale non solo nel raggiungimento degli obiettivi prefissati ma, anche, nel minimizzare le perdite e i danni associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Certo, successivamente all’incontro di Parigi, i Paesi in prima linea contro i cambiamenti climatici si sono incontrati nuovamente nelle varie conferenze sui cambiamenti climatici organizzate dall’Onu (COP24 di Katowice e COP25 di Madrid) ma, a parte l’adozione del pacchetto di Katowice e delle sue norme di dettaglio che rendono operativo il contenuto dell’Accordo di Parigi, purtroppo, la spinta che ha caratterizzato l’incontro del 2015 ha subìto un forte rallentamento. Analizzando l’operato dei vari Stati, è necessario sottolineare che l’UE e i suoi Stati membri, oltre ad aver assunto un ruolo guida a livello mondiale, rappresentano il principale fornitore dei finanziamenti pubblici per il clima. Come si evince dal Climate Change Performance Index (CCPI), il Paese europeo più virtuoso risulta essere la Svezia con un’ottima riduzione delle emissioni e una continua crescita delle energie rinnovabili, mentre l’Italia si colloca al 23° posto (perde 6 posizioni rispetto alla classifica dell’anno 2017) poiché vi è stato un rallentamento nello sviluppo delle energie rinnovabili e, soprattutto, perché il nostro Paese paga la mancanza di una politica climatica nazionale adeguata agli obiettivi di Parigi.

L’India e la Cina, con uno sviluppo delle energie rinnovabili e nuove norme di riduzione delle emissioni, scalano la classifica (rispettivamente 11° e 33° posto). Gli Stati Uniti pagano, invece, le politiche di Donald Trump (nel 2017 è stato annunciato il ritiro dall’Accordo di Parigi) e si collocano al 59° posto.

Ci si chiede, per concludere, se si riuscirà a cambiare rotta prima che sia troppo tardi. Difficile dare una risposta, ma le soluzioni per contrastare tale fenomeno ci sono e consistono: nell’ottimizzare i consumi energetici in modo da ridurre le emissioni di anidride carbonica in atmosfera; nello scegliere fonti rinnovabili per il proprio approvvigionamento energetico; nell’optare per la mobilità sostenibile per piccoli e grandi spostamenti; nello scegliere servizi a Km zero e puntare su un’alimentazione consapevole limitando i costi di produzione legati agli allevamenti intensivi e, infine, nell’applicazione della “Carbon Tax” per limitare l’utilizzo dei combustibili fossili e incentivare gli investimenti delle fonti di energia rinnovabili.

Insomma, tutto dipende da noi, in quanto rappresentiamo veramente l’ultima speranza.

È il momento di agire. Prima che sia troppo tardi.

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Luigi Cupelli, avvocato, è esperto di climatologia e meteorologia. 

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