Le Ambizioni Del Dragone Sul Prometeo A Stelle E Strisce

A Pechino temono per l’arteria tecnologica, occorre colpire gli USA ad ogni costo. La corsa contro il tempo e la reazione americana. Chi controlla la tecnologia, comanda il mondo.

La partita geopolitica tra Cina e Stati Uniti presenta molteplici articolazioni e si gioca sui teatri più disparati. Fino a qualche anno fa queste affermazioni sarebbero risultate improbabili se non addirittura ridicole per molti commentatori della politica internazionale. Sarebbe impossibile in un articolo soltanto elencare la complessità di questa partita geopolitica, perciò sarà nostro compito provare a fornire un quadro generale su un argomento più specifico e sul quale molto è stato scritto. In particolare, tratteremo l’argomento dello scontro sulla tecnologica tra Cina ed USA. In particolare, vedremo quali sono le ragioni che hanno spinto Washington ad erigere barriere alle imprese cinesi e proveremo a capire come la tecnologia sia ormai diventata a tutti gli effetti materia sulla quale si sviluppa lo scontro di potenza. Nella prima parte parleremo delle politiche di acquisizione strategica portate avanti da Pechino, e in un secondo momento saranno analizzate le recenti azioni intraprese dagli statunitensi in materia di cybersecurity e chineseban.

Iniziamo col fotografare l’aspirante egemone, nonché promotore di una nuova globalizzazione revanscista guidata da un capitalismo monopolistico di Stato, la Cina. La RPC sconta, come ogni altro Paese emergente, un consistente ritardo nello sviluppo tecnologico, che la pone alle dipendenze dei trasferimenti dei Paesi tecnologicamente più avanzati come gli Stati Uniti. Le aziende statunitensi hanno localizzato le fasi della catena del valore con minor valore aggiunto e a basso contenuto tecnologico nei Paesi dove il costo del lavoro è più basso. Infatti, per i settori dell’industria ad alta tecnologia, la Cina si colloca nelle ultime fasi della supply chain, perdendo così la possibilità di generare o trattenere valore, che si convertirebbe in maggiore ricchezza collettiva. L’industria in Cina importa beni intermedi per attuare principalmente processi di assemblaggio e questo non giova alla produttività marginale del lavoro che tende a decrescere strutturalmente, perciò si è resa necessaria l’implementazione di una strategia di rinnovamento del capitalismo di stato cinese controllato dal PCC. In particolare, il quattordicesimo piano quinquennale approvato dall’Assemblea Nazionale del Popolo prevede lo stanziamento di risorse ingenti per finanziare acquisizioni strategiche, investimenti in infrastrutture, ricerca e start up ad alto contenuto tecnologico. In questa sede ci concentreremo sulle tattiche finora implementate dai cinesi per ottenere i brevetti tecnologici statunitensi negli ultimi anni, per capire il senso delle ultime manovre rispettivamente di Washington e Pechino in tema di tecnologia.

In tal proposito, il Commitee of Foreign Investiments in the United States (CFIUS) ha attuato un monitoraggio degli investimenti cinesi sul territorio statunitense, individuando pratiche di acquisizioni strategiche volte a trasferire proprietà intellettuale e know how verso le aziende cinesi. Tra le varie iniziative sono state rilevate anche alcune pratiche ritenute sleali all’interno della cornice legale del WTO. Gli americani hanno rilevato che la Cina utilizza FDI (Foreign Direct Investments), joint-ventures (JV) forzate e finanziamenti tramite venture capital (VC). Inoltre, molti operatori economici statunitensi sono stati costretti dalla legge cinese a trasferire i loro brevetti e segreti industriali ad appositi organi governativi al fine di ricevere l’autorizzazione a procedere con le attività nella Repubblica Popolare. A queste accuse, si aggiungono anche prove, che, sempre secondo il CFIUS, proverebbero la sussistenza di attacchi cyber volti a minare la completezza e la segretezza di informazioni industriali sensibili, specialmente nei settori considerati critici dal Dipartimento della Difesa statunitense. Per quanto concerne i FDI, le agenzie del governo cinese a livello nazionale e locale hanno garantito finanziamenti a bassi tassi di interesse o addirittura a fondo perduto alla aziende cinesi che investissero in operazioni di acquisizione o fusione (M&A) nei settori sensibili come IA, biotecnologie, infrastrutture e telecomunicazione, 5G e big data. Gli aiuti di Stato sono stati calcolati per un ammontare di 107 miliardi di dollari, e tra il 2013 e il 2016 sono state sottoposte a tentativo di acquisizione da parte di aziende cinesi 27 aziende produttrici di semiconduttori e 51 start up legate all’IA. Sul fronte del VC, si registra un forte attivismo cinese nel localizzare gli investimenti in start up specialmente nella Silicon Valley. Secondo il Rhodium Group, incaricato dal governo USA di monitorare queste operazioni, il 78% della totalità delle operazioni di VC avviate da fondi cinesi è stato condotto in 1200 progetti in realtà statunitensi, con un esborso di capitale ad alto valore speculativo di 3,3 miliardi di dollari soltanto nel 2018.

È evidente che, al netto di quanto detto finora, e della rinnovata postura cinese nello scenario geopolitico mondiale, la superpotenza statunitense doveva contrastare la strategia cinese al fine di proteggere il vantaggio competitivo delle proprie realtà industriali. Inoltre, la Cina ha mostrato in più occasioni di attuare politiche revisioniste nel campo dell’egemonia economica internazionale per arrivare a definire i nuovi standard tecnologici tramite l’inondazione di tecnologia strategica cinese a costo ridotto rispetto a quella occidentale. Questa strategia potrebbe permettere a Pechino di ridefinire le catene del valore a livello globale e a convertire la forza economica in strumento di coercizione politico. In risposta al potere economico cinese, gli Stati Uniti hanno fatto affidamento su una varietà di politiche i cui obiettivi possono essere separati in due gruppi: il primo punta a ridurre la dipendenza del Paese dalla tecnologia cinese in aree che aumentano i rischi per la sicurezza nazionale, mentre il secondo ha come fine pratico la protezione delle tecnologie critiche dal trasferimento dagli Stati Uniti alla Cina. Un uso bilanciato e coordinato di queste due parallele tattiche potrebbe rendere meno costoso un decoupling ristretto al settore delle tecnologie strategiche.

Un modo per ridurre la dipendenza dalla tecnologia cinese è stato quello di vietare l’uso di attrezzature e servizi cinesi. Ad esempio, tramite il National Defense Authorization Act (NDAA) del 2018 il Governo degli Stati Uniti ha dichiarato che avrebbe escluso cinque società cinesi, tra cui Huawei e ZTE, dai suoi piani di approvvigionamento di telecomunicazioni 5G. Il Governo ha anche vietato alle società di telecomunicazioni statunitensi di utilizzare il fondo per il servizio universale (commesse federali) per acquistare apparecchiature da forniture Huawei e ZTE. Ciò ha comportato un divieto di fatto sull’uso di apparecchiature Huawei e ZTE per i sistemi di telecomunicazione negli Stati Uniti. Altri esempi di restrizioni sulla tecnologia cinese includono i tentativi dell’amministrazione Trump di vietare le applicazioni mobili cinesi come TikTok e WeChat.

La seconda politica più efficace è stata quella di controllare le esportazioni. Il Dipartimento dell’Industria e della Sicurezza (DIS) del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha già aggiunto Huawei alla sua Entity List, che limita l’esportazione di tecnologia statunitense alle società segnalate. Poiché questi controlli non influenzano solo le società statunitensi, ma le società straniere che utilizzano la tecnologia statunitense, la portata di queste misure è ampia e ad alto impatto. Sulla produzione di semiconduttori, in particolare, dove c’è una forte dipendenza da software e apparecchiature fabbricati negli Stati Uniti, l’impatto di queste misure è già stato rilevato. Un notevole esempio di controlli sulle esportazioni utilizzati contro la Cina è l’annuncio del settembre 2020, secondo cui le società statunitensi devono cercare una licenza per fare affari con SMIC, il più grande produttore di semiconduttori in Cina.

La connessione tra le due economie è materia ampiamente dibattuta e continua a scomodare esperti di varie discipline. In particolare, in tempo di pandemia è emersa ulteriormente la necessità di ridurre la dipendenza tecnologia — e non solo — da un singolo attore. Inoltre, gli eventi politici degli ultimi anni hanno mostrato un’aggressività crescente di Pechino ed è emersa la volontà di potenza del gigante asiatico. Per quanto riguarda la tecnologia, l’applicazione delle conoscenze tecnologiche nella produzione e la competizione sono destinate ad aumentare nei prossimi anni, con effetti mondiali che sicuramente non mancheranno di suscitare in noi ulteriori studi, riflessioni e stimolante curiosità.

(Featured Image Credits: Illustration: Craig Stephens. Credits: South China Morning Post)

Matteo Urbinati

Nato nell’estate del 1998 a Bologna, fin da piccolo ha nutrito un profondo interesse per tematiche politiche ed economiche. Dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico A. Volta di Riccione, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma. Durante questo periodo ha avuto la possibilità di prendere parte ad un progetto Erasmus in Estonia e a lavorare come analista nell’ambito geopolitico e affari militari. Attualmente, frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics della Luiss Guido Carli. I suoi interessi sono da sempre la filosofia teoretica, la storia europea e l’economia. View more articles

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(Para)Astronauti Cercasi. Luca Parmitano: «Sarà Un’Evoluzione Strutturale Del Volo Spaziale»

Anche se un sondaggio Harris Poll/LEGO®[1], condotto negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Cina, rivela che i bambini di oggi hanno tre volte più probabilità di aspirare a diventare uno YouTuber (29%) che un astronauta (11%), l’86% dei bambini tra gli 8 e i 12 anni afferma di essere interessato all’esplorazione spaziale e il 90% di loro vuole saperne di più. E se invece da piccolo o piccola, come me, avresti voluto diventare un astronauta dopo aver visto i voli spaziali dello Space Shuttle, o ripercorso l’allunaggio con lo storico commento di Tito Stagno, o ascoltato i racconti di Franco Malerba, Maurizio Cheli, Umberto Guidoni, Roberto Vittori e Paolo Nespoli, ho una buona notizia per te: per la prima volta dopo 11 anni, e la quarta dal 1978, l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) cerca nuove astronaute e nuovi astronauti.

Le sei nuove reclute del Corpo Astronauti Europeo il 16 giugno 2009.
Da sinistra a destra: Andreas Mogensen, Alexander Gerst, Samantha Cristoforetti, Thomas Pesquet, Luca Parmitano, Timothy Peake.
Fonte: ESA – S. Corvaja, 2009

L’ultima selezione, infatti, è avvenuta il 20 maggio 2009 ed è andata a comporre la classe che comprende:

  1. Samantha Cristoforetti (italiana), pilota di caccia dell’Aeronautica militare italiana;
  2. Alexander Gerst (tedesco), ricercatore fisico e scientifico;
  3. Andreas Mogensen (danese), ingegnere ed esperto di guida e controllo aerospaziale;
  4. Luca Parmitano (italiano), pilota dell’Aeronautica militare italiana;
  5. Timothy Peake (britannico), pilota collaudatore dell’esercito britannico;
  6. Thomas Pesquet (francese), ingegnere ricercatore, attualmente pilota per Air France.

A questo gruppo si è poi andato ad aggiungere nel 2015 il tedesco Matthias Maurer.

Tutto sulla nuova selezione di astronauti e astronaute dell’ESA 

Lo scorso martedì 16 febbraio 2021 sì è tenuta la conferenza stampa in italiano a cui hanno partecipato il neo-Direttore Generale dell’ESA Josef Aschbacher, l’Astronauta ESA Luca Parmitano, la Chief Diversity Officer Ersilia Vaudo-Scarpetta, la Responsabile del Modulo Abitativo Gateway Sara Pastor e la Human Resources Business Partner Antonella Costa.

Il bando di concorso sarà aperto dal 31 marzo al 28 maggio 2021 e Luca Parmitano auspica di «raccogliere il doppio, o il triplo delle 8.420 domante di undici anni fa e magari registrare una partecipazione più equilibrata». I titoli di studio richiesti, oltre ad almeno tre anni di esperienza lavorativa post lauream, sono una Laurea magistrale (o superiore) in Scienze Naturali (Fisica, Chimica, Biologia, Scienze della Terra, dell’atmosfera o degli oceani), Medicina, Ingegneria, Matematica, Informatica, oppure un attestato da pilota collaudatore sperimentale. Gli altri requisiti minimi consistono nell’essere under 50, essere cittadini di un Paese membro dell’ESA, conoscere la lingua inglese e almeno una seconda lingua.

Vaudo-Scarpetta sostiene che questa campagna astronautica assume una dimensione estremamente forte, innanzitutto perché permette di amplificare la visibilità dell’impegno e dell’importanza che l’ESA dà alla diversità: l’intenzione è di riuscire ad avere candidature anche da una grande proporzione di ragazze europee. Infatti, sottolinea, «non ci basta più quel 16% che ha fatto domanda nelle campagne precedenti e abbiamo anche messo in atto una serie di soluzioni, tra cui una campagna molto capillare proprio per portare lo spazio dove magari di solito non arriva».

Ma un’Agenzia Spaziale non è mai stata così inclusiva: per la prima volta, nel bando viene inserito il progetto Parastronaut Feasibility Project – progetto di fattibilità per parastronauti – che permetterebbe a persone con diversi tipi di disabilità fisica di poter partecipare alla selezione. Per stabilire i tipi di disabilità ammissibili, l’ESA si è interfacciata con il Comitato Paralimpico Internazionale confrontando ciascuna categoria con i requisiti richiesti nelle missioni spaziali.

Infografica creata per la campagna di selezione dei parastronauti dell’ESA.
Fonte: ESA

Potranno inviare la domanda di partecipazione al bando:

  • persone con uno o due arti inferiori mancanti dalla nascita e/o per un’amputazione; nello specifico a chi manca uno o due piedi considerando anche le caviglie o a chi manca una o due gambe sotto il ginocchio;
  • persone che hanno una differenza di lunghezza fra le gambe per un trauma o dalla nascita;
  • persone la cui statura è inferiore a 130 centimetri.

Vaudo Scarpetta prosegue dicendo che vi è una grande attenzione ai temi della diversità per valorizzarla e favorirla sia nel mondo intero ma anche nell’ESA, perché è sicuramente una delle loro caratteristiche e più grandi ricchezze. L’Agenzia conosce profondamente il valore della diversità perché vi sono colleghi che vengono da 22 paesi, parlano 18 lingue diverse e mettendo insieme competenze, background e punti di vista riescono a fare cose «magiche», cose che nessun Paese riuscirebbe a fare da solo. La Chief Diversity Officer afferma che «da qualche anno cerchiamo di allargare il perimetro della diversità e questo non solo perché la cosa più giusta – in fondo abbiamo il dovere di rispecchiare quella è che la composizione della nostra società e della nostra Europa –  ma anche perché è la cosa più intelligente da fare. Noi come ESA abbiamo l’ambizione di immaginare e rendere possibile il futuro. Per riuscire a farlo, abbiamo bisogno di questa ricchezza di prospettive, abbiamo bisogno di pensarla diversamente, abbiamo bisogno di saper trovare delle soluzioni che non sono quelle della familiarità».

Continua poi: «Per l’ESA l’esplorazione non è conquista, né una corsa l’una contro gli altri. L’esplorazione per noi è portare i valori dell’Europa: l’inclusione, prendersi cura del nostro pianeta, cercare la conoscenza e anche in qualche modo la responsabilità verso le future generazioni di riuscire a trasmettere questa voglia di esplorare, questa voglia di andare dove non si è ancora stati».

Durante la conferenza stampa, la nostra redazione è riuscita in esclusiva a chiedere al prestigioso panel come il COVID-19 influirà sul processo di recluta e addestramento dei futuri astronauti, qualche dettaglio sull’addestramento per il futuro parastronauta e se ci saranno delle variazioni rispetto al programma standard e, infine, quali saranno i prossimi passi in programma per aumentare l’inclusione delle minoranze e della diversità.

Antonella Costa esordisce rivelandoci che «quando abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto, il COVID-19 non c’era – quindi parliamo di più di un anno fa – e dopodiché ci siamo dovuti, come tutti, adattare a nuove modalità di lavoro e di telelavoro e ci siamo domandati: “ha senso continuare oppure no?” La risposta unanime è stata sì, ha senso continuare. Quindi abbiamo stabilito quella che è nella nostra scaletta di attività con le varie fasi del processo di selezione. Ovviamente dovremo rimanere flessibili ed eventualmente, qualora ci dovessero essere ancora restrizioni in termini di viaggio e di mobilità, cercare di riadattarci. Abbiamo comunque considerato una serie di soluzioni che ci permetteranno orientativamente di portare a termine la campagna così come l’abbiamo prevista e di avere l’annuncio dei nuovi astronauti e delle nuove astronaute a ottobre 2022. Nel momento in cui poi dovessimo appunto arrivare – come ci auguriamo – ad aver selezionato i nuovi colleghi e le nuove colleghe dovrà iniziare la parte di addestramento. Il primo anno richiede la presenza principalmente nella zona di Colonia, quindi mi auguro che la prima fase del training sia fattibile anche perché appunto ci si potrà spostare all’interno dell’Unione Europea. Sinceramente mi auguro che fino ad allora questa pandemia ci permetterà di ritornare più o meno a quella che era la nostra vita precedente».

Dopo la Human Resources Business Partner, risponde Luca Parmitano, primo comandante italiano della Stazione Spaziale Internazionale e dallo scorso settembre a capo dell’Ufficio operazioni astronauti dell’ESA, specificando che «per quanto riguarda l’addestramento dei colleghi e delle colleghe che verranno selezionati all’interno del Corpo [Astronauti Europeo], sicuramente continueremo con quelle che sono le linee guida indicate dai vari Paesi sulle misure di sicurezza per evitare qualsiasi tipo di contagio. Anche adesso con dei colleghi in addestramento cerchiamo di limitare per quanto possibile l’esposizione e dove è possibile facciamo attività a distanza. La implementiamo dove non è possibile e chiaramente abbiamo dei controlli in più per essere certi che le persone che entrano a stretto contatto con i colleghi e le colleghe in addestramento siano in sicurezza. Facciamo tracciamento e poi, come diceva Antonella [Costa, NdR], speriamo che da qui a quando gli astronauti e le astronaute selezionate faranno parte del corpo avremo delle misure un po’ più rilassate, grazie magari a una vaccinazione su grande scala. Il nostro principio, per quanto riguarda invece l’astronauta o la astronauta con disabilità che farà parte del progetto Parastronaut, è completamente diverso perché al momento non sappiamo quali saranno le risposte. Il motivo per cui vogliamo far partire questo progetto è proprio per capire come potremmo implementare l’addestramento in sicurezza. […] Vogliamo che questa non sia solo una moda passeggera, ma un’evoluzione strutturale del volo spaziale».

Ersilia Vaudo-Scarpetta scende ancora di più nel dettaglio per quanto riguarda la selezione: tutta la prima parte del processo sarà incentrata sulle competenze e solo ad uno stadio successivo, quando ci sarà una short list, subentreranno a parità di competenze altre considerazioni, ma la competenza è l’obiettivo. Conclude affermando che «durante tutto il processo saremo comunque molto attenti e che non ci sia nessuna forma di pregiudizio, di bias o comunque di situazioni in cui si preferiscono dei gruppi rispetto ad altri. Ci tengo anche molto a dire che noi come ESA non adottiamo mai negli astronauti, ma anche nella nostra campagna, forme di discriminazione positiva: il nostro impegno è nel dare a tutti uguali opportunità e questo è il nostro modo di fare diversità».

L’astronauta dell’ESA Samantha Cristoforetti si gode il panorama durante il suo 200° giorno nello spazio sulla Stazione Spaziale Internazionale.
Fonte: ESA/NASA

Cristofoready? Astrosamantha tornerà a bordo della Stazione Spaziale Internazionale nel 2022

Lo scorso 3 marzo è stato inoltre annunciato che Samantha Cristoforetti è stata assegnata a una seconda missione spaziale e tornerà nella Stazione Spaziale Internazionale nella primavera del 2022. Samantha ha volato per la prima volta sulla Stazione Spaziale Internazionale nel 2014, in occasione della missione dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) “Futura”, tornando sulla Terra su una navicella russa Soyuz dopo circa 200 giorni di permanenza nello spazio.

Alla conferenza stampa, oltre all’astronauta italiana, sono intervenuti il Direttore Generale ESA Josef Aschbacher, il Direttore dell’Esplorazione Umana e Robotica ESA David Parker e il Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) Giorgio Saccoccia.

Aschbacher apre l’incontro tessendo le lodi di Cristoforetti: « È un modello eccellente per chiunque si candidi alla selezione per astronauti ESA 2021/22 annunciata nei giorni scorsi. Sono entusiasta di vederla proseguire in orbita il lavoro essenziale degli scienziati europei poiché ispira tutti gli europei a esplorare oltre e a raggiungere nuovi obiettivi per il beneficio sulla Terra. Quello che farà a bordo dell’ISS è scienza e ricerca preziose qui sulla Terra, ma anche in preparazione alla Luna, la nostra seconda casa nel Sistema Solare. Il mio ultimo pensiero resta quello di ispirare l’umanità nella prossima generazione».

Cristoforetti annuncia di essere grata delle numerose opportunità di crescita professionale offertele in questi anni, da quando è tornata dalla sua prima missione. «Ma tornare sulla ISS, la mia casa lontano da casa, è sempre rimasto il mio desiderio più grande. Sono onorata di essere stata assegnata ad una seconda missione spaziale e non vedo l’ora di tornare a rappresentare l’Italia e l’Europa in orbita, contribuendo alle attività di ricerca scientifica e sviluppo tecnologico in microgravità» aggiunge Samantha.

Dopo averle chiesto qual è la sua sensazione riguardo al progetto Parastronaut, l’astronauta italiana ci risponde di «aver sempre visto l’esplorazione spaziale e quello che facciamo in termini di human flights nello spazio come due percorsi che vanno nella stessa direzione: da una parte stiamo davvero ampliando i confini di dove possiamo andare, cosa possiamo fare, dove possiamo costruire strutture e stabilire una presenza umana permanente e il prossimo passo è sicuramente lo spazio cis-lunare e poi la superficie lunare. L’altro percorso è che mentre spingiamo quel confine ci assicuriamo anche di consolidare ciò che abbiamo raggiunto finora. Per esempio, in questo caso, l’orbita terrestre bassa in termini di accesso e disponibilità non può rimanere per sempre appannaggio di un numero molto piccolo di persone selezionate con criteri molto ristretti, come avviene di solito per gli astronauti, quindi penso che questi individui che selezioneremo con qualche disabilità ci aiuteranno davvero ad aprire quella porta, e questo è un po’ un passo mentale e io… Sarò onesta, non è stato facile neanche per me all’inizio, ma i miei pensieri si stanno evolvendo su questo e penso che la chiave sia davvero adattare la tecnologia per rendere lo spazio più accessibile. Con questo Parastronaut Feasibility Project stiamo davvero cercando individui eccezionali là fuori, dei pionieri che sarebbero davvero assolutamente qualificati per volare nello spazio».

Vaudo-Scarpetta ha aggiunto che «in fondo andare oltre è il nostro business, il nostro desiderio. E in senso letterale, visto che desiderare significa essere lontani dalle stelle, quindi desiderare questa voglia di ricongiungerci in qualcosa di più grande di noi che anima quello che facciamo e sicuramente anima quella che l’esperienza di un astronauta». E nel suo libro Diario di un’apprendista astronauta, Samantha Cristoforetti scrive che «Siamo una stella cadente: se fosse notte, qualcuno, forse, ci vedrebbe ed esprimerebbe un desiderio».

Nuovi desideri, nuovi astronauti e astronaute che grazie all’ESA potranno trovare senza barriere il loro posto tra le stelle.

[1] I sondaggi sono stati condotti online da The Harris Poll per conto di LEGO tra i bambini provenienti da Cina (n=1.000), Stati Uniti (n=1.000) e Regno Unito (n=1.000) di età compresa tra 8 e 12 anni (dal 30 maggio all’8 giugno 2019) e 326 genitori con almeno un bambino di età compresa tra 5 e 12 anni (17-22 maggio 2019) in Cina (n=250), Stati Uniti (n=326) e Regno Unito (n=241). I bambini intervistati sono stati reclutati tramite il loro genitore o tutore. I campioni in entrambe le indagini sono stati ponderati sulle variabili demografiche (tra cui età, sesso, regione, e altri) per corrispondere alla distribuzione nella popolazione. Le indagini online non sono basate su un campione probabilistico e quindi non è possibile calcolare una stima dell’errore teorico di campionamento.

(Featured Image Credits: SERGEI ILNITSKY/POOL/AFP via Getty Images)

About the Author:


Margherita Pucillo

Nata ad Anzio nel 1999, è particolarmente interessata alle interazioni tra tecnologia e società, alla comunicazione pubblica della scienza e alle politiche di genere. Dopo la maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche, sta proseguendo il suo percorso universitario presso la LUISS Guido Carli con il corso magistrale in Governo, Amministrazione e Politica, indirizzo Politica e Comunicazione. Da un biennio è membro della Consulta Giovanile del Pontificio Consiglio della Cultura. Tra le sue passioni ci sono anche la scherma, il laboratorio teatrale e lo speaking radiofonico. View more articles.

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Se Non È Ambiguità È Indecisione: L’Italia Tra L’Aquila Atlantica E Il Dragone D’Oriente

Che l’Italia abbia da tempo disimparato a tracciare i contorni di un proprio interesse nazionale — formula al contrario assai preziosa per i realisti anglosassoni — è cosa nota. Indipendentemente dalle cause a monte di questa ricorrente mancanza di visione strategica, talvolta attribuita all’appiattimento della Ragion di Stato su obiettivi comunitari, talvolta allegata all’intrinseca debolezza di una Repubblica nata e cresciuta sotto il tallone dei vincitori dell’ultima guerra, ciò che oggi ci rimane da proiettare al di là dei confini è poco più di un’azione diplomatica imperniata sulla condiscendenza e sul multilateralismo. Ma di tanto in tanto, secondo i tempi e i modi di quelli che Modelski chiamava i “cicli della storia”, qualche pedone avanza di casella e sbilancia la partita: in quelle brevi finestre di novità e disequilibrio, l’Italia si è spesso trovata ad ostentare tutta la sua ambivalenza e subalternità ai re e alle regine dello scacchiere. Da quando il blocco occidentale poggiò le sue ali da rapace sulle coste orientali dell’oceano Atlantico, la nostra penisola, tra tutti i paesi cuscinetto, costituì l’alleato europeo più instabile e indecifrabile della Guerra Fredda. Per ogni lauto e decantato pacchetto di dollari ricevuto nel triennio del piano Marshall, un più contenuto assegno ci veniva passato sottobanco da Mosca (come inscritto nel dossier Mitrokhin); per un Herbert Klein coinvolto nel golpe Borghese, un Sergeij Sokolov invischiato nel caso Moro; per ogni tavolo condiviso con gli americani in seno alla NATO, un viaggio di troppo di Spadolini a Shanghai (al tempo già “complice” di Craxi e Andreotti nell’azzardo di Sigonella).

E rimanendo proprio su quell’estremità orientale del continente asiatico che, come da titolo, è la porzione di terra che più ci interessa, l’Italia del secondo dopoguerra, non appena presentatasi l’occasione (ossia la rimozione nel 1970 dell’embargo atlantico ai contatti diplomatici con la Cina), spiccò da subito per un’insolita autonomia in fatto di rapporti bilaterali con il gigante sinico: senza nemmeno addentrarsi nei contenuti dei successivi incontri intergovernativi — il volume dei quali aumentò soprattutto a partire dagli anni ’80 —, la sola tempistica del riconoscimento diplomatico inoltrato alla Repubblica Popolare Cinese (ben 5 anni prima di quello comunitario e 9 anni prima di quello statunitense) fu di per sé esemplificativa di quanto atipica e assieme stretta già fosse la connessione tra il Mediterraneo e il Mar Cinese.

L’aquila americana scruta più a Est della Russia

Ma lo scacchiere prima o poi si inclina e le pedine sono chiamate a scivolare verso l’estremità avversaria in posizione offensiva: la mano americana che nel lontano 1796 aveva mosso il primo pezzo alla ricerca di un importante sbocco commerciale a Est, negli ultimi quattro anni di amministrazione repubblicana si era invece rifugiata in un arrocco, riducendo l’alleanza atlantica ad un soprammobile della scrivania presidenziale, ora intenta a chiudere un occhio sulle trasgressioni turche nell’Egeo, ora spogliata della condivisione intercontinentale di tecnologie di Intelligenza Artificiale (A.I., nello stesso momento storico in cui lo State Council Document No.35 2017 di Pechino stabiliva il «goal to become a global innovation center in the Artificial Intelligence field by 2030»). Ma se a Oriente imperano la coerenza e il dirigismo di un partito unico fuso con l’apparato statale, a Occidente la volatilità strategica e i cambi di rotta sono rimessi agli esiti delle varie elezioni. E benché l’amministrazione Biden, da poco insediatasi a Washington, non intenda ereditare quasi nulla della politica estera trumpista (ne sono la prova la repentina degradazione dei rapporti diplomatici col Cremlino e il dirottamento degli “Accordi di Abramo” in Palestina), la paura per il Dragone pare essere sopravvissuta al trasferimento di potere.

Sebbene la gran parte degli investitori che hanno patrocinato la campagna elettorale del neoeletto presidente (la BlackRock su tutti) abbiano massicci interessi finanziari nel mercato cinese, il potenziamento delle operazioni di pattuglia navale nell’Indopacifico rimane opzione centrale dei Democratici, che non rinunciano ad esortare gli alleati europei a schierare le proprie navi a fianco dei 200 scafi della United States Pacific Fleet (su un totale di 293, guardando alla US Navy nel complesso) e dei 47 della Forza marittima di autodifesa nipponica. Una dimostrazione di forza che, tuttavia, nulla può — almeno nominalmente — contro le 350 unità della Marina cinese (la quale, rispetto alle forze marittime americane attive nella regione, vanta un rapporto stabile di navi Multi-Mission Surface Combatant di 9 a 1). L’indirizzo del Pentagono è, ovviamente, condiviso anche dal Segretariato generale della NATO, sebbene tale affinità non si sia ancora tradotta in un dispiegamento interalleato di sostegno alle marine nazionali già di ronda nel Pacifico: lo scorso 8 giugno 2020, in occasione di un briefing sul riassetto strategico dell’organizzazione atlantica (un processo di revisione avviato nel marzo dello stesso anno), Stoltenberg non esitava a sottolineare la pericolosità dell’asse sino-russo e della sua inevitabile propensione all’ingerenza negli affari politici ed economici dei popoli europei; questo, al netto del fatto che le Nazioni Unite, l’organizzazione internazionale di cui la NATO costituisce il principale provider di forze, annoverano, dal 2019, proprio la Cina come secondo membro (dopo gli USA) per investimenti nelle agenzie sussidiarie specializzate.

L’ambivalenza italiana tra alleanze indefettibili e partenariati scomodi

In questo complesso gioco di potenza si inserisce, in tutta la sua maestosa ambiguità, la nazione italiana: membro fondatore dell’Alleanza Atlantica e, allo stesso tempo, unico tra i paesi G7 ad aver sottoscritto il Memorandum of Understanding per l’ingresso nella Belt & Road Initiative (la biforcuta riedizione della “via della seta”). Reduce da un proficuo coordinamento con l’“alleato” cinese nelle operazioni di polizia nel 2012 (per il reciproco controllo dei turisti in visita nei rispettivi territori) e da una altrettanto fruttuosa esercitazione militare nel Mar Tirreno tra il 2017 e il 2018 (un aggiornamento tattico necessario per la Marina cinese intenta a contrastare la pirateria yemenita nel Mar Rosso, in difesa dei suoi possedimenti a Gibuti), l’Italia ha infine coronato il suo spunto di autonomia diplomatica sottoscrivendo un documento d’intesa (non vincolante, come prescritto nel paragrafo conclusivo del testo) tutt’altro che conveniente. Nel marzo 2019, l’allora Ministro per lo Sviluppo Economico Di Maio, spinto dall’esigenza di riequilibrare la bilancia dei pagamenti, firmava il testo dell’accordo-quadro che avrebbe garantito all’Italia di beneficiare di capitali cinesi per circa 7 miliardi di euro (pari allo 0,01% della spesa cinese complessiva di 700 MLD, ripartito tra 60 paesi beneficiari), erogati da investitori istituzionali cinesi a 29 aziende nei nostri settori strategici, per tramite della Cassa Depositi e Prestiti (che avrebbe emesso le c.d. obbligazioni “Panda Bond” in Cina, in valuta locale, per la raccolta della liquidità pattuita, poi reimmessa nel nostro sistema-paese tramite circuito bancario).

L’accordo allarga lo scope anche ad altre issue areas non immediatamente finanziarie, ma comunque funzionali ad un potenziamento del bilateralismo politico e della sinergia economica tra i due Paesi. Tra i punti elencati si segnalano: il coordinamento tecnico e normativo delle politiche da implementare contestualmente al potenziamento delle esportazioni; un miglioramento degli assetti di trasporto, in termini infrastrutturali e di connettività; la formulazione di un piano di gemellaggio tra città e siti UNESCO, in un’ottica di incentivo al turismo; l’abbattimento di qualsiasi restrizione al commercio di manifatture e agli investimenti monetari; e la creazione di un comune ambiente fiscale funzionale alla cooperazione finanziaria.

Taipei: un’altra Hong Kong dopo un’altra Urumqi

Supponendo una — già difficile — convivenza di questi due interessi, per loro natura mutualmente esclusivi (la partecipazione alla RIMPAC nel Pacifico da un lato, e il partenariato commerciale cinese dall’altra), quanto ci vorrà prima di veder saltare il fragile castello di carte? Per quanto ancora gli americani tollereranno una concorrenza economica (promossa dai centri di ricerca Huawei e ZTE direttamente sul nostro territorio nazionale) al loro dominio militare (le FOB in Sicilia, Campania, Toscana e nel Triveneto)? Quante settimane o mesi, al massimo, passeranno prima che a una nave italiana venga assegnato il compito spinoso di una ronda nei pressi del mare territoriale di Formosa?

Xi Jinping non fa, ormai, più segreto di voler riunificare i tanti volti della frammentaria Cina, anche se questo significa opprimere e reprimere realtà culturalmente diverse e valorialmente occidentalizzate. Forte del lassismo e della codardia della comunità internazionale tutta, lo State Council non ha avuto alcuna remora di trasformare lo Xinjiang in un incubo di campi di prigionia e pulizia etnica (ma nascondendolo abbastanza perché non si vedesse nulla dall’aeroporto internazionale di Urumqi); come non ha esitato a trasformare Hong Kong in una seconda Macao, senza spazio per economia di mercato e democrazia. E dopo la borsa hongkonghese, viene ora il turno delle preziose infrastrutture telematiche del Taiwan: solo negli ultimi 6 mesi, Taipei (che ha già provveduto ad aggiornare la sua logistica militare) ha visto la sua incolumità minacciata e i suoi spazi trasgrediti almeno tre volte, con fare esplicitamente intimidatorio. Partendo dal 29 agosto 2020, quando la RPC lanciò quattro missili balistici anti-nave “carrier killer” nel Mar Cinese Meridionale, e arrivando alle violazioni dello spazio di difesa aereo dell’isola tra il 24 e il 25 gennaio 2021 (Taipei ha denunciato l’approccio illegittimo di 12 cacciabombardieri, 2 aerei antisommergibili, 8 bombardieri con capacità di trasporto di testate nucleari e 4 jet da combattimento), passando per gli ingressi nell’ADIZ di inizio dicembre 2020, non esiste alcun argine alle mire di Pechino.

La prospettiva di un Mare tra due Oceani

Se il modello di investimento cinese osservato in Angola non fosse già un suggerimento abbastanza esaustivo circa la necessità di intrattenere rapporti “paritari” e non subalterni con la Cina; se la ricompensa della solidarietà inizialmente riservata alle enclaves cinesi integrate nel nostro territorio, contro la stigmatizzazione che li descriveva come untori e portatori naturali del virus, non fosse stata annullata dal tentativo dell’informazione cinese di addossare al Nord della nostra penisola la diffusione del morbo; e se perfino il disegno originale che vedeva Trieste come culmine della nuova “via della seta marittima” non fosse venuto meno col sopraggiungere degli investimenti tedeschi (il colosso amburghese Hhla ha infine sottratto alla China Merchant, con una spesa di circa 1 MLD di euro, la succulenta preda del molo Veneto Giuliano); insomma se tutto questo non avesse alcuna valenza nel computo dei pro e i contro, forse allora dovrebbe riportarci ad una dimensione mediterranea ed a più miti consigli la voce di Fayez al-Serraj, che chiedeva aiuto all’Italia prima che Ankara ci precedesse nell’invadere Misurata e difendere la Tripolitania, in barba ad embarghi e divieti.

La questione non è cosa scegliere tra l’Oceano Atlantico e il Pacifico, ma di lasciarci godere il terzo incomodo: il Mediterraneo, un mare (non più) “nostrum”, che ci compete per naturale aspirazione e per posizione geografica.

(Featured Image Credits: Forbes)

About the Author


Riccardo Scano

Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.View more articles. 

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Greenwashing: La Falsa Sostenibilità Delle Aziende

Il greenwashing è un termine inglese, che letteralmente significa “dissimulare il verde” dove per verde intendiamo il concetto di sostenibilità. Questo fenomeno è sempre più diffuso perché oggi il cittadino medio è molto interessato a rispettare l’ambiente e sempre più propenso ad acquistare prodotti ecologici. Di conseguenza, l’obiettivo delle imprese che ricorrono al greenwashing è proprio quello di nascondere attraverso un marketing ecologico di facciata azioni che in realtà sono ben lontane dall’essere sostenibili. Il termine viene utilizzato in merito a questioni un po’ più ampie, non solo relative all’ambiente, ma anche ad altri aspetti della responsabilità d’impresa, come aspetti sociali e di governance. Ma allora come si distinguono le imprese sostenibili da quelle che fanno ricorso al greenwashing? Bisogna innanzitutto conoscere due termini spesso utilizzati come sinonimi ma che in realtà si riferiscono a situazioni completamente diverse. Quando le aziende integrano comportamenti di sostenibilità all’interno del proprio modello di business si parla di “Corporate Sustainability”. Invece, il concetto di “Corporate Social Responsibility” si riferisce a come mascherare pratiche scorrette, ovvero ad iniziative sostenibili aziendali separate dal business principale. Per scivolare nel greenwashing ci vuole un attimo, ma è importante evidenziare come la sostenibilità è diventata un fattore di reputazione aziendale importantissimo.

Le imprese sostenibili

Negli ultimi anni è diventata idea comune quella che le imprese non possono essere guidate più dal solo obiettivo di massimizzazione del profitto ma devono agire con modalità positive per il pianeta e per le persone. L’impresa deve maturare un senso di responsabilità nel raggiungere obiettivi economici, ambientali e sociali, risultando così “sostenibile”. Oggi gli azionisti valutano un’azienda non solo rispetto agli utili prodotti, ma soprattutto rispetto a come ha prodotto quegli utili: se si è fatta promotrice dei diritti dei lavoratori, se ha rispettato l’ambiente e le basilari regole di governo dell’impresa (governance). Il grado di sostenibilità viene misurato dagli Environmental, Social and Governance score (ESG score). Dunque, una gestione imprenditoriale sostenibile oggi influenza l’apparenza delle imprese. Inoltre, la sostenibilità ha un impatto rilevante sul vantaggio competitivo, tanto che, se viene percepita positivamente sul mercato, non solo rafforza la reputazione dell’impresa ma porta ad un aumento del valore della stessa, ad una maggiore soddisfazione del cliente e talvolta ad una diminuzione dei costi. I criteri ESG permettono alle aziende di contenere i rischi come, per esempio, quelli relativi al cambiamento climatico.

Le istituzioni internazionali promuovono lo sviluppo dei principi di sostenibilità

Nel 2021 per sopravvivere le imprese devono trasformare il loro modo di pensare e di agire adottando e includendo nel loro modello di business delle strategie sostenibili. L’impegno delle istituzioni a livello mondiale ha incentivato lo sviluppo dei principi di sostenibilità. In particolare, il Patto mondiale delle Nazioni Unite (United Nations Global Compact) avvenuto nel luglio 2000 è stato l’incipit per promuovere l’impegno di adottare politiche sostenibili all’interno dell’organizzazione aziendale. Il Global Compact ha elaborato 10 principi relativi alla sostenibilità ambientale, ai diritti umani, al lavoro e all’anticorruzione che le imprese devono applicare. Anche l’Unione Europea ha delineato i principi base relativi all’impresa sostenibile nel Libro Verde.

Tra greenwashing e marketing ogni cosa è diventata o punta a diventare sostenibile e green, ma oggi i consumatori sono più consapevoli dei problemi che stanno affliggendo il pianeta e stanchi di prese in giro. Senza un impegno concreto non sarà possibile modificare la realtà in cui viviamo. È fondamentale allora punire chi pratica il fenomeno del greenwashing e avvertire il consumatore che di fatto non è tutto oro quel che luccica!

(Featured Image Credits: Green Prophet)

About the Author


Ludovica De Rose

Nata a Cosenza nel 2001, frequenta il corso di laurea triennale in Economia e Management presso l’università LUISS di Roma. Appassionata di arte, cultura e tematiche inerenti l’economia, le piace viaggiare e conoscere posti nuovi. Nel 2017 ha preso parte al programma Intercultura in Irlanda, trascorrendo un mese estivo a Wexford. Tra gli altri interessi anche tennis, equitazione e lettura di libri di attualità . View more articles. 

 

 

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La Lezione Del Texas

Sono ormai distanti nel tempo le immagini trasmesse dai telegiornali e dalle più disparate emittenti televisive che ci hanno mostrato il Texas, il “Lone Star State”, in balia di una tempesta di neve senza precedenti.

Colpita dal vortice polare che solitamente investe le regioni più settentrionali degli Stati Uniti, lo Stato si è trovato inevitabilmente impreparato ad affrontare l’emergenza climatica che ne è risultata. La tempesta generata dal vortice polare, di fatto, non ha colpito solamente il Texas ma soprattutto la parte Nord del Paese, dove transita solitamente; l’anomalia risiede proprio nel fatto che la tempesta si sia estesa fino all’estremo sud del Texas.

Questa parte di America è stata investita da un’ondata di gelo mai vista prima, presente solo nell’immaginario degli abitanti di uno degli Stati più caldi del Paese a stelle e strisce. Eppure, fenomeni come questo non devono sorprendere, devono piuttosto servire da ammonimento per comprendere la portata del cambiamento climatico sul continente americano e sul resto del mondo, ugualmente coinvolto.

Il sorprendente evento, pur avendo scioccato un’intera nazione, era assolutamente prevedibile per gli scienziati, spesso ignorati, soprattutto in uno Stato che per decenni ha basato la propria economia sull’estrazione e la lavorazione di fonti fossili.

Gli effetti del cambiamento climatico sulle temperature dell’Artico potrebbero fornire una spiegazione metereologica a quanto accaduto. L’aumento delle temperature nel Polo Nord si riversa in primis sulle cosiddette correnti a getto che, come nel caso degli Stati Uniti, iniziano a cambiare traiettoria, provocando uno smottamento del vortice polare artico che può assumere forme diverse o addirittura dividersi, deviando le correnti ghiacciate più a Sud. E proprio in occasione dell’emergenza climatica che ha investito il Texas è stato registrata una scissione del vortice polare, cui sono seguite forti raffiche di neve sia negli Stati Uniti che in Europa.

Sarebbe sicuramente un errore giungere alla conclusione che quanto accaduto sia necessariamente dovuto al cambiamento climatico in corso; tuttavia, a sostenerlo sono diverse voci all’interno del mondo della scienza, tra cui quella del climatologo Judah Cohen, direttore del dipartimento previsioni stagionali dell’Atmospheric and Environmental Research. Cohen da tempo si dedica allo studio del fenomeno delle tempeste invernali nel Nord-Est degli Stati Uniti e, negli ultimi due anni, ha studiato proprio l’impatto che il riscaldamento dell’Artico ha su di esse.

È indubbio che la ricerca sia solamente nella sua fase iniziale e molto dovrà essere fatto per comprendere le complesse interazioni che riguardano fenomeni climatici di questa portata. Soprattutto, chiarezza dovrà essere fatta sul perché la rete elettrica non abbia retto su tutto il territorio dello Stato. Il Texas, privo di infrastrutture solide in grado di fronteggiare un abbassamento così rapido delle temperature, non ha potuto immediatamente giovare degli interventi necessari a rimettere in funzionamento la rete idroelettrica, subito colpita dagli effetti del congelamento.

Con l’arrivo della tempesta tutto si è inevitabilmente fermato, ogni cosa è stata ricoperta dal ghiaccio, compresi i giacimenti di gas naturale, e migliaia di case e famiglie sono state lasciate senza riscaldamento. In milioni sono rimasti senza elettricità e senza acqua mentre iniziavano a verificarsi, oltre ai morti per gelo, i primi casi di avvelenamento da monossido di carbonio dovuti all’utilizzo smodato dei generatori di corrente. A questo si aggiunga che gli impianti petrolchimici e le raffinerie, per poter evitare che gli impianti venissero definitivamente compromessi dal freddo, hanno dovuto necessariamente fermarli, alimentando in modo incontrollabile il fenomeno del “gas flaring”, utilizzato per bruciare il gas naturale estratto in eccesso insieme al petrolio e quindi aumentando drasticamente il livello di emissioni di CO2.

I dati, ancora in fase di studio, ci dicono che solamente le cinque più grandi raffinerie dello Stato avrebbero immesso nell’atmosfera circa 150 tonnellate di sostanze altamente nocive per l’ambiente, tra cui monossido di carbonio, benzene e anidride solforosa.

Ma per capire effettivamente perché il Texas si sia trovato in queste condizioni, bisogna fare un passo indietro, agli inizi di questo millennio. Nel 2002 prende avvio nello Stato un processo di deregolamentazione del settore elettrico che dà vita ad un sistema in cui 650 centrali elettriche, di proprietà di diverse società, generano l’elettricità, che poi viene trasmessa da fornitori che operano liberamente sul mercato. Il beneficio di avere un mercato totalmente deregolamentato sta nella possibilità, per un consumatore, di poter autonomamente scegliere il proprio fornitore di energia elettrica; quello che però non poteva essere previsto vent’anni fa è che un sistema del genere, proprio in mancanza di un legame centralizzato tra chi produce, chi fornisce e chi vende energia, comporta il totale disinteressamento, in termini di investimento, dall’una e dall’altra parte. Il che significa, nel caso concreto, incapacità di fornire energia quando gli impianti smettono di funzionare.

Ma c’è dell’altro: il Texas, forte della sua potenza petrolifera, ha costruito una rete indipendente dal resto del Paese e quindi sconnessa dalle due principali reti che collegano gli Stati Uniti, la Eastern Interconnection e la Western Interconnection. Privi del supporto esterno, non potendo contare sull’appoggio degli Stati confinanti per importare energia, ai cittadini texani non è restato altro che aspettare e sperare che la situazione si risolvesse nel più breve tempo possibile.

La vicenda, come nella maggior parte dei casi, ha sollevato un polverone di polemiche, spesso sterili e ingiustificate sul perché e il come di quanto accaduto. È soprattutto dal mondo repubblicano che sono giunte fortissime critiche al sistema delle rinnovabili nello Stato, data l’impossibilità delle pale eoliche di funzionare perché ghiacciate. Quello che però nei vari talk shows delle emittenti repubblicane, compresa Fox News, non è stato detto è che il problema non risiede nell’utilizzo delle energie rinnovabili quanto piuttosto nella mancanza di manutenzione e investimenti: installando sulle pale meccanismi in grado di eliminare la formazione del ghiaccio, l’interruzione sarebbe stata evitata.

Inoltre, in uno Stato in cui tutto funziona e ha sempre funzionato grazie alle fonti fossili, la mancanza di elettricità è stata dovuta prevalentemente al congelamento dei gasdotti e degli impianti di generazione a gas, mentre centrali a carbone e centrali nucleari hanno avuto enormi difficoltà a supportare le richieste provenienti da tutto il territorio.

Cosa ci dice allora questa storia? Che i fallimenti a cascata dovuti alla mala organizzazione e gestione dell’emergenza climatica che ha attraversato il Texas sono solo il riflesso di un sistema che non vuole rinunciare al sogno del liberismo più sfrenato, anche di fronte a vittime certe.

La deregolamentazione, capiamoci, non è il male assoluto, se effettivamente rende il mercato libero e aperto a tutti, ma c’è una regola da tenere sempre a mente: non è applicabile a tutti i settori. Ci sono chiaramente diverse scuole di pensiero al riguardo, e non è questa la sede per riportarle, tuttavia vale la pena soffermarsi su quanto accaduto in Texas per comprendere che, laddove i territori sono soggetti a squilibri climatici, è necessario un intervento maggiore dello Stato e non necessariamente in una logica monopolistica. Il mutuo soccorso, nella forma della collaborazione tra Stati, che avrebbe salvato la vita a centinaia di persone in Texas sarebbe stato possibile solo se lo Stato in questione non si fosse dotato di una rete indipendente, credendosi evidentemente indistruttibile di fronte a qualsiasi fattore esterno. E, invece, come più volte è capitato in passato, l’uomo si dimostra sempre più fallibile di fronte alla forza impetuosa della natura, con la quale abbiamo forse giocato fin troppo.

(Featured Image Credits: The Guardian)

About the Author:


Valeria Torta

Classe 1998, Valeria Torta è studentessa del corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso la Luiss Guido Carli. Da aprile 2019 è membro di L’asSociata, associazione giovanile che ha come obiettivo quello di mettere a contatto tutte le realtà associative giovanili per discutere e identificare soluzioni utili per le problematiche di Roma. Nel ruolo di responsabile dell’area sostenibilità ambientale, ha coordinato il progetto Mens Sana, un’iniziativa volta a sensibilizzare gli studenti universitari al tema della sostenibilità alimentare. A luglio 2019 svolge un tirocinio presso Fondazione Ecosistemi, dove ha modo di approfondire quali sono le soluzioni e le strategie adottate nell’ambito del Green Public Procurement (GPP). A ottobre 2019 co-fonda NeoS, acronimo di NeoSustainability. A settembre ha preso parte al programma Erasmus presso la Maastricht University. View more articles.

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole, la rubrica di The Political Corner, diventa bimensile! Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!


27 febbraio 2021 — 12 marzo 2021


Nord America EuropaSud AmericaAfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

USA: il Presidente Biden firma lo storico piano di aiuti anti-Covid – 11 marzo

Image Credits: NSA/Al Drago / POOL

Questo giovedì, con un giorno di anticipo, il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha firmato uno storico piano di aiuti per far fronte alla crisi economica dovuta alla pandemia da Covid-19. Con un valore totale di 1900 miliardi di dollari, il pacchetto prevederebbe tra le varie misure aiuti diretti a 160 milioni di cittadini americani per stimolare l’economia e, secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente, “ricostruire la spina dorsale del Paese“. Si prevede, infatti, che questi aiuti economici possano favorire un aumento del Pil americano del 5-6% nell’arco dei prossimi tre anni.

George Floyd: ripristinata accusa di omicidio di terzo grado contro ex-poliziotto – 11 marzo

Questo giovedì, un giudice del Minnesota, accettando la richiesta dei procuratori, ha reintrodotto l’accusa di omicidio di terzo grado contro Derek Chauvin, l’ex-poliziotto colpevole della morte di George Floyd. Questo capo di accusa, che implicherebbe la dimostrazione di una “sconsiderata indifferenza per la vita umana” e che rafforzerebbe la possibilità che Chauvin venga condannato, si aggiunge a quello di omicidio di secondo grado e omicidio colposo.

Image Credits: EPA/CRAIG LASSIG

EUROPA

Grecia: scontri tra polizia e giovani per episodio di police brutality – 9 marzo

Image Credits: REUTERS/Alkis Konstantinidis

Violenti scontri si sono registrati lo scorso 9 marzo nelle strade della captale greca, Atene, tra le forze di polizia e giovani manifestanti. Il motivo principale delle proteste è da ricercare nella diffusione di un video sui social media, dove è possibile vedere un poliziotto, che pattugliava l’area per verificare il rispetto delle restrizioni in vigore a causa della pandemia di Coronavirus, picchiare un ragazzo con un bastone. Questa nuova manifestazione, che ha visto ben 5000 ragazzi scendere in piazza e ingaggiare scontri con la polizia, va ad aggiungersi alle numerose altre proteste svoltesi nello Stato greco dall’inizio della pandemia. In particolare, la situazione è diventata insostenibile dopo che, lo scorso luglio, il Parlamento di Atene ha approvato una risoluzione, criticata, tra gli altri, da Amnesty International, che proibisce l’organizzazione di manifestazioni se ritenute una minaccia per la sicurezza pubblica.

Svizzera: referendum per il “burqa ban” – 7 marzo

Il 51.2% di cittadini svizzeri ha votato a favore del divieto di coprirsi integralmente il viso. Sebbene la proposta fosse espressa in maniera molto generale (“yes to a ban on full faccian coverings”), la stampa e la politica hanno subito polarizzato il discorso, rinominando la risoluzione “burqa ban“, e promuovendo slogan e manifesti come “fermate l’Islam radicale!”, oppure “dite no ad un’assurda, inutile ed islamofobica legge anti-burqa!”. L’approvazione della proposta ha scatenato numerose critiche, non solo relative al legame tra laicismo e libertà religiosa — tematica già affrontata in altri Paesi europei, come Francia, Olanda, Austria e Bulgaria, che hanno simili legislazioni in vigore —, critiche che in Svizzera erano state sollevate anche nel 2009, quando un altro referendum aveva proibito la costruzione di nuovi minareti, ma anche alla tempistica di tale voto. A causa del Covid-19, è infatti obbligatorio in certe circostanze coprirsi il volto per indossare una mascherina (tuttavia, tra le eccezioni al divieto, anche quella per ragioni di salute e sicurezza).

Image Credits: Fabrice COFFRINI / AFP)

Vaccini AstraZeneca: Italia blocca l’esportazione verso l’Australia – 4 marzo

Image Credits: Alessandra Tarantino/AP

 

L’Italia è il primo Paese UE a sospendere l’export di stock di vaccini prodotti su territorio europeo — in questo caso italiano — ad uno Stato terzo. Nello specifico, il Governo di Roma ha notificato alla Commissione europea — che ha, in seguito, condiviso e appoggiato la posizione italiana — la volontà di sospendere l’esportazione di 250.000 dosi di vaccino AstraZeneca destinate all’Australia, sulla base del “meccanismo temporaneo di trasparenza e autorizzazione” (Temporary transparency and authorisation mechanism) approvato dalla Commissione europea a fine gennaio 2021. La creazione di un tale strumento, attivato per la prima volta dall’Italia in questa occasione, ha fatto seguito ai numerosi ritardi nelle forniture vaccinali da parte dei produttori, e ha come principale obiettivo quello di promuovere la trasparenza e il rispetto degli obblighi contrattuali tra l’UE e i suoi Stati membri e le aziende produttrici di vaccini. Da questo meccanismo sono escluse le esportazioni verso i Paesi a reddito medio-basso che fanno parte dello schema COVAX, sebbene il Presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, abbia contestato questa decisione, ritenendola “intempestiva” e contraria all’obiettivo europeo di proseguire speditamente nella campagna vaccinale. La reazione dell’Australia alla decisione italiana è stata relativamente moderata: il Governo di Canberra ha infatti riconosciuto la situazione drammatica in cui verte la penisola, sottolineando la media italiana di 300 morti per Covid-19 al giorno. Tuttavia, Canberra ha chiesto alla Commissione di rivedere la propria decisione.


SUD AMERICA

Honduras: processo contro il Presidente Hernandez per traffico di droga – 11 marzo

Il processo contro il Presidente dell’Honduras in carica dal 2014, Juan Orlando Hernandez, è cominciato questo lunedì a New York, avviato da diversi procuratori statunitensi. Infatti, il nome Hernanedz apparirebbe frequentemente nei documenti della causa intentata contro Geovanny Fuentes Ramirez, narcotrafficante honduregno arrestato a Miami. L’accusa presentata dai procuratori contro il Presidente Hernandez sarebbe quindi quella di aver dato sostengo e protezione a narcotrafficanti con l’aiuto dei militari e delle forze dell’ordine nazionali. Hernandez ha respinto pubblicamente tutte le accuse.

Image Credits: Reuters/J. Cabrera

Brasile: sentenza favorevole della Corte Suprema, Lula alle presidenziali 2022? – 8 marzo

Image Credits: Amanda Perobelli/Reuters

Questo lunedì, un giudice della Corte Suprema del Brasile, Edson Fachin, ha annullato la condanna in primo grado del 2017 ai danni dell’ex-Presidente Luiz Inácio Lula da Silva, accusato di corruzione. Tale decisione, da sottoporre alla verifica dell’intera Corte Suprema, significherebbe per l’ex leader il ripristino dei diritti politici e la possibilità di presentarsi alle elezioni presidenziali previste per il 2022. Lula ha parlato ai media questo mercoledì nella prima conferenza stampa dopo la decisione del giudice Fachin, tenutasi presso la sede del sindacato dei lavoratori metalmeccanici di São Bernardo do Campo, nella periferia di San Paolo. In occasione della conferenza, l’ex-Presidente non ha confermato né escluso l’ipotesi di una ricandidatura nel 2022 e ha fortemente attaccato Bolsonaro sulla gestione della pandemia e della ripresa economica.  

Proteste in Paraguay: il Presidente chiede le dimissioni del governo – 6 marzo

Negli ultimi giorni, diversi protestanti paraguaiani hanno messo a ferro e fuoco la capitale Asunción per denunciare la profonda crisi che sta interessando il Paese a causa della pandemia da COVID-19. Tra negozi saccheggiati e automobili date alle fiamme, non si è fatto attendere l’intervento delle forze dell’ordine, che hanno risposto con proiettili in gomma e gas lacrimogeni. Il Presidente del Paraguay, Mario Abdo Benitez, fortemente criticato dai manifestanti, che ne hanno quindi richiesto le dimissioni, ha invece annunciato di aver chiesto a tutti i ministri di rinunciare alla propria carica. Tra questi, il ministro della Salute Julio Mazzoleni aveva già rassegnato le proprie dimissioni venerdì 5 marzo.

Image Credits: Cesar Olmedo/Reuters

 


AFRICA

Senegal: più di 10 giorni di proteste per l’arresto del candidato dell’opposizione Sonko – 11 marzo

Image Credits: REUTERS/Zohra Bensemra

Il 4 marzo scorso, il leader del partito di opposizione senegalese Pastef (“Patriotes du Sénégal pour le Travail, l’Étique et la Fraternité”), Ousmane Sonko, è stato arrestato per disturbo dell’ordine pubblico mentre si recava in tribunale per affrontare le accuse di stupro a lui rivolte. Il motivo dell’arresto, tuttavia, è da ricercare nella quantità di persone che seguiva il suo convoglio, che ha ingaggiato scontri con le forze di polizia. Le proteste, che sono continuate durante la detenzione di Sonko, sono state inoltre incoraggiate dal Mouvement pour la Défense de la Démocratie (M2D), un’alleanza dei partiti e dei movimenti di opposizione, di cui fa parte anche il Pastef di Sonko. Le ragioni alla base delle proteste sono sia economiche che politiche; infatti, la situazione economica derivante dalla pandemia di Covid-19 ha avuto pesanti ripercussioni sulle condizioni di vita dei cittadini, di cui quasi il 40% vive sotto la soglia di povertà. Inoltre, l’arresto di Ousmane Sonko sembrerebbe avere forti implicazioni politiche, dato che una sua condanna avrebbe potuto impedirgli di partecipare alle elezioni presidenziali del 2024, eliminando il principale oppositore dell’attuale Presidente Macky Sall, che, sulla base delle norme costituzionali senegalesi, in teoria non potrebbe correre per un terzo mandato. L’8 marzo scorso, Sonko è stato rilasciato, accusando tuttavia Sall di volerlo estromettere dalla vita politica del Paese — ha infatti affermato che le accuse di stupro sono state fabbricate per motivi politici —, e incoraggiando i manifestanti ad organizzare proteste pacifiche e continuare a scendere in piazza. Sonko ha inoltre scritto in un tweet: “Non vogliamo assumerci la responsabilità di compromettere la nostra democrazia. Ma, siamo chiari, la rivoluzione è in marcia verso il 2024“. L’11 marzo, il Presidente Macky Sall ha inaugurato un giorno di lutto nazionale per le vittime delle proteste.

Programma COVAX: primi vaccini arrivano sul territorio africano – 11 marzo

Il 26 febbraio scorso, il Ghana e la confinante Costa d’Avorio sono stati i primi due Paesi al mondo a ricevere dosi di vaccino grazie al programma di solidarietà internazionale COVAX, volto a garantire l’accesso equo al vaccino anti-Covid anche ai Paesi più poveri. Il Ghana ha ricevuto 600.000 dosi del vaccino AstraZeneca — la popolazione totale ghanese ammonta a quasi 30 milioni di persone —, mentre la Costa d’Avorio — 25 milioni di abitanti — 504.000. Entrambi i Paesi stanno già procedendo con la campagna vaccinale. A ricevere dosi di AstraZeneca anche l’Angola (2 marzo), il Kenya (2 marzo), la Nigeria (2 marzo), il Malawi (5 marzo), l’Uganda (5 marzo), il Togo (7 marzo), la Sierra Leone (8 marzo) e il Benin (11 marzo).

Image Credits: AP Photo/Diomande Ble Blonde

Crisi del Tigray: truppe eritree possibilmente colpevoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità – 10 marzo

Image Credits: EDUARDO SOTERAS / AFP

Il 26 febbraio, Amnesty International aveva già reso pubblico un rapporto che denunciava ampie violazioni di diritti umani perpetrate dalle truppe eritree il 28 e 29 novembre scorsi, quando nella città etiope di Axum si era consumato il massacro di centinaia di civili. Rispettivamente il 5 e il 6 marzo, anche l’ONU e Human Rights Watch (HRW) hanno denunciato possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità compiuti dall’Eritrea nel conflitto in Tigray. In particolare, si è fatto riferimento a uccisioni indiscriminate, uccisioni extragiudiziali e abusi sessuali. Tuttavia, il governo centrale di Addis Abeba ha sollevato dubbi sulle denunce internazionali, attaccando Amnesty International di contribuire alla “disinformazione e alla propaganda del TPLF (Tigray’s People Liberation Front)”. Inoltre, il governo di Asmara continua a negare ogni tipo di coinvolgimento nel conflitto. In più, l’11 marzo, il Segretario di Stato USA Anthony Blinken ha denunciato atti di pulizia etnica nella regione del Tigray.


MEDIO ORIENTE

Si intensificano le tensioni fra Huthi e Arabia Saudita – 7 marzo

Continuano le tensioni fra il gruppo militare antigovernativo yemenita degli Huthi e l’Arabia Saudita. Quest’ultima ha infatti intrapreso un’offensiva questa domenica contro alcuni obiettivi militari degli Huthi a Sana’a e in altre regioni yemenite. Questo intervento sarebbe la risposta saudita a 10 droni lanciati poco prima dagli Huthi contro obiettivi civili , ma distrutti prima dell’impatto. In ogni caso la reazione del gruppo militare yemenita non si è fatta attendere. La controffensiva è stata infatti lanciata subito dopo, con l’utilizzo di missili balistici e droni, contro il cuore dell’industria petrolifera saudita. È stata infatti colpita la struttura di Saudi Aramco, azienda nazionale di idrocarburi, presso la città di Ras Tanura, insieme ad altri obiettivi militari, secondo quanto dichiarato dagli stessi Huthi, nelle città di Dammam, Asir and Jazan.

Image Credits: Khaled Abdullah/Reuters

L’ICC apre un’indagine su crimini di guerra nei territori palestinesi occupati – 3 marzo

Image Credits: AP Photo/Peter Dejong

Il procuratore capo dell’International Criminal Court (ICC) dell’Aia, Fatou Bensouda, ha annunciato l’avvio dell’inchiesta su potenziali crimini di guerra perpetrati nei territori palestinesi occupati. Questa azione giuridica è stata accolta positivamente da Hamas e dall’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, che ha descritto l’avvio dell’inchiesta come un “passo lungamente atteso” a sostegno della “strenua ricerca di giustizia portata avanti dalla Palestina”. Sicuramente diversa la risposta di Israele: Netanyahu ha infatti sostenuto che la decisione presa dall’ICC rappresenta “l’essenza dell’antisemitismo”. Tale posizione di Israele è stata poi sostenuta dal Segretario di Stato degli Stati Uniti, Anthony Blinken, che ha messo in discussione la giurisdizione dell’ICC, poiché Israele stesso non aderisce allo Statuto della Corte, e ha confermato l’opposizione degli USA alla decisione dell’ICC.


ASIA-PACIFICO

Continuano gli scontri tra esercito e manifestanti in Myanmar: Amnesty International denuncia la “furia omicida” dei militari – 11 marzo

Da quasi un mese e mezzo il Myanmar è terreno di scontri tra l’esercito e le forze di polizia e i manifestanti. Dall’inizio delle proteste sono stati uccisi più di 60 cittadini e detenuti almeno 2000. Dopo l’ennesima giornata di proteste, e l’uccisione di altri 7 cittadini, Amnesty International ha denunciato la “furia omicida” dei militari, che, sulla base dei report dell’organizzazione, utilizzerebbero mitragliatrici, fucili da cecchino e fucili semi-automatici per sedare le proteste. Le accuse di Amnesty seguono di un giorno la condanna internazionale dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza, che “chiede che i militari esercitino la massima moderazione e sottolinea che sta seguendo da vicino la situazione”.

Image Credits: REUTERS/Stringer

India: Rohingya rischiano il rimpatrio in Myanmar – 11 marzo

Image Credits: AP Photo/Channi Anand

L’8 marzo, le autorità amministrative della regione indiana del Kashmir hanno ordinato alle forze di polizia di identificare i membri della comunità Rohingya residenti illegalmente nella periferia della città di Jammu. Più di 160 persone sono state arrestate e portate nella prigione di Hiranagar, da dove pare verranno rimpatriati in Myanmar. La minoranza musulmana dei Rohingya, rifugiata in numerosi Paesi dell’area sud-asiatica, è stata oggetto di un genocidio da parte dalle autorità birmane; l’India ospita più di 40.000 rifugiati Rohingya. L’11 marzo, ulteriori 88 Rohingya sono stati arrestati, mentre manifestavano davanti agli uffici dell’UNHCR a Nuova Delhi.

Filippine: il Presidente Rodrigo Duterte ordina di uccidere i ribelli comunisti – 7 marzo

Il 6 marzo scorso, il Presidente filippino Rodrigo Duterte — già tristemente famoso per la sua celebre “guerra alla droga”, che, secondo organizzazioni a sostegno dei diritti umani, avrebbe causato la morte di almeno 12.000 persone —, ha ordinato di porre fine alla resistenza dei ribelli comunisti, che dal 1968 si oppongono al potere governativo. Duterte ha infatti affermato: “ho comunicato all’esercito e alle forze di polizia che, nel caso in cui si trovassero in un incontro armato con i ribelli comunisti, hanno l’ordine di ucciderli, di assicurarsi che siano davvero morti e finirli se sono vivi. Assicuratevi solo di restituire i loro corpi alle famiglie. Dimenticatevi dei diritti umani. Questi sono i miei ordini. Sono disposto ad andare in carcere, non è un problema. Non ho alcuno scrupolo a fare ciò che devo fare.”. In seguito a tali parole, 9 attivisti sono stati uccisi dalle forze di polizia. Secondo organizzazioni non-governative attive nelle Filippine, gli ordini di Duterte potrebbero non limitarsi ai ribelli comunisti, ma estendersi anche ad attivisti per i diritti umani e oppositori del governo. L’ONU ha subito condannato le azioni del governo filippino.

Image Credits: EPA

About the Authors


Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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BarçaGate: I Guai Della Superpotenza Calcistica

In Catalogna, da sempre terreno di scontri sociali e politici, il club calcistico F.C. Barcelona, quella che era considerata una realtà consolidata e vincente, sta vivendo un periodo di caos mediatico senza precedenti.

Nella mattina dello scorso primo marzo i Mossos D’Esquadra, gendarmi della comunità autonoma catalana, hanno fatto irruzione nella sede della squadra blaugrana con l’intento di eseguire una perquisizione. Nel comunicato della Divisione Investigativa Criminale figurano quattro fermi: il primo per Josep Maria Bartomeu, Presidente —dimissionario ndr. — del club, e a seguire per i suoi collaboratori Jaume Masferrer — già consigliere del predecessore Sandro Rosell — l’amministratore delegato Oscar Grau e l’avvocato Roman Gomez Ponti, quest’ultimo rilasciato poi nella stessa serata.

L’indagine ha avuto inizio in seguito alle indiscrezioni dei media catalani, secondo le quali i massimi vertici della società avrebbero incaricato una nota agenzia spagnola di consulenza marketing di creare contenuti sui social network, con lo scopo di screditare i calciatori del club che più si contrapponevano alla linea societaria. La vicenda aveva fatto scalpore già a febbraio dello scorso anno, quando la radio privata “Cadena Ser” aveva presentato un dossier piuttosto accurato sulla questione: da una parte la giunta dirigenziale, che ha sempre smentito le accuse, attribuendo l’operato dell’agenzia alla crescita dei profili social del club; dall’altra membri noti della formazione, come Lionel Messi e Gerard Piqué, ma anche personalità vicine alla squadra nel recente passato, come l’ex calciatore Xavi, tutti oggetto di attacchi mediatici e sempre più in rotta di collisione con il potere centrale.

Gli anni da Presidente di Bartomeu

Dapprima socio — fin da quando aveva undici anni — poi vicepresidente ed infine Presidente del club, Bartomeu è stato capace col tempo di conquistare il consenso della maggioranza dei soci che, a suffragio universale, votano per eleggere la massima carica. Il Barcelona è difatti uno dei più grandi esempi di azionariato popolare in ambito calcistico, contando ben 223.000 iscritti, divisi in base al tipo di abbonamento alla squadra. Nonostante alcune vittorie sportive di grande rilievo, durante i cinque anni di permanenza ai vertici societari l’operato di Bartomeu è stato molte volte criticato e ha portato ad una serie di contestazioni evidenti, oltre ad una generale perdita di credibilità per la sua giunta.

Il primo nodo su cui si discute è il cambiamento di identità del club: il Barcelona ha fondato i suoi recenti — e numerosi — successi sullo sviluppo dei giovani, la cui formazione inizia nella Masia, centro giovanile d’avanguardia, per poi completarsi nelle file della prima squadra. Con Sandro Rosell e Josep Bartomeu, ultimi due Presidenti, è stata registrata una inversione di tendenza importante e la maggior parte delle finanze del club, prima destinate alla sezione giovanile, sono state impiegate diversamente.
Molti calciatori ingaggiati non hanno reso quanto sperato e le cifre elevate spese per il loro acquisto hanno gravato in maniera rilevante sulle finanze. Se a questo si aggiungono le ingiustificate spese di contabilità non ufficiale — come i pagamenti alla suddetta agenzia di marketing — e la recente crisi economica indotta dalla situazione pandemica, risulta evidente che la situazione sia progressivamente peggiorata.

Altre critiche sono piovute in merito ai rapporti con le grandi personalità dello spogliatoio, in particolare con Lionel Messi: i contrasti tra la stella argentina ed il Presidente hanno raggiunto il punto più basso alla fine della scorsa stagione, quando il calciatore sembrerebbe — sulla base di motivazioni legate oltre che al contratto in scadenza anche al cambiamento di mentalità dei vertici — aver chiesto la cessione del contratto, salvo poi ritornare sui propri passi. Molti media hanno ipotizzato, tra l’altro, la stretta correlazione tra le vicende sotto indagine e la richiesta di Messi di allontanarsi dal club in cui è cresciuto e di cui è simbolo.

L’argentino è considerato uno dei più grandi calciatori di ogni epoca ed è entrato nel cuore dei tifosi sia per le sue giocate che per l’attaccamento alla maglia blaugrana, di cui difende i colori da oltre quindici anni. Ha conquistato quindi un posto di rilievo nella squadra e le sue opinioni sono spesso in grado di spostare gli equilibri su molti temi, non ultime le sorti della gestione Bartomeu. In un’intervista a Goal dice:

“Mi è costato molto decidere [riferendosi alla sua eventuale partenza]. Non c’entra il risultato del Bayern [una pesante sconfitta del Barcelona in Champions League], dipende da tante cose. Ho sempre detto che volevo restare qui. Che volevo un progetto vincente e vincere titoli con il club per continuare a far crescere la leggenda del Barcellona a livello di trofei. E la verità è che da tempo non c’è un progetto né nulla, loro [i vertici societari e Bartomeu in particolare] si destreggiano e coprono i buchi mentre le cose vanno. Ho sempre pensato al benessere della mia famiglia e del club“.

A sinistra Gerard Piquè, a destra Lionel Messi, anima del Barcelona.
CREDITS: via sportmediaset.mediaset.it

Di certo queste parole hanno pesato molto sulle intenzioni dei soci del club, poiché un mese dopo questa intervista è stato indetto un referendum, avallato da circa ventimila firme dei tifosi, per la mozione di censura alla giunta di Bartomeu. Un referendum che il Presidente ha sempre cercato di evitare – senza successo – a conferma del fatto che, ad oggi, le grandi personalità sportive riescono molte volte a toccare le giuste corde e a raggiungere obiettivi concreti.

L’opinione di Piqué

A schierarsi contro la società è anche un altro pezzo da novanta della formazione catalana, il capitano Gerard Piqué. Quest’ultimo difende pubblicamente il compagno di mille battaglie Messi e dichiara di non riuscire ad immaginare un ambiente sportivo privo del suo numero dieci, a cui augura anche che un giorno il Camp Nou – stadio del F.C Barcelona ndr. — porti il suo nome. Continuando nella sua invettiva, rincara la dose e si interroga su come sia stato possibile che grandi personalità legate al club siano state con il tempo allontanate. Si parla dell’élite blaugrana, di cui fanno parte il tecnico Pep Guardiola e calciatori come Xavi, Puyol e Valdés, punti cardine di un’identità societaria su cui oggi Piqué si pone molti interrogativi.

È motivo d’orgoglio e di credibilità del marchio legare i ruoli dirigenziali alle figure di spicco responsabili delle numerose vittorie del club; in tal senso, l’allontanamento di tali personaggi è anche, dal punto di vista imprenditoriale, ritenuto un passo falso.

La fine dell’era Bartomeu

Meno di ventiquattro ore prima delle sue dimissioni, Bartomeu aveva dichiarato di non avere nessuna intenzione di tirare i remi in barca e nel suo discorso pubblico dello scorso 27 ottobre, giorno in cui ha lasciato la carica insieme alla sua giunta, non si è risparmiato dal difendere il suo operato.

“Ho sempre difeso il principio che l’autocritica ci rende tutti migliori, ma qui si è mancato proprio di rispetto. Sono stato insultato e minacciato, sia io che la mia famiglia. […] c’erano da prendere delle decisioni in mezzo a una crisi mondiale senza precedenti […] Il restyling interno della squadra doveva essere fatto prima. Lo riconosco e me ne sono assunto le responsabilità convocando le prossime elezioni presidenziali a marzo.”

Joan Laporta, già una volta incaricato presidente, ha vinto le elezioni del 7 marzo.
CREDITS: @NapoliPenya (Twitter)

In questi giorni, i soci hanno votato il nuovo Presidente e a spuntarla è stato un volto familiare dell’ambiente: il favorito per tutta la durata della campagna elettorale, Joan Laporta, che, già in carica dal 2003 al 2010, tenterà dall’alto della sua esperienza di risollevare le sorti della società.

Laporta si troverà immediatamente ad affrontare gli importanti problemi che hanno interessato il club nell’ultimo periodo, e, se dovesse riuscire a scaglionare il debito accumulato nel decennio precedente, a portare avanti la ristrutturazione del maestoso stadio di proprietà e a valorizzare i propri campioni, convincendoli ad accettare un progetto di rinascita competitivo, passerebbe alla storia come uno dei più illuminati Presidenti del mondo calcistico.

(Featured Image Credits: CREDITS: FIFA via GettyImages)

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Camillo Cosenza


Nato a Cosenza nel 1999, è un grande appassionato di sport, economia e politica. Frequenta il Corso di Laurea triennale in Ingegneria Gestionale all’Università della Calabria. Ama anche la storia e la filosofia, passioni nate durante il periodo liceale. View more articles

 

 

 

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Il Presidente Biden, i Democratici al Senato e la Promessa di una Presidenza Rivoluzionaria

Il 20 gennaio 2021 l’ex vicepresidente Joe Biden, dal Delaware, ha iniziato il suo mandato come 46 ° Presidente degli Stati Uniti, che, finora, è stato caratterizzato da massicce azioni esecutive volte ad annullare molte delle politiche del suo predecessore, Donald Trump. Ereditando un congresso impantanato in una impasse politica, con il Paese in forte difficoltà a causa della pandemia di Covid-19 e una crisi economica ben più grave di quella del 2008, la risposta del Presidente Biden potrebbe renderlo rivoluzionario quanto FDR. Sebbene abbia un indice di gradimento pari al 60% — che raggiunge il 70% per la gestione della situazione pandemica —, la sua futura eredità politica e la promessa elettorale di una massiccia trasformazione politica, vitale per alleviare le sofferenze di milioni di americani, è messa in serio pericolo dall’ala centrista del Partito Democratico.

Il 6 marzo scorso, il Senato ha approvato il disegno di legge Covid proposto dal Presidente Biden, ‘l’American Rescue Plan’, sebbene siano state chiare le divisioni politiche — tutti i Democratici hanno votato a favore del disegno di legge mentre tutti i Repubblicani hanno votato contro. Questa proposta legislativa non è solamente una risposta alle attuali ripercussioni economiche causate dal Covid-19, ma anche un ambizioso piano per affrontare alcuni dei malesseri alla base della povertà negli Stati Uniti. Le principali componenti di questo rescue plan includono: ulteriori aiuti economici pari a $ 1.400 a persona (destinati a fasce di popolazione che rientrano in determinati parametri economici), un’estensione del sussidio di disoccupazione federale fino a settembre 2021, un’espansione del ‘Child Tax Credit’ e dell’ ‘Earned Income Tax Credit’, nonché assistenza per ristoranti e piccole imprese. È stato stimato che tali misure potrebbero potenzialmente ridurre la povertà di un terzo solamente in quest’anno, gettando così delle ottime basi per una rapida ripresa economica negli Stati Uniti.

Nonostante questo disegno di legge rappresenti un traguardo fondamentale nel contrastare le disastrose conseguenze che la pandemia sta avendo sulla società e sull’economia USA, fornendo degli aiuti essenziali, esso non è stato all’altezza di ciò che i progressisti auspicavano, prefigurando un futuro difficile per la legislazione progressista e l’agenda di Biden.

Una delle principali disposizioni presenti nel disegno di legge originale era un aumento del salario minimo federale a $15 l’ora, una soglia su cui i Democratici puntavano e che avevano promesso durante la campagna elettorale. Tuttavia, anche se i Democratici hanno la maggioranza al Senato (con il voto decisivo ottenuto dalla vicepresidente Kamala Harris), sembrerebbe che la loro possibilità di portare avanti politiche progressiste possa essere limitata da divisioni interne. Infatti, il senatore democratico centrista della Virginia Occidentale, Joe Manchin III, è alla testa di un nuovo centro di gravità politica, detenendo un considerevole “potere di ricatto” sulle politiche proposte dall’agenda politica di Biden: Manchin ha infatti promesso di votare contro le politiche progressiste. Nonostante Biden sia il Presidente, Manchin rappresenta l’unico ostacolo tra un’agenda politica rivoluzionaria per la classe lavoratrice o la possibile continuazione della sofferenza economica per milioni di persone.

Infatti, l’approvazione dell’‘American Rescue Plan’, fortemente limitato nelle ambizioni originali, è passata attraverso l’evitare l’aumento dello stipendio minimo, la riduzione dell’assegno economico, da iniziali $ 2.000 a $ 1.400, e la diminuzione del sussidio di disoccupazione federale mensile da $ 400 a $ 300. All’inizio di questa settimana il senatore progressista indipendente del Vermont, Bernie Sanders, ha forzato un voto sull’aumento del salario minimo tramite un emendamento al disegno di legge. Nel suo discorso al Senato il senatore Sanders ha detto: “è vergognoso che il Congresso non abbia approvato un aumento del salario minimo dal 2007”, continuando, “il risultato è che la metà della nostra popolazione ora vive in una condizione d’indigenza. Quindi questa non è solamente una proposta sanitaria, non è solamente un disegno economico, non è un mero disegno di legge educativo. È più di questo, questo è un disegno di legge che risponde ad una domanda più profonda. Viviamo in una società democratica, in cui il Congresso degli Stati Uniti risponderà ai bisogni delle famiglie lavoratrici, oppure solamente alle grandi e ricche società e ai loro lobbisti? Questo è ciò di cui si parla oggi.” 

Il discorso del senatore Sanders, come suo solito, ha messo in mostra il suo incrollabile impegno nei confronti della classe operaia e il suo ruolo di guida in questo dibattito. È molto più di uno stimolo economico a breve termine; piuttosto, è il primo passo per affrontare l’enorme livello di disuguaglianza economica, reddituale e di opportunità negli Stati Uniti. 

In conclusione, l’emendamento Sanders è stato bocciato, con solamente 42 Democratici a favore contro i 50 Repubblicani, supportati da 8 Democratici. Il voto forzato sull’incremento del salario minimo, con il suo fallimento finale, ha messo in luce la profonda spaccatura nel Partito Democratico tra i democratici progressisti e quelli maggiormente conservatori, mettendo in dubbio la capacità del Presidente Biden di unire il Partito e mantenere così le proprie promesse elettorali. Inoltre, tale divisione mette sia Biden che i recenti Democratici eletti al Senato in una precaria situazione. Nelle elezioni generali del 2020, e nelle successive elezioni speciali in Georgia, i Democratici hanno portato avanti un’ambiziosa agenda progressista, promettendo di affrontare l’ineguaglianza sistemica negli Stati Uniti. Se la loro retorica ricorda il New Deal di Franklin Delano Roosevelt, le reali possibilità di far passare un’ambiziosa agenda economica sono limitate, e questo potrebbe rappresentare, per i Democratici, un letale tallone d’Achille nelle elezioni di metà mandato del 2022.

Esistono, tuttavia, diverse soluzioni (ciascuna con la propria serie di rischi e calcoli politici) per aggirare l’ostruzione del Partito Repubblicano e limitare il capitale legislativo appena ereditato dal senatore Manchin. La via principale, e forse la più controversa, sarebbe quella di eliminare i Filibustieri. Nonostante molti legislatori Democratici siano riluttanti a proseguire con questa opzione, la proposta sta guadagnando sempre più consensi, poiché sta diventando sempre più chiaro che potrebbe essere l’unica opzione per salvare l’agenda di Biden.

Biden ha l’opportunità di essere uno dei Presidenti più rivoluzionari nella storia moderna degli Stati Uniti, un nuovo FDR. Eppure, è frenato sia dalla sua stessa riluttanza a spendere la totalità del suo capitale politico per promuovere audaci cause progressiste, sia dall’ala centrista del suo partito. Se i Democratici sono seriamente intenzionati, non solo a mantenere la loro maggioranza al Congresso durante il prossimo ciclo elettorale, ma anche la loro promessa di trasformare strutturalmente gli Stati Uniti, affrontando le disuguaglianze socio-economiche, reinvestendo nell’istruzione e nelle infrastrutture e migliorando un’assistenza sanitaria profondamente imperfetta, allora dovranno lasciarsi alle spalle miopi nozioni fuorvianti come il bipartitismo e adottare un approccio coraggioso alla legislazione. Se avranno successo, i Democratici non solo miglioreranno il benessere di milioni di americani, ma ripristineranno anche la fiducia nel governo e nella sua istituzione, che per così tanto tempo è stata vista come inefficiente, nella migliore delle ipotesi, e addirittura ostile ai bisogni dei Costituenti nella peggiore.

(Featured Image Credits: Evan Vucci/AP)

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Matthew Santucci

Nato in Connecticut nel 1995, ha vissuto gran parte della sua vita tra Stati Uniti ed Italia. Passato il primo anno triennale a Firenze, si è laureato in storia alla Fordham University, New York City. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto due prestigiosi tirocini presso l’ufficio del Procuratore Generale del Connecticut e presso la Corte d’Appello del secondo circuito della città di New York per approfondire le dinamiche del sistema legale americano. È un appassionato di politica estera statunitense e delle sue dinamiche elettorali, di economia e del processo legislativo europeo.
Tra le sue passioni spiccano canottaggio agonistico, vogando sia per la squadra universitaria della Fordham sia per l’attuale squadra della LUISS, fotografia ed architettura. View more articles. 

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Attanasio e Iacovacci: Vittime Di Una Tragedia Forse Evitabile

La tragica morte dell’ambasciatore Luca Attanasio e del Carabiniere Vittorio Iacovacci ha portato — seppur fugacemente — la Repubblica Democratica del Congo al centro del dibattito nazionale italiano. Lo scenario che fa da sfondo al brutale assassinio cui si è assistito sulla strada per Kiwanja è una pericolosa miscela di anarchismo e violenza che getta un preoccupante cono d’ombra sulla vicenda che vede coinvolti i nostri — compianti — servitori dello Stato. Ed è pertanto necessario, ancor prima di interrogarsi sulla credibilità delle ricostruzioni finora proposte circa le dinamiche dell’uccisione dei due funzionari d’ambasciata, cercare di far luce sulla complessa identità del “sedicente democratico” Congo (Kinshasa), districando agli occhi del lettore quell’altrettanto confusionario groviglio di attori interessati al controllo della regione orientale della RDC.

Congo: preda della transizione democratica

La sempre movimentata area subsahariana è imperniata sul gigante congolese, secondo per estensione solo alla Nigeria, tanto povero nelle finanze quanto ricco nei giacimenti di cobalto (circa il 50% della produzione mondiale) che gli sono costati — come già fu per il cacciù — gli sguardi e le ingerenze di mezzo planisfero: ad oggi, l’RDC post-Kabila si trova sospesa tra una interminabile transizione democratica, alcuni tentativi di integrazione economica regionale e un graduale reinserimento nella comunità internazionale. Nella persona dell’attuale capo di Stato congolese, Felix Tshisekedi, coincidono ora le cariche di Presidente della Repubblica e di Presidente in carica dell’Unione Africana: un allineamento che apre, indubbiamente, a scenari di collaborazione economica e politica più proficui e meglio controllabili, ma che scopre il fianco alle pericolose avances dalle superpotenze intente a spartirsi lo scacchiere del “continente nero”; così la RDC si vede improvvisamente reintegrata dagli statunitensi nell’AGOA (African Growth and Opportunity Act), nonché beneficiaria di un piano di investimenti infrastrutturali di circa 6 miliardi di dollari provenienti dalle casse della PRC.

Una nazione estremamente popolosa (90 MLN di abitanti) e che non accenna a decrescere (un tasso di fertilità altissimo, con una media di circa 6 nascite per ogni donna in età fertile), il “fu Congo Belga” è oggi diviso tanto sull’ascissa delle ideologie quanto sull’ordinata dell’etnia, e poggia sul piano lacerato di una storia travagliata, segnata dalla dominazione di Leopoldo II prima e dalla dittatura di Mobutu poi. L’instabile formula poc’anzi espressa, di cui povertà, oscurantismo (mediatico) e massacri costituiscono gli addendi, disegna una realtà demograficamente sbilanciata per geolocalizzazione e distribuzione di ricchezza: una società urbanizzata per lo più concentrata nella capitale ad Ovest, Kinshasa, e nei capoluoghi delle provincie occidentali adiacenti (Matadi e Bandundu in primis), ma non per questo disertrice delle rive lacustri del Kivu e delle regioni dell’ex Provincia Orientale: un Est militarmente tribale (combattuto da circa 120 gruppuscoli armati) ed economicamente scorporato dal sistema-Paese (cui il governo centrale, arroccato nella sua capitale, non eroga fondi e neppure i servizi essenziali). E non mancano le difficoltà esogene: ammontano a circa mezzo milione i rifugiati provenienti dal problematico trittico di Stati confinanti a Oriente — Ruanda, Uganda e Burundi —, che si aggiungono così alla crisi umanitaria endogena dei circa cinque milioni di sfollati (secondo il più recete report dell’UNHCR) già dispersi nel territorio. Ultima ma non meno importante, la mezzaluna islamica reclama la sua quota a fianco dei principali gruppi armati stranieri (come riportato dalla DDR/RR Division del MONUSCO) operativi nel vespaio orientale, quali le FDLR ruandesi (Democratic Forces for the Liberation of Rwanda), l’LRA ugandese (Lord’s Resistance Army) e le FNL burundesi (National Liberation Forces); e questo senza bisogno di guadare il lago Ciad per infiltrarsi nella foresta del Kivu settentrionale, ma più semplicemente potenziando da remoto la componente jihadista già presente nelle schiere delle ADF (le Allied Democratic Forces ugandesi, presumibilmente foraggiate da ISIS e Al-Shabaab).

E proprio dall’accavallarsi dei due volti della “necrofilia africana” (i genocidi europei prima e l’economia di guerra autoctona poi) deriva quello che è forse il pregio maggiore della popolazione congolese: una società civile vernacolare che ha saputo fare di necessità virtù e che è riuscita a maturare, in piena autonomia, una forma di — una volta tanto si può adoperare il termine a ragion veduta — resilienza organizzativa, ottimizzando l’anarchia e sopravvivendo alle “scorie” della storia passata e recente.

10.00 AM, ora locale: attacco sulla N2

19 febbraio: Attanasio e Iacovacci atterrano all’aeroporto di Goma con un velivolo ONU (MONUSCO). Il piano è quello di soggiornare nella città fino al 22 dello stesso mese, quando un convoglio di due veicoli WFP li preleverà alle 09.27 del mattino per raggiungere Kiwanja, 73 chilometri più a Nord del capoluogo del Nord Kivu e distante due ore e mezza di tragitto attraverso il Parco nazionale del Virunga, per visitare il Programma di Alimentazione Scolastica. Con Attanasio e Iacovacci ci sono altre cinque persone (fra cui l’autista deceduto, Mustapha Milambo). Nessuna delle forze operative è stata avvisata dell’arrivo, men che meno dello spostamento della delegazione italiana: l’esercito e la polizia locale, come pure i ranger del Parco Nazionale, sono all’oscuro di tutto e pertanto impossibilitati a scortare l’ambasciatore, il suo collaboratore e il personale MONUSCO che li accompagna. Superati i primi 15 chilometri di viaggio, circa 30 minuti più tardi della partenza, il convoglio cade in un’imboscata: sei assalitori armati di machete e AK-47 (quanto basta a trapassare i vetri non rinforzati di una vettura non blindata) aprono il fuoco per intimare ai fuoristrada di arrestare la marcia e infine sequestrano la delegazione. Gli spari allertano un’unità dell’esercito nazionale e i ranger del parco che convergono sull’area dell’esplosione dei colpi. Otto chilometri più avanti del luogo del sequestro, le FA locali intercettano i ribelli. La prima vittima è probabilmente Milambo, ucciso da un colpo al collo passato attraverso il finestrino dell’auto in testa al convoglio. Quanto al veicolo di coda (quello di Attanasio e Iacovacci) abbandonato sulla strada, si ritiene i ribelli abbiano tentato di fuggire assieme ai passeggeri tenuti in ostaggio: impossibile determinare la reale finalità del rapimento, se per la riscossione di un eventuale riscatto (di sicuro, il movente iniziale, giacché rapine a mano armata e sequestri di persona costituiscono la P.O.S. dei ribelli nella regione) o per proteggersi dal fuoco dei ranger intanto sopraggiunti sul luogo; com’è d’altronde impossibile determinare la causa scatenante le successive raffiche che avrebbero ucciso sul colpo il carabiniere e ferito mortalmente l’ambasciatore. L’esercito continuerà a setacciare l’area invano, in cerca degli assalitori. In base alle testimonianze raccolte sul luogo, quest’ultimi comunicavano in Lingua kinyarwanda: la colpa viene pertanto fatta ricadere dal Ministero dell’Interno congolese sulle FDLR Hutu, dando per assunto si trattasse del gruppo armato più noto e più numeroso tra quelli in grado di parlare l’idioma; non è pertanto da escludersi aprioristicamente la complicità di altre sigle ribelli linguisticamente affini (quali Nyatura e M23). Attanasio morirà poco dopo per le ferite riportate, in un ospedale di Goma.

Il come e il perché di una tragedia evitabile

Leggerezza o mancato coordinamento? Carenza di mezzi o inefficienza cronica? E quali di queste disattenzioni sono imputabili a chi, tra le parti coinvolte nella sparatoria? Si è forse trattato di una comune sottovalutazione della pericolosità dell’area di transito compresa tra Goma e Rutshuru, a fronte dei circa 1.900 omicidi e dei circa 3.300 sequestri di persona qui registrati nell’ultimo triennio, e al netto della valutazione della Farnesina sulla rischiosità dell’area pari a 3 livelli su 4? Si è forse trattato di una comunicazione superficiale con le circa 690 ronde del Parco? E se così fosse, chi ha mancato di avvisare le forze di sicurezza o le autorità amministrative provinciali tra l’ambasciata italiana, il governo locale di Kinshasa e l’ONU, tutti informati degli spostamenti del convoglio targato WFP? E ancora, secondo quale logica un veicolo non blindato è la dotazione ONU adatta a costeggiare il limes della foresta pluviale costantemente predato dalle scorrerie delle già citate 120 sigle ribelli attive (al punto che, nell’autunno scorso, la popolazione civile stessa ha organizzato proteste lungo la strada N2 contro l’insolvenza del governo centrale in termini di giurisdizione e law enforcement)?

E a quest’ultima domanda occorre accostare un’importante considerazione. Indubbiamente, la scelta di proseguire con una scorta tanto esigua e con dei mezzi di spostamento tanto inadatti è imputabile alla discrezionalità dell’ambasciatore stesso… sennonché la discrezionalità va restringendosi sensibilmente, quando guidata più dalla scarsità di mezzi che dall’indecisione su quale adoperare. E si dà il caso che, nel novembre 2020, l’Ambasciata d’Italia avesse indetto una gara per la fornitura di un’autovettura Toyota sette posti, blindatura VR6, FUORISTRADA (in contrapposizione ai due mezzi blindati per scenari urbani già stazionati a Kinshasa, adatti ad incarichi diplomatici nell’Ovest del paese appunto): l’aggiudicazione risulta avvenuta il 12/01/2021, più di trenta giorni prima dell’incidente, eppure i nostri servitori dello Stato si sono trovati costretti a ricorrere ad un — meno protetto e meno sicuro — assetto ONU.

Tre persone sono morte, e più si osservano i retroscena della faccenda, più ci si accorge di quanto bossoli e piombo siano la concausa minore del loro decesso. Forse, per ragioni di sicurezza e incolumità, una vettura protetta è il genere di mezzo che il MAE dovrebbe essere in grado di fornire tempestivamente.

(Featured Image Credits: ANSA)

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Riccardo Scano

Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.View more articles. 

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Agenzie Di Rating, L’Enorme Potere Delle “Tre Sorelle”

Nel giorno in cui Moody’s ha tagliato le stime di crescita del PIL italiano per il 2021, passando da un +5,6% a un +3,7%, lo spread tra Btp e Bund è tornato a sfiorare i 100 punti, con il rendimento del decennale italiano risalito oltre lo 0,7%, dopo aver toccato i minimi storici con l’insediamento del governo Draghi. In attesa del “voto” sul rating in senso stretto, questo aumento è scintilla, non fiamma, ma testimonia una volta di più la centralità dei giudizi delle agenzie di rating sui destini economico-finanziari degli Stati.

Chi sono

Le più importanti agenzie di rating sono tutte statunitensi e hanno sede a New York: Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s. Sebbene altre agenzie, come la canadese Dbrs o la cinese Dagong, stiano cercando di emergere, le “tre sorelle” emettono ancora oggi oltre il 95% delle valutazioni di merito di credito. Fondate tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, hanno acquisito un ruolo sempre crescente a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, fino a diventare centrali nel ruolo di analisti di prim’ordine della salute economica degli Stati.

Cosa fanno

Le agenzie di rating hanno il compito di valutare il merito di credito di Stati, istituzioni o aziende che emettono titoli. Il giudizio espresso indica la solidità finanziaria e la solvibilità dell’emittente in relazione all’affidabilità sulla restituzione del denaro preso a prestito ed è elaborato sulla base dei bilanci e dei fondamentali economico-finanziari. La scala di giudizio universale va da una “tripla A” (AAA), che indica il minimo livello di rischio e la probabilità quasi certa che la società o lo Stato ripaghi il proprio debito, fino ad arrivare a una D in caso di default e dunque di insolvenza rispetto al debito. Per avere un chiaro riferimento, nell’Unione Europea il voto più alto in pagella è riservato alla Germania e ai Paesi del Nord. Il confine da non oltrepassare è il giudizio BB, sotto il quale si finisce nel pericoloso “non investment grade”, in cui i titoli obbligazionari divengono “junk”, ovvero spazzatura. Il giudizio viene generalmente accompagnato da una previsione sull’outlook, dunque la “direzione” verso cui il rating si rivolge in un periodo che va dai 6 mesi ai 2 anni successivi.

Perché il giudizio è cruciale

La valutazione emessa dalle agenzie di rating influenza e determina alcune variabili economico-finanziarie, tra cui lo spread, in quanto concorre a determinare il costo del prestito e funge da parametro di affidabilità per gli investimenti. I giudizi sono emessi sempre su richiesta; se è vero che le società e gli Stati non sono in alcun modo obbligati a ricorrervi, è altrettanto vero che la mancanza di valutazioni può risultare penalizzante perché considerata dagli investitori indice di maggior rischio. L’Italia, nel corso degli ultimi vent’anni, ha subìto un tracollo della propria valutazione, passando da una “doppia A” ad una “tripla B” appena al di sopra della soglia di rating speculativo. In periodi di grave recessione gli Stati già pesantemente indebitati, come l’Italia, rischiano uno scivolamento sotto la soglia di investimento speculativo che li spingerebbe in un buco nero finanziario da cui è quasi impossibile venire fuori; aumento dello spread, quindi del costo del denaro preso a prestito, e difficoltà nel reperire lo stesso denaro sui mercati finanziari, con affaticamento crescente sulle finanze pubbliche già enormemente provate.

Nell’anno nero del Covid-19 ci ha pensato il paracadute della Banca Centrale Europea a salvaguardare i destini dell’Italia e a far sì che le “tre sorelle” mantenessero invariato il rating nostrano. La stessa Moody’s, nell’ultimo rapporto sulle economie del G20, ha sottolineato come Mario Draghi sia garanzia di spesa efficiente dei fondi del Recovery Fund. La speranza è che si generi una spinta propulsiva importante per l’economia nazionale con un tasso di crescita sostenuto, che consenta di ridurre il rapporto debito/PIL nel medio termine e di tornare in territori distanti dall’area di investimento speculativo.

(Featured Image Credits: Finance CuE)

About the Author


Alessandro Cinque

Nato a Roma nel 1996, sono un grande appassionato di materie storico-politiche oltre che amante dello sport. Per questa ragione ho deciso di iscrivermi al Master in Sport Management presso la 24Ore Business School. Ho trascorso i cinque anni della mia carriera universitaria presso la Luiss “Guido Carli” dove ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e la laurea magistrale in Governo e Politiche – Istituzioni e Politiche. Nel 2020 ho iniziato a lavorare come “Customer Service Assistant” tirocinante presso una società di servizi informatici di Roma la quale ha successivamente deciso di inserirmi a tempo pieno nell’organico aziendale.View more articles. 

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