La Lezione Del Texas

Sono ormai distanti nel tempo le immagini trasmesse dai telegiornali e dalle più disparate emittenti televisive che ci hanno mostrato il Texas, il “Lone Star State”, in balia di una tempesta di neve senza precedenti.

Colpita dal vortice polare che solitamente investe le regioni più settentrionali degli Stati Uniti, lo Stato si è trovato inevitabilmente impreparato ad affrontare l’emergenza climatica che ne è risultata. La tempesta generata dal vortice polare, di fatto, non ha colpito solamente il Texas ma soprattutto la parte Nord del Paese, dove transita solitamente; l’anomalia risiede proprio nel fatto che la tempesta si sia estesa fino all’estremo sud del Texas.

Questa parte di America è stata investita da un’ondata di gelo mai vista prima, presente solo nell’immaginario degli abitanti di uno degli Stati più caldi del Paese a stelle e strisce. Eppure, fenomeni come questo non devono sorprendere, devono piuttosto servire da ammonimento per comprendere la portata del cambiamento climatico sul continente americano e sul resto del mondo, ugualmente coinvolto.

Il sorprendente evento, pur avendo scioccato un’intera nazione, era assolutamente prevedibile per gli scienziati, spesso ignorati, soprattutto in uno Stato che per decenni ha basato la propria economia sull’estrazione e la lavorazione di fonti fossili.

Gli effetti del cambiamento climatico sulle temperature dell’Artico potrebbero fornire una spiegazione metereologica a quanto accaduto. L’aumento delle temperature nel Polo Nord si riversa in primis sulle cosiddette correnti a getto che, come nel caso degli Stati Uniti, iniziano a cambiare traiettoria, provocando uno smottamento del vortice polare artico che può assumere forme diverse o addirittura dividersi, deviando le correnti ghiacciate più a Sud. E proprio in occasione dell’emergenza climatica che ha investito il Texas è stato registrata una scissione del vortice polare, cui sono seguite forti raffiche di neve sia negli Stati Uniti che in Europa.

Sarebbe sicuramente un errore giungere alla conclusione che quanto accaduto sia necessariamente dovuto al cambiamento climatico in corso; tuttavia, a sostenerlo sono diverse voci all’interno del mondo della scienza, tra cui quella del climatologo Judah Cohen, direttore del dipartimento previsioni stagionali dell’Atmospheric and Environmental Research. Cohen da tempo si dedica allo studio del fenomeno delle tempeste invernali nel Nord-Est degli Stati Uniti e, negli ultimi due anni, ha studiato proprio l’impatto che il riscaldamento dell’Artico ha su di esse.

È indubbio che la ricerca sia solamente nella sua fase iniziale e molto dovrà essere fatto per comprendere le complesse interazioni che riguardano fenomeni climatici di questa portata. Soprattutto, chiarezza dovrà essere fatta sul perché la rete elettrica non abbia retto su tutto il territorio dello Stato. Il Texas, privo di infrastrutture solide in grado di fronteggiare un abbassamento così rapido delle temperature, non ha potuto immediatamente giovare degli interventi necessari a rimettere in funzionamento la rete idroelettrica, subito colpita dagli effetti del congelamento.

Con l’arrivo della tempesta tutto si è inevitabilmente fermato, ogni cosa è stata ricoperta dal ghiaccio, compresi i giacimenti di gas naturale, e migliaia di case e famiglie sono state lasciate senza riscaldamento. In milioni sono rimasti senza elettricità e senza acqua mentre iniziavano a verificarsi, oltre ai morti per gelo, i primi casi di avvelenamento da monossido di carbonio dovuti all’utilizzo smodato dei generatori di corrente. A questo si aggiunga che gli impianti petrolchimici e le raffinerie, per poter evitare che gli impianti venissero definitivamente compromessi dal freddo, hanno dovuto necessariamente fermarli, alimentando in modo incontrollabile il fenomeno del “gas flaring”, utilizzato per bruciare il gas naturale estratto in eccesso insieme al petrolio e quindi aumentando drasticamente il livello di emissioni di CO2.

I dati, ancora in fase di studio, ci dicono che solamente le cinque più grandi raffinerie dello Stato avrebbero immesso nell’atmosfera circa 150 tonnellate di sostanze altamente nocive per l’ambiente, tra cui monossido di carbonio, benzene e anidride solforosa.

Ma per capire effettivamente perché il Texas si sia trovato in queste condizioni, bisogna fare un passo indietro, agli inizi di questo millennio. Nel 2002 prende avvio nello Stato un processo di deregolamentazione del settore elettrico che dà vita ad un sistema in cui 650 centrali elettriche, di proprietà di diverse società, generano l’elettricità, che poi viene trasmessa da fornitori che operano liberamente sul mercato. Il beneficio di avere un mercato totalmente deregolamentato sta nella possibilità, per un consumatore, di poter autonomamente scegliere il proprio fornitore di energia elettrica; quello che però non poteva essere previsto vent’anni fa è che un sistema del genere, proprio in mancanza di un legame centralizzato tra chi produce, chi fornisce e chi vende energia, comporta il totale disinteressamento, in termini di investimento, dall’una e dall’altra parte. Il che significa, nel caso concreto, incapacità di fornire energia quando gli impianti smettono di funzionare.

Ma c’è dell’altro: il Texas, forte della sua potenza petrolifera, ha costruito una rete indipendente dal resto del Paese e quindi sconnessa dalle due principali reti che collegano gli Stati Uniti, la Eastern Interconnection e la Western Interconnection. Privi del supporto esterno, non potendo contare sull’appoggio degli Stati confinanti per importare energia, ai cittadini texani non è restato altro che aspettare e sperare che la situazione si risolvesse nel più breve tempo possibile.

La vicenda, come nella maggior parte dei casi, ha sollevato un polverone di polemiche, spesso sterili e ingiustificate sul perché e il come di quanto accaduto. È soprattutto dal mondo repubblicano che sono giunte fortissime critiche al sistema delle rinnovabili nello Stato, data l’impossibilità delle pale eoliche di funzionare perché ghiacciate. Quello che però nei vari talk shows delle emittenti repubblicane, compresa Fox News, non è stato detto è che il problema non risiede nell’utilizzo delle energie rinnovabili quanto piuttosto nella mancanza di manutenzione e investimenti: installando sulle pale meccanismi in grado di eliminare la formazione del ghiaccio, l’interruzione sarebbe stata evitata.

Inoltre, in uno Stato in cui tutto funziona e ha sempre funzionato grazie alle fonti fossili, la mancanza di elettricità è stata dovuta prevalentemente al congelamento dei gasdotti e degli impianti di generazione a gas, mentre centrali a carbone e centrali nucleari hanno avuto enormi difficoltà a supportare le richieste provenienti da tutto il territorio.

Cosa ci dice allora questa storia? Che i fallimenti a cascata dovuti alla mala organizzazione e gestione dell’emergenza climatica che ha attraversato il Texas sono solo il riflesso di un sistema che non vuole rinunciare al sogno del liberismo più sfrenato, anche di fronte a vittime certe.

La deregolamentazione, capiamoci, non è il male assoluto, se effettivamente rende il mercato libero e aperto a tutti, ma c’è una regola da tenere sempre a mente: non è applicabile a tutti i settori. Ci sono chiaramente diverse scuole di pensiero al riguardo, e non è questa la sede per riportarle, tuttavia vale la pena soffermarsi su quanto accaduto in Texas per comprendere che, laddove i territori sono soggetti a squilibri climatici, è necessario un intervento maggiore dello Stato e non necessariamente in una logica monopolistica. Il mutuo soccorso, nella forma della collaborazione tra Stati, che avrebbe salvato la vita a centinaia di persone in Texas sarebbe stato possibile solo se lo Stato in questione non si fosse dotato di una rete indipendente, credendosi evidentemente indistruttibile di fronte a qualsiasi fattore esterno. E, invece, come più volte è capitato in passato, l’uomo si dimostra sempre più fallibile di fronte alla forza impetuosa della natura, con la quale abbiamo forse giocato fin troppo.

(Featured Image Credits: The Guardian)

About the Author:


Valeria Torta

Classe 1998, Valeria Torta è studentessa del corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso la Luiss Guido Carli. Da aprile 2019 è membro di L’asSociata, associazione giovanile che ha come obiettivo quello di mettere a contatto tutte le realtà associative giovanili per discutere e identificare soluzioni utili per le problematiche di Roma. Nel ruolo di responsabile dell’area sostenibilità ambientale, ha coordinato il progetto Mens Sana, un’iniziativa volta a sensibilizzare gli studenti universitari al tema della sostenibilità alimentare. A luglio 2019 svolge un tirocinio presso Fondazione Ecosistemi, dove ha modo di approfondire quali sono le soluzioni e le strategie adottate nell’ambito del Green Public Procurement (GPP). A ottobre 2019 co-fonda NeoS, acronimo di NeoSustainability. A settembre ha preso parte al programma Erasmus presso la Maastricht University. View more articles.

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