Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole è la nuova rubrica settimanale di The Political Corner. Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che, ogni venerdì, presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!


29 gennaio – 5 febbraio

Nord AmericaEuropaSud America AfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

“Diplomacy is back”: l’agenda di Biden in politica estera – 4 febbraio

In occasione della prima visita al Dipartimento di Stato, Biden ha presentato la propria agenda in politica estera annunciando “il ritorno della diplomazia” e il rifiuto del precedente isolazionismo. Secondo il programma del Presidente democratico, sono previsti il rientro nell’accordo sul nucleare e la svolta anti-saudita per quanto riguarda il conflitto in Yemen. Biden, infatti, ha recentemente annunciato lo stop all’esportazione di armi verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. In continuità con la precedente amministrazione, invece, ha riconfermato l’approccio rigido verso Cina, Russia e Venezuela.

Image Credits: RSI News

Il Canada classifica i Proud Boys come gruppo terroristico – 3 febbraio

Image Credits: John Rudoff/Anadolu Agency via Getty Images

Come annunciato questo mercoledì dal Ministro per la Sicurezza Pubblica Bill Blair, il Canada ha deciso di inserire nella lista di “organizzazioni terroristiche” anche il gruppo di estrema destra dei Proud Boys. Tale misura, adottata alla luce del recente assalto a Capitol Hill, permetterebbe al governo canadese di imporre sanzioni e non permettere l’ingresso nel Paese ai membri di tali gruppi terroristici.

Trump non testimonierà nel processo di impeachment – 4 febbraio

Secondo quanto recentemente dichiarato dai legali dell’ex Presidente Donald Trump, quest’ultimo avrebbe rigettato la richiesta di testimoniare, avanzata dai democratici. L’iniziativa sarebbe stata descritta come una “trovata pubblicitaria” e l’impeachment una “procedura incostituzionale”.

Image Credits: Keystone

EUROPA

Brexit: complicazioni tra UE e UK per forniture vaccinali – 30 gennaio

Image Credits: Shutterstock/Kevin J. Frost

In seguito all’annuncio da parte dell’azienda britannica AstraZeneca di aver esaurito le forniture di vaccino anti-Covid riservate ai Paesi dell’UE, la Commissione europea ha chiesto di reindirizzare alcune dosi prodotte e destinate al Regno Unito verso i Paesi del blocco. Al rifiuto di AstraZeneca, la Commissione ha annunciato l’attivazione dell’art. 16 del Protocollo per l’Irlanda del Nord incluso nell’accordo per l’uscita dell’UK dall’Unione, che prevede la sospensione della frontiera aperta tra Irlanda e Irlanda del Nord in caso di “difficoltà economiche, sociali e ambientali”. In particolare, questa misura avrebbe reintrodotto i controlli sulle esportazioni dei vaccini prodotti su suolo europeo da Dublino a Belfast. Tuttavia, in seguito alle critiche, la Commissione ha ritrattato. 

L’Italia sospende la vendita di armi a Riyad e Abu Dhabi – 29 gennaio

Il Ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio ha annunciato la revoca delle autorizzazioni per la vendita di missili e bombe aeree ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La decisione fa seguito ad un provvedimento del luglio 2019, quando il governo italiano aveva predisposto una sospensione temporanea di 18 mesi all’export di armamenti ai due Paesi. Per Di Maio, la decisione era necessaria, dato “l’impegno inderogabile” dell’Italia al rispetto dei diritti umani. Il riferimento è alla guerra in Yemen, dove sia Arabia Saudita che EAU intervengono militarmente. Inoltre, l’export italiano di armi a Paesi coinvolti in conflitti e irrispettosi dei diritti umani è un tema che ha assunto sempre più rilevanza nella penisola, specialmente a seguito dell’uccisione di Giulio Regeni e la detenzione di Patrick Zaki da parte dell’Egitto, destinatario anch’esso di commesse militari. 

Image Credits: STEPHANIE LECOCQ / POOL / AFP

Mosca: Navalny condannato tra le proteste – 2 febbraio

Image Credits: AP Photo/Aleksander Khitrov

La corte distrettuale di Simonovsky a Mosca ha condannato Aleksey Navalny a due anni e otto mesi di carcere per aver violato la condizionale della pena per frode fiscale, per cui era stato ritenuto colpevole nel 2014. Inoltre, è stato richiamato in tribunale per l’accusa di calunnia nei confronti di alcuni veterani della Seconda guerra mondiale, che potrebbe costargli ulteriori due anni di prigione. Le proteste pro-Navalny continuano in tutta la Russia per la seconda settimana consecutiva, nonostante i numerosi arresti, che, secondo alcune fonti interne, ammonterebbero a più di 10.000 dall’inizio delle manifestazioni, e le violenze delle forze di sicurezza.


SUD AMERICA

Alleati di Bolsonaro a capo del Congresso – 2 febbraio

Due alleati del Presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, sono stati eletti come presidenti della Camera dei deputati e del Senato: parliamo di Arthur Lira dei Progressisti (PP) per la camera bassa e Rodrigo Pacheco dei Democratici (DEM) per la camera alta. Il Presidente si è pubblicamente congratulato pubblicando su Twitter due foto con le nuove figure istituzionali. Questa nuova svolta politica potrebbe sicuramente costituire un vantaggio per il Presidente brasiliano, in particolare in vista delle elezioni presidenziali del 2022.

Image Credits: ISPI

El Salvador: Medici Senza Frontiere sospende le attività dopo un attentato

Image Credits: Medicos Sin Frontieras

La scorsa domenica, un’ambulanza di Medici Senza Frontiere è stata attaccata nella zona di Ilopagos, nella città di San Salvador. Dopo l’avvenimento, la ONLUS ha annunciato la sospensione delle proprie attività, rivendicando la propria natura “imparziale, indipendente e neutrale” e lanciando l’hashtag #NoSomosUnObjetivo.

Panama: creazione di nuove zone franche per attrarre investimenti – 4 febbraio

Il governo di Panama ha annunciato l’istituzione di cinque zone franche nel Paese, con l’obiettivo di attrarre investimenti locali e stranieri. A tal proposito, sarebbero previsti 21,91 milioni di dollari in investimenti e 10.000 nuovi posti di lavoro.

Image Credits: ANSA/EPA/Bienvenido Velasco

AFRICA

Nigeria: danni ambientali risarciti da filiale Shell – 31 gennaio

Image Credits: MARTEN VAN DIJL/MILIEUDEFENSIE

La Corte di Appello dell’Aia ha stabilito che la filiale nigeriana della Shell (la Shell Petroleum Development Company of Nigeria) dovrà risarcire gli agricoltori che avevano denunciato l’azienda per danni ambientali nel delta del fiume Niger, causati dalle perdite di petrolio dalle condutture installate dalla Shell. La base legale per la decisione della Corte è la violazione del cosiddetto “duty of care”, che prevedrebbe l’obbligo per individui e organizzazioni di evitare che il loro operato possa prevedibilmente causare danni a terzi. La sentenza, emessa dopo ben 13 anni di contenziosi giudiziari, è da considerare rivoluzionaria, in quanto potrebbe spianare la strada ad ulteriori casi di inquinamento ambientale e sfruttamento delle risorse ad opera di multinazionali petrolifere e non nei Paesi in via di sviluppo.  

Mogadiscio: al-Shabaab rivendica l’attentato all’Hotel Afrik – 31 gennaio

Nella giornata di domenica un’autobomba è esplosa nei pressi dell’Hotel Afrik, a Mogadiscio, seguita da una sparatoria tra militanti del gruppo terrorista al-Shabaab e le forze di sicurezza dell’albergo. Almeno nove le vittime, tra cui l’ex. Ministro della Difesa e generale dell’esercito Mohamed Nur Galai, considerato in Somalia un eroe di guerra. Fin dalla sua costituzione nel 2006, il gruppo jihadista organizza attentati per rovesciare il governo centrale e stabilire la legge islamica nel Paese. Questo attacco, che segue di qualche settimana un analogo attentato, potrebbe ulteriormente complicare la precaria situazione politica della Somalia, che il prossimo 8 febbraio dovrebbe tenere le elezioni presidenziali.

Image Credits: EPA-EFE/SAID YUSUF WARSAME

Libia: voto per la creazione di un governo di transizione – 5 febbraio  

Image Credits: Violaine Martin/United Nations Support Mission in Libya

Il Lybian Political Dialogue Forum, sponsorizzato dall’ONU, ha approvato una lista di candidati per formare un governo di transizione, che avrà il compito di ripristinare l’assetto istituzionale del Paese e portare la Libia alle elezioni a fine 2021. I 75 delegati del Forum, che provengono dalle tre regioni principali del Paese nordafricano (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), voteranno per l’elezione del consiglio presidenziale tripartito, che garantirà a ciascuna regione un rappresentante, e del Primo Ministro, che dovrà ottenere almeno il 70% dei voti dei delegati per essere nominato. Tuttavia, sebbene questi colloqui di pace siano stati il tentativo più concreto di pacificare il Paese, nella pratica i gruppi paramilitari presenti sul territorio libico leali alle varie fazioni e l’intervento di numerose potenze esterne, guidate da interessi economici e politici, potrebbe impedire l’effettiva risoluzione del conflitto. 


MEDIO ORIENTE

Normalizzazione Israele-Kosovo – 1 febbraio

Lunedì scorso, Israele e Kosovo hanno firmato una dichiarazione congiunta per la normalizzazione dei rapporti diplomatici fra i due Paesi. Pristina ha inoltre riconosciuto come capitale d’Israele Gerusalemme, dove sarà aperta l’ambasciata kosovara. Tale decisione pone il Kosovo, Paese a maggioranza musulmana, in una posizione particolarmente problematica rispetto alle prospettive di risoluzione della questione palestinese. Sono subito seguite reazioni negative e condanne da diversi Paesi e organizzazioni internazionali come Serbia, Turchia e Unione Europea.

Image Credits: EPA-EFE/VALDRIN XHEMA

L’Iran rilascia l’equipaggio della petroliera sudcoreana sequestrata – 2 febbraio

Image Credits: EPA/US NAVY HANDOUT

Il governo iraniano ha annunciato di essere intenzionato a rilasciare l’equipaggio della petroliera sudcoreana sequestrata a inizio gennaio per il rischio di inquinamento del Golfo Persico. Secondo quanto dichiarato dal Ministro degli Esteri sudcoreano, avrebbe avuto luogo un dialogo fra i due Paesi riguardante non solo la questione della petroliera ma anche il problema del congelamento dei fondi iraniani in Sud Corea a causa delle sanzioni statunitensi.

Diplomatico iraniano condannato a 20 anni per tentato attacco terroristico – 4 febbraio

Per la prima volta dalla Rivoluzione Islamica del 1979, un diplomatico iraniano è stato recentemente condannato a 20 anni dal tribunale di Anversa, in Belgio per “tentato attacco terroristico“. La sentenza si riferisce al coinvolgimento di Assadollah Assadi, di stanza a Vienna, nella pianificazione di un attentato contro il gruppo di opposizione iraniano Mujahedeen-e-Khalq (Mek) nel 2018 vicino Parigi.

Image Credits: @IranNewsUpdate1 Twitter

ASIA-PACIFICO

Birmania: l’esercito prende il controllo del Paese – 31 gennaio

Image Credits: EPA-EFE/MAUNG LONLAN

Alla vigilia dell’inizio dei lavori del nuovo Parlamento, eletto lo scorso 8 novembre, l’esercito birmano ha proclamato lo stato di emergenza, arrestando numerosi esponenti del partito di maggioranza NLD (National League for Democracy), inclusa la leader Aung San Suu Kyi, e denunciando i risultati delle elezioni, ritenute fraudolente. Il Paese, che aveva iniziato una transizione democratica nel 2008, sembra dunque essere ripiombato sotto il controllo militare. A seguito del coup e della sospensione delle piattaforme social, viste come strumento di diffusione del dissenso, molti cittadini birmani sono scesi in piazza per protestare, affrontando la dura repressione militare. Sebbene la comunità internazionale abbia subito chiesto un rapido ritorno alla democrazia, il Consiglio di Sicurezza ONU, riunitosi in via straordinaria, non è stato in grado di accordarsi su un documento comune di condanna del golpe, specialmente a causa dei veti di Russia e Cina. Inoltre, la mancanza di un governo stabile potrebbe complicare le procedure giudiziarie del caso Gambia v. Birmania relativo al genocidio dei Rohingya, attribuito allo Stato birmano e attualmente davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.  

Bangladesh: collusione tra PM e clan criminale – 1 febbraio

Un’inchiesta di Al Jazeera, recentemente pubblicata, ha svelato gli stretti legami tra la Prima Ministra del Bangladesh Sheikh Hasina e i fratelli Ahmed, due dei quali ricercati per omicidio e uno, capo dell’esercito, al servizio della PM in qualità di confidente. Sembrerebbe che i fratelli Ahmed abbiano beneficiato di ampio sostegno da parte di Hasina nel poter perpetrare in attività criminali. In particolare, Haris Ahmed, fuggito in Ungheria, sembrerebbe lavorare da intermediario, ricevendo ingenti somme di denaro e/o favori per offrire contratti governativi al migliore offerente, con il sostegno di funzionari dell’esercito bengalese e della stessa PM. Il Ministro degli Esteri bengalese ha subito attaccato l’emittente qatariota, definendo l’inchiesta di Al Jazeera “falsa e diffamatoria”. In seguito alla pubblicazione dell’inchiesta, che faceva riferimento anche all’acquisizione da parte di Haris Ahmed di tecnologie di spionaggio avanzate, l’ONU ha aperto un’indagine ufficiale nei confronti dell’esercito del Bangladesh. Infatti, parrebbe che alcuni comandanti abbiano affermato che tali strumenti sarebbero stati impiegati da contingenti militari bengalesi nel corso delle missioni di peacekeeping sotto egida ONU, venendo tuttavia smentiti dai funzionari delle Nazioni Unite.

Image Credits: Al Jazeera

 

Hong Kong: il Regno Unito offre nuovo visto ai residenti – 31 gennaio

Image Credits: Nora Tam/South China Morning Post

Il governo di Londra ha aggiornato il proprio regime dei visti, garantendo ai cittadini di Hong Kong in possesso del passaporto BNO (British National Overseas) di vivere e lavorare nel Regno Unito e poter, dopo cinque anni, fare richiesta per la cittadinanza britannica. Fino a quel momento, infatti, il passaporto permetteva solamente un soggiorno nel Regno Unito di sei mesi, rinnovabile. La creazione del nuovo visto segue di due giorni la decisione cinese di non riconoscere più il passaporto BNO “come documento di viaggio e di identità”, riservandosi inoltre la facoltà di poter intraprendere in futuro ulteriori provvedimenti. Il timore è quello che Pechino possa impedire ai residenti di Hong Kong di lasciare la città. 

 

About the Authors


Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Yemen: Un Paese In Bilico

Il 29 gennaio scorso giungeva da Palazzo Chigi la notizia dello stop all’export italiano di missili e bombe aeree verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, in osservanza della legge 185/1990. Secondo tale normativa, sino ad ora mai applicata da alcun esecutivo, sarebbero vietati esportazione e transito di materiali di armamento verso Paesi responsabili di gravi violazioni in materia di diritti umani. La revoca, che segue una misura simile intrapresa dall’amministrazione Biden negli USA, fa implicitamente riferimento al coinvolgimento dei due Paesi del Golfo in Yemen, logorato dalla guerra civile e da una crisi umanitaria descritta dall’ONU come la più grave al mondo. Eppure, la situazione in Yemen è ancora oggi generalmente ignorata, nonostante la gravità dello scenario nazionale, l’intervento esterno di importanti attori e la presenza di forti interessi regionali e internazionali.

La guerra civile: gli attori nazionali e gli avvenimenti recenti

La storia della guerra civile yemenita è iniziata nel marzo 2015, con il colpo di stato contro il presidente sunnita Hadi a opera degli Houthi, gruppo armato di ribelli ufficialmente denominati “Partigiani di Dio” (Ansar Allah). Al tempo, Hadi rappresentava il protagonista della transizione politica seguita alla Primavera Araba del 2011 e alle dimissioni di Saleh, suo predecessore nonché futuro alleato dei ribelli nei due anni successivi al golpe. Dopo l’ufficializzazione del coup da parte degli Houthi, Hadi, conservando ancora la carica di presidente ad interim, si era rifugiato nella città di Aden, nel sud dello Yemen. Tuttavia, anche quest’area del Paese era — ed è — caratterizzata da particolare instabilità.

Infatti, oltre all’avanzata degli stessi Houthi, che in poco tempo sono riusciti a raggiungere Ta’izz e le periferie di Aden, nel sud dello Yemen sono presenti anche i gruppi terroristici di “Al-Qaeda nella Penisola Arabica” (AQAP), gruppo stanziato nel sud-est, e dell’ISIS, nonché il Consiglio per la Transizione del Sud (STC), organizzazione secessionista che nel 2018 era riuscita a prendere il controllo della sede del governo legittimo.

Image Credits: Sana’s Center for Strategic Studies

Il quadro yemenita, dunque, appare tripartito, con il reciproco antagonismo fra il governo “legittimo” di Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, le forze anti-governative degli Houthi, recentemente classificate come gruppo terroristico dagli Stati Uniti, e i secessionisti del Sud. Tuttavia, è giunto recentemente un segnale incoraggiante riguardo alla ricomposizione della frattura fra forze governative e Consiglio per la Transizione del Sud. Infatti, il 18 dicembre scorso è stata annunciata l’implementazione dell’Accordo di Riyad del 2019 e la formazione di un governo di coalizione fra le forze politiche legittime di Hadi e i separatisti del Sud. Nonostante questa possibilità di ricomposizione, la tensione in Yemen non sembra affievolirsi, come dimostrato dall’attacco terroristico avvenuto a fine 2020 all’aeroporto di Aden in concomitanza dell’insediamento del nuovo governo, attacco poi condannato dalla comunità internazionale e attribuito da alcuni al gruppo armato degli Houthi.

Gli attori esterni

L’internazionalizzazione della guerra civile yemenita viene inaugurata nel 2015 con l’intervento armato, supportato da diverse potenze occidentali, dell’Arabia Saudita, simbolo dell’Islam sunnita, intervenuta a favore delle forze governative e contro i ribelli Houthi, che, secondo molti, sarebbero invece supportati e assistiti dall’Iran, roccaforte dell’Islam sciita. La guerra in Yemen si sarebbe dunque tradotta in un campo di battaglia tra i due giganti del mondo arabo, determinati non solo a diventare Paese-guida del mondo islamico, ma in particolare a espandere la propria zona di influenza nel Medio Oriente. Un terzo tassello di questo complesso scenario è rappresentato dagli Emirati Arabi Uniti (EAU), la cui posizione rispetto alla distribuzione di potere in Yemen e, in particolare, rispetto all’azione saudita, risulta più sfumata. Infatti, il governo emiratino ha inizialmente rappresentato un alleato-chiave nell’intervento saudita in Yemen nel 2015, a cui è seguito però un graduale depotenziamento del supporto offerto a Riyad e la decisione degli EAU di sostenere le forze separatiste del Sud. In ogni caso, tale scelta di Abu Dhabi non è mai stata intesa come una vera frattura con l’Arabia Saudita, e il recente annuncio della formazione del governo di coalizione conferma l’impegno congiunto dei due Paesi nel proporre alla popolazione una soluzione politica inclusiva e unitaria ed esplicitamente anti-Houthi.

La crisi umanitaria più grave al mondo

L’intensificazione del conflitto interno ha lasciato e continua a lasciare segni evidenti sulla popolazione yemenita. I dati relativi a quella che viene definita come la crisi umanitaria più grave al mondo, come denunciato dall’ONU, sono allarmanti: secondo Save the Children, infatti, l’80% della popolazione, tra cui 5,4 milioni di bambini, necessita di assistenza umanitaria. Inoltre, non contando le vittime civili degli attacchi reciproci perpetrati dalle varie fazioni, i fenomeni diffusi di malnutrizione e mancanza di accesso a cibo e servizi igienico-sanitari sono stati ulteriormente aggravati dalla pandemia.

Image Credits: United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs

Ciò che emerge dal quadro precedentemente delineato è non solo la complessità della guerra civile yemenita, dovuta alla frammentazione interna e al coinvolgimento di diversi interessi regionali e internazionali, ma anche la gravità della crisi umanitaria che sta interessando il Paese.

Tutto ciò però si scontra con il muro di silenzio dei media internazionali.

(Featured Image Credits: AFP PHOTO / Mohammed HUWAIS)

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Valeria Pia Soricelli


Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

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SIAMO ALLA RESA DI CONTE?

Mentre il presidente della Camera, Roberto Fico, dichiara che «le forze politiche sono disponibili a un confronto comune», è notizia di qualche giorno fa che i contatti tra il Quirinale e Mario Draghi si sono intensificati. Si vocifera, infatti, che l’ex presidente della Banca Centrale Europea abbia dato la propria disponibilità – in caso Giuseppe Conte non riuscisse a formare il suo terzo governo – a far parte di un nuovo esecutivo: come ministro del Tesoro o, perfino, come premier. Chi la spunterà tra il super Mario nazionale e l’avvocato del popolo?

Roberto Fico esploratore

«Dagli incontri è emersa la disponibilità comune da parte delle forze politiche a procedere in un confronto su temi e punti programmatici per raggiungere una sintesi». Così ha affermato il Presidente della Camera, Roberto Fico, al termine del primo giro di consultazioni, tenutesi sabato e domenica. Ieri si è concluso, infatti, il secondo giorno di consultazioni del mandato esplorativo che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha affidato al presidente della Camera Fico. La terza carica dello Stato è impegnata, quindi, a verificare che in Parlamento vi sia una maggioranza per la formazione di un nuovo governo. «Siamo pronti a un programma di legislatura e la persona giusta per portare avanti questo programma e guidare un governo è Giuseppe Conte». Così precisa Ricardo Merlo, a nome del gruppo parlamentare “Europeisti – MAIE – Centro Democratico” del Senato, dopo l’incontro con Roberto Fico. «Stiamo già lavorando  su un programma – aggiunge il senatore Merlo –, sulle questioni che riguardano la pandemia e la crisi economica». M5S, PD, Europeisti, MAIE, Centro Democratico, Autonomie, PSI e LeU guardano a Conte, quindi, come punto di equilibrio per la maggioranza e chiedono di affidare a lui l’incarico per formare il nuovo governo politico e concordare un programma scritto chiesto anche da Italia Viva. Tuttavia, le intenzioni di Matteo Renzi non sembrano queste. Come riportato da “La Stampa“, infatti, qualche giorno fa un senatore di Italia Viva, scosso dai dubbi riguardo la sua permanenza nel partito di Matteo Renzi, ha chiesto al leader: «Perché dovremmo rinunciare al governo?». La risposta di Renzi è stata: «Chi ha detto che rinunciamo? Ti assicuro che non rinunceremo. Solo che al posto di Conte ci sarà Draghi. Ti dispiace?». Come al solito, in tempi contraddistinti da incertezza e instabilità politico-economica, il nome di Mario Draghi ritorna.

«Se cado io c’è Draghi» 

Queste le parole che avrebbe detto il Presidente del Consiglio dimissionario Conte al Movimento 5 Stelle. L’arrivo dell’ex numero uno della Banca Centrale Europea, politicamente, sarebbe una sconfitta per i “grillini” e una decisa vittoria di Matteo Renzi, autore della crisi di governo e, ormai, avversario di Conte. Il senatore di Firenze non può che considerare la notizia dei contatti avvenuti nel bel mezzo delle consultazioni – anche se smentiti dal Quirinale – come un passo importante nella sua direzione: portare Draghi al governo, e, in particolare, nel ruolo di premier, e far cadere Giuseppe Conte sono infatti gli obiettivi principali del leader di Italia Viva. «Ho già fatto un capolavoro di strategia politica – ha confidato l’ex premier Renzi ai suoi parlamentari – e questa sarebbe la degna conclusione». Anche se è arrivata la smentita del Colle, il nome di Mario Draghi, ormai, è sulla bocca di tutti. Mara Carfagna ha già dichiarato: «Il centrodestra abbandoni l’Aventino. Sì a un governo Draghi». Ieri, inoltre, Berlusconi, su “Il Corriere della Sera“, ha parlato di un «governo dei migliori». L’allusione a Draghi è più che probabile. D’altronde, come riportato da “Dagospia“, una fonte autorevole di Forza Italia ha confermato il progetto condiviso con Renzi: «Draghi al governo, sostenuto da Silvio Berlusconi e, fuori dalla maggioranza, dalla Lega». 

Non sembra, quindi, essere risolta quella che, probabilmente, è la madre di tutte le questioni: la poltrona di Palazzo Chigi. Con il Movimento 5 Stelle, da una parte, che continua a blindare Conte e Renzi, dall’altra, che si rifiuta di fare – almeno pubblicamente – nomi, «perché prima vengono i contenuti e poi le persone». Considerando quanto sia ripida la strada di un nuovo «patto di legislatura» tra le forze che componevano la maggioranza del Conte bis, si può facilmente affermare che in un momento di grande incertezza sociale ed economica per il Paese, anche la politica nazionale sta dimostrando di essere tutt’altro che stabile.

(Featured Image Credits: Dagospia)

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Luca Cupelli

Nato a Cosenza nel 1998, è appassionato di storia risorgimentale, politica italiana e relazioni internazionali. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Nel 2019 ha lavorato come analista politico tirocinante presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. È un grande fan della musica anni ’80 e delle serie tv americane. View more articles

 

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole è la nuova rubrica settimanale di The Political Corner. Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che, ogni venerdì, presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera dalle macroaree del mondo. Buona lettura!


23 gennaio – 29 gennaio 2021

Nord AmericaEuropaSud AmericaAfricaMedio OrienteAsia-Pacifico


NORD AMERICA

L’U-turn di Biden su sanità e diritti civili: sì all’Obamacare, no alla Mexico City Policy di Trump – 28 gennaio

A pochi giorni dall’insediamento di Biden alla Casa Bianca, molte tracce della presidenza Trump sono state già cancellate con la firma di diversi ordini esecutivi. Dopo il riassestamento del multilateralismo in politica estera e il rientro degli USA in diversi accordi internazionali, il presidente democratico è passato ora alle problematiche nazionali, con particolare attenzione a sanità e diritti civili. Biden, infatti, ha firmato a favore dell’estensione dell’Obamacare e dell’abolizione della Mexico City Policy trumpiana, ovvero il blocco di fondi federali a ONG a favore dell’aborto.

Image Credits: Associated Press

EUROPA

Russia: in più di 60 città i manifestanti chiedono la liberazione di Naval’nyj – 24 gennaio

Sul cartello: “Libertà per Naval’nyj”.
Image Credits: EPA-EFE/MAXIM SHIPENKOV

L’arresto di Aleksej Naval’nyj lo scorso 17 gennaio ha subito infiammato l’opinione pubblica, sia in Russia che all’estero. Un’ulteriore ondata di malcontento aveva fatto seguito alla pubblicazione di un video sul canale Youtube di Naval’nyj, che illustrava la nuova inchiesta della Fondazione per la lotta alla corruzione dell’oppositore di Putin. Al centro delle indagini lo “Stato dentro lo Stato” dello “zar” Putin, una residenza situata sulle rive del Mar Nero dal valore di circa €1,1 miliardi, presumibilmente di proprietà del leader del Cremlino e finanziata illecitamente tramite tangenti. Le manifestazioni si sono svolte domenica in più di 60 città, nonostante le condizioni climatiche estreme in alcune aree della Siberia e la violenza delle forze di sicurezza. Secondo i dati, più di 4.000 persone sono state arrestate, ma i numeri potrebbero essere ben maggiori. La comunità internazionale, e in particolare gli Stati Uniti, accusati per questo di interferenza negli affari interni russi, si è subito mobilitata per denunciare l’uso sproporzionato della forza nella repressione delle manifestazioni e richiedere l’immediato rilascio di Naval’nyj


SUD AMERICA

Le forze FARC in Colombia: gli attivisti chiedono aiuto a Biden e Harris e arriva l’accusa della JEP – 28 gennaio

Nel 2016 venivano firmati gli accordi di Cartagena de Indias tra il governo colombiano e le forze FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), mettendo fine ad anni di scontri interni e guerriglia. A circa cinque anni di distanza, però, diverse associazioni per i diritti umani hanno denunciato la ripresa della violenze da parte di alcuni settori delle FARC e l’uccisione di molti attivisti, ex-combattenti e membri di comunità indigene e afro-colombiane nelle aree più rurali del Paese. Molte di queste associazioni hanno quindi rivolto un appello alla nuova amministrazione Biden-Harris negli USA per l’implementazione degli accordi di pace del 2016. Nel frattempo, lo scorso giovedì, è giunta l’accusa di crimini di guerra da parte della Giurisdizione Speciale per la Pace (Jurisdicción Especial para la PazJEP) contro otto ex-comandanti delle FARC: si tratta della prima imputazione avanzata dalla JEP dal 2016.

Image Credits: Defendamos La Paz

 


AFRICA

Crisi di governo in RDC: Ilunga sfiduciato – 27 gennaio

Il Presidente della RDC, Félix Tshisekedi, sulla destra; il Primo Ministro Sylvestre Ilunga Ilunkamba, sulla sinistra.
Image Credits: Présidence RDC.

Il Parlamento di Kinshasa ha approvato una mozione di sfiducia nei confronti del Primo Ministro Sylvestre Ilunga Ilunkamba, con una maggioranza di 367 voti su 377 votanti (più di cento gli astenuti). Il PM e i suoi sostenitori, che non hanno partecipato al voto per protesta, hanno denunciato le irregolarità procedurali nella gestione della mozione, ritenuta una semplice mossa politica non fondata su reali basi fattuali. Questa mozione è il risultato di mesi di tensioni tra il Presidente Félix Tshisekedi e il precedente Presidente Joseph Kabila, che aveva governato il Paese per ben 18 anni. Appena il mese scorso, Tshisekedi aveva posto fine alla coalizione di governo con Kabila, proponendo una nuova alleanza politica, la “Sacred Union”, che, una volta ufficializzata, gli garantirebbe il sostegno di ben 20 partiti, nonché una solida maggioranza in Parlamento. La sfiducia al PM, fedelissimo di Kabila, è l’ultimo tassello nel progressivo allontanamento dell’ex. Presidente congolese dalla scena politica della RDC. Tuttavia, Ilunga non sembrerebbe intenzionato a dimettersi.


MEDIO ORIENTE

Proteste in Libano contro il lockdown: terza notte di scontri a Tripoli – 28 gennaio

A circa tre settimane dall’annuncio del lockdown nazionale, diversi manifestanti si sono riversati nelle strade di Tripoli, una delle aree più povere del Libano, per denunciare il collasso economico e finanziario del Paese e chiedere sussidi per sostenere le chiusure dovute alla pandemia da Coronavirus. Le forze di polizia hanno risposto con gas lacrimogeni e proiettili di gomma. A tre giorni dall’inizio degli scontri, si contano circa 200 feriti e una vittima tra i manifestanti.

Image Credits: Fathi AL-MASRI / AFP

 


ASIA-PACIFICO

Nuova Delhi: proteste contro leggi agricole sfociano nel caos – 26 gennaio

Image Credits: REUTERS/Adnan Abidi

Il 26 gennaio, giorno della Festa della Repubblica indiana, milioni di agricoltori si sono riversati nelle strade di Nuova Delhi per manifestare contro le nuove leggi agricole, approvate dal governo di Narendra Modi lo scorso settembre. I nuovi provvedimenti, la cui implementazione è stata recentemente sospesa dalla Corte Suprema indiana, hanno come obiettivo la liberalizzazione del mercato agricolo, fino a quel momento regolato dal sistema dei “mandi”, mercati regolamentati da comitati e agenzie statali che acquistano i prodotti a prezzi minimi garantiti. Le proteste contro questa riforma del sistema agricolo, cominciate poco dopo l’entrata in vigore delle leggi, hanno assunto carattere nazionale quando i sindacati degli agricoltori hanno fondato il movimento “Dilhi Chalo” (“Andiamo a Delhi”). Gli agricoltori, simbolicamente a bordo di trattori, hanno allora intrapreso il viaggio dalle province verso la capitale, dove sono entrati il 26 gennaio. La protesta, tuttavia, ha presto assunto connotati violenti, quando una parte di manifestanti ha abbandonato il percorso che era stato loro garantito per manifestare pacificamente e si è diretta verso il centro della città, prendendo d’assalto il Forte Rosso, patrimonio dell’umanità. Si contano morti e feriti sia tra i manifestanti che tra le forze di polizia. 

 

 

About the Authors


Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Il Futuro Del Partito Repubblicano

Il 6 gennaio 2021 è un giorno che, per la politica americana, rappresenterà uno spartiacque significativo. L’assalto al Campidoglio – che, come mostrato da indagini e ricostruzioni, avrebbe potuto avere conseguenze ancora più drammatiche – è infatti non solo la culminazione del trumpismo, ma anche un punto di non ritorno per il Partito Repubblicano (e, di riflesso, anche per il Partito Democratico). Donald Trump, che nelle prossime settimane sarà sottoposto al procedimento di impeachment davanti al Senato, ha giocato un ruolo preminente nell’incitare l’assalto, come riconosciuto anche da diversi esponenti del suo partito. Messo di fronte alle estreme conseguenze di un fenomeno che ha contribuito a formare, come reagirà il Partito Repubblicano, un partito politico dalla lunga tradizione e che può vantare Presidenti come Lincoln, Theodore Roosevelt e Eisenhower? Il trumpismo è ormai diventato il tratto dominante di una formazione politica che un tempo parlava di federalismo, responsabilità individuale e libertà?

Donald Trump non è una parentesi nella storia del Partito 

Iniziando l’analisi, bisogna subito chiarire un punto molto importante: Donald Trump non è stato un incidente di percorso, una parentesi nella storia del Partito Repubblicano. Al contrario, egli ha rappresentato il compimento di un percorso pluridecennale, iniziato principalmente con Ronald Reagan, che ha portato all’ascesa di figure e correnti che hanno poi aperto la strada al quarantacinquesimo Presidente. Al di là delle figure politiche, il cambiamento all’interno del mondo conservatore è stato anche guidato da personalità in Italia poco conosciute, ma che hanno svolto un ruolo determinante. Si pensi al conduttore radiofonico Rush Limbaugh, o a Roger Ailes, il fondatore di Fox News.

Ben prima di Trump, l’evoluzione (o involuzione) del Partito Repubblicano — e, in particolare, della sua base — era stata ben visibile in numerose occasioni. Senza voler andare troppo indietro nel tempo, si pensi al Birtherism. Con questo termine si indica il movimento, basato su delle teorie del complotto, secondo il quale Barack Obama non potesse diventare Presidente degli Stati Uniti in quanto non Natural Born Citizen. Secondo questa teoria, Obama alla nascita non era cittadino americano, bensì keniano, e, per questo motivo, non sarebbe potuto diventare Presidente. Si trattava di una teoria naturalmente infondata e chiaramente di matrice razzista, che ha però preso piede molto rapidamente, caratterizzando sia la campagna elettorale che i primi anni di mandato di Obama. Infatti, le accuse e le teorie non si fermarono nemmeno dopo il giugno 2008, quando Obama mostrò pubblicamente il suo certificato di nascita. A questo punto, è importante notare che Donald Trump ha sostenuto queste teorie per molti anni. Nel 2008, come è noto, il candidato repubblicano era John McCain. Durante un comizio, McCain difese pubblicamente Obama dalle accuse di un’elettrice repubblicana che definiva il candidato democratico come “un arabo” e “un pericolo per il nostro Paese”. Anche in questo frangente, però, emergeva la crescente tolleranza – da parte dell’establishment del partito – nei confronti delle frange più estreme del mondo conservatore. A riprova di ciò, basti pensare alla scelta di McCain per la vicepresidenza, ossia Sarah Palin. La non volontà di affrontare con chiarezza il crescente estremismo all’interno dei propri ranghi è stato reso ancora più evidente dall’ascesa del Tea Party. Nei primi anni di Presidenza Obama, infatti, le town halls — ossia gli incontri pubblici tra i congressisti e i cittadini dei loro distretti — divennero sempre più incendiarie, soprattutto a causa dell’azione di questo movimento (il Tea Party, per l’appunto) che aveva le sue radici nel populismo di destra. La rabbia del movimento ha colpito duramente i repubblicani moderati, molti dei quali sono stati affrontati (e a volte sconfitti) durante le primarie del 2010.

South Gate, California, 2010. Un cartellone pubblicitario chiede a Obama di mostrare il suo certificato di nascita

Messi di fronte a un movimento arrabbiato e che poteva segnare la loro fine politica, i membri dell’establishment repubblicano sono largamente rimasti a guardare e hanno spesso assecondato queste frange. Ad esempio, nel 2011, John Boehner (Speaker della Camera dal 2011 al 2015), rispose così a una domanda riguardante il Birtherism: It’s not my job to tell the American people what to think”. Questa posizione interlocutoria, priva del coraggio necessario per condannare chiaramente una palese menzogna, ha solamente contribuito a rendere queste frange estreme sempre più mainstream. Boehner — che Obama ha spesso descritto come una brava persona che non riusciva a controllare il suo partito — sapeva che le teorie del Birtherism erano assolutamente false ma, per convenienza politica, ha deciso di mantenere una posizione interlocutoria. Durante gli anni della Presidenza Trump, il comportamento di Boehner è stato poi emulato dalla quasi totalità del partito.

Il Partito Repubblicano e Trump 

All’inizio della campagna elettorale per le elezioni del 2016, la stragrande maggioranza dei candidati repubblicani ha duramente condannato Trump. Ted Cruz, ad esempio, lo ha definito un bugiardo patologico; Lindsay Graham, invece, lo ha descritto come un bigotto e uno xenofobo e ha aggiunto che la sua vittoria avrebbe portato il Partito Repubblicano alla rovina. Prima della sua vittoria nelle primarie, solo 13 congressisti lo avevano supportato apertamente. Tuttavia, durante la sua Presidenza, il rapporto tra Trump e il partito è stato spesso positivo per il Presidente, ad eccezione di passi falsi come la clamorosa bocciatura della riforma sanitaria (con il voto decisivo di John McCain, il più forte oppositore di Trump all’interno del partito). Questo è avvenuto sostanzialmente per due motivi.

Il primo motivo è che, ancora una volta, esponenti dell’establishment hanno pensato di poter sfruttare queste frange estreme per perseguire la propria agenda. L’esempio classico è Mitch McConnell, capogruppo repubblicano al Senato. McConnell, nel corso della sua carriera, ha dato prova di essere un politico machiavellico, sempre pronto a usare il Senato e il suo potere per perseguire un obiettivo principale: la nomina di giudici conservatori nelle Corti. McConnell non è certo un trumpiano, anzi, giornalisti e analisti hanno sempre detto che Trump non gli piace affatto. Semplicemente, McConnell ha visto Trump come un mezzo per perseguire il suo fine. Fino a un certo punto, la scommessa ha pagato: ci sono tre nuovi giudici alla Corte Suprema, e centinaia di nuovi giudici a livello federale. Inoltre, è stata approvata una riforma che ha abbassato le tasse — favorendo molto i ceti abbienti e le multinazionali —, un altro grande pallino dei repubblicani. Al tempo stesso, l’assalto al Campidoglio e la doppia sconfitta in Georgia — che ha tolto ai repubblicani il controllo del Senato — hanno mostrato chiaramente le conseguenze che ci si deve aspettare quando si stipulano alleanze di un certo tipo. Ora che non gli è più utile, McConnell ha apertamente abbandonato Trump, condannando duramente le sue azioni. Riuscirà, però, a mantenere il controllo del suo partito?

I tre giudici della Corte Suprema nominati durante la Presidenza Trump. Da sinistra a destra: Amy Coney Barrett, Brett Kavanaugh, Neil Gorsuch

La domanda precedente si ricollega al secondo motivo del rapporto positivo tra Trump e molti repubblicani al Congresso: una percentuale sempre maggiore è veramente trumpiana. Ciò è accaduto soprattutto alla Camera, con rappresentanti come Jim Jordan, Matt Gaetz, Devin Nunes o Louie Gohmert. Ora, in seguito alle elezioni del 2020, la situazione si è evoluta ancora di più. In quest’occasione, infatti, sono stati elette due rappresentanti che credono in Qanon, ossia Lauren Boebert e Marjorie T. Green. In seguito all’assalto al Campidoglio, 139 rappresentanti repubblicani (su 211) e 8 senatori (su 51) hanno votato contro la certificazione dei risultati elettorali. Un’ulteriore dimostrazione è stata fornita durante il voto sull’impeachment alla Camera.

Il secondo impeachment

Dopo l’assalto al Campidoglio, molte multinazionali hanno deciso di interrompere le donazioni ai politici che hanno votato contro la certificazione delle elezioni. Tra di loro figurano anche il leader repubblicano alla Camera, Kevin McCarthy, e il suo numero due, Steve Scalise. Messi di fronte alle estreme conseguenze di un fenomeno avallato per troppo tempo, alcuni analisti avevano previsto una certa presa di distanze dal trumpismo. Ciò è avvenuto in misura inferiore rispetto alle attese. Durante il dibattito sull’impeachment, McCarthy e altri repubblicani hanno condannato Trump per il suo ruolo nell’insurrezione, ma si sono detti contrari all’impeachment. Alla fine, solo 10 repubblicani (tra cui Liz Cheney, numero 3 dei Repubblicani alla Camera) hanno votato a favore; alla vigilia, i democratici avevano parlato di un numero che andava tra i 25 e i 30. Per di più, Liz Cheney — figlia dell’ex Vicepresidente Dick Cheney e figura molto influente nello stato del Wyoming — rischia di perdere il suo ruolo nella leadership del partito, dato che molti rappresentanti sono scontenti del suo voto.

Il problema, ovviamente, non si limita all’ambito congressuale, ma è strettamente connesso alla base elettorale. Il giorno prima del voto alla Camera sull’impeachment, Kevin McCarthy ha indetto una riunione virtuale con i congressisti repubblicani. Durante la chiamata, McCarthy ha chiesto a tutti di non attaccare pubblicamente i colleghi di partito che avrebbero votato a favore dell’impeachment, perché temeva per la loro incolumità. Il giorno del voto, il democratico Jason Crow ha detto che un paio di colleghi repubblicani avevano parlato con lui e si erano messi a piangere dicendo che avrebbero voluto votare a favore dell’impeachment, ma avevano ricevuto minacce di morte e temevano per la loro famiglia. Anche il repubblicano Peter Meijer — eletto per la prima volta a novembre, e uno dei 10 che hanno votato a favore dell’impeachment — ha confermato che molti colleghi di partito avevano votato contro l’impeachment per paura, e ha detto che le misure di sicurezza per proteggere la sua famiglia erano aumentate in seguito al suo voto.

Le minacce in politica non sono una novità; tuttavia, il fatto che ci sia stata un’insurrezione e che dei congressisti non abbiano votato secondo coscienza perché troppo spaventati è sicuramente allarmante. Tuttavia, il Partito Repubblicano non mostra grandi segnali di cambiamento, ad eccezione di pochi singoli. Questi singoli, per di più, non si sa cosa possano ottenere politicamente. Liz Cheney è una figura predominante in Wyoming, ma le sue idee hanno ancora una base elettorale alla quale rivolgersi? Adam Kinzinger, l’unico rappresentante repubblicano ad aver costantemente attaccato Trump negli ultimi mesi, ha lanciato l’hashtag #RestoreOurGOP; tuttavia, a quale elettorato fa riferimento? Il rischio, infatti, è che buona parte della base repubblicana si sia assestata su posizioni incompatibili con quelle dell’establishment del partito. A riprova del fatto che abbandonare il trumpismo non sembra essere in cima alle priorità del partito, recentemente Nikki Haley — spesso considerata come una delle candidate moderate per il 2024 — ha rilasciato un’intervista in cui ha detto che, secondo lei, non c’è nessuna base per un impeachment. Subito dopo l’insurrezione, le sue parole nei confronti di Trump erano state molto più dure. Una possibile spiegazione è dunque questa: diverse figure all’interno del partito, subito dopo l’insurrezione, volevano voltare pagina, ma hanno visto che la base non era d’accordo. Per questo motivo, in questi giorni si stanno riposizionando e stanno fornendo dichiarazioni più interlocutorie, le quali non difendono pubblicamente Trump, ma non lo attaccano neanche.

Il caso studio perfetto: Arizona GOP

L’Arizona è uno Stato tradizionalmente repubblicano; tuttavia, a novembre ha vinto Biden, e Martha McSally è stata sconfitta da Mark Kelly. Ci sono dunque due senatori democratici dell’Arizona (seppur molto moderati) per la prima volta dal 1953. Il trend, dunque, sembra favorire i democratici, e il comportamento del Partito Repubblicano dell’Arizona li sta sicuramente aiutando. Nel periodo successivo alle elezioni, hanno pubblicato un tweet — riprendendo una figura controversa e coinvolta nell’assalto al Campidoglio come Ali Alexander — in cui chiedevano ai follower se fossero disposti a morire per la lotta di Trump contro i presunti brogli elettorali. Nelle settimane successive, hanno poi deciso di troncare definitivamente ogni rapporto con il Partito Repubblicano del passato. In questi giorni, infatti, sono state approvate mozioni di censura nei confronti di Jeff Flake (ex senatore), Doug Doucey (attuale governatore dello Stato), Cindy e Meghan McCain (moglie e figlia di John McCain). Per loro, e per altre sezioni statali del partito (tra cui quello texano), il Partito Repubblicano è ora il Partito di Donald Trump. Il 13 gennaio, l’istituto di sondaggi Morning Consult ha pubblicato un sondaggio sui candidati repubblicani per il 2024. Seppur in calo rispetto a novembre, Trump era ancora primo con il 42%; Pence era secondo con il 16%, e Donald Trump Jr. terzo con il 6%. Ovviamente, i sondaggi, a quattro anni dalle prossime elezioni, devono essere calibrati attentamente; tuttavia, questi numeri mostrano che la figura di Donald Trump potrebbe continuare a determinare il futuro del Partito Repubblicano.

(Featured Image Credits: Financial Times)

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Stefano Pasquali

Nato a Tivoli nel 1998, è appassionato di relazioni internazionali, politica economica e Stati Uniti. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Ha svolto due tirocini presso l’Ambasciata del Regno Unito e quella degli Stati Uniti. È parte del team che cura la newsletter “Jefferson – Lettere sull’America”. Tifa Roma e vorrebbe saper scrivere come Aaron Sorkin. View more articles

 

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Africa-Cina: Quando Pechino È L’Unico Giocatore

Mentre l’Occidente era impegnato a sbrogliare la matassa delle forniture vaccinali e discuteva dello stato della democrazia statunitense, la Cina si dimostrava ancora una volta in possesso di una chiara strategia geopolitica, concentrata, già dai primi giorni del 2021, sul continuare a espandere la propria influenza nel continente africano. Che UE e USA, con la loro intenzione di rinforzare il legame transatlantico, indebolito dopo la presidenza Trump, e risolvere i sempre più espliciti problemi interni, si siano involontariamente isolati in un angolo dello scacchiere internazionale?

Il Ministro degli Esteri cinese Yi Wang ha intrapreso, il 4 gennaio, l’ormai tradizionale tour africano – è dal 1991 che il primo viaggio cinese oltre confine dell’anno si svolge in Africa – visitando Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania, Botswana e Seychelles.

Stando ai comunicati ufficiali, i temi affrontati sono stati essenzialmente tre: la “vaccine diplomacy”, diventata negli ultimi mesi centrale nelle relazioni internazionali, l’organizzazione della prossima riunione del FOCAC (Forum on China-Africa Cooperation Summit), e la BRI (Belt and Road Initiative), di sicuro il progetto più ambizioso e ben riuscito della strategia di potenza cinese. 

La risposta alla pandemia

Già dal 2017, Pechino aveva proposto di implementare con reti ospedaliere le strutture della “nuova via della seta” e di sfruttarle anche in funzione di un commercio di tipo sanitario. Lo scoppio della pandemia ha sicuramente provveduto a creare le condizioni ideali affinché un progetto fino a quel momento guardato con sospetto e scetticismo dalla maggior parte dei partner cinesi potesse essere concretizzato. Le strutture della Belt and Road Initiative, divise in due direttrici principali, una terrestre che percorre l’Asia centrale per poi arrivare in Europa e una marittima che tocca molteplici porti dell’Oceano Indiano fino ad arrivare a Venezia attraversando il canale di Suez, sono così state utilizzate, tra l’altro, per fornire beni essenziali di cui molti Paesi — inclusa l’Italia — si sono trovati a corto nelle prime settimane della pandemia, mascherine in primis

Nell’ambito delle relazioni sino-africane, Pechino si è già dimostrato un partner amico nel corso della pandemia, provvedendo, attraverso canali pubblici e di compagnie private, alle forniture di materiale sanitario nel continente africano, rinforzando così i già forti legami Cina-Africa, che risalgono addirittura al periodo della decolonizzazione.

In Africa, la “diplomazia dei vaccini” di Pechino si era messa in moto già lo scorso giugno, quando alcune dosi del vaccino cinese Sinopharm avevano cominciato ad essere distribuite sul continente africano come parte dei test clinici di efficacia. Nel corso degli ultimi sei mesi, inoltre, la Cina ha predisposto una struttura di distribuzione avanzata, sfruttando il recente accordo tra il gigante cinese dell’e-commerce “Alibaba” ed Ethiopian Airlines, volto proprio alla creazione di una vera e propria catena del freddo tra l’aeroporto di Shenzen, attrezzato con freezer specifici per la conservazione dei vaccini, ed Addis Abeba, che fungerà da centro di distribuzione. In più, sia Il Cairo che Rabat diventeranno centri di produzione del vaccino Sinopharm. 

Nel corso del tour africano, tuttavia, il Ministro degli Esteri cinese non ha specificato come e quando si svolgerà la distribuzione vaccinale nel continente. Infatti, salvo casi isolati – Marocco, Egitto e Seychelles, che hanno ottenuto dosi di Sinopharm e hanno iniziato la campagna vaccinale – molti Paesi stanno ancora negoziando accordi bilaterali per le forniture, accordi che stanno coinvolgendo per lo più Cina, Russia e India.

Il Forum on China-Africa Cooperation Summit

Stabilito nel 2000 e organizzato a cadenza triennale, il FOCAC, a cui partecipano Cina, Commissione dell’Unione Africana e 54 Stati del continente – unico a mancare l’Eswatini – dovrebbe tenersi quest’anno a Dakar, in Senegal. Tuttavia, l’aumento dei contagi nel Paese potrebbe spostare l’evento online. La portavoce del Ministero degli Esteri cinese Chunyang Hua ha dichiarato che le attività si concentreranno su tre aree prioritarie: “vaccine cooperation, economic recovery, and transformative development”. 

Sebbene in molti, tra cui l’ex. Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo, abbiano spesso criticato il Forum, attaccando l’approccio cinese, considerato di matrice neo-coloniale, la realtà è che ciò che la Cina offre sono montagne di aiuti finanziari e investimenti, che contribuiscono non solo allo sviluppo energetico, infrastrutturale e sociale del continente, ma anche alla creazione di posti di lavoro e di ricchezza. Ciò che Pechino chiede in cambio, fondamentalmente, sono le forniture di risorse naturali, come il petrolio e il cobalto — da sottolineare, tuttavia, come le importazioni cinesi dall’Africa ammontino a percentuali veramente irrisorie rispetto ad altre parti del globo — e un sostegno in ambito internazionale. È una situazione win-win, e, soprattutto, un qualcosa che l’Occidente non sta offrendo. 

La BRI e le infrastrutture

Il mastodontico progetto della Belt and Road Initiative, annunciato dal Presidente cinese Xi Jinping nel 2013, è stato un vero e proprio game-changer per il continente africano. Ad oggi, quasi l’intera totalità del continente partecipa all’iniziativa, e la visita di Yi Wang ha portato alla firma di memoranda di intesa con RDC e Botswana. 

Image Credits: The Economist

Chiaramente, il focus principale di Pechino è sull’Africa orientale, che è stata infatti sede di innumerevoli progetti infrastrutturali volti a garantire non solo il buon funzionamento della rotta commerciale ma anche la presenza cinese nell’area. Esempi chiave in questo senso il porto di Doraleh a Gibuti e la ferrovia Addis Abeba-Gibuti, entrambi finanziati e/o costruiti da compagnie cinesi. L’interesse di Pechino in Africa orientale, tuttavia, non si limita esclusivamente al Corno d’Africa. In fase di realizzazione è, infatti, un progetto integrato di ferrovie che dovrebbe collegare Tanzania, Kenya, Uganda, Ruanda e Burundi, favorendo in particolare flussi commerciali tra i porti di Mombasa (Kenya) e Dar Es Salaam (Tanzania) e Kigali e Kampala, rispettive capitali di Ruanda e Uganda, le cui economie sono tra quelle che crescono più rapidamente nel continente. In quest’ottica, la visita di Yi Wang in Tanzania ha fatto guadagnare alla Cina un contratto da più di un miliardo di dollari proprio per la costruzione di un tratto di ferrovia che dovrebbe connettere Dar es Salaam all’entroterra tanzaniano, oltre ad aver forse riaperto le trattative circa il progetto portuale di Bagamoyo, che la Tanzania aveva sospeso ritenendo le condizioni per la sua costruzione inique.

In conclusione, nonostante la pandemia abbia dato un duro colpo alle economie mondiali, non risparmiando neanche gli investimenti cinesi in ambito BRI, Pechino sembra l’unica grande potenza che al momento stia sfruttando le condizioni attuali, impegnandosi politicamente e finanziariamente in progetti a lungo termine e rinsaldando la sua influenza in Africa.

C’è da chiedersi se questo modello di massicci investimenti, in cui si iniziano ad intravedere le falle specialmente dal punto di vista della sostenibilità di tali investimenti, continuerà a pagare. Sicuramente, la Cina si dimostra l’unica potenza capace di portare avanti un suo disegno geostrategico, contrapponendo alle parole dei leader occidentali i fatti e la realtà del modello cinese.

(Featured Image Credits: Lintao Zhang / Reuters)

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Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole è la nuova rubrica settimanale di The Political Corner. Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che, ogni venerdì, presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera. Buona lettura!

Nord AmericaEuropaSud America — AfricaMedio OrienteAsia-Pacifico

15 gennaio – 22 gennaio 2021


NORD AMERICA

Biden presidente: il multilateralismo ritorna alla Casa Bianca – 20 gennaio

Image Credits: AFP.

In una Washington blindata e di fronte a soli 1000 spettatori dal vivo, dopo il giuramento da presidente Joe Biden ha promesso al popolo statunitense di proteggere la nazione, la democrazia e la verità. È dunque evidente la rottura con Trump, responsabile della divulgazione di diverse fake news, nonché secondo molti vero istigatore del recente assalto a Capitol Hill, simbolo della democrazia statunitense. La spaccatura è stata poi concretizzata con i 17 ordini esecutivi firmati da Biden appena insediatosi nella Casa Bianca, volti a ristabilire il multilateralismo e la cooperazione degli USA nello scenario internazionale. Tra le misure promosse dal presidente il rientro nell’OMS e nell’Accordo di Parigi, nonché lo stop al cosiddetto Travel Ban per sei Paesi a maggioranza musulmana.

Le politiche migratorie di Biden secondo il presidente del Messico Lopez Obrador – 20 gennaio

Il presidente del Messico Andres Manuel Lopez Obrador ha espresso particolare interesse verso le future politiche migratorie del nuovo presidente Biden, già deciso a bloccare la costruzione del muro con il Messico promosso da Trump. Lopez Obrador ha infatti avanzato la possibilità del riconoscimento della doppia nazionalità per i migranti messicani, da affiancare con politiche di supporto alle aree più povere dell’America centrale e del sud del Messico.

Image Credits: REUTERS/Tomas Bravo.

EUROPA

Germania: Congresso della CDU elegge nuovo leader – 16 gennaio

Image Credits: LaPresse.

 

Armin Laschet, attuale Ministro Presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia, è il nuovo leader della CDU (Unione Cristiano-Democratica della Germania), partito della Cancelliera tedesca Angela Merkel. Candidati alla Presidenza della CDU anche Friedrich Merz, ex Presidente del gruppo parlamentare CDU-CSU nel Bundestag, e Norbert Röttgen, attuale Presidente del Comitato Affari Esteri del Bundestag. Dopo l’annuncio di Angela Merkel di non volersi candidare alla Cancelleria alle prossime elezioni, che si svolgeranno nel mese di settembre p.v., Laschet è la figura più probabile per la nomina. Tuttavia, il popolare leader della CSU, partito gemello della CDU che opera esclusivamente in Baviera, Markus Söder, potrebbe costituire una valida alternativa.

Olanda: il governo si dimette in blocco – 15 gennaio

Il governo olandese guidato da Mark Rutte si è dimesso, in seguito allo scoppio di uno scandalo legato agli assegni statali di sostegno all’infanzia. Un’inchiesta parlamentare aveva infatti rivelato come le autorità fiscali olandesi avessero accusato molte famiglie, per lo più a basso reddito e/o di origine straniera, di frode, costringendole ad indebitarsi pur di restituire i sussidi. Rutte, assieme al suo esecutivo, si è assunto la “responsabilità politica” dello scandalo, reso ancora più drammatico dopo l’ammissione da parte delle istituzioni fiscali di aver selezionato la maggior parte delle famiglie sulla base di profilazione razziale. Rutte, tuttavia, sembra essere intenzionato a ricandidarsi alle prossime elezioni, previste per il 17 marzo.

Image Credits: Remko De Waal/AFP via Getty Images.

Mosca: l’oppositore di Putin Aleksej Naval’nyj arrestato – 17 gennaio

Image Credits: Evgeny Feldman/Meduza/Handout via REUTERS.

Tornato in Russia dalla Germania dopo il tentato avvelenamento dello scorso agosto, l’oppositore russo Aleksej Naval’nyj è stato arrestato all’aeroporto di Mosca Šeremet’evo. Le basi per l’arresto consisterebbero nella presunta violazione dei termini della sospensione condizionale di pena per il reato di appropriazione indebita, reato per il quale Naval’nyj era stato ritenuto colpevole in una sentenza del 2014. Il Tribunale di Khimki (Mosca) ha stabilito che Naval’nyj dovrà rimanere in custodia cautelare fino al 15 febbraio, in attesa di una sentenza definitiva che potrebbe convertire la precedente condanna sospesa in una condanna effettiva, portando Naval’nyj a scontare due anni e otto mesi in carcere. In seguito a questo arresto, Naval’nyj ha incitato i suoi sostenitori a scendere in piazza e protestare. La comunità internazionale ha espresso il suo sdegno, chiedendo per l’immediato rilascio di Naval’nyj.  


SUD AMERICA

Guatemala: carovana di migranti honduregni respinti al confine dalla polizia – 16 gennaio

Sabato scorso, una carovana di migranti honduregni diretti verso gli Stati Uniti ha incontrato la dura resistenza delle forze di sicurezza guatemalteche. Infatti, giunti in prossimità del villaggio di Vado Hondo, più di 7000 honduregni, di cui molte famiglie con bambini, sono stati bloccati da forze militari e di polizia del Guatemala con gas lacrimogeni e a colpi di manganello, per poi essere rispediti in Honduras. Persiste, tuttavia, la speranza di molti abitanti dell’America centrale che la nuova amministrazione Biden negli Stati Uniti porti con sé politiche migratorie più inclusive. Dall’altro lato, però, la risposta di Messico e Guatemala, secondo quanto dichiarato da esponenti governativi dei due Paesi, non sembra addolcirsi.

Image Credits: AP Photo/Sandra Sebastian.

 

Nuove sanzioni USA contro aiuti al settore petrolifero venezuelano – 19 gennaio

Image Credits: formiche.net.

 

Martedì scorso, l’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni contro un gruppo di società e individui impegnati nel commercio petrolifero, che, secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, avrebbero supportato la compagnia petrolifera statale di Caracas PDVSA (Petróleos Venezuela), già oggetto di sanzioni a inizio 2019. Le attività segnalate e sanzionate avrebbero quindi aggirato le misure statunitensi e favorito l’esportazione di greggio venezuelano in Asia, “contribuendo alla corruzione che consuma il Venezuela”, come dichiarato dal Segretario del Tesoro di Trump, Steven Mnuchin.

Amazzonia al collasso: Manaus senza ossigeno – 20 gennaio

La capitale dell’Amazzonia Manaus, nel nord del Brasile, si è ritrovata ad affrontare la nuova ondata pandemica senza ossigeno nei propri ospedali e con reparti di terapia intensiva al collasso. Diversi aiuti sono giunti da San Paolo, Minas Gerais, Parana’ e Maranhao, ma anche dal Venezuela di Maduro, nonostante l’ostilità reciproca con il presidente Bolsonaro. Proprio nei confronti di quest’ultimo sta crescendo il malcontento della popolazione brasiliana per la mala gestione della crisi pandemica.

Image Credits: ANSA/EPA/RAPHAEL ALVES.

AFRICA

Uganda: contestati i risultati delle elezioni – 19 gennaio

Image Credits: REUTERS/Baz Ratner.
Image Credits: Twitter.

Lo scorso 14 gennaio, le elezioni presidenziali in Uganda hanno confermato la rielezione del Presidente uscente Yoweri Museveni, al suo sesto mandato. Secondo i dati ufficiali, Museveni si è aggiudicato la Presidenza ottenendo il 58% dei consensi. Il candidato dell’opposizione Bobi Wine, dopo aver denunciato brogli e violenze durante il giorno del voto e aver annunciato l’inizio di procedimenti giudiziari per contestare il risultato elettorale, è al momento impossibilitato a uscire dalla sua abitazione, circondata dalle forze di sicurezza ugandesi, ufficialmente lì per garantire la sua “protezione”. L’Uganda ha, inoltre, accusato gli Stati Uniti di volersi intromettere nei suoi affari interni, a seguito del tentativo da parte dell’ambasciatrice USA in Uganda Natalie Brown di fare visita a Bobi Wine nella sua abitazione.

Tunisia: proteste per situazione economica – 17 gennaio

Negli ultimi giorni, la Tunisia è stata attraversata da un’ondata di proteste, scoppiate a 10 anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini e alla cacciata di Ben Ali. Le motivazioni alla base delle manifestazioni sembrerebbero essere legate alla disastrosa situazione economica tunisina, ulteriormente compromessa dalla pandemia di Covid-19, e all’incapacità della classe politica di governare il Paese. Inoltre, in molti denunciano la mancata implementazione di riforme a sostegno del lavoro e dei servizi pubblici. Secondo fonti del Ministero dell’Interno di Tunisi, più di 600 persone sono state arrestate.  

Image Credits: REUTERS/Zoubeir Souissi.

Darfur: nuove violenze dopo ritiro truppe ONU – 19 gennaio

Image Credits: AFP.

Nelle giornate del 17 e 18 gennaio, più di 150 persone sono state uccise in Darfur, la provincia più occidentale del Sudan. Le violenze, cominciate a Geneina, capitale del Darfur occidentale, dove gli scontri hanno coinvolto la tribù Masalit e un gruppo di nomadi arabi, si sono poi spostate in Darfur meridionale, dove il conflitto ha interessato le tribù Fallata e Rizeigat. Il 19 gennaio il governo sudanese ha dispiegato delle unità militari per ristabilire l’ordine. Gli scontri seguono di due settimane la fine della missione congiunta ONU-Unione Africana UNAMID in Darfur, stabilita nel 2007 durante la guerra civile, ritenuta conclusa dopo la firma, lo scorso agosto, di un accordo tra le forze governative e il Fronte Rivoluzionario del Sudan, che include anche i gruppi ribelli del Darfur.


MEDIO ORIENTE

Attacco kamikaze a Baghdad: almeno 20 vittime – 21 gennaio

Questo giovedì l’Iraq, dove le prossime elezioni politiche sono state posticipate a ottobre 2021, ha registrato il primo attacco kamikaze dal giugno 2019 e questa volta con una nuova modalità. Ben due attentatori, infatti, si sono fatti esplodere nel centro di Baghdad, nell’area di Bab al-Sharji, a pochi passi da piazza Tayaran. Sono state accertate fino ad ora 20 vittime, ma si presume che il bilancio dei morti possa anche raddoppiare. Non è ancora giunta alcuna rivendicazione del doppio attacco kamikaze.

Image Credits: ANSA/EPA/ALI ABBAS.

 

Distensione Qatar-GCC: apertura all’Iran? – 20 gennaio

Image Credits: AFP PHOTO/ATTA KENARE.

 

In seguito alla distensione con i Paesi del GCC e l’Egitto, il Qatar si è proposto come mediatore per coinvolgere anche l’Iran nel dialogo con i Paesi del Golfo. Il ministro degli Esteri qatariota Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ha infatti dichiarato alla Bloomberg Television che il proprio governo auspica un’apertura verso Teheran, speranza che sarebbe condivisa da altri Paesi arabi. Potrebbe essere invece dissonante la posizione dell’Arabia Saudita, particolarmente ostile al regime di Teheran. Dall’altro lato, il ministro degli Esteri iraniano Zarif si è mostrato favorevole al recente patto di normalizzazione e disponibile a partecipare al dialogo con i Paesi del Golfo per creare una regione mediorientale forte e anti-egemonica, come affermato in un tweet.


ASIA-PACIFICO

Giappone-Corea del Sud: il caso delle “donne di conforto” – 18 gennaio

Il Ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi, nel corso di una sessione del Parlamento, ha condannato la recente sentenza (8 gennaio) della Seoul Central District Court sulle “donne di conforto”, donne sudcoreane obbligate a lavorare nei bordelli militari giapponesi nel corso della seconda guerra mondiale. La sentenza prevede il pagamento da parte di Tokyo di 100 milioni di won (circa €75.000) a ciascuna delle 12 donne che avevano presentato ricorso. Motegi ha sottolineato come tale sentenza sia contraria ai principi del diritto internazionale, in primo luogo quello dell’immunità degli Stati. Pare, inoltre, che sia stata presentata una risoluzione nel Parlamento di Tokyo per sanzionare Seul; tra le proposte, anche un congelamento dei beni sudcoreani in Giappone. 

Image Credits: REUTERS.

Nuove tensioni India-Pakistan per attacco nella regione del Kashmir – 18 gennaio

Image Credits: AFP.

 

Il Primo Ministro pachistano Imran Khan ha denunciato il governo “fascista” di Narendra Modi, PM indiano, affermando come Nuova Delhi avesse sferrato l’attacco aereo sulla città pakistana di Balakot (Kashmir) nel 2019 per guadagnare consensi elettorali in vista delle elezioni. L’incursione era stata motivata come attacco preventivo nei confronti di un campo di addestramento terroristico. Le nuove informazioni legate all’attacco a Balakot sono fuoriuscite durante un’indagine indiana circa la manipolazione degli ascolti televisivi, indagine alla luce della quale il conduttore televisivo Goswami avrebbe saputo in anticipo dell’attacco. 

Pechino minaccia sanzioni per comportamento USA a Taiwan e Hong Kong – 18 gennaio

La portavoce del Ministero cinese per gli Affari Esteri Chunying Hua ha dichiarato che alcuni funzionari statunitensi subiranno sanzioni per il “comportamento sgradevole” tenuto nei confronti delle autorità cinesi nel corso delle relazioni tra USA e Taiwan. Infatti, nei giorni scorsi, gli USA avevano aperto all’avvio di una più stretta collaborazione tra Washington e Taipei. Inoltre, Hua ha precisato che Pechino provvederà a sanzionare cittadini statunitensi come risposta alle sanzioni USA che avevano colpito 14 funzionari cinesi a seguito della continua repressione dell’opposizione a Hong Kong operata dalla Cina.

Image Credits: REUTERS/Florence Lo.

About the Authors


Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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WhatsApp: La Nostra Privacy È In Pericolo?

Un fulmine a ciel sereno? Sicuramente. Dal 7 gennaio, WhatsApp, applicazione leader nel mondo della messaggistica istantanea, ha provveduto ad inviare un avviso a tutti i suoi utenti per informarli di un’imminente modifica delle condizioni per il trattamento dei loro dati personali. Con scadenza inizialmente entro l’8 febbraio, poi posticipata al 15 maggio, ciascun iscritto dovrà accettare le nuove regole che, soprattutto fuori dall’Unione Europea, creeranno non pochi problemi in termini di tutela della privacy. In caso contrario, Whatsapp provvederà ad eliminare gli account degli utenti, impedendo l’utilizzo del servizio.

Le modifiche introdotte da WhatsApp fuori e all’interno dell’UE

Negli USA e in diverse parti del mondo, UE esclusa, i nuovi termini di utilizzo presentati da WhatsApp hanno causato numerosi dubbi e malumori. Infatti, l’applicazione è intenzionata a rendere obbligatoria la condivisione di dati dei suoi utenti con Facebook per obiettivi commerciali e per perfezionare la navigazione dell’utente all’interno della piattaforma. In questo modo Facebook, che ha già acquistato WhatsApp nel 2014, rafforzerà ancora di più il suo potere nel mercato dei social network, finendo per disporre di dati, come il numero di cellulare, l’elenco dei contatti o i contenuti dello “stato” dell’utente, che saranno poi utili per proporre pubblicità personalizzata. Se è vero che già da tempo questa condivisione di informazioni era effettuabile, l’entrata in vigore delle nuove condizioni la renderà obbligatoria.

Cambiamenti molto minori avverranno, invece, sul territorio dell’Unione Europea — e quindi anche in Italia —, dove, dal 2018, è in vigore il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) che, tra i vari aspetti, impone l’obbligo di trasparenza e adeguatezza nel trattamento dei dati personali degli individui. In questo caso, anche se Facebook sarà ancora in grado di poter accedere all’indirizzo di posta elettronica con cui gli utenti si registrano all’interno della piattaforma, non potrà, tuttavia, usare queste informazioni per profilare gli utenti e inviare loro pubblicità targhettizzata e, soprattutto, non potrà obbligare WhatsApp a condividere i dati degli iscritti al celebre servizio di messaggistica istantanea. Nonostante ciò, WhatsApp ha inviato la notifica anche agli utenti europei per due motivi: prima di tutto, consolidare l’arrivo di “WhatsApp Business”, l’applicazione che permette a piccoli imprenditori e aziende di comunicare in maniera agevole con i propri clienti, e, secondariamente, rendere noto l’aggiornamento periodico delle condizioni di utilizzo. Leggendo il testo della nuova informativa, non emergono quindi differenze rilevanti in merito alla tutela della privacy dei cittadini europei.

Morale della favola? Se si vive nell’Unione Europea, dove, a differenza di altre parti del mondo, esiste un regolamento specifico relativo al rispetto e al trattamento dei dati personali, non ci sono particolari motivi di essere preoccupati per WhatsApp, se non lo si è stati fino ad ora. Questo, in ogni caso, non deve far dimenticare che WhatsApp condivide da anni con Facebook alcuni dati degli utenti. Tuttavia, la differenza tra UE e il resto del mondo è che, in teoria, questa condivisione non può essere portata avanti per scopi di marketing, ma solamente per ragioni di sicurezza o di carattere tecnico. Anche all’interno dell’UE, nella pratica, non sempre queste regole sono state rispettate, ma, sicuramente, la presenza del GDPR può far tirare un sospiro di sollievo ai tanti utenti che, ogni giorno, chattano, lavorano e si divertono con WhatsApp.

Negli ultimi giorni, comunicata la notizia delle modifiche al trattamento dei dati, numerosi iscritti si sono trasferiti su altre applicazioni concorrenti come Telegram o Signal, nella speranza che le loro informazioni potessero essere maggiormente preservate.

Ma è davvero così? Non proprio. L’iscrizione a social network e a servizi online di messaggistica presuppone, infatti, una sorta di compromesso, secondo il quale i dati di un individuo vengono protetti da agenti esterni a costo che ciascun iscritto sia disposto ad aggiornare la piattaforma in merito ai propri dati, interessi e gusti. In un mondo sempre più interconnesso, i social media garantiscono una comunicazione di carattere orizzontale, in cui ciascuno rinuncia a una parte della propria riservatezza per far parte di un grande circuito di partecipazione collettiva, in cui l’interazione e la condivisione sono all’ordine del giorno.

About the Author


Matteo Di Mario

Classe 1998, originario di Rieti. Dopo la maturità classica conseguita nel 2017, nel luglio 2020 si è laureato in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove attualmente sta svolgendo la specializzazione in Marketing.
Collabora con “Il Messaggero” dal 2016 e ha una grande passione per tutto ciò che ruota intorno alla comunicazione. È infatti anche addetto stampa e responsabile della comunicazione del Gruppo FAI Rieti, speaker radiofonico presso MEP Radio Organizzazione e Radioluiss e responsabile attualità, diritto ed economia del giornale universitario “Globe Trotter”. Tra gennaio e aprile 2020 ha poi svolto uno stage presso l’Ufficio Stampa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Non sa stare senza musica, ed è attratto dalla fotografia e dalle tecnologie digitali. View more articles

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Politica Estera in Pillole

Politica Estera in Pillole è la nuova rubrica settimanale di The Political Corner. Pensata per funzionare come una newsletter, la rubrica è curata da due autrici specializzate nelle relazioni internazionali che, ogni venerdì, presenteranno e analizzeranno i principali eventi di politica estera. In via straordinaria, questo primo numero può essere considerato come un doppio episodio, dato che vengono prese in considerazione le ultime due settimane. Buona lettura!

30 dicembre – 15 gennaio 2021


NORD AMERICA

Trump a rischio impeachment: il voto favorevole della Camera – 13 gennaio

Image Credits: The Indian Express.

Dopo lo storico assalto dei trumpiani a Capitol Hill, il rischio di impeachment si fa sempre più concreto per il soon-to-be ex Presidente repubblicano, l’unico nella storia ad essere sottoposto alla procedura di impeachment per ben due volte, la prima delle quali dopo la vicenda “Ucrainagate”. Il voto favorevole di 232 membri della Camera dei Rappresentanti trasferisce quindi il dibattito in Senato e costituisce anch’esso un record storico: con 10 voti favorevoli anche tra i Repubblicani, questa mozione di impeachment si registra come la più bipartisan della storia americana.

Inaugurazione presidenziale: rischio sicurezza a Washington – 11 gennaio

La cerimonia di insediamento del nuovo Presidente Biden, prevista per il 20 gennaio, desta preoccupazione, specialmente alla luce dei recenti episodi di violenza avvenuti a Capitol Hill. Per questo motivo, il Congresso è tuttora costantemente presidiato dalla Guardia Nazionale. Intanto, fa discutere la recente decisione del Segretario per la sicurezza interna Chad Wolfe, che ha presentato le proprie dimissioni a causa di recenti sentenze che metterebbero in discussione la sua idoneità al ruolo.

Image Credits: ANSA/EPA

L’Iran nuova base di Al Qaeda secondo Mike Pompeo – 12 gennaio

Image Credits: The New York Times.

Il Segretario di Stato dell’amministrazione Trump, Mike Pompeo, ha recentemente dichiarato che la Repubblica Islamica dell’Iran costituirebbe una base strategica per Al Qaeda, segretamente supportata dal governo di Teheran. Le affermazioni di Pompeo sono state successivamente smentite da altri funzionari statunitensi per la mancanza di prove dell’intelligence, nonché classificate come “bugie guerrafondaie” in un tweet del Ministro degli Esteri iraniano Zarif.


EUROPA

UE-Cina: l’accordo sugli investimenti procede – 30 dicembre

L’Unione Europea e la Cina hanno concluso un accordo “di principio” sugli investimenti (CAI), che dovrebbe favorire l’ingresso delle imprese europee nel mercato cinese. L’accordo riequilibrerebbe le possibilità di investimento, precedentemente difficoltose per le imprese UE, che faticavano ad accedere al mercato di Pechino. Il testo dell’accordo, per il quale le negoziazioni sono iniziate sette anni fa, dovrà essere finalizzato prima di passare per le procedure di firma e ratifica. Tuttavia, numerose sono le obiezioni alla conclusione dell’intesa, manifestate, tra l’altro, dal Parlamento Europeo. In due risoluzioni, infatti, ha condannato le condizioni di lavoro forzato a cui il governo cinese sottopone le minoranze, sottolineando come il CAI debba includere il pieno rispetto dei diritti umani e la sottoscrizione obbligatoria da parte della Cina di convenzioni internazionali contro il lavoro forzato e sui diritti umani. 

Image credits: EPA-EFE/JOHANNA GERON.

 

Italia: faglia nella maggioranza, Italia Viva apre la crisi di governo – 13 gennaio

Image credits: EPA/ETTORE FERRARI/POOL.

Nuova crisi di governo in Italia, innescata dalla decisione di Matteo Renzi, leader di Italia Viva, di far dimettere gli esponenti del suo partito dalla compagine di governo. Italia Viva è uscita dall’esecutivo, facendo mancare voti fondamentali alla maggioranza in Senato. I pretesti per aprire la crisi sono state le divergenze circa il testo del Recovery Fund e l’utilizzo del MES. Mentre le opposizioni chiedono nuove elezioni, gli esponenti dei restanti partiti di maggioranza dichiarano il loro sostegno al Presidente del Consiglio Conte, facendo intendere di voler trovare in Parlamento una soluzione alla crisi. 

Bosnia-Erzegovina: condizioni ancora precarie per i migranti – 8 gennaio

Le autorità bosniache stanno provvedendo a sistemare i migranti in “tende riscaldate” temporanee nel campo di Lipa, distrutto da un incendio lo scorso 23 dicembre. Sarajevo aveva tentato in precedenza di spostare i migranti in un vecchio campo militare a Bradina, sud della Bosnia, accendendo le proteste della popolazione locale e costringendo la sospensione del trasferimento. L’UE ha destinato ulteriori 3,5 milioni di euro per l’emergenza, che si sommano agli 88 milioni già stanziati da Bruxelles per assistere la Bosnia nella “gestione” dei flussi migratori. Joseph Borrell ha inoltre sottolineato che Sarajevo, potenziale candidato alla membership UE, dovrà prendere misure urgenti per affrontare la grave situazione umanitaria, pena “severe conseguenze”. La Bosnia è tappa obbligata per i migranti che intraprendono la “rotta balcanica” tentando di raggiungere l’Unione Europea.

Image credits: EPA-EFE/FEHIM DEMIR.

SUD AMERICA

Cuba sponsor del terrorismo secondo gli USA – 11 gennaio

Image Credits: Jacquelyn Martin / POOL / AFP.

Il Segretario di Stato di Trump, Mike Pompeo, ha classificato Cuba tra gli sponsor del terrorismo internazionale per aver offerto ospitalità a fuggitivi degli Stati Uniti e leader criminali colombiani e supporto nel settore della sicurezza al Presidente venezuelano Maduro.

Venezuela: Guaidó non più capo dello Stato per l’UE, mentre Maduro torna in Parlamento – 13 gennaio

L’Unione Europea ha comunicato l’impossibilità di continuare a riconoscere Juan Guaidó come capo legittimo del Venezuela. Questa decisione ha fatto seguito alla perdita del controllo dell’Assemblea Nazionale da parte del leader dell’opposizione e il ritorno di Maduro in Parlamento dopo cinque anni, supportato dalla coalizione socialista di maggioranza. Guaidó continua a essere riconosciuto, invece, come capo dello Stato legittimo da USA e Regno Unito.

Image Credits: EPA/Miraflores Press.

L’ex Presidente del Perù Fujimori processato per sterilizzazioni forzate – 11 gennaio

Image Credits: ANSA/EPA/ERNESTO ARIAS.

È stato avviato il processo dell’ex Presidente peruviano Alberto Fujimori per la campagna di sterilizzazioni forzate condotta alla fine degli anni ’90, che ha coinvolto migliaia di donne indigene. Durante il processo, temporaneamente sospeso per l’assenza di traduzione delle dichiarazioni dei testimoni, verranno analizzati i capi di accusa presentati contro Fujimori, tra cui quello di “crimini contro l’umanità”.



AFRICA

Lanciata l’area di libero scambio più grande del mondo – 1 gennaio

Il 1° gennaio 2021 è stata lanciata l’area continentale africana di libero scambio (AfCFTA), dopo 6 mesi di ritardo causa Covid-19. Ad aver firmato l’accordo, sul tavolo già dal 2018, 54 dei 55 Paesi dell’Unione Africana – unica a mancare l’Eritrea –, 34 dei quali hanno anche ratificato l’intesa. Nonostante l’iniziale opposizione delle Nigeria, la maggiore economia del continente, che temeva un peggioramento della sua situazione economica dopo l’apertura al mercato libero, il progetto ha in seguito ottenuto il via libera dall’intero continente. L’AfCFTA, che ha il potenziale di aumentare il commercio intra-africano di oltre il 50%, secondo le previsioni della Banca Mondiale, potrebbe, entro il 2035, sollevare milioni di persone dalla povertà. I prossimi passi nell’implementazione dell’accordo consistono nell’eliminazione di tutte le tariffe doganali tra gli Stati africani e nella creazione di infrastrutture adeguate a facilitare il libero commercio. 

Image credits: African Union.

Diga del Rinascimento: ancora tensioni – 12 gennaio

Image credits: The Economist.

Raggiunto un nuovo impasse nel negoziato trilaterale Etiopia-Sudan-Egitto riguardo la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), a seguito della dichiarazione etiope di voler riempiere la cisterna della diga per il secondo anno consecutivo. Sudan e, soprattutto, Egitto, che riceve più del 90% di acqua potabile dal Nilo, vorrebbero concordare un piano d’azione comune nel caso di episodi di siccità, durante i quali l’Etiopia dovrebbe garantire un maggiore afflusso di acqua a valle. Inoltre, il Sudan ha sollevato la questione della Diga di Roseires, in territorio sudanese, che si trova a circa 100 km a valle della Diga del Rinascimento, il cui funzionamento potrebbe essere compromesso dal progetto etiope. 

Elezioni in Uganda: violenze e blocco di Internet – 12 gennaio

Dopo una campagna elettorale marcata dai numerosi arresti ai danni del candidato dell’opposizione Bobi Wine e da violenti scontri tra forze di polizia e popolazione civile, l’Uganda va alle urne. A contendersi il mandato presidenziale Yoweri Museveni, che corre per il sesto mandato dopo 34 anni al potere, e l’outsider Bobi Wine, che da mesi denuncia l’operato di Museveni e le sue tendenze autoritarie. In vista delle elezioni, e in seguito alla chiusura da parte di Facebook di numerosi account di funzionari governativi sostenitori di Museveni, le autorità ugandesi hanno ordinato ai fornitori di servizi Internet di bloccare i social media e le app di messaggistica.  

Image credits: EPA-EFE/STR.

MEDIO ORIENTE

Distensione Qatar-GCC ed Egitto – 4 gennaio

Image Credits: Government Communication Office, Qatar.

Il patto solidarity and stabilityarriva a tre anni dall’embargo imposto dai Paesi arabi del GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo) e dall’Egitto al Qatar, accusato di supportare gruppi terroristici e di un eccessivo avvicinamento all’Iran. Tale accordo sancisce la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i Paesi e la ripresa di comunicazioni e connessioni via mare, terra e aria.

L’Iran porta l’arricchimento dell’uranio al 20% – 4 gennaio

Come annunciato da un portavoce del governo di Teheran, l’Iran ha cominciato a produrre uranio arricchito al 20% nella centrale di Fordow, discostandosi di molto dalla soglia massima del 3,67% stabilita nell’Accordo sul nucleare del 2015. Sono seguite immediatamente le condanne dell’Unione Europea e di Israele, con quest’ultimo deciso a impedire in qualsiasi modo che l’Iran arrivi a sviluppare un programma nucleare a scopo militare.

Image Credits: ANSA/EPA.

Trump classifica gli Houthi come terroristi – 11 gennaio

Image Credits: MOHAMMED HUWAIS/AFP via Getty Images.

Quasi alla fine del proprio mandato, l’amministrazione Trump ha comunicato la propria intenzione di classificare gli Houthi, il gruppo armato anti-governativo dello Yemen, come terroristi. Tali dichiarazioni hanno destato preoccupazione non solo per il futuro dei rapporti diplomatici tra gli USA e i Paesi dell’area, ma anche per un possibile peggioramento di quella che è stata già definita come “la peggior crisi umanitaria degli ultimi trent’anni”.


ASIA PACIFICO

Pyongyang: Kim Jong Un non rinuncia al nucleare – 8 gennaio

Durante il Congresso del Partito dei Lavoratori, il leader nordcoreano Kim Jong Un ha dichiarato di voler migliorare ulteriormente le capacità nucleari del Paese, tramite la progettazione di missili balistici intercontinentali più efficaci. Ha, inoltre, sottolineato che la Corea del Nord continuerà a sviluppare il suo potenziale nucleare se gli Stati Uniti non dovessero allentare le sanzioni economiche. In merito alle relazioni inter-coreane, Kim Jong Un le ha definite “sull’orlo del disastro”, accusando Seul di aver continuato a potenziare le sue attrezzature militari e di condurre esercitazioni congiunte con gli USA. 

Image credits:  Korean Central News Agency/Korea News Service. 

 

Elezioni in Asia centrale: Kirghizistan e Kazakistan alle urne – 10 gennaio

Sadyr Japarov, nuovo Presidente del Kirghizistan.
Image credits: REUTERS/Vladimir Pirogov.
Seggio elettorale in Kazakistan durante le elezioni parlamentari del 10 gennaio.
Image credits: EPA-EFE/RADMIR HAHRUTDINOV.

Il 10 gennaio scorso, si sono svolte le elezioni presidenziali in Kirghizistan e parlamentari in Kazakistan. Nel primo caso, ad essere eletto è stato il populista Sadyr Japarov, che si è aggiudicato più dell’80% dei voti. Lo stesso giorno, inoltre, gli elettori kirghizi hanno votato anche per un referendum sulla forma di governo del Paese, accettando una riforma in chiave presidenziale. In Kazakistan, il partito al potere Nur Otan si è aggiudicato il 71% dei voti, confermando il suo status di partito dominante. In entrambi i Paesi, gli osservatori dell’OSCE hanno tuttavia denunciato una mancanza di competizione democratica. 

Tensioni Seul-Teheran: delegazione sudcoreana in Iran – 11 gennaio

Dopo il sequestro da parte delle autorità iraniane di una nave chemichiera battente bandiera sudcoreana che transitava nello stretto di Hormuz sulla base di presunte violazioni di norme anti-inquinamento, una delegazione della Corea del Sud si è recata a Teheran per risolvere la questione. Lì, il ministro degli esteri iraniano ha chiesto l’accesso ai 7 miliardi di dollari iraniani correntemente congelati nelle banche sudcoreane a causa delle sanzioni USA nei confronti dell’Iran. Tuttavia, Teheran ha negato qualsiasi collegamento tra il sequestro e lo scongelamento dei fondi.  

Il viceministro degli Esteri coreano Choi Jong-kun e il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Image credits: Iranian Foreign Ministry / AFP.

 

About the Authors


Valeria Pia Soricelli

Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

 

Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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QAnon: Il Confine Tra Complotto Teorico E Movimento Politico

Nasce come teoria, ma ad oggi si configura come fonte di Verità che salverà il mondo. QAnon ha basi ben più radicate rispetto ad una semplice cospirazione. Il suo diffuso consenso sociale costituisce un importante elemento che governa l’assetto socio-politico attuale, non solo oltreoceano, ma anche in Europa.

QAnon può essere definita come teoria della cospirazione – il complotto dei complotti – finalizzata a salvare l’umanità dal cosiddetto Deep State. Questo, secondo i seguaci di “Q”, si presenterebbe come uno Stato alternativo e nascosto, che controllerebbe tutti i governi del mondo. Il Deep State, inoltre, secondo quanto affermato dai seguaci della teoria, farebbe da sfondo alle cosiddette “cabal“, ossia gruppi di individui – per lo più democratici, ma anche repubblicani ostili a Trump – che stanno a capo delle più importanti reti internazionali di pedofilia. Farebbero parte di tali sette non solo figure istituzionali come Hillary Clinton e Barack Obama, ma addirittura personaggi appartenenti al mondo dello spettacolo, come Tom Hanks, Beyoncé e Oprah Winfrey.

Costituirebbero, poi, prassi comune alle riunioni delle sette le più svariate attività, senza porre limiti alle fantasia, quali il cannibalismo e il vampirismo, anche nei confronti dei bambini, il cui sangue sarebbe ritenuto al pari di un elisir di giovinezza.

Ciò che ha contribuito allo sviluppo della teoria QAnon, e ancor prima alla sua stessa nascita, è stato il fantomatico utente Q., il quale ha legittimato le sue affermazioni in merito al Deep State presentandosi come soggetto molto vicino all’amministrazione Trump, e quindi in possesso delle informazioni più riservate. Q. si confronta con i suoi seguaci attraverso delle piattaforme – 8chan, 4chan ed ora 8kun – su cui il controllo dei contenuti pubblicati è pressoché nullo. Q. parla e scrive attraverso l’utilizzo di termini e codici che, una volta interpretati dagli utenti, costituirebbero la Verità, capace di scardinare l’attuale ordine mondiale e salvare l’America dalle cabale di pedofili.

In questa storia chi ricopre un ruolo di primo piano, concretizzandosi come il salvatore e capo delle milizie di Q., è Donald Trump. Infatti, QAnon nasce proprio nel contesto delle presidenziali del 2016, e trova terreno fertile soprattutto nel fenomeno del “Pizzagate”.

Il “Pizzagate

Con il termine “Pizzagate” si fa riferimento alla teoria del complotto nata in seguito alla pubblicazione da parte di Wikileaks di alcune mail scritte da John Podesta – responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton del 2016 – a James Alefantis, proprietario della pizzeria “Comet” a Washington.

Secondo le interpretazioni dei complottisti, alcuni termini contenuti nelle e-mail indicherebbero le pratiche che si sarebbero svolte nel seminterrato della pizzeria. Ad esempio, il semplice acronimo di “cheese pizza“, “CP”, è stato inteso come “child pornography“. Di lì a poco la pizzeria “Comet” si sarebbe trasformata per i militanti di Q. nel luogo dello svolgimento di riti satanici e di sfruttamento dei bambini. Le teorie sul “Pizzagate”, fino a quel momento marginali, si sono dunque diffuse a macchia d’olio, culminando addirittura in una sparatoria presso la stessa pizzeria “Comet”, prima della quale l’assalitore, Edgar Maddison Welch, ha affermato in un video di «voler proteggere i bambini».

Da quel momento in poi, le notizie diffuse, i contenuti pubblicati sui siti di 4chan, le dichiarazioni di Q. e, soprattutto, le più svariate interpretazioni date dagli utenti hanno aiutato la creazione di QAnon così come lo conosciamo oggi: il più grande movimento complottista globale e digitale dei nostri tempi.

In questo quadro, Donald Trump, ritenuto colui che porterà a compimento le rivelazioni di Q., non rimane indifferente al tema, e non è assolutamente da sottovalutare il fatto che ai comizi dell’ormai ex Presidente USA figurassero numerosi seguaci della teoria. Infatti, non era difficile scovare persone munite di magliette, cartelli o bandiere con su scritto «Q» o il motto del movimento: Where We Go One, We Go All – traducibile come “dove va uno, vanno tutti”.

Più volte lo stesso Donald Trump è stato interrogato circa una potenziale conoscenza del mondo di QAnon. Senza mai negare l’esistenza della missione contro il Deep State, l’ex Presidente ha più volte scelto semplicemente di ringraziare i suoi seguaci con frasi come «They like me very much» o «They love our Country».

Chi è Q?

Se «Anon» è indubbiamente l’abbreviazione di “anonimo”, per quanto riguarda la lettera “Q”, le teorie sono molteplici. Per alcuni starebbe ad indicare «Q-Clearence», una categoria di funzionari che ha accesso alle informazioni top secret del Dipartimento USA dell’Energia. Per altri, invece, “Q”, in quanto diciassettesima lettera dell’alfabeto, indicherebbe il numero 17, ed ogni riferimento a tale numero implicherebbe un codice da decifrare.

Ma la teoria che oltrepassa, più di tutte, i confini della razionalità è quella secondo cui “Q.” sarebbe John Kennedy Junior, il figlio dell’ex Presidente Kennedy. Secondo quanto affermato dai seguaci, infatti, il dominio del mondo da parte del Deep State sarebbe iniziato proprio con l’assassinio di JFK. Ecco spiegato perché il figlio – detto JJ – avrebbe ora il compito di salvare l’America: un primo passo di tale missione sarebbe, secondo la teoria, aver promosso la candidatura di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti. Neppure la morte di John Kennedy Junior nel 1999 sembrerebbe fermare i complottisti, ponendosi al contrario come elemento che alimenta la loro teoria: Kennedy Junior si sarebbe salvato dall’incidente aereo e si sarebbe nascosto in Pennsylvania per tutti questi anni prendendo l’identità di Vincent Fusca, un fanatico di Trump.

L’impatto sul contesto sociale

Secondo uno studio dell’Institute for Strategic Dialogue di Londra, è stato proprio nel periodo del lockdown tra marzo e agosto che il frequente ricorso ai social network come Facebook e Twitter avrebbe accresciuto in modo esponenziale il numero delle visualizzazioni dei contenuti di QAnon. Si può quindi affermare che il fenomeno, che all’inizio del 2016 era solo marginale, ad oggi raccoglie almeno una decina di migliaia di persone. Il grande impatto che la teoria di QAnon ha avuto e sta continuando ad avere non rimane però – come succede per la maggior parte dei casi – sui siti o nelle mura di una stanza, ma porta al compimento di atti e azioni violente. Ne è un esempio l’arresto per terrorismo di Matthew Philip Wright che, nel giugno del 2018, affermando di essere in missione per QAnon, ha bloccato il traffico sulla diga di Hoover per oltre un’ora e mezza con un furgone blindato contenente un fucile AR-15. O, ancora, l’arresto per detenzione non autorizzata di armi di Jessica Prim a seguito di un video in cui dichiarava di voler eliminare il candidato democratico Joe Biden.

Non bisogna neppure dimenticare che l’assalto avvenuto a Capitol Hill lo scorso 5 gennaio sembra avere non pochi collegamenti con QAnon. Jake Angeli, più volte ripreso durante l’assalto vestito da “bufalo” (con tanto di corna) è, infatti, uno sciamano di QAnon molto rinomato all’interno del fenomeno. È stato, tra l’altro, uno dei più presenti ai comizi dello stesso Trump.

Tuttavia, QAnon non ha trovato terreno fertile solo in America. Oggi, infatti, sembra essersi radicato in maniera solida anche in Europa. In Italia troviamo, soprattutto su Facebook, gruppi pro-Trump che non esitano a fare riferimento all’esistenza di una rete di pedofili e satanisti, gruppi all’interno dei quali si sostiene, tra l’altro, che lo stesso Presidente del Consiglio Conte sarebbe affiliato alle cabale.

È ormai indubbio che QAnon non è un semplice gioco. Il pericolo che questa teoria sfoci in un vero e proprio attacco allo Stato cresce sempre di più, specialmente in ragione dell’inerzia statunitense a riguardo. In dei contesti politico-sociali come quelli americani ed europei, in cui domina l’incertezza, è sempre più facile per le persone costruire idee e teorie in cui trovare risposte. QAnon, tuttavia, non è più solo una mera teoria dispensatrice di risposte. Più passano i giorni, infatti, più sembra difficile azzerare, o almeno limitare, gli effetti che questa produce sul contesto sociale.

(Featured Image Credits: Open)

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Enrica Cucunato

Nata nel 1999 a Cosenza, appassionata di cronaca giudiziaria, giornalismo d’inchiesta e politica estera. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Alma Mater Studiorum a Bologna. Durante la sua formazione universitaria ha avuto l’opportunità di seguire corsi presso la Gazzetta di Bologna. Nel 2015 ha viaggiato negli Stati Uniti, dove ha potuto approfondire, presso la New York University, quelle che sono due delle sue passioni più grandi: la danza e l’inglese. Appassionata di libri riguardanti lo studio delle criminalità organizzate e le più grandi inchieste giudiziarie, i suoi interessi riguardano anche la lettera e il cinema. View more articles

 

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