Il Futuro Del Partito Repubblicano

Il 6 gennaio 2021 è un giorno che, per la politica americana, rappresenterà uno spartiacque significativo. L’assalto al Campidoglio – che, come mostrato da indagini e ricostruzioni, avrebbe potuto avere conseguenze ancora più drammatiche – è infatti non solo la culminazione del trumpismo, ma anche un punto di non ritorno per il Partito Repubblicano (e, di riflesso, anche per il Partito Democratico). Donald Trump, che nelle prossime settimane sarà sottoposto al procedimento di impeachment davanti al Senato, ha giocato un ruolo preminente nell’incitare l’assalto, come riconosciuto anche da diversi esponenti del suo partito. Messo di fronte alle estreme conseguenze di un fenomeno che ha contribuito a formare, come reagirà il Partito Repubblicano, un partito politico dalla lunga tradizione e che può vantare Presidenti come Lincoln, Theodore Roosevelt e Eisenhower? Il trumpismo è ormai diventato il tratto dominante di una formazione politica che un tempo parlava di federalismo, responsabilità individuale e libertà?

Donald Trump non è una parentesi nella storia del Partito 

Iniziando l’analisi, bisogna subito chiarire un punto molto importante: Donald Trump non è stato un incidente di percorso, una parentesi nella storia del Partito Repubblicano. Al contrario, egli ha rappresentato il compimento di un percorso pluridecennale, iniziato principalmente con Ronald Reagan, che ha portato all’ascesa di figure e correnti che hanno poi aperto la strada al quarantacinquesimo Presidente. Al di là delle figure politiche, il cambiamento all’interno del mondo conservatore è stato anche guidato da personalità in Italia poco conosciute, ma che hanno svolto un ruolo determinante. Si pensi al conduttore radiofonico Rush Limbaugh, o a Roger Ailes, il fondatore di Fox News.

Ben prima di Trump, l’evoluzione (o involuzione) del Partito Repubblicano — e, in particolare, della sua base — era stata ben visibile in numerose occasioni. Senza voler andare troppo indietro nel tempo, si pensi al Birtherism. Con questo termine si indica il movimento, basato su delle teorie del complotto, secondo il quale Barack Obama non potesse diventare Presidente degli Stati Uniti in quanto non Natural Born Citizen. Secondo questa teoria, Obama alla nascita non era cittadino americano, bensì keniano, e, per questo motivo, non sarebbe potuto diventare Presidente. Si trattava di una teoria naturalmente infondata e chiaramente di matrice razzista, che ha però preso piede molto rapidamente, caratterizzando sia la campagna elettorale che i primi anni di mandato di Obama. Infatti, le accuse e le teorie non si fermarono nemmeno dopo il giugno 2008, quando Obama mostrò pubblicamente il suo certificato di nascita. A questo punto, è importante notare che Donald Trump ha sostenuto queste teorie per molti anni. Nel 2008, come è noto, il candidato repubblicano era John McCain. Durante un comizio, McCain difese pubblicamente Obama dalle accuse di un’elettrice repubblicana che definiva il candidato democratico come “un arabo” e “un pericolo per il nostro Paese”. Anche in questo frangente, però, emergeva la crescente tolleranza – da parte dell’establishment del partito – nei confronti delle frange più estreme del mondo conservatore. A riprova di ciò, basti pensare alla scelta di McCain per la vicepresidenza, ossia Sarah Palin. La non volontà di affrontare con chiarezza il crescente estremismo all’interno dei propri ranghi è stato reso ancora più evidente dall’ascesa del Tea Party. Nei primi anni di Presidenza Obama, infatti, le town halls — ossia gli incontri pubblici tra i congressisti e i cittadini dei loro distretti — divennero sempre più incendiarie, soprattutto a causa dell’azione di questo movimento (il Tea Party, per l’appunto) che aveva le sue radici nel populismo di destra. La rabbia del movimento ha colpito duramente i repubblicani moderati, molti dei quali sono stati affrontati (e a volte sconfitti) durante le primarie del 2010.

South Gate, California, 2010. Un cartellone pubblicitario chiede a Obama di mostrare il suo certificato di nascita

Messi di fronte a un movimento arrabbiato e che poteva segnare la loro fine politica, i membri dell’establishment repubblicano sono largamente rimasti a guardare e hanno spesso assecondato queste frange. Ad esempio, nel 2011, John Boehner (Speaker della Camera dal 2011 al 2015), rispose così a una domanda riguardante il Birtherism: It’s not my job to tell the American people what to think”. Questa posizione interlocutoria, priva del coraggio necessario per condannare chiaramente una palese menzogna, ha solamente contribuito a rendere queste frange estreme sempre più mainstream. Boehner — che Obama ha spesso descritto come una brava persona che non riusciva a controllare il suo partito — sapeva che le teorie del Birtherism erano assolutamente false ma, per convenienza politica, ha deciso di mantenere una posizione interlocutoria. Durante gli anni della Presidenza Trump, il comportamento di Boehner è stato poi emulato dalla quasi totalità del partito.

Il Partito Repubblicano e Trump 

All’inizio della campagna elettorale per le elezioni del 2016, la stragrande maggioranza dei candidati repubblicani ha duramente condannato Trump. Ted Cruz, ad esempio, lo ha definito un bugiardo patologico; Lindsay Graham, invece, lo ha descritto come un bigotto e uno xenofobo e ha aggiunto che la sua vittoria avrebbe portato il Partito Repubblicano alla rovina. Prima della sua vittoria nelle primarie, solo 13 congressisti lo avevano supportato apertamente. Tuttavia, durante la sua Presidenza, il rapporto tra Trump e il partito è stato spesso positivo per il Presidente, ad eccezione di passi falsi come la clamorosa bocciatura della riforma sanitaria (con il voto decisivo di John McCain, il più forte oppositore di Trump all’interno del partito). Questo è avvenuto sostanzialmente per due motivi.

Il primo motivo è che, ancora una volta, esponenti dell’establishment hanno pensato di poter sfruttare queste frange estreme per perseguire la propria agenda. L’esempio classico è Mitch McConnell, capogruppo repubblicano al Senato. McConnell, nel corso della sua carriera, ha dato prova di essere un politico machiavellico, sempre pronto a usare il Senato e il suo potere per perseguire un obiettivo principale: la nomina di giudici conservatori nelle Corti. McConnell non è certo un trumpiano, anzi, giornalisti e analisti hanno sempre detto che Trump non gli piace affatto. Semplicemente, McConnell ha visto Trump come un mezzo per perseguire il suo fine. Fino a un certo punto, la scommessa ha pagato: ci sono tre nuovi giudici alla Corte Suprema, e centinaia di nuovi giudici a livello federale. Inoltre, è stata approvata una riforma che ha abbassato le tasse — favorendo molto i ceti abbienti e le multinazionali —, un altro grande pallino dei repubblicani. Al tempo stesso, l’assalto al Campidoglio e la doppia sconfitta in Georgia — che ha tolto ai repubblicani il controllo del Senato — hanno mostrato chiaramente le conseguenze che ci si deve aspettare quando si stipulano alleanze di un certo tipo. Ora che non gli è più utile, McConnell ha apertamente abbandonato Trump, condannando duramente le sue azioni. Riuscirà, però, a mantenere il controllo del suo partito?

I tre giudici della Corte Suprema nominati durante la Presidenza Trump. Da sinistra a destra: Amy Coney Barrett, Brett Kavanaugh, Neil Gorsuch

La domanda precedente si ricollega al secondo motivo del rapporto positivo tra Trump e molti repubblicani al Congresso: una percentuale sempre maggiore è veramente trumpiana. Ciò è accaduto soprattutto alla Camera, con rappresentanti come Jim Jordan, Matt Gaetz, Devin Nunes o Louie Gohmert. Ora, in seguito alle elezioni del 2020, la situazione si è evoluta ancora di più. In quest’occasione, infatti, sono stati elette due rappresentanti che credono in Qanon, ossia Lauren Boebert e Marjorie T. Green. In seguito all’assalto al Campidoglio, 139 rappresentanti repubblicani (su 211) e 8 senatori (su 51) hanno votato contro la certificazione dei risultati elettorali. Un’ulteriore dimostrazione è stata fornita durante il voto sull’impeachment alla Camera.

Il secondo impeachment

Dopo l’assalto al Campidoglio, molte multinazionali hanno deciso di interrompere le donazioni ai politici che hanno votato contro la certificazione delle elezioni. Tra di loro figurano anche il leader repubblicano alla Camera, Kevin McCarthy, e il suo numero due, Steve Scalise. Messi di fronte alle estreme conseguenze di un fenomeno avallato per troppo tempo, alcuni analisti avevano previsto una certa presa di distanze dal trumpismo. Ciò è avvenuto in misura inferiore rispetto alle attese. Durante il dibattito sull’impeachment, McCarthy e altri repubblicani hanno condannato Trump per il suo ruolo nell’insurrezione, ma si sono detti contrari all’impeachment. Alla fine, solo 10 repubblicani (tra cui Liz Cheney, numero 3 dei Repubblicani alla Camera) hanno votato a favore; alla vigilia, i democratici avevano parlato di un numero che andava tra i 25 e i 30. Per di più, Liz Cheney — figlia dell’ex Vicepresidente Dick Cheney e figura molto influente nello stato del Wyoming — rischia di perdere il suo ruolo nella leadership del partito, dato che molti rappresentanti sono scontenti del suo voto.

Il problema, ovviamente, non si limita all’ambito congressuale, ma è strettamente connesso alla base elettorale. Il giorno prima del voto alla Camera sull’impeachment, Kevin McCarthy ha indetto una riunione virtuale con i congressisti repubblicani. Durante la chiamata, McCarthy ha chiesto a tutti di non attaccare pubblicamente i colleghi di partito che avrebbero votato a favore dell’impeachment, perché temeva per la loro incolumità. Il giorno del voto, il democratico Jason Crow ha detto che un paio di colleghi repubblicani avevano parlato con lui e si erano messi a piangere dicendo che avrebbero voluto votare a favore dell’impeachment, ma avevano ricevuto minacce di morte e temevano per la loro famiglia. Anche il repubblicano Peter Meijer — eletto per la prima volta a novembre, e uno dei 10 che hanno votato a favore dell’impeachment — ha confermato che molti colleghi di partito avevano votato contro l’impeachment per paura, e ha detto che le misure di sicurezza per proteggere la sua famiglia erano aumentate in seguito al suo voto.

Le minacce in politica non sono una novità; tuttavia, il fatto che ci sia stata un’insurrezione e che dei congressisti non abbiano votato secondo coscienza perché troppo spaventati è sicuramente allarmante. Tuttavia, il Partito Repubblicano non mostra grandi segnali di cambiamento, ad eccezione di pochi singoli. Questi singoli, per di più, non si sa cosa possano ottenere politicamente. Liz Cheney è una figura predominante in Wyoming, ma le sue idee hanno ancora una base elettorale alla quale rivolgersi? Adam Kinzinger, l’unico rappresentante repubblicano ad aver costantemente attaccato Trump negli ultimi mesi, ha lanciato l’hashtag #RestoreOurGOP; tuttavia, a quale elettorato fa riferimento? Il rischio, infatti, è che buona parte della base repubblicana si sia assestata su posizioni incompatibili con quelle dell’establishment del partito. A riprova del fatto che abbandonare il trumpismo non sembra essere in cima alle priorità del partito, recentemente Nikki Haley — spesso considerata come una delle candidate moderate per il 2024 — ha rilasciato un’intervista in cui ha detto che, secondo lei, non c’è nessuna base per un impeachment. Subito dopo l’insurrezione, le sue parole nei confronti di Trump erano state molto più dure. Una possibile spiegazione è dunque questa: diverse figure all’interno del partito, subito dopo l’insurrezione, volevano voltare pagina, ma hanno visto che la base non era d’accordo. Per questo motivo, in questi giorni si stanno riposizionando e stanno fornendo dichiarazioni più interlocutorie, le quali non difendono pubblicamente Trump, ma non lo attaccano neanche.

Il caso studio perfetto: Arizona GOP

L’Arizona è uno Stato tradizionalmente repubblicano; tuttavia, a novembre ha vinto Biden, e Martha McSally è stata sconfitta da Mark Kelly. Ci sono dunque due senatori democratici dell’Arizona (seppur molto moderati) per la prima volta dal 1953. Il trend, dunque, sembra favorire i democratici, e il comportamento del Partito Repubblicano dell’Arizona li sta sicuramente aiutando. Nel periodo successivo alle elezioni, hanno pubblicato un tweet — riprendendo una figura controversa e coinvolta nell’assalto al Campidoglio come Ali Alexander — in cui chiedevano ai follower se fossero disposti a morire per la lotta di Trump contro i presunti brogli elettorali. Nelle settimane successive, hanno poi deciso di troncare definitivamente ogni rapporto con il Partito Repubblicano del passato. In questi giorni, infatti, sono state approvate mozioni di censura nei confronti di Jeff Flake (ex senatore), Doug Doucey (attuale governatore dello Stato), Cindy e Meghan McCain (moglie e figlia di John McCain). Per loro, e per altre sezioni statali del partito (tra cui quello texano), il Partito Repubblicano è ora il Partito di Donald Trump. Il 13 gennaio, l’istituto di sondaggi Morning Consult ha pubblicato un sondaggio sui candidati repubblicani per il 2024. Seppur in calo rispetto a novembre, Trump era ancora primo con il 42%; Pence era secondo con il 16%, e Donald Trump Jr. terzo con il 6%. Ovviamente, i sondaggi, a quattro anni dalle prossime elezioni, devono essere calibrati attentamente; tuttavia, questi numeri mostrano che la figura di Donald Trump potrebbe continuare a determinare il futuro del Partito Repubblicano.

(Featured Image Credits: Financial Times)

About the Author


Stefano Pasquali

Nato a Tivoli nel 1998, è appassionato di relazioni internazionali, politica economica e Stati Uniti. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Ha svolto due tirocini presso l’Ambasciata del Regno Unito e quella degli Stati Uniti. È parte del team che cura la newsletter “Jefferson – Lettere sull’America”. Tifa Roma e vorrebbe saper scrivere come Aaron Sorkin. View more articles

 

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