L’Autunno Caldo Della Nigeria: La Rivoluzione #ENDSARS

Dallo scorso 8 ottobre la Nigeria è attraversata da ondate di proteste. In un primo momento, le richieste dei manifestanti riguardavano lo smantellamento della SARS (Special Anti-Robbery Squad), accusata di violazione dei diritti umani e abuso di potere. Successivamente, in seguito alla chiara presa di posizione del presidente nigeriano Muhammadu Buhari, mostratosi da subito duro nei confronti delle proteste, le manifestazioni hanno assunto un carattere ancora più rivoluzionario, chiedendo un chiaro cambio di passo per la Nigeria, afflitta da povertà, disoccupazione e dallo spettro della corruzione. Sessanta anni dopo l’indipendenza della Nigeria, la popolazione, e in particolare le giovani generazioni, sembrano averne avuto abbastanza. Che questo possa essere il risveglio del “gigante africano”?

I fatti

Il 3 ottobre scorso diventa virale un video in cui alcuni membri della SARS, unità speciale della polizia nigeriana istituita nel 1992 con il compito di porre un freno alla criminalità dilagante nel Paese – in particolare per far fronte ai frequenti episodi di rapine a mano armata e sequestri di persona – sparano a un ragazzo, uccidendolo, per poi rubargli l’auto e fuggire. Nonostante le autorità nigeriane abbiano messo in dubbio la veridicità del video, questo episodio ha acceso le proteste, che hanno presto assunto un carattere nazionale. Le richieste di smantellamento dell’unità non sono una novità per lo Stato nigeriano, dove gli annunci del governo circa la soppressione della SARS si susseguono periodicamente dal 2014. Nonostante ciò, i membri della squadra speciale continuano impuniti ad abusare del loro potere. Nel corso della storia nigeriana, coloniale e non, lo stretto rapporto tra ambienti governativi e apparati militari o di polizia è sempre stato una costante. In particolare, nell’immaginario nigeriano è ancora molto presente il ricordo delle dittature militari che si sono susseguite dal 1966 al 1999, quando la divisione tra l’esecutivo e l’esercito era sicuramente molto sottile.

Numerosi rapporti di Amnesty International, l’ultimo dei quali è stato pubblicato a giugno di quest’anno, sottolineano la catena di crimini perpetrati dalla SARS, tra cui figurano estorsioni, furti, torture ed esecuzioni extragiudiziali. Lo scorso 11 ottobre, il presidente Buhari ha finalmente deciso di dissolvere la SARS, cedendo alle richieste dei manifestanti, affermando che “the disbanding of SARS is only the first step in our commitment to extensive police reforms in order to ensure that the primary duty of the police and other law enforcement agencies remains the protection of lives and livelihood of our people”. In compenso, è stato annunciata la formazione di una nuova unità speciale, la SWAT (Special Weapons and Tactics).

Le proteste, tuttavia, non si sono fermate, specialmente considerando che l’annuncio di istituzione della SWAT è sembrato l’ennesimo tentativo da parte del governo di confondere le acque, e di aver semplicemente spostato i componenti del corpo speciale in altri dipartimenti. Le proteste sono continuate, fino a che, il 20 ottobre, al casello di Lekki, nello Stato di Lagos, le forze di sicurezza nigeriane hanno aperto il fuoco nei confronti dei manifestanti, uccidendone, secondo i rapporti di Amnesty International, almeno 12. Le telecamere di sicurezza erano state precedentemente disattivate, ma numerosi video sui social media testimoniano quanto accaduto in quello che è stato denominato il “Black Tuesday”. Osai Ojigho, direttrice di Amnesty International in Nigeria, in merito alla questione scrive che «the Nigerian authorities still have many questions to answer: who ordered the use of lethal force on peaceful protesters? Why were CCTV cameras on the scene dismantled in advance? And who ordered electricity being turned off minutes before the military opened fire on protesters? The initial denials of the involvement of soldiers in the shooting was followed by the shameful denial of the loss of lives as a result of the military’s attack against the protests. Many people are still missing since the day of the incident, and credible evidence shows that the military prevented ambulances from reaching the severely injured in the aftermath». In merito, il 4 novembre scorso la Corte Penale Internazionale ha avviato un’indagine preliminare volta a stabilire se sussistano gli estremi per aprire un’investigazione formale e riconoscere i fatti di Lekki come “crimini contro l’umanità”.

Da “gigante africano” a “capitale mondiale della povertà”

Nel 1988, Majek Fashek cantava “them they loot, them they shoot, them they kill all leaders of tomorrow, this their insanity has caused a lot of disunity in our community”. Durante il dominio coloniale inglese, le divisioni etniche e religiose nigeriane erano sfruttate per massimizzare il controllo sul Paese (la famosa tecnica del “divide et impera”). Anche dopo l’indipendenza, l’affiliazione partitica testimoniava chiare differenze tra le etnie, che risultava in violenti contrasti in risposta ai timori di rimanere senza rappresentanza. Rilevante è il caso della guerra del Biafra (1967-1970), quando le conflittualità etniche portarono all’esclusione degli Igbo (attualmente il 17% della popolazione nigeriana è Igbo) dal sistema politico nigeriano, causando la secessione del sud-est del Paese, il Biafra, a maggioranza appunto Igbo.  

La peculiarità di queste proteste risiede invece nel fatto che sono state organizzate e portate avanti per lo più da giovani nigeriani, che, superando le distinzioni di etnia, lingua o religione, al grido di “soro soke” (traducibile con l’inglese speak up) stanno cercando di demolire l’organizzazione sociopolitica della Nigeria. Le differenze sembrano essere state surclassate da una ritrovata unità contro i problemi comuni della cittadinanza nigeriana. Da notare anche il ruolo della “Feminist Coalition”, una organizzazione no-profit che ha supportato dal primo giorno le proteste pacifiche contro la SARS, raccogliendo ben 147 milioni di naira (circa 330 mila euro), spesi per sostenere le manifestazioni. 

In un Paese la cui età media si aggira attorno ai 22 anni e che, secondo le previsioni, sarà nel 2050 il terzo paese al mondo per popolazione dopo India e Cina, con Lagos che diventerà una megalopoli da più di 30 milioni di persone, le manifestazioni di questi giorni potrebbero essere cruciali. Ristabilire un contesto politico stabile e porre fine alle dinamiche corruttive che affliggono il Paese, come la gioventù nigeriana sta chiedendo a gran voce da Kano a Lagos, passando per la capitale Abuja, potrebbe davvero proiettare la Nigeria tra le grandi potenze mondiali. Va infatti notato che la Nigeria è il Paese più ricco del continente africano per PIL, ed è il decimo Paese al mondo per produzione petrolifera, petrolio che per l’85% è esportato (tra l’altro, la Nigeria è il sesto partner europeo per export petroliferi). Parallelamente, le riserve nigeriane di gas naturale, che ne fanno il quinto Paese al mondo per export di LNG (liquified natural gas), sono cruciali nell’economia delle importazioni energetiche europee. 

Inoltre, va sottolineato come negli anni immediatamente successivi all’indipendenza dal Regno Unito la Nigeria avesse assunto nel continente un ruolo di leadership politica, complice l’abbondanza delle risorse naturali e il conseguente rapido sviluppo economico, contribuendo attivamente all’istituzione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (poi Unione Africana) e dell’ECOWAS (Economic Community of West African States), fino ad attivarsi concretamente per fermare i vicini conflitti in Liberia e Sierra Leone e per contrastare politicamente il regime dell’apartheid in Sud Africa. 

Da non sottovalutare, inoltre, è l’impatto culturale che la Nigeria sta avendo e potrà avere in futuro. Basti solo pensare all’industria cinematografica nigeriana (“Nollywood”), la seconda più grande al mondo dopo l’indiana Bollywood, alla scena Afrobeat nigeriana, particolarmente dinamica, con artisti come Burna Boy e WizKid, che stanno rapidamente scalando le classifiche mondiali, e al riconoscimento internazionale tributato a scrittori come l’autrice di “Americanah” Chimamanda Negozi Adichie.

Sicuramente, la situazione attuale in Nigeria, come testimonia la virulenza delle proteste, non corrisponde a quella post-indipendenza, quando l’entusiasmo e la volontà di ricostruire un Paese piegato da anni di colonizzazione avevano contribuito al boom nigeriano. Le crisi petrolifere, l’ultima delle quali nel 2016, quando il prezzo del petrolio crollò a 40$ al barile, hanno notevolmente ridotto la crescita economica nigeriana, fortemente dipendente dalle fluttuazioni del mercato mondiale del greggio, incidendo largamente su un contesto sociale già fragile. Ad oggi, secondo un report del National Bureau of Statistics nigeriano pubblicato nel 2019, il 40% della popolazione, quindi quasi 83 milioni di persone (corrispondente, per intenderci, all’intera popolazione tedesca), vive sotto la soglia di povertà. Inoltre, secondo Transparency, la Nigeria occupa la posizione 148 su 180 Stati per livello di corruzione percepito, attestando la profonda sfiducia della popolazione nelle istituzioni e nel sistema Stato in generale. Da non sottovalutare, inoltre, la sfida del terrorismo islamista di Boko Haram, militante nel Nord del Paese, a cui i governi non sono ancora riusciti a porre efficacemente un argine. 

Dopo il massacro di Lekki, le proteste sono parzialmente scemate, ma in molti hanno ipotizzato che questo sia dovuto al bisogno da parte dei manifestanti di organizzare e programmare le prossime mosse. I possibili scenari coinvolgono sicuramente la comunità internazionale, che, pur in seguito ai rapporti Amnesty certificanti chiare violazioni di diritti umani da parte degli apparati militari nigeriani, ha risposto in maniera abbastanza lieve e probabilmente non adeguata alla situazione. In modo ancora più preponderante, sarà da monitorare la portata mediatica del fenomeno, che potrebbe incidere in modo significativo sugli sviluppi delle manifestazioni e, soprattutto, sulla risposta del Presidente Buhari. Di sicuro, le proteste non si fermeranno qui, nonostante la difficile situazione, aggravata dalla pandemia di Covid-19, data la ferma volontà dei giovani nigeriani, che costituiscono la larga maggioranza del Paese, di porre fine sia alla corruzione che pervade gli ambienti delle élites politiche, economiche e industriali, che alla mancanza di opportunità per i giovani (più del 60% dei disoccupati in Nigeria è under 30). La generazione “soro soke” potrebbe dunque cambiare davvero le sorti del gigante africano, superando le differenze etniche e religiose per costruire un futuro nuovo. 

(Featured Image Credits: CNN)

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Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

Il Sistema Calcio Risponde Alla Crisi Pandemica

Il calcio è per tante persone passione, dedizione, gioia e dolore. Per qualcuno è addirittura religione. Si è fuso perfettamente con il tessuto sociale e culturale mondiale diventando attraverso i decenni e mediante i suoi protagonisti molto più che un gioco.

Così come ogni sfaccettatura del quotidiano anche il calcio ha risentito della pandemia di coronavirus sia in termini economici che organizzativi. La scorsa stagione calcistica è difatti stata mutata per tempistiche e svolgimento, portando alla sospensione anticipata della totalità dei campionati principali (in alcuni casi, come quello francese, alla chiusura, con assegnazione del vincitore in base alla classifica fino ad allora accumulata) e allo svuotamento dei templi del gioco.

Come si sono organizzate le società sportive di Serie A?

Il Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora – di concerto con il Consiglio dei Ministri ed il CTS – ha stilato dei protocolli accurati, che prendono in esame varie situazioni e mostrano le linee guida per il comportamento degli addetti ai lavori. Questi ultimi sono sottoposti ad una serie di screening periodici con l’intento di bloccare sul nascere ogni forma di contagio, sia all’interno della stessa società che durante gli incontri sul campo di gioco. Esempi noti sono quelli della Juventus, della Roma e del Napoli, i cui giocatori e membri dello staff sono stati sottoposti ad isolamento fiduciario, in strutture designate dalle società stesse, in seguito all’emergere di una o più positività all’interno del gruppo. Per la disputa delle gare invece è stata preferita una linea diversa, con le autorità competenti che valutano caso per caso ogni partita. Tuttavia, quest’ultima soluzione adottata risulterebbe in contrasto con ciò che indica la UEFA, ovvero un tetto limite di giocatori contagiati (13 per ogni società) superato il quale verrà rinviata la manifestazione.

Un’altra situazione da non sottovalutare è quella che ha luogo sugli spalti. I tifosi hanno più volte manifestato il proprio dissenso verso uno sport in cui non si riconoscono, di cui sono parte integrante fin dagli albori, ma da cui oggi si sentono esclusi. Sebbene alcune soluzioni siano state ricercate ed attuate dai governi nazionali al fine di riportare la gente negli stadi, con capienza notevolmente ridotta, ad oggi ci si trova punto e a capo.

Con il DPCM del 24 ottobre 2020 il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha vietato l’accesso anche ai 1000 fortunati che potevano godersi lo spettacolo dal vivo delle partite di Serie A e Serie B. La decisione per altro è stata confermata dal successivo decreto come misura di livello generale, non valida per le aree a rischio epidemiologico maggiore, le cosiddette zone rosse ed arancioni. In quest’ultime, infatti, si legge nel testo del decreto che «sono altresì sospesi tutti gli eventi e le competizioni organizzati dagli enti di promozione sportiva». Ad oggi, risulta invariato il prosieguo delle serie maggiori, fino alla Lega Pro, ma sono state sospese le competizioni dilettantistiche, ad eccezione della serie D, che riprenderà il normale svolgimento dal 29 novembre in poi. Misure di prevenzione severe, ma con l’obiettivo unico e più importante di salvaguardare la salute degli italiani.

Un esempio economico

Calcio ed economia vanno di pari passo da ormai molti decenni. Ogni società ha la propria business idea, la propria campagna di marketing, le proprie iniziative sociali e così come ogni azienda di altro settore ha risentito dello stop alla propria attività.

Valore di una singola azione del Juventus Football Club. Si noti l’andamento generalmente decrescente ed il minimo riscontrato il 12 marzo 2020. Fonte: BORSAITALIANA.IT
Per le società calcistiche italiane quotate sul mercato azionario, un indicatore soddisfacente per riscontrare quanto esse siano state colpite è sicuramente la quotazione in borsa di una propria azione. Un’azione può subire impennate, rapide discese o attestarsi su livelli costanti in relazione ai risultati in campo che, di conseguenza, portano a vincere i titoli o a fallire una stagione sportiva.

L’esempio della Juventus è calzante. La vittoria per 3-0 nella gara di Champions contro l’Atletico Madrid del 13 marzo 2019 ha portato il titolo bianconero ad essere sospeso per eccesso al rialzo (chiusura del 17,42% rispetto al giorno precedente) recuperando la perdita dell’11% registrata il 21 febbraio dello stesso anno, seguito della sconfitta contro gli spagnoli nella gara di andata. In un periodo in cui il problema principale non è certamente il risultato, quanto la possibilità che la gara non venga affatto disputata, si intuisce che i titoli sono entrati in una forte depressione. Il prezzo di un’azione della Juventus ad inizio anno si attestava su un valore poco variabile di 1,27 euro ma, successivamente all’8 marzo 2020 (ovvero all’ultima partita disputata prima della sospensione dello scorso campionato) il prezzo è notevolmente sceso, fino a toccare un picco negativo (0,54 euro/azione) il 12 marzo dello stesso anno.

È un dato allarmante se consideriamo anche che nei mesi successivi e fino ad oggi solo in due occasioni la curva di prezzo ha toccato valori prossimi ad 1 euro. Anche il fatturato dei bianconeri è in decremento, registrando un -8% tra 2019/20 e 2018/19 (circa 51 milioni in meno) e le previsioni di Exor (holding olandese controllata dalla famiglia Agnelli) che tra i principali investimenti include anche la società della Continassa, sono tutt’altro che rosee.

Fonte: TWITTER OFFICIAL PAGE @ChampionsLeague

Questa situazione dai tratti amari accomuna gran parte della scena mondiale. Tuttavia, ci sono delle eccezioni. Si pensi all’ultimo vincitore della Champions League: il Bayern Monaco. In questo caso i risultati sportivi hanno incrementato sia il fatturato che il valore del club tedesco, incoronandolo non solo sul campo ma anche come vero e proprio campione di bilancio. Caratteristica che assume tutto un altro sapore considerando le fase drammatica che il sistema calcio – e non solo – sta vivendo.

(Featured Image Credits: sport.sky.it @LaPresse)

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Camillo Cosenza


Nato a Cosenza nel 1999, è un grande appassionato di sport, economia e politica. Frequenta il Corso di Laurea triennale in Ingegneria Gestionale all’Università della Calabria. Ama anche la storia e la filosofia, passioni nate durante il periodo liceale. View more articles

 

 


 

Francia Nel Mirino: Dal Boicottaggio Al Terrorismo

A poche ore dall’inizio del secondo confinement, lo scorso 29 ottobre la Francia è stata scossa dall’ennesima serie di attacchi terroristici. Il primo si è verificato nella cattedrale di Notre Dame a Nizza, dove tre persone sono state barbaramente uccise a colpi di arma da taglio (aggressione poi rivendicata sui social media dal gruppo “Al-Mahdi nel sud della Tunisia”, sconosciuto prima d’ora), mentre il secondo attacco è avvenuto a Gedda, in Arabia Saudita, contro una guardia del consolato francese. Sempre in questa città saudita l’11 novembre, durante la celebrazione del Remembrance Day, si è verificata un’esplosione, che avrebbe avuto come probabile target proprio il console francese. Dubbia invece la matrice terroristica degli episodi di Avignone del 29 ottobre e di Lione del 31 ottobre.

Questi sono gli ultimi tasselli di un’altra sequenza di aggressioni di stampo jihadista cominciata già a settembre 2020 con l’attacco di fronte alla vecchia sede di Charlie Hebdo, seguito dalla spietata decapitazione del professore Samuel Paty.  

La Francia, dunque, si trova ad affrontare nuovamente la minaccia terroristica, questa volta inserita in un quadro più ampio di crescente tensione con il mondo musulmano e la Turchia di Erdoğan.

Il terrorismo in Francia: i numeri e gli episodi recenti

Secondo una fonte ISPI, dal 29 giugno 2014, data della proclamazione dello Stato Islamico, la Francia avrebbe registrato oltre 30 attacchi, con 202 arresti per terrorismo jihadista rilevati da ICSR ed Europol solo nel 2019.

Attentati in Francia registrati fino al 21 aprile 2017 (Image Credits: ANSA/CENTIMETRI)

Oggi il legame fra il primo attacco del 7 gennaio 2015 e gli episodi recenti sembra più profondo che mai, per un comune denominatore: Charlie Hebdo. Infatti, proprio in rue Nicolas Appert, di fronte alla ex sede del settimanale satirico, lo scorso 25 settembre due persone sono state ferite da un giovane armato di ascia. Poche settimane dopo, il 16 ottobre, è avvenuta la feroce decapitazione di Samuel Paty, professore di Storia e Geografia ed Educazione Civica e Morale del collège Bois d’Aulne di Conflans-Sainte-Honorine, a nord-ovest di Parigi. L’insegnante, durante una lezione sulla libertà di espressione, aveva mostrato la famosa vignetta di Charlie Hebdo pubblicata esattamente dopo l’attentato del 2015 e ritraente il Profeta Maometto.

«Non rinunceremo alle caricature» ha affermato il Presidente Macron durante i funerali del professore tenuti alla Sorbona, riconfermando quindi il suo impegno nella lotta al “separatismo islamista”. Tali dichiarazioni del presidente francese, in continuità con il suo discorso programmatico di Les Mureaux del 2 ottobre, hanno infiammato il mondo musulmano.

La tensione con il mondo musulmano: il boicottaggio economico e gli interessi di Erdoğan

La reazione del mondo musulmano alle affermazioni di Macron, percepite come un incitamento alla islamofobia e allo sconsiderato utilizzo dei simboli dell’Islam, non si è fatta attendere. Dopo tutti questi episodi, diverse società commerciali dei Paesi arabi hanno intrapreso un’azione congiunta di boicottaggio dei prodotti francesi. L’hashtag #BoycottFrenchProducts e l’equivalente in arabo di #NeverTheProphet si sono progressivamente diffusi in Paesi come Kuwait, Qatar, Giordania, Palestina. Questa iniziativa è stata accompagnata anche da proteste in Iraq, Libia e alcune città del Pakistan, durante le quali sono state date alle fiamme bandiere francesi e immagini del Presidente Macron.

In Kuwait rimossi dagli scaffali i prodotti cosmetici francesi (Image Credits: Middle East Online)

A soffiare sul fuoco è il presidente turco Erdoğan che, oltre a incoraggiare ufficialmente la campagna di boicottaggio, ha anche rilasciato dichiarazioni pesanti per non dire volutamente esasperate secondo le quali la presunta islamofobia della Francia costituirebbe una vera e propria “Shoah” dei musulmani. Inoltre, da parte di vari Paesi europei e di rappresentanti dell’Unione stessa sono giunte condanne ed espressioni di sdegno per l’evidente strumentalizzazione. Queste affermazioni del presidente turco, nonostante la successiva condanna di Ankara del “selvaggio” attacco a Nizza, non sono andate affatto nella direzione di una possibile distensione fra Francia e mondo musulmano. Pertanto, seppur in assenza di legami causali diretti, non si può escludere che questa posizione di Ankara abbia dato o possa dare indirettamente impulso a episodi di violenza nei confronti della Francia.

Per comprendere la posizione di Erdoğan, innanzitutto, è necessario ricordare il suo legame con il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), fondato sull’Islam e sul conservatorismo politico. Inoltre è sempre più chiara la volontà del presidente turco di concorrere con i Paesi del Golfo per il ruolo di Stato-guida del mondo musulmano e, in generale, della regione mediorientale. Non bisogna, infine, dimenticare che a livello geopolitico la Turchia è una diretta rivale della Francia nell’area del Mediterraneo orientale, nel Caucaso e in Libia.  

(Image Credits: Middle East Eye)

La difesa della laicité

Come nel caso di Erdoğan, anche la posizione di Macron è parzialmente legata allo scenario politico interno, ovvero alla volontà del presidente francese di rassicurare una parte di elettorato, tradizionalmente lepenista, sensibile alla questione della sicurezza e del pericolo del fondamentalismo islamico.

Tuttavia, la difesa della laicité e delle caricature satiriche non deve essere ridotta a un mero strumento politico, ma costituisce l’effettiva base del secolarismo della Repubblica francese.

Se da un lato, il settimanale Charlie Hebdo ha utilizzato molto spesso battute derisorie e poco sagaci non rientranti nella categoria di pura satira, dall’altro lato, dal 7 gennaio 2015, esso è diventato il simbolo del cosiddetto “diritto di blasfemia” e della libertà di espressione, sancita nella Costituzione francese. Altro principio garantito costituzionalmente in Francia, nonché logico risultato della laicité e della neutralità statale, è proprio quello della libertà di culto, di fronte alla quale l’accusa di Erdoğan non può che sgretolarsi.

Nonostante tali presupposti, il concetto della laicité sembrerebbe aver incontrato un “muro di incomprensione”, come descritto da Le Monde. Macron, infatti, nel tentativo di favorire una parziale distensione e rispondere a tale incomprensione, ha rilasciato un’intervista ad Al-Jazeera, nella quale ha espresso il proprio rispetto «per coloro che sono rimasti scioccati dalle caricature», ma allo stesso tempo ha rimarcato il proprio ruolo super partes di garante della libertà di espressione e rigettato qualsiasi strumentalizzazione politica o religiosa.

In conclusione, di fronte alla nuova ondata di terrorismo, che, tra l’altro, ha già superato i confini francesi e colpito la vicina Austria, è imperativo condannare questa forma di violenza e il fondamentalismo islamico di cui essa è manifestazione. Il caso della Francia, però, ci costringe a una riflessione più profonda: come proteggere e promuovere i principi di laicità e neutralità di uno Stato di diritto come quello francese di fronte al ritorno della minaccia terroristica e al dissenso del mondo religioso?

(Featured Image Credits: Corriere Di Como)

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Valeria Pia Soricelli


Nata a Benevento nel 1998, è appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare interesse verso il Medio Oriente. Ha conseguito il diploma di maturità classica e la laurea triennale in Scienze Politiche. Attualmente è studentessa del corso magistrale in International Relations presso la LUISS Guido Carli e sta svolgendo il tirocinio nella sezione Relazioni Bilaterali dell’Ambasciata Britannica di Roma. Ha inoltre partecipato al programma Erasmus+ presso l’Institut d’études politiques Sciences Po Paris. Da includere tra le sue varie passioni anche la musica rock, il canto e il cinema francese. View more articles. 

L’Antitrust Italiano Avvia Un’Istruttoria Contro Google Per Abuso Di Posizione Dominante

È di poche settimane fa la notizia secondo cui l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’istruttoria nei confronti del colosso informatico Google per abuso di posizione dominante. Secondo l’Antitrust italiano, Google avrebbe violato l’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) riguardante l’uso e la disponibilità di dati per l’elaborazione delle campagne pubblicitarie di display advertising, ossia lo spazio che editori e proprietari di siti internet rendono disponibile per la diffusione in rete di contenuti pubblicitari. Google avrebbe quindi intensificato la sua posizione dominante nella filiera digitale, finendo per usare in maniera discriminatoria la grande quantità di dati ottenuta per mezzo delle sue numerose applicazioni e impedendo ai concorrenti di poter competere senza anomale restrizioni nel mercato della pubblicità online.

Oltre al fatto che Google si sarebbe rifiutato di mettere a disposizione le chiavi di decriptazione del suo ID, esso si sarebbe anche servito di elementi traccianti che gli avrebbero permesso di realizzare servizi di intermediazione pubblicitaria capaci di effettuare una così ampia targhetizzazione di clienti che diversi concorrenti non sarebbero in grado di attuare. Pertanto, si può ipotizzare che tutto ciò sia collegato a precise strategie di marketing, che però non nascondono notevoli complessità. Grazie, infatti, a cookies o pop-up che appaiono durante la navigazione in rete, è possibile conoscere i più frequenti comportamenti d’acquisto degli utenti e così orientare le successive campagne pubblicitarie verso i contenuti di maggiore interesse. E non va poi dimenticato che, ad esempio, per mezzo del sistema operativo mobile Android, installato su tantissimi smartphone Samsung o Huawei, Google dispone di numerose possibilità di ricostruire in maniera accurata le caratteristiche delle persone a cui rivolgere il proprio advertising.

Google si è comunque difeso dall’istruttoria dell’Autorità Garante, dichiarando che «La pubblicità digitale aiuta le aziende a trovare clienti e supporta i siti web e i produttori di contenuti che le persone conoscono e apprezzano. I cambiamenti oggetto dell’indagine sono in parte misure per proteggere la privacy delle persone e rispondere ai requisiti del Gdpr. Continueremo a lavorare in modo costruttivo con le autorità italiane su questi aspetti importanti, in modo che tutti possano ottenere il massimo dall’uso di Internet».

Tuttavia, l’Antitrust è convinta che il comportamento di Google, in termini di funzionamento della concorrenza nei vari mercati del digital advertising, abbia provocato conseguenze considerevoli ai danni di consumatori e competitors. L’allarme è quindi posto sul pericolo di una mancanza di concorrenza, che potrebbe portare ad una pericolosa riduzione della qualità e del rinnovamento di tanti contenuti, prodotti e servizi, che si interfacciano con clienti di un mondo sempre più informatizzato e interconnesso.

(Featured Image Credits: Libero Tecnologia)

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Matteo Di Mario

Classe 1998, originario di Rieti. Dopo la maturità classica conseguita nel 2017, nel luglio 2020 si è laureato in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove attualmente sta svolgendo la specializzazione in Marketing.
Collabora con “Il Messaggero” dal 2016 e ha una grande passione per tutto ciò che ruota intorno alla comunicazione. È infatti anche addetto stampa e responsabile della comunicazione del Gruppo FAI Rieti, speaker radiofonico presso MEP Radio Organizzazione e Radioluiss e responsabile attualità, diritto ed economia del giornale universitario “Globe Trotter”. Tra gennaio e aprile 2020 ha poi svolto uno stage presso l’Ufficio Stampa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Non sa stare senza musica, ed è attratto dalla fotografia e dalle tecnologie digitali. View more articles

Biden Ha Vinto, Ma Il Trumpismo Non È Morto

Ci siamo. Dopo giorni di conteggi, contee, proteste, dichiarazioni incostituzionali e discussioni sugli absentee ballots, finalmente le elezioni presidenziali del 2020 hanno un vincitore: Joseph R. Biden Jr, ex senatore del Delaware ed ex Vicepresidente. Nonostante la grande incertezza che ha caratterizzato questi giorni, alla fine sembra che Biden vinca con un margine abbastanza ampio, superando quota 300 grandi elettori (per vincere ne basterebbero 270). Certo, poi ci saranno i ricorsi, eventuali riconteggi e, molto probabilmente, una transizione di potere non così fluida come si potrebbe sperare. Salvo cataclismi, e a meno che la campagna di Trump non mostri finalmente le prove della frode di cui parla, Biden è però a un passo dall’essere nominato quarantaseiesimo Presidente degli Stati Uniti.

Guardando ai numeri assoluti, si è trattata di una sfida in parte sorprendente: come previsto, Biden ha vinto abbondantemente il voto popolare, ma Trump ha ottenuto molti più voti rispetto al 2016. Ciò sorprende perché in molti ritenevano che fosse impossibile, per lui, espandere ulteriormente la propria base elettorale. Invece, ci è riuscito, mostrando di disporre di risorse politiche forse inaspettate. Non servirà a garantirgli un nuovo mandato alla Casa Bianca, ma sicuramente renderà più forte l’impronta del trumpismo nel sistema politico e sociale americano: dopo la pandemia del Covid (e tutte le critiche relative alla sua gestione) e i mesi di forti proteste, Trump ha comunque ottenuto più sostegno di quello del 2016.

Biden e i democratici speravano in una vittoria netta per archiviare definitivamente questa parentesi (che parentesi non è, a quanto pare, ma è molto più strutturale). Così non è stato, e il nuovo Presidente dovrà tenerne conto. Sia chiaro, Biden ha fatto un ottimo lavoro, ha mobilitato l’elettorato come mai prima d’ora, e ha ottenuto un numero record di voti. Inoltre, ha conquistato voti cruciali nei suburbs e nella Rust Belt; ha conquistato la Georgia grazie al lavoro pluriennale di Stacey Abrams; ha conquistato l’Arizona grazie (anche qui) al lavoro pluriennale di una generazione di Latinos (in primis il rappresentante Ruben Gallego) che ha eroso una delle roccaforti repubblicane. Tuttavia, se il suo obiettivo è unire un Paese fortemente diviso, il compito non sarà affatto facile, perché questa tornata elettorale ha mostrato un trumpismo forse più vivo di quattro anni fa. Per di più, le polemiche (alimentate da Trump e da alcuni collaboratori) relative ai presunti brogli (che non sono stati dimostrati) stanno ulteriormente inquinando il dibattito, riducendo la fiducia nel processo democratico e spaccando ulteriormente gli USA. Come se non bastasse, Biden rischia di dover fare i conti con un Senato a maggioranza (molto risicata) repubblicana e, come ben sa, Mitch McConnell non è certo un Majority Leader flessibile e tendente alla cooperazione bipartisan.

Joe Biden (destra) insieme al capogruppo repubblicano al Senato Mitch McConnell (sinistra). Foto del 2015
Fonte: The Washington Post
Come si è votato

Il voto anticipato e di persona, in gergo early voting, permette ai cittadini statunitensi di votare nelle settimane precedenti all’election day e fino a 4 giorni prima di questa data, che quest’anno è stata il 3 novembre. Il voto per corrispondenza, il cosiddetto absentee voting, permette ai cittadini di votare a distanza garantendo loro la riservatezza del voto. Questa modalità di voto non è generalmente garantita in ogni Stato alle stesse condizioni (vi sono Stati che automaticamente spediscono ai loro cittadini la propria scheda elettorale) ma l’emergenza sanitaria ha reso necessario ampliare le condizioni di accesso al voto a distanza in 33 Stati e nella capitale.

Uno dei principali problemi legati al voto postale riguarda gli errori di compilazione delle schede elettorali che possono rendere il voto invalido. Secondo lo US Elections Project, al 2 novembre più di 97 milioni (quasi 35 milioni e mezzo di persona e circa 62 milioni per posta) di americani avevano votato in anticipo, per posta o di persona. Una cifra che supera il totale dei voti anticipati espressi nelle elezioni del 2016.

Sul voto postale Trump si è espresso sin dall’inizio della campagna elettorale in termini negativi, anticipando la strategia che sta cavalcando in queste ore e minacciando di voler esercitare il diritto di chiedere il ri-conteggio dei voti in Michigan e Wisconsin, Stato dove Biden è in vantaggio solo del 0,7%. Nonostante ogni Stato utilizzi criteri differenti, nel caso del Wisconsin basterebbe un distacco di massimo un punto percentuale per chiedere un ri-conteggio. A tal proposito, la Corte Suprema ha già stabilito che le schede che arriveranno dopo il giorno delle elezioni non possono essere contate in Wisconsin, indipendentemente dal fatto che il timbro postale sia stato apposto prima della chiusura dei seggi.

L’intenzione, come confermato dai responsabili della campagna elettorale di Trump e dai suoi legali, è quella di portare il caso davanti alla Corte Suprema ma è prevedibile che l’ex presidente chiederà di ricontare i voti anche negli altri Stati in bilico, in primis la Georgia. È probabile che il partito repubblicano proverà ad adire la Corte anche per il risultato ottenuto in Pennsylvania, auspicando una possibile ribalta del risultato.

I potenziali Swing State alla vigilia del voto. Fonte: Vox

È evidente che le modalità di voto in queste elezioni presidenziali abbiano giocato un ruolo primario, non soltanto per quanto concerne le tempistiche dello scrutinio ma anche e soprattutto in relazione alla partecipazione elettorale, che ha assunto connotati decisamente differenti rispetto al 2016. Non solo la lotta alle disuguaglianze razziali ha spinto una parte dell’elettorato a votare ma anche e soprattutto la gestione della pandemia e lo stato di disagio socioeconomico in cui versano alcuni Stati americani hanno spinto molti a rivedere le proprie intenzioni di voto. 

I risultati del voto

È bene ricordare che nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, il voto elettorale non riflette sempre il voto popolare e più volte è accaduto, come nel caso della candidata democratica alle scorse elezioni Hillary Clinton, che un candidato perdesse nonostante avesse ottenuto la maggioranza dei voti popolari. In queste elezioni, Joe Biden ha superato il record storico nel voto popolare – appartenuto all’ex presidente Barack Obama – arrivando al 50,5% delle preferenze, totalizzando 73,8 milioni di voti. Quanto ai gruppi di elettori, un’analisi del New York Times ha rilevato che l’87% degli elettori afroamericani ha votato per Biden mentre il restante 12%, un numero nettamente superiore alle percentuali registrate nel 2016, ha invece votato per Trump.

Fonte: https://www.npr.org/2020/11/03/929478378/understanding-the-2020-electorate-ap-votecast-survey?t=1604595004986&t=1604745371657

Gli Stati Uniti sono cambiati molto in quattro anni di presidenza Trump e dai sondaggi elettorali realizzati dalla CNN su circa 16.000 elettori, risulta che gli elettori dai 18 ai 39 anni preferiscono il candidato democratico, mentre Trump è stato maggiormente votato dagli elettori over 65.

Se si guarda poi all’origine etnica degli elettori, Trump è risultato, confermando i risultati delle precedenti elezioni, estremamente popolare tra gli uomini bianchi, seppur in numero inferiore rispetto al 2016. Cresce anche il numero delle donne bianche che quest’anno ha scelto di votare per lui.

Non sorprende nemmeno troppo e conferma il trend delle elezioni precedenti, la popolarità di Trump nelle comunità latine, soprattutto quelle stanziate in Florida e in Texas. Questo trend non è tuttavia stato confermato in Arizona, dove la comunità latina della contea di Maricopa ha sostenuto Biden, contribuendo in modo decisivo alla sua vittoria nello stato. Il motivo della polarizzazione risiede nel fatto che molti cubani e venezuelani hanno un ricordo estremamente negativo dei regimi socialisti dai quali sono fuggiti e credono che il Partito Democratico si stia avvicinando troppo a posizioni di estrema sinistra. Altri temono la povertà e riconoscono i benefici economici che la presidenza Trump ha portato loro.

È fondamentale dare uno sguardo anche agli orientamenti religiosi dei gruppi elettorali. Tra gli storici sostenitori di Trump, i cristiani evangelici, prevalentemente bianchi, costituiscono un importante parte del suo elettorato. Nonostante un calo rispetto al 2016 (dall’81% al 75%), questo gruppo ha confermato ancora una volta il suo supporto al presidente uscente. Tuttavia, è plausibile che proprio questo calo del 6% possa essere stato determinante per la vittoria di Biden in alcuni Stati chiave, come la Georgia. Se nel 2016 Trump raccoglieva il consenso di tutti i principali gruppi cristiani bianchi – evangelici, cattolici e protestanti – quest’anno parte dei loro voti sono andati a Biden, che ha inoltre conquistato il supporto dei protestanti di colore.

 Tra le altre comunità presenti negli Stati Uniti, più di tre quarti della comunità ebrea (77%) ha preferito di gran lunga supportare il candidato democratico. I musulmani, seppur costituiscano una piccola percentuale degli elettori, hanno una popolazione piuttosto significativa in Michigan, stato andato a Biden con il 2,7% di preferenze in più rispetto a Trump.

Un dato importante rivelato dalla Associated Press riguarda le contee dove si sono manifestate le peggiori ondate di coronavirus, in cui, in contrasto con qualsiasi pronostico, Trump ha registrato le più alte percentuali di voti a suo favore. Si tratta delle contee rurali del Montana, del Dakota, del Nebraska, dell’Iowa, del Kansas e del Wisconsin nelle quali c’è un numero molto elevato di negazionisti, poco avvezzo al rispetto delle normali pratiche sanitarie ora imposte dalla pandemia.

Duello all’ultimo Stato

Per mettere a fuoco il contesto entro il quale si è sviluppata questa campagna elettorale, è agli Swing States che bisogna necessariamente guardare. Vengono definiti Swing States quegli Stati dove viene effettivamente decisa la vittoria di uno dei due candidati.

Per queste elezioni, come per le precedenti, gli Stati chiave che hanno determinato la vittoria presidenziale sono stati Michigan, Pennsylvania and Wisconsin, cosiddetti blue wall States insieme a Texas, Georgia, Arizona, North Carolina, Florida, Ohio e Nebraska.

La svolta è arrivata poche ore fa da Philadelphia, la contea della Pennsylvania dove Biden ha ottenuto l’80,8% delle preferenze. E poche ore prima, la certezza di aver conquistato anche la Georgia, hanno permesso al candidato e neo-Presidente Biden di sorpassare definitivamente l’avversario. Pochi giorni prima, parlando al popolo americano, Trump aveva dichiarato vittoria in anticipo sui tempi, dichiarando di voler chiedere alla Corte Suprema di stoppare il conteggio dei voti, il che non è piaciuto nemmeno ai suoi collaboratori.

In molte zone della Pennsylvania (indicate dalle frecce blu), Biden sta andando meglio di Hillary Clinton nel 2016.
Fonte: Nate Cohn (https://twitter.com/Nate_Cohn/status/1324486342873669638/photo/1)

La Pennsylvania, a lungo contesa, rischia di diventare teatro di ulteriore scontro tra i due candidati, se Trump non vorrà mollare la presa. Certo è che ormai ha ben poco cui potersi aggrappare davanti al risultato registrato nelle ultime ore dal suo avversario. Un risultato indiscutibile che, qualora fosse realmente contestato da Trump, non costituirebbe un problema per il candidato democratico, che riuscirebbe a superare i ricorsi, avendo in tasca la vittoria in quattro Stati decisivi. Con la vittoria di Biden in Nevada, Arizona, Pennsylvania e Georgia, gli stati più a lungo contesi, al tycoon non resta che sfogare la sua rabbia su Twitter.

La Camera

Come è noto, il 3 novembre i cittadini statunitensi non hanno solo votato il nuovo Presidente; infatti, si sono svolte anche le elezioni per rinnovare la Camera dei Rappresentanti (435 membri) e 35 membri del Senato (su 100). Nelle elezioni di metà mandato del 2018, i democratici erano riusciti a riconquistare la maggioranza alla Camera (con più di 30 seggi di vantaggio), mentre al Senato i repubblicani avevano continuato  a mantenere una piccola – ma determinante – superiorità numerica.

Alla vigilia del voto, i sondaggi prevedevano una situazione sostanzialmente stazionaria alla Camera (al massimo, i democratici avrebbero leggermente aumentato il loro vantaggio), mentre la situazione al Senato era molto più incerta: i democratici, infatti, avevano un solo seggio a rischio (Doug Jones, Alabama), mentre i repubblicani si sarebbero dovuti difendere in molte sfide competitive: da Cory Gardner in Colorado a Susan Collins in Maine, passando per Thom Tillis in North Carolina, le fonti di preoccupazione per il GOP erano diverse. Alcune previsioni particolarmente ottimiste parlavano anche di una possibile sconfitta dell’influente senatore del South Carolina Lindsay Graham (un tempo alleato di John McCain, ora molto vicino a Trump); non a caso, infatti, i democratici avevano allocato molte risorse a favore del suo sfidante, Jaime Harrison.

I risultati, tuttavia, hanno parzialmente sfatato queste aspettative. Fino a questo momento, infatti, i democratici sono riusciti a conquistare due seggi in North Carolina e uno in Georgia; in tutti i casi, l’incumbent repubblicano aveva deciso di non ricandidarsi. Al contrario, invece, i repubblicani hanno fino ad ora conquistato 8 seggi, e hanno la possibilità di effettuare ulteriori guadagni. Bisogna evidenziare, però, che in moltissime sfide manca ancora una parte significativa dei voti via posta, che dovrebbero favorire i democratici. Non sono da escludere, dunque, delle rimonte che renderebbero il risultato più vicino alle previsioni della vigilia.

Un elemento che salta all’occhio, quando si analizzano gli otto seggi di cui sopra, è che in ben sei casi l’incumbent democratico è stato sconfitto da una donna: tra queste, particolarmente significative sono le vittorie di Maria E. Salazar in Florida (FL-27), di Yvette Harrell in New Mexico (NM-2) e di Michelle Fischbach in Minnesota (MN-7, distretto molto rurale). L’enfasi sulle affermazioni di queste congressiste è motivata dal fatto che, negli ultimi anni, il Partito Repubblicano ha sempre potuto contare su un numero molto ristretto di donne e minoranze tra i suoi ranghi. In questo ciclo elettorale, invece, la congressista newyorkese Elise Stefanik (NY-21) ha lanciato un Political Action Committee (PAC) per favorire proprio l’elezione di un numero maggiore di donne repubblicane.

Un altro elemento positivo per i repubblicani va ricercato in alcune zone del Texas. Come è noto, i democratici cercano da anni di conquistare questo stato, il che porrebbe sostanzialmente fine a ogni speranza repubblicana di vincere le elezioni nel prossimo futuro. Nel 2018, si pensava che Beto O’Rourke potesse sconfiggere il senatore Ted Cruz, ma così non è stato. Nel 2020, “Texas is in play” è divenuto nuovamente uno slogan molto usato nei circoli democratici, che infatti hanno puntato molto su alcune sfide chiave. Addirittura, grande sostegno è stato dato a MJ Hegar, sfidante del senatore uscente John Cornyn: dunque, non solo speravano di vincere in alcuni seggi alla Camera, ma anche a livello statale nel suo complesso. Cornyn, tuttavia, ha vinto agevolmente; per di più, i democratici non sono riusciti a ottenere la maggioranza neanche nell’Assemblea statale. A testimoniare questa (per certi versi sorprendenti) resistenza repubblicana, si prenda ad esempio il collegio Texas 23 (TX-23). Si tratta di un distretto al 78% urbano e al 68% ispanico. Dal 2014 a oggi, il rappresentante era stato il repubblicano Will Hurd, un grande oppositore di Trump, che ha vinto con margini sempre più ridotti (nonostante la sua linea politica fosse ben lontana dal trumpismo). La decisione di Hurd di non ricandidarsi sembrava essere la pietra tombale sulle speranze repubblicane di tenere il seggio. Eppure, il candidato repubblicano Tony Gonzales ha vinto anche abbastanza facilmente, contrariamente alle attese.

La situazione attuale delle elezioni alla Camera.
Fonte: The New York Times (https://www.nytimes.com/interactive/2020/11/03/us/elections/results-house.html)

I risultati sotto le attese hanno creato delle tensioni all’interno dei democratici. Come riportato dal Washington Post, diversi esponenti moderati hanno accusato i colleghi più progressisti di aver compromesso le possibilità di rielezione di alcuni democratici centristi in distretti competitivi. Dal loro punto di vista, i discorsi sul Defunding the Police e sul Medicare for All non hanno apportato alcun vantaggio al partito: i progressisti sono stati rieletti (tra di loro, si segnalano Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar e Rashida Tlaib) e alcuni sono stati eletti per la prima volta (Cori Bush in Missouri), ma sempre in distretti saldamente democratici. Spostando il partito a sinistra, dunque, l’accusa è di aver ridotto il vantaggio dei democratici alla Camera. In particolare, ci si riferisce a situazioni come quella di Max Rose (NY-11). Eletto in un distretto molto competitivo, Rose ha condotto una campagna elettorale nella quale ha cercato il più possibile di distanziarsi dai progressisti del suo partito, sostenendo la polizia e definendo Bill De Blasio come il peggior sindaco nella storia della città. Tuttavia, al momento è 16 punti indietro rispetto alla sfidante Nicole Malliotakis (anche lei di origine cubana, oltre che greca).

In generale, per di più, il New York Times aveva indicato 27 sfide congressuali come Toss-Up, ossia troppo competitive per fare una previsione. Al momento, i repubblicani ne stanno vincendo 26. I repubblicani non riusciranno a ottenere la maggioranza alla Camera, ma ridurranno di sicuro lo svantaggio accumulato nel 2018. I democratici, evidentemente, devono riflettere su questi dati.

Un elemento non positivo, ma che va sottolineato, riguarda l’elezione di alcune congressiste repubblicane sostenitrici della teoria del complotto QAnon. Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene, infatti, hanno vinto le loro sfide, rispettivamente, in Colorado e Georgia.

Il Senato

In Senato, alcune previsioni sono state rispettate. In Alabama, Doug Jones è stato sconfitto nettamente dal repubblicano Tommy Tuberville; in Colorado, il democratico John Hickenlooper ha sconfitto facilmente l’uscente Cory Gardner. In Arizona, fino a poco tempo fa fortezza repubblicana, Martha McSally è stata sconfitta dal democratico Mark Kelly. Il resto dei dati, invece, è stato più interessante.

Innanzitutto, alcuni risultati hanno ridimensionato sin da subito le aspettative dei democratici che, in virtù di alcuni sondaggi particolarmente favorevoli, speravano di assestare un duro colpo ai repubblicani. Per mesi, si è parlato della possibilità di sconfiggere addirittura il potentissimo senatore del Kentucky Mitch McConnell, attuale capogruppo di maggioranza. Si trattava, però, di una sfida impossibile e, nonostante i tanti fondi destinati a Amy McGrath, McConnell ha vinto agilmente. Allo stesso modo, la vittoria di Lindsay Graham è stata facile.

Molto più sorprendentemente, la senatrice dell’Iowa Joni Ernst è stata confermata dagli elettori; la sorpresa assoluta, però, viene dal Maine, dove la repubblicana Susan Collins (a lungo data per spacciata) ha sconfitto agilmente Sara Gideon. Il Maine è uno stato a maggioranza democratica (Biden ha vinto 3 collegi elettorali su 4, dato che il Maine è uno dei due stati a non usare la formula The Winner Takes It All), e anche per questo Susan Collins si è a volte distanziata dal resto del suo partito. Nei quattro anni di presidenza Trump, ha comunque votato a suo favore il 67% delle volte (percentuale più bassa dei suoi colleghi, ma comunque significativa). Per questo, la sua rielezione è senza dubbio una sorpresa.

Al momento, i repubblicani sembrano destinati ad avere 50 seggi, contro i 46 dei democratici (e degli indipendenti allineati ai Dem). Gli ultimi due seggi, invece, si decideranno a gennaio. In Georgia, infatti, entrambe le sfide si stanno risolvendo con nessun candidato in grado di superare la soglia richiesta del 50%. Ciò era praticamente certo nell’elezione speciale indetta in seguito alle dimissioni del senatore repubblicano Jonnhy Isakson. In quest’elezione c’era un candidato democratico – Raphael Warnock – e due repubblicani: Kelly Loeffler (che ha ricoperto il ruolo di senatrice ad interim in questi mesi) e il rappresentante Doug Collins, molto vicino a Trump. Warnock ha vinto il primo turno, ma la somma di voti ottenuta da Loeffler e Collins è molto più alta. Per questo, la sfida di gennaio tra Warnock e Loeffler sembra favorire la seconda ma, come è noto, i ballottaggi solitamente non possono essere analizzati semplicemente tramite la somma aritmetica dei voti del primo turno. Per di più, Loeffler avrà delle oppositrici di eccezione, le giocatrici WNBA. Loeffler, infatti, è co-proprietaria della franchigia Atlanta Dreams. La sua opposizione al movimento Black Lives Matter, però, l’ha messa in diretta contrapposizione con molte giocatrici, che storicamente sono attive nelle cause sociali.

L’altra sfida in Georgia, invece, era tra l’uscente David Perdue e il democratico Jon Ossof. Come accaduto anche a livello presidenziale, la sfida è molto serrata, ma in questo caso Perdue sembra andare meglio di Trump, dato che al momento è in vantaggio di un paio di punti. Per poco, però, pare non in grado di raggiungere il 50% (al momento è al 49.8%, con il 98% dei voti riportati).

Un’altra buona notizia per i democratici è arrivata dal Michigan. Nelle ultime settimane, era aumentata la preoccupazione riguardante la rielezione di Gary Peters, dato che lo sfidante John James era sempre più quotato. James, che sarebbe stato il secondo senatore repubblicano afroamericano, era sostenuto finanziariamente anche dalla potente famiglia DeVos, che esprime anche l’attuale Education Secretary, Betsy DeVos. Tuttavia, seguendo il trend dell’elezione presidenziale, il vantaggio di James si è pian piano ridotto, e alla fine Peters ha vinto. James, tuttavia, si è rifiutato di dichiarare la sconfitta, parlando di potenziali frodi elettorali.

Il candidato repubblicano John James (a destra) ha deciso di non riconoscere la vittoria di Gary Peters (sinistra), parlando di potenziali brogli. Fonte: The Hill

Per i Democratici, vincere entrambe le sfide in Georgia sarebbe fondamentale, perché arriverebbero a 50 senatori. In caso di parità, infatti, è previsto che il Vicepresidente agisca da tie-breaker. Dunque, i Dem avrebbero una maggioranza de facto. Considerando che è proprio il Senato a dover approvare tutte le nomine effettuate dal Presidente (sia membri della sua amministrazione che giudici), una maggioranza repubblicana sarebbe un grande problema per Biden, considerando anche le pratiche ostruzionistiche messe in atto da McConnell durante gli anni della presidenza Obama.

(Featured Image Credits: The Hour.com)

About the Authors:

Valeria Torta

Classe 1998, Valeria Torta è studentessa del corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso la Luiss Guido Carli. Da aprile 2019 è membro di L’asSociata, associazione giovanile che ha come obiettivo quello di mettere a contatto tutte le realtà associative giovanili per discutere e identificare soluzioni utili per le problematiche di Roma. Nel ruolo di responsabile dell’area sostenibilità ambientale, ha coordinato il progetto Mens Sana, un’iniziativa volta a sensibilizzare gli studenti universitari al tema della sostenibilità alimentare. A luglio 2019 svolge un tirocinio presso Fondazione Ecosistemi, dove ha modo di approfondire quali sono le soluzioni e le strategie adottate nell’ambito del Green Public Procurement (GPP). A ottobre 2019 co-fonda NeoS, acronimo di NeoSustainability. A settembre ha preso parte al programma Erasmus presso la Maastricht University. View more articles.

Stefano Pasquali

Nato a Tivoli nel 1998, è appassionato di relazioni internazionali, politica economica e Stati Uniti. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Ha svolto due tirocini presso l’Ambasciata del Regno Unito e quella degli Stati Uniti. È parte del team che cura la newsletter “Jefferson – Lettere sull’America”. Tifa Roma e vorrebbe saper scrivere come Aaron Sorkin. View more articles

Nuovo Dpcm, L’Italia In Rivolta

Il 24 ottobre si è tenuta la conferenza stampa del premier, Giuseppe Conte, durante la quale sono stati illustrati i punti su cui si articola il nuovo Dpcm che sarà in vigore fino al 24 novembre prossimo. I temi salienti riguardano i ristoranti e i bar che dovranno attenersi all’orario di chiusura prestabilito delle 18 e che potranno ospitare solamente quattro persone per tavolo se non facenti parte dello stesso nucleo familiare. Conte è poi passato a discutere la tematica scuola, per la quale la didattica sarà per il 75% a distanza. Palestre, piscine e centri dediti alle attività dilettantistiche di base rimarranno anche essi chiusi. Questi sono solo alcuni dei punti citati durante la conferenza. Il premier Conte ha annunciato il nuovo Dpcm dicendo: <<Il Governo si è dato un obiettivo chiaro: vogliamo tenere sotto controllo la curva epidemiologica, perché solo così riusciremo a gestire la pandemia senza rimanere sopraffatti”>>. Queste sono state le parole che hanno preannunciato le diverse restrizioni stringenti da attuare da ora in poi. In Italia siamo infatti a oltre 20mila casi al giorno e le circostanze attuali sembrano essere analoghe a quelle di marzo, mese del primo lockdown. Dinanzi ai nuovi dati epidemiologici così allarmanti, il governo ha deciso di prendere tali misure al fine di scongiurare l’eventuale possibilità di un secondo lockdown totale, proprio perché il nostro Paese non può, sia mentalmente sia economicamente, permetterselo. L’obiettivo principale è quello di riportare in quattro settimane la curva dei contagi ad un livello pressoché accettabile, onde evitare un ulteriore aggravio sul nostro sistema sanitario, che sicuramente non riuscirebbe a sostenere una crisi come quella provocata dalla prima ondata. Gestire la catena dei contagi è la sfida cardine delle autorità italiane: le operazioni di tracciamento sono estremamente insidiose, tanto che nell’ultima settimana, il 50% dei positivi non aveva alle spalle un collegamento noto con altri positivi. La decisione di chiudere la gran parte delle attività deriva proprio dalla difficoltà nella gestione del monitoraggio del virus, al fine di limitare al massimo gli spostamenti e i contatti superflui.

Ma come ha reagito l’Italia dinanzi a questo nuovo lockdown?

In seguito alle nuove restrizioni imposte da De Luca, migliaia di persone sono scese per le strade di Napoli dopo l’orario di coprifuoco a manifestare e, nonostante inizialmente la protesta mostrava caratteri pacifici, la situazione è poi sfuggita di mano. Petardi, bottiglie, fumogeni sono stati scagliati contro le forze dell’ordine, in segno di protesa contro tutto il sistema. Coloro che hanno organizzato tutto ciò sembrano essere dei – “professionisti della guerriglia” – hanno affermato gli agenti delle forze dell’ordine. Sono state identificate persone legate al gruppo Niss, già protagonista di altre azioni di guerriglia. Tra loro sono stati anche riconosciuti personaggi non nuovi alla polizia, con vari precedenti penali. Ovviamente tale comportamento è stato subito denunciato dai media e non sono mancati, sotto i vari post di testate giornalistiche, numerosi insulti rivolti proprio ai napoletani, considerati come “rappresentazione del maleducato sud Italia”.

Ma in verità, la stessa identica situazione accaduta a Napoli si è poi trasferita in molte altre realtà italiane. Partendo da Torino, Milano per arrivare fino a Pesaro, queste sono solo alcune delle città in cui le manifestazioni sono state più violente. Ultras, militanti di estrema destra, anarchici, in particolare ventenni e minorenni: questa era la composizione principale delle folle che si sono riversate nel centro di Milano, Napoli e Torino. Nonostante le manifestazioni non siano state accompagnate da slogan politici, la componente di estrema destra si è fatta facilmente riconoscere. A Roma le violenze sono state portate avanti tendenzialmente da sostenitori di Forza Nuova. I giovani hanno rappresentato la parte più attiva e soprattutto vandalica delle proteste: a Milano ben 13 persone su 28 denunciate erano minorenni. Vetrine spaccate, lacrimogeni, cassonetti dati alle fiammi e spray al peperoncino sono stati i protagonisti indiscussi delle varie serate. Manifestare è lecito, ma gli atti di vandalismo e di violenza no: danneggiare attività commerciali in cui lavorano cittadini innocenti, probabilmente colpiti anche loro dalle nuove restrizioni non rende la protesta più forte, anzi la vanifica. Manifestare in piazza senza mascherina non esprime dissenso verso il governo, ma solo un grande senso di immaturità e di noncuranza verso le famiglie che sono state dilaniate dal Covid-19. Il ristoratore di Pesaro che decide di far rimanere aperto il suo locale, ospitando a cena ben 90 persone e invitando la polizia che ha fatto irruzione quella stessa sera a <<Unirsi a loro>>, non è certo una persona che sta protestando legittimamente. Vero è che tra i manifestanti c’erano anche diversi ristoratori, proprietari di locali che, tuttavia, hanno scelto di ritirarsi dalle fila nel momento in cui la violenza ha preso il sopravvento. Ma di commercianti, liberi professionisti pochi.

Non mancano tuttavia manifestanti che esprimono la loro rabbia e la loro frustrazione in maniera molto pacifica. È questo l’esempio di Trieste, dove migliaia di lavoratori disperati sono scesi in Piazza Unità d’Italia, luogo simbolo della città, cantando sulle note del nostro Inno nazionale. Di fronte a questa scena, le forze dell’ordine commosse hanno deciso di togliersi il caschetto in senso di comprensione e solidarietà. Il video è diventato subito virale per la potenza del suo messaggio e, soprattutto, per il modo con cui è stato chiesto aiuto al Governo: intonando l’Inno di Mameli e mostrando così l’amore per un’Italia che non deve morire.

L’ingiustificata interruzione della cultura

Ieri, inoltre, si è svolta una manifestazione nazionale nel rispetto delle norme sanitarie a sostegno dei lavori dello spettacolo. È questo uno dei settori più colpiti dalle restrizioni. Il governo ha garantito l’apertura dei musei, ma non dei teatri, dei cinema e delle scuole di arti performative. Chi ha frequentato, durante questi ultimi mesi, uno di questi luoghi pubblici e privati sa molto bene che il rischio di contagio è veramente basso: le norme sono state attuate con la massima minuziosità, garantendo l’uso della mascherina e le distanze di sicurezza, monitorando la temperatura all’entrata e persino all’uscita. 

Allora la domanda è: perché chiudere definitivamente un settore che da giugno a ottobre ha riportato un solo caso di Covid-19 su circa 347.000 spettatori? Perché decidere di chiudere un settore cardine dell’Italia che garantisce in totale sicurezza un momento di svago ed evasione da questo periodo poco sereno? Le contraddizioni del Governo sono molte e richiedere nuovamente la chiusura di questo settore fa suscitare molta rabbia e malinconia, non solo tra i lavoratori che vivono di ciò ma anche tra tutti gli amanti della cultura e dello spettacolo.

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Costanza Berti

Nata a Massa Marittima nel 1998, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e ora frequenta il corso di laurea magistrale in Gestione d’Impresa presso l’università LUISS di Roma.  La sua vita si divide tra Roma e Follonica. Da sempre appassionata di viaggi, nel corso degli anni ha potuto scoprire e vivere culture molto diverse tra loro. Nel 2019 ha preso parte al progetto Erasmus a Rotterdam, trascorrendo un semestre di studio alla Erasmus University of Rotterdam. View more articles

Conte Sotto Attacco: Gli Scontri Nella Maggioranza E L’Ipotesi Di Un Governo Draghi

Premier assediato. Per la prima volta da quando è approdato alla presidenza del Consiglio, Giuseppe Conte è osteggiato da tutti. Renzi chiede modifiche su ristoranti, cultura e sport. Ma il presidente è categorico: «il Dpcm non cambia». Nel frattempo, la paura per manifestazioni violente apre la strada a possibili nuovi esecutivi. L’ipotesi di un governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi – seppur remota – potrebbe avere qualche possibilità. Di sicuro servono cambiamenti urgenti nella gestione della difficile condizione economica. Prima che la situazione travolga tutto e tutti.

Malumori nella maggioranza

«Mentre si chiedono sacrifici – scrive Renzi nella sua eNews – sarebbe molto utile che il governo chiarisse questi punti. E ci spiegasse quali sono i dati scientifici e le analisi sui quali si prendono le decisioni: i dati scientifici, non le emozioni di un singolo ministro». Così il leader di Italia Viva – particolarmente battagliero nei confronti del premier – nel chiedere modifiche al Dpcm. Inoltre, il senatore fiorentino definisce lo stop dei ristoranti alle 18 come «tecnicamente inspiegabile» e, infatti, chiederà a Conte di tenerli aperti fino alle 22. Come se non bastasse, anche i dem iniziano ad essere insofferenti nei riguardi del premier. Il segretario del PD, Nicola Zingaretti, chiede a Conte un cambio di passo, la capacità di fare sintesi e un tavolo bipartisan per coinvolgere le opposizioni. «Non puoi pensare di chiamarli 5 minuti prima e leggergli il Dpcm, così non funziona». Così Zingaretti a seguito dell’incontro in Direzione PD. Il segretario non risparmia colpi neanche per Renzi e i 5 stelle, che avevano iniziato a criticare il Dpcm sulle nuove limitazioni poche ore dopo aver contribuito a dargli forma. Egli, infatti, afferma che «è eticamente intollerabile stare con i piedi in due staffe in questo momento di difficoltà».

La reazione di Conte

«Ora è il momento della responsabilità. La politica – e questo vale soprattutto per chi è al governo – deve saper dar conto delle proprie scelte ai cittadini, assumersi la responsabilità delle proprie azioni e non soffiare sul fuoco del malessere sociale per qualche percentuale di consenso nei sondaggi». Così il presidente del Consiglio, provando a mettere in guardia i componenti della propria maggioranza da comportamenti inadeguati. Conte, infatti, accusandoli di scarsa memoria, afferma che «il Dpcm è nato da un lungo confronto tra tutte le forze di maggioranza, rappresentate dai rispettivi capi delegazione». Nonostante le parole del premier, la situazione non sembra calmarsi. Tali battibecchi interni, infatti, stanno alimentando ulteriormente quelle richieste di cambio di passo che da più tempo si rivolgono all’esecutivo. Queste istanze sembrano ancora più concrete oggi, considerando che anche chi, come il Pd, è stato sponsor del premier, sembra non esserlo più.

L’ipotesi Draghi

Se il clima di insofferenza dovesse aumentare, sia nelle piazze che all’interno dell’esecutivo, l’ipotesi di un governo nazionale o di «salute pubblica» potrebbe essere presa in seria considerazione. A tal proposito, sembrerebbe che pochi giorni fa l’ex presidente della BCE, Mario Draghi, abbia rifiutato la presidenza di Goldman Sachs. Tale evento ha portato in molti a pensare che l’ex numero uno di Francoforte sia interessato a Palazzo Chigi o – addirittura – al Quirinale. Nonostante siffatte speculazioni, ciò che è evidente è che Draghi preferisce restare lontano dai riflettori e forse – almeno per il momento – fuori dalla mischia. Tuttavia, se glielo chiedesse il Quirinale, Draghi difficilmente potrebbe rifiutare. È doveroso precisare, però, che l’attuale premier Conte gode di una buona reputazione in Europa e questo perché sia Bruxelles che Berlino sono ben coscienti del fatto che lui sia uno dei pochi argini concreti ai partiti sovranisti in Italia. Ciò che ci si chiede è se tale “protezione europea” di Conte possa essere sufficiente per scongiurare una sua prematura dipartita politica. Una riposta a tale quesito, considerando i tempi instabili che stiamo vivendo, è tutt’altro che facile.

A prescindere da chi guiderà l’esecutivo, ciò che interessa primariamente è la stabilità politico-economica del Paese. In questa delicata fase, infatti, l’Italia è imperversata da manifestazioni violente, scontri di palazzo e, soprattutto, da un’incertezza verso il futuro. A tal proposito, è più che mai lecito chiedersi se la nostra classe politica sia adatta a guidare il Paese e, soprattutto, se sia capace di far terminare un declino che sembra inevitabile. Purtroppo, in merito a tali quesiti, le risposte non sembrano essere confortanti. 

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Luca Cupelli

Nato a Cosenza nel 1998, è appassionato di storia risorgimentale, politica italiana e relazioni internazionali. Dopo una laurea triennale in scienze politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli di Roma. Nel 2019 ha lavorato come analista politico tirocinante presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. È un grande fan della musica anni ’80 e delle serie tv americane. View more articles

Il Lato Oscuro Dei Social Media

Nelle ultime settimane, si è molto parlato del nuovo documentario Netflix, “The Social Dilemma”. Tale docu-film ha destato un certo scalpore perché denuncia una realtà intimamente vicina ad ognuno di noi: i social media. È da tempo che l’opinione pubblica si divide in coloro che approvano e non approvano questi nuovi mezzi di comunicazione, ma l’aspetto più interessante è che, questa volta, la denuncia parte proprio da dipendenti di grandi aziende che – allarmati – rivelano il background dei potenti social media.

Se non stai pagando il prodotto, allora il prodotto sei tu

Si dice che il fine giustifica i mezzi, ma quando il fine è il profitto si è giustificati a utilizzare migliaia e migliaia di dati personali? È lecita la manipolazione quando lo scopo sono delle elezioni elettorali? La risposta è alquanto scontata. Eppure, viviamo in un’era in cui probabilmente non ci rendiamo conto che la vera risposta, in realtà, è affermativa.

Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, You Tube, Google, Tik Tok e molte altre piattaforme competono per la nostra attenzione. Il modello imprenditoriale di queste aziende è tenere le persone incollate allo schermo, capire quanto riescono a trattenerci e in che modo. Internet contiene tutti questi prodotti e servizi che crediamo gratis, ma in realtà non lo sono. Le grandi aziende, infatti, vengono pagate dagli inserzionisti. E perché questi ultimi pagano? Semplicemente perché ci viene mostrata la loro pubblicità. Siamo noi il prodotto. È la nostra attenzione ad esser venduta.

«Il prodotto è il graduale e impercettibile cambiamento del tuo comportamento e della tua percezione. L’unico elemento da cui si può trarre profitto. Quello che fai, il modo in cui pensi, chi sei». Così afferma Jaron Lanier, scienziato informatico e filosofo, che scrive spesso sui pericoli dei social e sulla tecnologia. «Possono andare da qualcuno – afferma Lanier riferendosi ai colossi del Web – e dire dammi 10 milioni di dollari ed io riuscirò ad indirizzare l’1% del mondo nella direzione che vuoi. Questo è quello che ogni impresa ha sempre sognato, avere la garanzia che una pubblicità avrà successo, è così che si fanno affari, vendendo certezza. Per avere successo in questo settore devi solo fare grandi previsioni ed esse hanno un imperativo: servono molti dati».

Come funziona l’algoritmo sui social

Tale documentario approfondisce, in maniera alquanto esaustiva, la questione e spiega concretamente le dinamiche intrinseche ai social o – per meglio dire – gli algoritmi. «Due amici che sono vicini, che hanno più o meno lo stesso gruppo di amici potrebbero pensare che sulla sezione notizie di Facebook abbiano gli stessi e identici aggiornamenti. Non è così, vedono mondi completamente diversi prodotti da algoritmi che calcolano ciò che è perfetto per ognuno di loro» dice Tristan Harris, principale testimone di “The Social Dilemma”, il quale ha lavorato come esperto di design in Google.

Inoltre, Harris aggiunge che «con il tempo si ha la falsa sensazione che tutti siano d’accordo con te». D’altronde, quello che appare sulla tua bacheca è pensato appositamente in base ai tuoi like e ai tuoi interessi. Considerando ciò, sei facilmente manipolabile «nello stesso modo in cui potrebbe manipolarti un mago che vuole mostrarti un trucco con le carte e ti dice di sceglierne una, ma non sai che ti ha teso una trappola: è così che funziona Facebook. È come il mago, decide la piattaforma cosa farti vedere».

È rilevante, ai fini della nostra analisi, citare lo “scandalo Cambridge Analytica”, società di consulenza britannica, che ha lavorato alla campagna di Trump e alla campagna per la Brexit. Il nome di tale società è divenuto celebre proprio in seguito ad uno scandalo connesso alla gestione dei dati per influenzare le campagne elettorali. Cambridge Analytica sosteneva di avere migliaia di dati per ogni elettore americano, cosa che ha comportato una vera guerra di informazioni perché usati dallo staff di Trump per vincere la campagna elettorale.

I social network sono strumenti meravigliosi che vanno usati correttamente. È straordinario pensare come la realtà in cui viviamo cambi così velocemente e questo è un effetto anche dell’uso dei social che ci permettono di abbattere le distanze, di metterci continuamente in contatto.  Dovrebbe esserci, però, una tutela maggiore dei nostri dati, anche e soprattutto, da parte dell’ordinamento giuridico (si noti che dei primi passi sono già stati mossi dall’approvazione del GDPR, regolamento europeo su privacy e dati, operativo dal maggio 2018). Noi nel frattempo possiamo, in compenso, ridurre il numero di ore che passiamo incollati allo schermo: disattivando le notifiche, impostando un promemoria giornaliero ma soprattutto cercando di spendere bene il nostro tempo anche al di fuori di questa realtà virtuale.

(Featured Image Credits: Netflix)

Ludovica De Rose

Nata a Cosenza nel 2001, frequenta il corso di laurea triennale in Economia e Management presso l’università LUISS di Roma. Appassionata di arte, cultura e tematiche inerenti l’economia, le piace viaggiare e conoscere posti nuovi. Nel 2017 ha preso parte al programma Intercultura in Irlanda, trascorrendo un mese estivo a Wexford. Tra gli altri interessi anche tennis, equitazione e lettura di libri di attualità . View more articles. 

Le Sfide E Le Ambizioni Internazionali Del Nuovo Governo Giapponese

La formazione del nuovo esecutivo del Giappone, avvenuta lo scorso 16 settembre, è sicuramente un evento molto rilevante, dato che ha posto fine alla lunga fase di governo di Abe Shinzō. Il suo successore, Suga Yoshihide (Segretario di Gabinetto del precedente governo), dovrà cercare di continuare il lavoro intrapreso in questi anni per affrontare una serie di sfide – di natura sia domestica che internazionale – che si riveleranno cruciali nel determinare il futuro del Giappone e il suo ruolo nello scacchiere mondiale e nella regione dell’Indo-Pacifico (un termine che , fra l’altro, è stato coniato e diffuso dagli stessi giapponesi).

Storia della potenza giapponese


Il Giappone è, con molta probabilità, la nazione che nel XIX secolo è riuscita a tramutarsi da realtà fondiaria a potenza talassocratica nel minor tempo possibile, dimostrando di non esitare ad affrontare l’elemento marittimo, ovvero una degli aspetti più rilevanti per lo sviluppo di potenza, in quanto dimensione su cui viaggia la quasi totalità del commercio internazionale di beni.

Nell’era Meiji (1868-1912) il Giappone ha dato prova della sua abilità di mutare velocemente, sfruttando la competizione fra potenze di taglia superiore alla sua per espandersi nel nord-est asiatico, facendo contemporaneamente leva sulla balcanizzazione della Cina e la debolezza dei colonizzatori europei nell’estremo oriente. Tōkyō riuscì a divenire paese leader dell’Asia addossandosi un progetto imperiale che mirava a costituire un nuovo ecumene asiatico all’insegna della lotta contro le potenze coloniali occidentali. Dunque, si trattava di una strategia che collideva con il suo irrimediabile carattere nazionale legato alla spiritualità Shintō, quindi fondamentalmente a-imperiale. Nonostante ciò, il Giappone ebbe discreto successo nell’ergersi quale esempio da seguire e come liberatore dai colonizzatori non asiatici. La fase ascendente finì quando fu forzato a dichiarare guerra ad un impero, gli Stati Uniti, dalle capacità nettamente superiori.

Il Giappone oggi, tra rinnovate ambizioni e il tentativo di contrasto all’egemonia cinese


Al giorno d’oggi – nonostante possa sembrare assurdo a molti – il Paese che più di ogni altro spende le proprie risorse intellettuali nello studio della parabola storica giapponese è senza dubbio la Cina. Nella Repubblica Popolare, pubblicazioni quali “Strategia di Sicurezza Oceanica Giapponese: Evoluzione Storica e Influenza Attuale” o “Strategia del Giapponese Talassocratico e sue influenze sulla Cina” sono solo due degli innumerevoli esempi dell’interesse che gli studiosi cinesi dimostrano nel trarre importanti insegnamenti storici dal Giappone. Lo scopo è quello di ricavare linee guida essenziali a rafforzare la proiezione marittima cinese, senza commettere gli stessi errori che portarono alla dissoluzione dell’Impero del Grande Giappone.

Nonostante ciò, è lecito chiedersi perché in Cina venga data così tanta attenzione non solo agli studi storici, ma anche all’analisi del Giappone contemporaneo, tra cui spicca l’opera enciclopedica di 600 pagine del maggiore Cáo Xiǎoguāng, che passa in rassegna le attuali capacità militari navali di Tōkyō, arrivando fino ad elencare nel dettaglio le capienze di stoccaggio in armamenti e carburante delle basi della marina giapponese.

Tale interesse è direttamente collegato ai già citati profondi mutamenti che hanno caratterizzato il Giappone negli ultimi decenni, che hanno coinvolto soprattutto la burocrazia e le forze di sicurezza giapponesi. Dal primo dispiegamento di forze all’estero nella seconda guerra del golfo, alla fondazione ex-novo del Ministero della Difesa nel 2007, e al reindirizzamento delle forze militari dal contenimento sovietico a quello cinese, il Giappone ha e sta compiendo sforzi sovrumani per garantirsi forze coese e all’avanguardia.

Allo stesso tempo, al progressivo deterioramento dei rapporti di forza “materiali” a favore di Pechino e delle Coree, è corrisposto un proporzionale aumento delle ambizioni della classe dirigente nipponica. Quest’ultima si è spesa per riformulare i manuali scolastici per descrivere la sconfitta patita nella guerra del Pacifico come “incidente di percorso”, inciampo che non può fermare l’aspirazione giapponese a ritornare ad essere Paese guida dell’Asia. Tale percezione si sostanzia nella visione globale che l’amministrazione Abe ha dato prova di avere, identificando nello spazio che va dall’unica base militare all’estero giapponese di Gibuti alle contese isole Curili meridionali lo spazio di interesse per la ‘difesa nazionale’. Inoltre, le burocrazie Giapponesi si sono spese per ottenere più margini di manovra da Washington, potenziando i propri legai con India e Australia, divenendo perno di un nuovo trattato commerciale pacifico, il CP-TPP, e confermandosi quale unica soluzione per i paesi dell’ASEAN al dilemma Stati Uniti-Cina.

Al nuovo governo di Suga Yoshihide, composto per la sua quasi totalità da fedelissimi dell’ex-premier Abe Shinzō, spetta il compito di continuare i progetti di riforme che mirano a ridare spessore internazionale al Giappone, dimostrando di non lasciarsi affossare dai suoi vincoli demografici e di non rimaner ancorato ad un approccio economicista verso le relazioni internazionali.

(Featured Image Credits: Japan Forward)

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Riccardo Negrini

Nato nel 1998 a Mantova, appassionato di geopolitica ed affari internazionali. Dopo aver conseguito una laurea in Scienze Politiche attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Law, Digital Innovation and Sustainability presso la LUISS Guido Carli di Roma.  È inoltre tirocinante presso il Centro di Ricerca sulle Organizzazioni Internazionali ed Europee (CROIE) dell’università LUISS. I suoi ambiti di interesse si concentrano sullo studio delle dinamiche geopolitiche dell’Asia estremo orientale, in particolare del Giappone. View more articles

Addio Contante: Il Governo Italiano Alle Prese Con Il Piano Cashless

 

Già dagli Stati generali sull’economia dello scorso giugno, il premier Giuseppe Conte aveva fatto presente la sua volontà di rendere l’Italia un Paese più digitale, semplificando la vita dei propri cittadini stimolando l’uso delle carte di pagamento e, nel mentre, disincentivando l’uso del contante. Ciò non risulta affatto un azzardo da parte del governo, anzi si tratterebbe – secondo l’Unione Europea- di un modo per andare incontro al futuro con maggior sicurezza. L’introduzione della moneta plastificata, d’altronde, semplifica da sempre la nostra quotidianità permettendo di pagare, ovunque e in ogni momento, qualsiasi cifra di denaro. Da un paio di anni, infatti, si è potuto assistere all’inizio di questa transizione dal contante al digitale grazie alle innovazioni della tecnologia, come il pagamento contactless o la funzione “Pay” contenuta nei nostri smartphone. Tuttavia, l’opinione pubblica si divide su questo tema. In molti sono perplessi riguardo alle commissioni legate agli acquisti con le carte di pagamento. Numerosi esercenti italiani, infatti, sono alquanto restii a ricevere pagamenti elettronici, a causa delle elevate spese legate all’utilizzo del POS. Tutto ciò rende l’implementazione del digitale in questo settore ancora più incerta.

Le opinioni della Banca d’Italia e dell’UE

Si tratta di un campo in continua evoluzione e il mondo politico non può tirarsi indietro. Quale miglior modo, perciò, se non con l’impiego di incentivi sull’utilizzo dei pagamenti elettronici? Sembrerebbe che i provvedimenti già attuati, seppur sotto forma di obblighi verso il cittadino (si pensi alle fatturazione elettronica o alla piattaforma “PagoPA”) non siano sufficienti a ridurre l’eccessivo utilizzo di contante da parte del popolo italiano. La stessa Banca d’Italia si è espressa in modo molto favorevole all’utilizzo di metodi alternativi di pagamento al contante per allineare l’Italia alle medie europee e godere, così, di vantaggi in termini di flessibilità di utilizzo, costi minori e maggiore sicurezza. Anche l’Unione europea ha da tempo dettato gli obiettivi da raggiungere in questo settore  tramite la costituzione della Single Euro Payments Area (Area Unica dei Pagamenti in Euro) e la direttiva UE sui servizi di pagamento risalente al 13 novembre 2007. L’esecutivo italiano, perciò, ha spinto ancora di più sull’acceleratore della macchina legislativa con la Legge di Bilancio per il 2020 e la più recente NADEF (Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza).

Piano cashless: cashback, lotteria degli scontrini e riduzione del tetto massimo per i contanti

Nell’ottica di una vera e propria lotta all’evasione fiscale, l’obiettivo della nuova strategia governativa è, come affermato dal Ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, quello di far sì che tutti i cittadini versino le imposte allo Stato; infatti, se nel fare ciò essi dovessero utilizzare i pagamenti tracciabili, allora la pressione fiscale potrebbe essere ridotta in modo notevole. Il termine che tanto sta facendo scalpore in quest’ultimo periodo è “cashback”, letteralmente ritorno di denaro, che porta con sé l’idea di un incentivo per tutti coloro che decidono di non utilizzare più il contante. In altre parole, chi fa un acquisto in modalità tracciabile è avvantaggiato dal fatto che successivamente riceverà un rimborso del 10% del bene o servizio acquistato in un negozio fisico. La sperimentazione di questo sistema partirà da dicembre di quest’anno, per poi passare a regime a gennaio 2021. La suddivisione dei rimborsi avverrà in modo semestrale: si richiede che i cittadini compiano un minimo di 50 operazioni a semestre con una soglia minima di spesa pari a 1.500 euro, quindi annualmente è previsto un rimborso massimo di 300 euro. Ciò che conta, quindi, non è quanti soldi si spendono, ma quante transazioni vengono effettuate, perché raggiunta la soglia minima di spesa il discriminante sarà effettivamente  il numero di volte in cui il singolo ha pagato con la moneta elettronica. Inoltre, è previsto un “super-cashback” che assegnerà un premio di 3.000 euro ai 100 mila cittadini che hanno totalizzato il maggior numero di transazioni in tutto l’anno.

Altra novità introdotta dal secondo governo Conte è relativa alla famosa lotteria degli scontrini che vedrà la luce all’alba del nuovo anno, quindi a partire dal 1° gennaio 2021. Si tratta di una lotteria che si basa sul meccanismo secondo cui, qualora il commerciante non emettesse lo scontrino, allora il cliente non potrebbe partecipare all’estrazione. È, pertanto, il consumatore stesso a doversi responsabilizzare ed è lui stesso a dover richiedere lo scontrino qualora il commerciante evitasse di farlo. È un meccanismo che poggia sulla volontà del singolo di generare il proprio codice lotteria tramite l’ausilio del portale dell’Agenzia delle Entrate, per poi comunicarlo all’esercente al momento dell’acquisto. Questo sistema è completamente digitalizzato e coinvolge anche il commerciante, al quale spetta il compito di trasmettere i dati all’Agenzia delle Entrate che, a sua volta, farà da tramite con l’Agenzia dei Monopoli, che si occuperà fattualmente dell’estrazione.

Passiamo, però, al lato più concreto della faccenda: quanto si può effettivamente vincere? La manovra fiscale prevede che ci siano 15 estrazioni settimanali con premi da 25.000 euro ciascuna; 10 estrazioni mensili dove sono messi in palio 100.000 euro l’una; e una estrazione di fine anno con un premio che può arrivare fino a 5 milioni di euro. Il governo, inoltre, ha pensato di utilizzare questo sistema della lotteria a premi, seppur molto meno cospicui, anche con coloro che continueranno a utilizzare il contante, perché in ogni caso l’obiettivo ultimo è combattere l’evasione fiscale che in Italia raggiunge livelli preoccupanti (circa 190 miliardi di euro l’anno). Altro provvedimento attuato dall’esecutivo riguarda l’abbassamento del limite massimo per i pagamenti in contante da 3 mila a 2 mila euro entro il 2021, per poi arrivare ad un massimo di mille euro nel 2022.

Ci sono ancora alcuni nodi da sciogliere, ad esempio in merito all’applicazione nei diversi settori commerciali di tutti questi incentivi, ma sembra che le scelte effettuate stiano smuovendo gli animi degli italiani per un decisivo cambiamento delle loro abitudini di acquisto.

Criticità dei provvedimenti: chi guadagna effettivamente?

Agli elogi non mancano certamente le critiche a questo piano cashless. Ciò che non convince l’opinione pubblica riguarda le commissioni legate agli acquisti con le carte di pagamento. Molti commercianti in Italia sono tutt’oggi restii a ricevere pagamenti tramite POS proprio per le elevate spese legate a questo strumento. Tutti i pagamenti elettronici prevedono un meccanismo di scambio di dati non indifferente e di cui si fanno carico sia le banche che le società delle carte di credito (Mastercard, Visa, ecc.). Il commerciante, perciò, deve pagare il servizio fornitogli sotto forma di costo una tantum, costo mensile e commissioni da applicare ad ogni transazione. Non si parla di cifre modeste soprattutto se applicate a pagamenti molto piccoli come, ad esempio, il caffè e il cornetto al bar. A questo problema si è cercato da tempo di trovare una soluzione anche a livello europeo, dove si è giunti a fissare un limite all’applicazione delle commissioni interbancarie per le carte di credito pari allo 0,3% del valore della singola transazione e per le carte di debito e prepagate pari allo 0,2%. A livello nazionale, invece, l’esecutivo ha provveduto ad azzerare i costi delle transazioni per i pagamenti fino a 5 euro, ma si sta già pensando di innalzare la soglia fino a 25 euro. I titolari di partita IVA, quindi, devono sentirsi tutelati per poter contribuire attivamente alla transizione digitale tanto desiderata e sostenuta.

È lecito sperare, pertanto, che prima o poi il PIL italiano possa conteggiare anche quella sostanziosa parte di economia sommersa che tanto affligge il nostro Paese, nonché è lecito sperare che l’innovazione tecnologica e digitale possa essere ben regolamentata e introdotta in tutto il territorio italiano.

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Silvia Foti

Nata a Reggio Calabria nel 1999, è una grande appassionata delle tematiche relative all’economia e alla finanza. Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Governo, Amministrazione e Politica presso l’università LUISS Guido Carli. Ha svolto varie attività di volontariato nel corso degli anni e nell’estate 2019 ha potuto prendere parte a un progetto di volontariato svolto in collaborazione con Croce Rossa Italiana. Tra le sue varie passioni anche l’arte, le lingue straniere e il nuoto. View more articles