L’Autunno Caldo Della Nigeria: La Rivoluzione #ENDSARS

Dallo scorso 8 ottobre la Nigeria è attraversata da ondate di proteste. In un primo momento, le richieste dei manifestanti riguardavano lo smantellamento della SARS (Special Anti-Robbery Squad), accusata di violazione dei diritti umani e abuso di potere. Successivamente, in seguito alla chiara presa di posizione del presidente nigeriano Muhammadu Buhari, mostratosi da subito duro nei confronti delle proteste, le manifestazioni hanno assunto un carattere ancora più rivoluzionario, chiedendo un chiaro cambio di passo per la Nigeria, afflitta da povertà, disoccupazione e dallo spettro della corruzione. Sessanta anni dopo l’indipendenza della Nigeria, la popolazione, e in particolare le giovani generazioni, sembrano averne avuto abbastanza. Che questo possa essere il risveglio del “gigante africano”?

I fatti

Il 3 ottobre scorso diventa virale un video in cui alcuni membri della SARS, unità speciale della polizia nigeriana istituita nel 1992 con il compito di porre un freno alla criminalità dilagante nel Paese – in particolare per far fronte ai frequenti episodi di rapine a mano armata e sequestri di persona – sparano a un ragazzo, uccidendolo, per poi rubargli l’auto e fuggire. Nonostante le autorità nigeriane abbiano messo in dubbio la veridicità del video, questo episodio ha acceso le proteste, che hanno presto assunto un carattere nazionale. Le richieste di smantellamento dell’unità non sono una novità per lo Stato nigeriano, dove gli annunci del governo circa la soppressione della SARS si susseguono periodicamente dal 2014. Nonostante ciò, i membri della squadra speciale continuano impuniti ad abusare del loro potere. Nel corso della storia nigeriana, coloniale e non, lo stretto rapporto tra ambienti governativi e apparati militari o di polizia è sempre stato una costante. In particolare, nell’immaginario nigeriano è ancora molto presente il ricordo delle dittature militari che si sono susseguite dal 1966 al 1999, quando la divisione tra l’esecutivo e l’esercito era sicuramente molto sottile.

Numerosi rapporti di Amnesty International, l’ultimo dei quali è stato pubblicato a giugno di quest’anno, sottolineano la catena di crimini perpetrati dalla SARS, tra cui figurano estorsioni, furti, torture ed esecuzioni extragiudiziali. Lo scorso 11 ottobre, il presidente Buhari ha finalmente deciso di dissolvere la SARS, cedendo alle richieste dei manifestanti, affermando che “the disbanding of SARS is only the first step in our commitment to extensive police reforms in order to ensure that the primary duty of the police and other law enforcement agencies remains the protection of lives and livelihood of our people”. In compenso, è stato annunciata la formazione di una nuova unità speciale, la SWAT (Special Weapons and Tactics).

Le proteste, tuttavia, non si sono fermate, specialmente considerando che l’annuncio di istituzione della SWAT è sembrato l’ennesimo tentativo da parte del governo di confondere le acque, e di aver semplicemente spostato i componenti del corpo speciale in altri dipartimenti. Le proteste sono continuate, fino a che, il 20 ottobre, al casello di Lekki, nello Stato di Lagos, le forze di sicurezza nigeriane hanno aperto il fuoco nei confronti dei manifestanti, uccidendone, secondo i rapporti di Amnesty International, almeno 12. Le telecamere di sicurezza erano state precedentemente disattivate, ma numerosi video sui social media testimoniano quanto accaduto in quello che è stato denominato il “Black Tuesday”. Osai Ojigho, direttrice di Amnesty International in Nigeria, in merito alla questione scrive che «the Nigerian authorities still have many questions to answer: who ordered the use of lethal force on peaceful protesters? Why were CCTV cameras on the scene dismantled in advance? And who ordered electricity being turned off minutes before the military opened fire on protesters? The initial denials of the involvement of soldiers in the shooting was followed by the shameful denial of the loss of lives as a result of the military’s attack against the protests. Many people are still missing since the day of the incident, and credible evidence shows that the military prevented ambulances from reaching the severely injured in the aftermath». In merito, il 4 novembre scorso la Corte Penale Internazionale ha avviato un’indagine preliminare volta a stabilire se sussistano gli estremi per aprire un’investigazione formale e riconoscere i fatti di Lekki come “crimini contro l’umanità”.

Da “gigante africano” a “capitale mondiale della povertà”

Nel 1988, Majek Fashek cantava “them they loot, them they shoot, them they kill all leaders of tomorrow, this their insanity has caused a lot of disunity in our community”. Durante il dominio coloniale inglese, le divisioni etniche e religiose nigeriane erano sfruttate per massimizzare il controllo sul Paese (la famosa tecnica del “divide et impera”). Anche dopo l’indipendenza, l’affiliazione partitica testimoniava chiare differenze tra le etnie, che risultava in violenti contrasti in risposta ai timori di rimanere senza rappresentanza. Rilevante è il caso della guerra del Biafra (1967-1970), quando le conflittualità etniche portarono all’esclusione degli Igbo (attualmente il 17% della popolazione nigeriana è Igbo) dal sistema politico nigeriano, causando la secessione del sud-est del Paese, il Biafra, a maggioranza appunto Igbo.  

La peculiarità di queste proteste risiede invece nel fatto che sono state organizzate e portate avanti per lo più da giovani nigeriani, che, superando le distinzioni di etnia, lingua o religione, al grido di “soro soke” (traducibile con l’inglese speak up) stanno cercando di demolire l’organizzazione sociopolitica della Nigeria. Le differenze sembrano essere state surclassate da una ritrovata unità contro i problemi comuni della cittadinanza nigeriana. Da notare anche il ruolo della “Feminist Coalition”, una organizzazione no-profit che ha supportato dal primo giorno le proteste pacifiche contro la SARS, raccogliendo ben 147 milioni di naira (circa 330 mila euro), spesi per sostenere le manifestazioni. 

In un Paese la cui età media si aggira attorno ai 22 anni e che, secondo le previsioni, sarà nel 2050 il terzo paese al mondo per popolazione dopo India e Cina, con Lagos che diventerà una megalopoli da più di 30 milioni di persone, le manifestazioni di questi giorni potrebbero essere cruciali. Ristabilire un contesto politico stabile e porre fine alle dinamiche corruttive che affliggono il Paese, come la gioventù nigeriana sta chiedendo a gran voce da Kano a Lagos, passando per la capitale Abuja, potrebbe davvero proiettare la Nigeria tra le grandi potenze mondiali. Va infatti notato che la Nigeria è il Paese più ricco del continente africano per PIL, ed è il decimo Paese al mondo per produzione petrolifera, petrolio che per l’85% è esportato (tra l’altro, la Nigeria è il sesto partner europeo per export petroliferi). Parallelamente, le riserve nigeriane di gas naturale, che ne fanno il quinto Paese al mondo per export di LNG (liquified natural gas), sono cruciali nell’economia delle importazioni energetiche europee. 

Inoltre, va sottolineato come negli anni immediatamente successivi all’indipendenza dal Regno Unito la Nigeria avesse assunto nel continente un ruolo di leadership politica, complice l’abbondanza delle risorse naturali e il conseguente rapido sviluppo economico, contribuendo attivamente all’istituzione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (poi Unione Africana) e dell’ECOWAS (Economic Community of West African States), fino ad attivarsi concretamente per fermare i vicini conflitti in Liberia e Sierra Leone e per contrastare politicamente il regime dell’apartheid in Sud Africa. 

Da non sottovalutare, inoltre, è l’impatto culturale che la Nigeria sta avendo e potrà avere in futuro. Basti solo pensare all’industria cinematografica nigeriana (“Nollywood”), la seconda più grande al mondo dopo l’indiana Bollywood, alla scena Afrobeat nigeriana, particolarmente dinamica, con artisti come Burna Boy e WizKid, che stanno rapidamente scalando le classifiche mondiali, e al riconoscimento internazionale tributato a scrittori come l’autrice di “Americanah” Chimamanda Negozi Adichie.

Sicuramente, la situazione attuale in Nigeria, come testimonia la virulenza delle proteste, non corrisponde a quella post-indipendenza, quando l’entusiasmo e la volontà di ricostruire un Paese piegato da anni di colonizzazione avevano contribuito al boom nigeriano. Le crisi petrolifere, l’ultima delle quali nel 2016, quando il prezzo del petrolio crollò a 40$ al barile, hanno notevolmente ridotto la crescita economica nigeriana, fortemente dipendente dalle fluttuazioni del mercato mondiale del greggio, incidendo largamente su un contesto sociale già fragile. Ad oggi, secondo un report del National Bureau of Statistics nigeriano pubblicato nel 2019, il 40% della popolazione, quindi quasi 83 milioni di persone (corrispondente, per intenderci, all’intera popolazione tedesca), vive sotto la soglia di povertà. Inoltre, secondo Transparency, la Nigeria occupa la posizione 148 su 180 Stati per livello di corruzione percepito, attestando la profonda sfiducia della popolazione nelle istituzioni e nel sistema Stato in generale. Da non sottovalutare, inoltre, la sfida del terrorismo islamista di Boko Haram, militante nel Nord del Paese, a cui i governi non sono ancora riusciti a porre efficacemente un argine. 

Dopo il massacro di Lekki, le proteste sono parzialmente scemate, ma in molti hanno ipotizzato che questo sia dovuto al bisogno da parte dei manifestanti di organizzare e programmare le prossime mosse. I possibili scenari coinvolgono sicuramente la comunità internazionale, che, pur in seguito ai rapporti Amnesty certificanti chiare violazioni di diritti umani da parte degli apparati militari nigeriani, ha risposto in maniera abbastanza lieve e probabilmente non adeguata alla situazione. In modo ancora più preponderante, sarà da monitorare la portata mediatica del fenomeno, che potrebbe incidere in modo significativo sugli sviluppi delle manifestazioni e, soprattutto, sulla risposta del Presidente Buhari. Di sicuro, le proteste non si fermeranno qui, nonostante la difficile situazione, aggravata dalla pandemia di Covid-19, data la ferma volontà dei giovani nigeriani, che costituiscono la larga maggioranza del Paese, di porre fine sia alla corruzione che pervade gli ambienti delle élites politiche, economiche e industriali, che alla mancanza di opportunità per i giovani (più del 60% dei disoccupati in Nigeria è under 30). La generazione “soro soke” potrebbe dunque cambiare davvero le sorti del gigante africano, superando le differenze etniche e religiose per costruire un futuro nuovo. 

(Featured Image Credits: CNN)

About the Author


Angela Venditti

Nata a Foggia nel 1999, nutre un profondo interesse per le relazioni internazionali, la cooperazione allo sviluppo e la geopolitica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche nell’estate 2020, ed è attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli. Complice la partecipazione al progetto Erasmus all’Institut d’Études Politiques SciencesPo Paris, ha potuto approfondire tematiche legate al continente africano, diventato fonte di interessanti spunti e ricerche. È amante della letteratura francese e delle lingue, ed è grande appassionata di F1. View more articles.

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