Nuovo Dpcm, L’Italia In Rivolta

Il 24 ottobre si è tenuta la conferenza stampa del premier, Giuseppe Conte, durante la quale sono stati illustrati i punti su cui si articola il nuovo Dpcm che sarà in vigore fino al 24 novembre prossimo. I temi salienti riguardano i ristoranti e i bar che dovranno attenersi all’orario di chiusura prestabilito delle 18 e che potranno ospitare solamente quattro persone per tavolo se non facenti parte dello stesso nucleo familiare. Conte è poi passato a discutere la tematica scuola, per la quale la didattica sarà per il 75% a distanza. Palestre, piscine e centri dediti alle attività dilettantistiche di base rimarranno anche essi chiusi. Questi sono solo alcuni dei punti citati durante la conferenza. Il premier Conte ha annunciato il nuovo Dpcm dicendo: <<Il Governo si è dato un obiettivo chiaro: vogliamo tenere sotto controllo la curva epidemiologica, perché solo così riusciremo a gestire la pandemia senza rimanere sopraffatti”>>. Queste sono state le parole che hanno preannunciato le diverse restrizioni stringenti da attuare da ora in poi. In Italia siamo infatti a oltre 20mila casi al giorno e le circostanze attuali sembrano essere analoghe a quelle di marzo, mese del primo lockdown. Dinanzi ai nuovi dati epidemiologici così allarmanti, il governo ha deciso di prendere tali misure al fine di scongiurare l’eventuale possibilità di un secondo lockdown totale, proprio perché il nostro Paese non può, sia mentalmente sia economicamente, permetterselo. L’obiettivo principale è quello di riportare in quattro settimane la curva dei contagi ad un livello pressoché accettabile, onde evitare un ulteriore aggravio sul nostro sistema sanitario, che sicuramente non riuscirebbe a sostenere una crisi come quella provocata dalla prima ondata. Gestire la catena dei contagi è la sfida cardine delle autorità italiane: le operazioni di tracciamento sono estremamente insidiose, tanto che nell’ultima settimana, il 50% dei positivi non aveva alle spalle un collegamento noto con altri positivi. La decisione di chiudere la gran parte delle attività deriva proprio dalla difficoltà nella gestione del monitoraggio del virus, al fine di limitare al massimo gli spostamenti e i contatti superflui.

Ma come ha reagito l’Italia dinanzi a questo nuovo lockdown?

In seguito alle nuove restrizioni imposte da De Luca, migliaia di persone sono scese per le strade di Napoli dopo l’orario di coprifuoco a manifestare e, nonostante inizialmente la protesta mostrava caratteri pacifici, la situazione è poi sfuggita di mano. Petardi, bottiglie, fumogeni sono stati scagliati contro le forze dell’ordine, in segno di protesa contro tutto il sistema. Coloro che hanno organizzato tutto ciò sembrano essere dei – “professionisti della guerriglia” – hanno affermato gli agenti delle forze dell’ordine. Sono state identificate persone legate al gruppo Niss, già protagonista di altre azioni di guerriglia. Tra loro sono stati anche riconosciuti personaggi non nuovi alla polizia, con vari precedenti penali. Ovviamente tale comportamento è stato subito denunciato dai media e non sono mancati, sotto i vari post di testate giornalistiche, numerosi insulti rivolti proprio ai napoletani, considerati come “rappresentazione del maleducato sud Italia”.

Ma in verità, la stessa identica situazione accaduta a Napoli si è poi trasferita in molte altre realtà italiane. Partendo da Torino, Milano per arrivare fino a Pesaro, queste sono solo alcune delle città in cui le manifestazioni sono state più violente. Ultras, militanti di estrema destra, anarchici, in particolare ventenni e minorenni: questa era la composizione principale delle folle che si sono riversate nel centro di Milano, Napoli e Torino. Nonostante le manifestazioni non siano state accompagnate da slogan politici, la componente di estrema destra si è fatta facilmente riconoscere. A Roma le violenze sono state portate avanti tendenzialmente da sostenitori di Forza Nuova. I giovani hanno rappresentato la parte più attiva e soprattutto vandalica delle proteste: a Milano ben 13 persone su 28 denunciate erano minorenni. Vetrine spaccate, lacrimogeni, cassonetti dati alle fiammi e spray al peperoncino sono stati i protagonisti indiscussi delle varie serate. Manifestare è lecito, ma gli atti di vandalismo e di violenza no: danneggiare attività commerciali in cui lavorano cittadini innocenti, probabilmente colpiti anche loro dalle nuove restrizioni non rende la protesta più forte, anzi la vanifica. Manifestare in piazza senza mascherina non esprime dissenso verso il governo, ma solo un grande senso di immaturità e di noncuranza verso le famiglie che sono state dilaniate dal Covid-19. Il ristoratore di Pesaro che decide di far rimanere aperto il suo locale, ospitando a cena ben 90 persone e invitando la polizia che ha fatto irruzione quella stessa sera a <<Unirsi a loro>>, non è certo una persona che sta protestando legittimamente. Vero è che tra i manifestanti c’erano anche diversi ristoratori, proprietari di locali che, tuttavia, hanno scelto di ritirarsi dalle fila nel momento in cui la violenza ha preso il sopravvento. Ma di commercianti, liberi professionisti pochi.

Non mancano tuttavia manifestanti che esprimono la loro rabbia e la loro frustrazione in maniera molto pacifica. È questo l’esempio di Trieste, dove migliaia di lavoratori disperati sono scesi in Piazza Unità d’Italia, luogo simbolo della città, cantando sulle note del nostro Inno nazionale. Di fronte a questa scena, le forze dell’ordine commosse hanno deciso di togliersi il caschetto in senso di comprensione e solidarietà. Il video è diventato subito virale per la potenza del suo messaggio e, soprattutto, per il modo con cui è stato chiesto aiuto al Governo: intonando l’Inno di Mameli e mostrando così l’amore per un’Italia che non deve morire.

L’ingiustificata interruzione della cultura

Ieri, inoltre, si è svolta una manifestazione nazionale nel rispetto delle norme sanitarie a sostegno dei lavori dello spettacolo. È questo uno dei settori più colpiti dalle restrizioni. Il governo ha garantito l’apertura dei musei, ma non dei teatri, dei cinema e delle scuole di arti performative. Chi ha frequentato, durante questi ultimi mesi, uno di questi luoghi pubblici e privati sa molto bene che il rischio di contagio è veramente basso: le norme sono state attuate con la massima minuziosità, garantendo l’uso della mascherina e le distanze di sicurezza, monitorando la temperatura all’entrata e persino all’uscita. 

Allora la domanda è: perché chiudere definitivamente un settore che da giugno a ottobre ha riportato un solo caso di Covid-19 su circa 347.000 spettatori? Perché decidere di chiudere un settore cardine dell’Italia che garantisce in totale sicurezza un momento di svago ed evasione da questo periodo poco sereno? Le contraddizioni del Governo sono molte e richiedere nuovamente la chiusura di questo settore fa suscitare molta rabbia e malinconia, non solo tra i lavoratori che vivono di ciò ma anche tra tutti gli amanti della cultura e dello spettacolo.

About the Author


Costanza Berti

Nata a Massa Marittima nel 1998, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e ora frequenta il corso di laurea magistrale in Gestione d’Impresa presso l’università LUISS di Roma.  La sua vita si divide tra Roma e Follonica. Da sempre appassionata di viaggi, nel corso degli anni ha potuto scoprire e vivere culture molto diverse tra loro. Nel 2019 ha preso parte al progetto Erasmus a Rotterdam, trascorrendo un semestre di studio alla Erasmus University of Rotterdam. View more articles

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