La Mafia, O Quel Che Resta Del Cinema Italiano

Sono passati 29 anni da quel nefasto 19 Luglio del ’92 e Paolo Borsellino, gigante della storia contemporanea italiana, integerrimo vessillifero della giustizia e irriducibile guerriero nella lotta al contro-stato mafioso, sopravvive nel tempo come catalizzatore delle migliori intenzioni e volontà di questo paese: uno stendardo della legalità a ispirazione di una gioventù sempre più bisognosa di eroi, simboli e modelli. Ed è a quello spirito di entusiasmo, capace ancora di trovare gratificazione nella correttezza e nel quotidiano sacrificio del proprio lavoro, che questo articolo si rivolge, nella speranza di raggiungere quanti più di quei giovani giuristi, giornalisti e uniformi che non si permettono la comodità di trasformare Capaci e via D’Amelio in vacue ricorrenze da calendario.

Perché è proprio voltandosi a guardare gli schermi che ci si accorge di come Borsellino (e con lui Falcone) sia stato ridotto, ormai, ad un’immagine sbiadita occasionalmente riesumata dallo Stato e dall’informazione per ricoprirne il ricordo di tardivi e stucchevoli riconoscimenti: tutto purché gli incensi mediatici e istituzionali coprano, citandolo, il “puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. È guardandone il feretro per l’appunto, così impunemente dissotterrato (metaforicamente parlando) ogni qual volta si ritenga opportuno inibire il sentir pubblico con sprazzi di catartico orgoglio, che ci si rende conto di quanto poco seguito sia concretamente concesso ai migliori auspici del giudice palermitano.

Questa è una rubrica di politica internazionale, e sebbene disquisire del complesso intreccio tra Stato e Mafie sia di per sé argomento di politica estera – nella misura in cui, ai sensi del diritto internazionale almeno, Cosa Nostra o la ‘Ndrangheta siano organizzazioni governative al pari della Repubblica –, l’intento del seguente articolo sarà quello di esplorare gli sforzi che l’Italia ha compiuto nel tentativo di corrodere uno dei più importanti aspetti del dominio malavitoso: la cultura. Non è un caso che Roberto Saviano, al netto dei discutibili prodotti d’intrattenimento sublimati dai suoi bestseller d’inchiesta – a cui verremo più avanti nella trattazione –, abbia indicato (in un servizio speciale del 2019 per Fanpage.it) proprio lo showbiz come nuovo e prioritario obiettivo di conquista della Camorra. Recuperando nuovamente l’inciso di Borsellino, “la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale […]”. L’esternalità di una tale crociata non coinvolgerebbe unicamente la crescita delle nuove generazioni altrimenti esposte al fascino dell’efficienza illiberale, ma si proietterebbe fino all’esterno dei confini nazionali, attraversando l’Atlantico per incontrare i massimi artefici dell’intrattenimento contemporaneo.

Il Padrino, I Bravi Ragazzi e Gomorra: parabola evolutiva del “mangia spaghetti” colluso

Il cosmo statunitense è, tra i mercati culturali aperti alla contaminazione, uno dei fronti più difficilmente permeabili per il vecchio continente: se questo assunto vale per la miglior produzione artistica britannica che, per ragioni storiche, condivide con gli americani quantomeno un codice linguistico, figuriamoci allora per lo snobbato stivale del Belpaese. L’odierna proiezione culturale italiana oltreoceano vive quasi esclusivamente dell’ausilio dei canali di trasmissione creati per garantire (principalmente) una trasmissione di contenuti nella direzione opposta: Netflix, Amazon Prime e HBOmax, che oggi conquistano il lusso di un pulsante dedicato sui telecomandi delle nostre smartTV, aprono a scenari di inedita reciprocità culturale certamente non paritaria, ma non di meno proficua. E presentatasi infine l’occasione, cosa vorrà mai propinare l’Italia ad un pubblico internazionale nato e cresciuto a suon di Coppola e Scorsese? Non si tratta, ahinoi, di una riedizione dei classici Slap&Beans ma, ovviamente, della Mafia: un filone già aperto dal mercato anglosassone e che non condivide, con altre saghe, l’onere di sfondare alcuna parete, anzi ha il vantaggio di poggiare su stereotipi ancora fertili, per quanto datati, e per questo bisognosi di nuove letture confermative dei pregiudizi fin lì alimentati.

Chi crede che il versante culinario dell’italian export sia il lato peggiore della proiezione culturale nostrana, bersagliato com’è dai sound-alike-brands – figli di una dubbia legalità – che ne minano la credibilità e l’appetibilità attraverso scadenti imitazioni, è perché non ha prestato abbastanza attenzione alle serie TV… e quelle, a differenza del cibo contraffatto, sono originali e fin troppo autentiche.

Ma in cosa differiscono serie televisive come Gomorra o Suburra dai classici della settima arte a firma dei migliori manici di cinepresa che abbiano mai operato nell’industria hollywoodiana? La grandezza dello schermo e il conseguente formato della pellicola c’entrano ben poco, e di questo ci si accorge guardando agli zero nelle cifre del budget o alla tecnica – un po’ didascalica ma non meno professionale – di una signora regia qual è quella di Stefano Sollima. La differenza fondamentale sta nella serializzazione: la reiterazione non più di uno schema, bensì di uno specifico scenario popolato da specifici interpreti (ben oltre l’estensione di una trilogia cinematografica come quella del Padrino, che aveva già preso a zoppicare nella “Coda”), eleva il prodotto da intrattenimento informativo ad intrattenimento di puro consumo.

L’esito inevitabile della dilatazione narrativa propria del piccolo schermo è la concessione di più ampi spazi alle sequenze di introspezione dei personaggi protagonisti delle vicende: al netto di una qualità talvolta inferiore rispetto a quella vista su grande schermo, logica conseguenza della ridistribuzione della spesa su un quantitativo di materiale quattro o cinque volte più esteso di quello condensato nelle final-cut pensate per le sale, il minutaggio giustifica un maggior approfondimento delle ragioni, delle mentalità e talvolta delle origini degli “eroi”. Il miglior termine di paragone per Suburra e Gomorra è, in tal senso, il classico Good Fellas di Scorsese: le parabole storiche disegnate dal regista italoamericano decostruiscono lentamente l’immagine del mafioso e lo fanno non a scapito dell’esaustività ma dell’esaltazione. Nelle sue biografie su pellicola, più o meno veritiere che siano, sono raccontati episodi rappresentativi di tutte le età del protagonista, ma sono esposte in chiave cinica se non grottesca, sottese da una costante sensazione di degradazione umana nonché rivolte ad una conclusione (talvolta preannunciata da soliloqui introduttivi) così amara e spoglia di redenzione da poter suscitare nel pubblico il solo sentimento della pietà, più che della comprensione.

Il personaggio esaurisce la sua carica emotiva nei margini di quelle due ore e mezza, e lo fa senza aspettative di ritorni o di nuove entusiasmanti evoluzioni: vivo o morto che sia entro i titoli di coda, l'”eroe” perde, se non la vita, la dignità. La conclusione fa del protagonista un elemento cinematograficamente non più spendibile o capitalizzabile. E questo, si sa, non è proprio la finalità congenita ad una serie che narra la storia di uno che si fa chiamare “Immortale”: il favore del pubblico e la passione in esso generata dai caratteri non corretti ma forti dei mafiosi, inducono le produzioni a ritardarne indefinitamente la dipartita attraverso improbabili escamotage soterici o, per dirla all’americana, vestendoli di una plot-armor contro qualsiasi genere di proiettile.

 Tirando le somme

Lungi dalle intenzioni di questa redazione di voler così suggerire che il fascino della Mafia sia da imputare unicamente alla più recente produzione televisiva italiana, o, peggio ancora, che la battaglia culturale vada combattuta solo attraverso l’etere e non nelle aule magne di scuole e università, sarebbe importante rivedere, se non i soggetti, quantomeno gli stilemi con cui si compongono le storie di malavita destinate al grande pubblico. Perché, in fin dei conti, guardando alle guerre di quartiere e alle mancate sepolture di corpi sciolti nell’acido o gettati sul fondo degli scoli, una domanda sovviene: rielaborando il quesito di De Crescenzo in una delle migliori scene di “Così parlò Bellavista”, si capisce davvero da queste serie su Camorra e Suburra che i mafiosi fanno “na vita ‘e merd”?

About the Author

Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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