Investire Nell’Istruzione Sì, Ma In Che Modo?

Quello dell’istruzione è un tema da sempre centrale nel dibattito politico e sociale, e lo è stato ancora di più nelle scorse settimane. Gli ultimi dati dell’Eurostat, infatti, hanno confermato quelli passati, dimostrando che l’Italia non presenta una situazione propriamente favorevole da questo punto di vista. Inoltre, il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) ha sollevato qualche perplessità, tra chi afferma che sia stato attribuito il giusto peso alle cose e chi, al contrario, sostiene che si è finiti per mettere al margine, per l’ennesima volta, quelle aree che dovrebbero invece fungere da fondamenta al futuro che si sta cercando costruire.

I dati parlano chiaro

I dati inviati dagli istituti statistici nelle ultime settimane non sono confortanti.

Risulta infatti che l’Italia sia prima in Europa per il numero di giovani che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro (quasi uno su tre). Si tratta di una situazione estremamente grave, perché significa che non si riesce a creare un terreno fertile e stimolante, che quasi un giovane su tre non si sente motivato ad avviare, o a proseguire, un percorso di vita. È avvilente pensare che nel lungo termine non si parlerà più di fuga di cervelli, perché non si potrà proprio più parlare di cervelli; appare chiaro che un conto è dover intervenire con la finalità di far restare i giovani nel proprio Paese, un altro è doverlo fare per ricreare le condizioni che spingono i giovani a intraprendere una carriera (accademica o lavorativa). Nel secondo caso, ovviamente, il problema è strutturale e radicato.

Non è una questione di quantità, ma soprattutto di qualità. Infatti, è emerso anche che durante l’anno scolastico 2020/2021 le competenze degli studenti italiani sono diminuite (e non poco). Il problema, pertanto, non riguarda solo la dispersione implicita, ma anche la quasi totale assenza delle nozioni fondamentali nei ragazzi che continuano il percorso di studi.

Quanto costa risparmiare sull’istruzione?

In Italia si è sempre, ed erroneamente, scelto di risparmiare sulle cose sbagliate.

Scuola e università sono sotto finanziate, il calo della spesa per istruzione fa davvero paura. Purtroppo, ormai da anni, si è perso di vista un fattore importantissimo: le persone sono il contenuto e non il contenitore di ogni cosa. Per questa ragione bisogna rimettere al centro i giovani, quale vero potenziale per un futuro diverso e migliore; scegliere di non investire nella cultura è la decisione peggiore in qualsiasi luogo e in qualunque tempo storico.

Vuol dire risparmiare oggi per pagare un prezzo ben più alto domani.

In effetti, stiamo già pagando tale prezzo e di certo non è saggio continuare in questo modo; sarà mai oggetto di comprensione che l’unica alternativa plausibile è quella di cambiare direzione?

Forse no. Lo dimostra l’attuale PNRR che è, confortevolmente, frutto di un’analisi riflettuta, ma fino a che punto? Certo, non è semplice conciliare interessi locali e globali, e la recente approvazione dimostra che un passo in questa direzione è stato fatto, per quanto sia stato complicato. Lascia dubbiosi il fatto che, nel decidere quanto investire e in cosa, sembra si sia guardato un po’ troppo lontano, dimenticando che non si può costruire su qualcosa di rotto. La digitalizzazione, per dirne una, è sicuramente prioritaria, ma in un Paese in cui lo studio e il lavoro non sono ancora alla portata di tutti, né sono temi verso cui si è tanto sensibili quanto si dovrebbe, ha senso attribuire un primato al digitale?

Investire sì, ma in che modo?

Il punto della questione, in realtà, è innanzitutto capire in che maniera intervenire. Soltanto dopo, infatti, si potrà consapevolmente attribuire un certo peso ad ogni cosa. Finché non si iniziano ad elencare le debolezze del sistema, non si potrà trovare una soluzione ad ognuna, e dunque attivarsi in modo appropriato e mirato.

L’istruzione è la priorità, senza non c’è futuro, perché nel buio non si può brancolare per sempre. Questo è il primo e principale problema: la cultura, per quanto sia bello dire e credere il contrario, non è l’origine di tutte le scelte che si compiono.

A titoli di studio più alti dovrebbe corrispondere un migliore tenore di vita, frutto di stipendi elevati. È davvero sempre così? Guardiamoci intorno.

Lo “skill mismatch” è il disallineamento tra le competenze richieste dalle aziende e quelle di cui sono in possesso i lavoratori, ed è un problema vivido più che mai nel nostro Paese. Nonostante in Italia la percentuale di laureati annualmente sia bassissima, il tasso di disoccupazione è comunque elevato; conseguenza della disinformazione dilagante sulle prospettive, remunerative e lavorative, di ciascuna facoltà.

Questione che meriterebbe una trattazione a sé è il gap esistente tra pratica e teoria. In Italia si dà molto peso alla seconda, tralasciando troppo spesso l’impatto della prima, con la conseguenza che, quando i giovani laureati si imbattono nel mondo del lavoro, si trovano il più delle volte disorientati, come se stessero sbarcando su un nuovo pianeta. La carenza è sostanziale, più che formale, infatti molto spesso non si creano le condizioni affinché gli studenti abbiano modo di fare esperienze concrete: “tirocini per studenti, ma full time” sembra il titolo di uno sketch comico, invece è la realtà.

L’elenco è ben più lungo di così, e pare anche superfluo riprendere quanto discusso in precedenza riguardo alla gravità della bassissima spesa per pubblica istruzione, oltre che della ininterrotta “fuga di cervelli”.

Il PIL italiano è la sintesi perfetta di quanto scritto finora, quale indice utilizzato per misurare quantitativamente lo sviluppo di una nazione: praticamente fermo da vent’anni. È forse ora che inizi a crescere di nuovo?

Pare opportuno concludere dicendo che risulta evidente la necessità di un intervento in questo ambito: bisogna creare stimoli maggiori, probabilmente rivedendo anche alcune misure adottate (si pensi al reddito di cittadinanza) e spingendo i giovani a fare scelte consapevoli e convinte a proposito del loro futuro. Insomma, non tentennare quando si tratta di spendere per qualcosa che certamente ripagherà in futuro.

Un Paese istruito è l’unico che può vivere di progresso. La formazione dei cittadini è l’unica possibilità di andare avanti, altrimenti torneremo presto indietro. Per vedere il cambiamento, i primi a mutare devono essere gli individui che lo pretendono. Soltanto così, infatti, esso può essere attuato, e il primo passo per la prosperità sta nel comprendere che investire nella cultura, nella formazione e nell’istruzione significa investire nel futuro. Provare per credere.

About the Author


Mafalda Pescatore

Nata ad Avellino nel 2001. Ha conseguito il doppio diploma ESABAC. Frequenta il corso triennale di economia e management presso la LUISS Guido Carli, a Roma. Innamorata della cultura, da sempre. Particolarmente interessata a tematiche di attualità di natura politico-economica. Nel 2019 ha recensito e giudicato i romanzi iscritti alla finale del Prix Goncourt. Nel 2020 è stata volontaria per l’UNICEF, contribuendo a pubblicizzare il Progetto Pigotta. View more articles. 

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