Il Ritiro Dall’Afghanistan: Rischi E Costi Di Una Manovra Frettolosa

C’è un’intelligenza nella ritirata che trascende la primordiale razionalità della sopravvivenza: la preservazione e la successiva riorganizzazione delle forze è un tassello fondamentale di qualsiasi conflitto e l’Italia, figlia di Caporetto ma anche di Vittorio Veneto, ne sa qualcosa. Ma le modalità della ritirata, soprattutto quando non si è preda della foga o bersagliati dal fuoco nemico, sono fattori altrettanto essenziali a definirne la nobiltà e la ragionevolezza. L’imposizione, ex abrupto, di un ritiro dall’Afghanistan da consumarsi in nemmeno un semestre di tempo tradisce in ogni suo aspetto entrambi i criteri poc’anzi espressi.

Due macroscopici ambiti di pianificazione operativa e strategica sono direttamente e negativamente condizionati dal frettoloso ritiro entro i primi di settembre, richiesto (e non si sa quanto oculatamente previsto e davvero pianificato) dalla nuova Presidenza USA: quello logistico e quello delle percezioni di alleati afgani e avversari talebani. Sottesi ad entrambi vi sono i problemi dei costi e della sicurezza.

Andiamo per ordine

Raggiungere le zone più remote dell’Afghanistan, all’epoca della prima operazione NATO ISAF (International Security Assistance Force), fu uno sforzo immane e, una volta raggiunte quelle aree, si impiegarono anni per assestare e affinare lo strumento militare dell’Alleanza in quella terra remota e poco ospitale, occupata per la gran parte della sua estensione da deserti, montagne e aree comunque impervie e poco accessibili (soprattutto per la secolare mancanza di una degna rete viaria). Sicché anche la marcia nella direzione opposta, quella per andarsene appunto, sarà problematica e pericolosa per gli stessi motivi. Sir John Ayde (britannico, Generale d’Artiglieria di grande esperienza) nelle sue Memorie di Vita Militare del 1895, al capitolo riferito alla guerra in Afganistan così ammoniva: ”War is a science which depends for its success not only on the courage of well armed, disciplined hosts, and of skilled generals as leaders, but also on the means of rapid concentration and of bringing up reserves of munitions and materiel. Modern armies are specially tied by such considerations. Now Central Asia is exceptionally deficient in all these essential requirements, and these conditions are abiding. It therefore forms a very weak base of operations”. In buona sostanza, non solo quelle condizioni sono rimaste immutate per tutto il XIX e XX secolo fino a oggi, ma costituiscono grave impedimento allo schieramento ma anche al ripiegamento di truppe, specie di contingenti come sono gli attuali numerosi e complessi, costituitisi, rafforzatisi e perfezionatisi per quasi un ventennio.

Un recente fondo del sole-24ore asserisce infatti che: “riportare a casa 130mila soldati della NATO con 300 elicotteri e immensi quantitativi di mezzi ed equipaggiamenti richiederà uno sforzo logistico senza precedente e costi stratosferici”. E prosegue rincarando: “Artiglierie, munizioni, mezzi corazzati, armi di ogni tipo e persino gli elicotteri dovranno venire smontati e imbarcati sui velivoli cargo con costi che non sono ancora stati quantificati. In media riportare a casa ogni singolo soldato statunitense e i relativi equipaggiamenti potrebbe costare poco meno di quanto si è speso per mantenerlo e farlo combattere in Afghanistan, cioè circa un milione di dollari annui. Anche per questo molti materiali e mezzi come le jeep Hummer verranno lasciati alle truppe di Kabul non solo per aiutare gli afghani a combattere i talebani ma anche perché i costi di rimpatrio sono in alcuni casi più elevati del valore stesso dei mezzi.”

Insomma, in pochi mesi si vogliono ritirare dall’Afghanistan quantità ingenti di personale, materiali e armamenti che sono stati dispiegati in quasi due decenni, concentrando in questo immane sforzo logistico costi che, “all’andata”, erano stati ammortizzati in un più ampio lasso di tempo. Poiché l’Afghanistan non si affaccia sul mare, tutti i movimenti e trasporti principali sono da effettuarsi con mezzi aerei (elevando i costi) utilizzando anche aeroporti Pachistani, ma non prima di aver percorso vie carovaniere insicure ed in pessime condizioni: certo, proseguire per il c.d. “corridoio nord” (che passerebbe per Slovenia, Croazia, Ungheria, Ucraina, Federazione Russa, Kazakistan, ecc.) sarebbe stato assai più comodo ma la contingenza politica e doganale di matrice europea ne ha incidentalmente sbarrato le porte.

Un altro costo rilevante, come già anticipato, sarà quello derivante della percezione di questa frettolosa ritirata da parte delle popolazioni afgane e non solo. La fine dell’impegno statunitense e di tutta la NATO ha in effetti un valore simbolico: per gli afgani alleati dell’occidente sarà visto come una sconfitta più che come un riconoscimento di maturità e indipendenza capacitiva nella lotta contro i Talebani. Oggettivamente, a Washington la delusione lo scoramento per questa scelta sono trasversali agli schieramenti repubblicano e democratico: è una scelta impopolare e divisiva a livello bi-partisan, perché il ritiro delle truppe occidentali e dei loro assetti più pregiati renderà estremamente difficile alle forze regolari afghane il contrasto alle offensive dei talebani.

I simboli sono strumenti potenti per i Talebani e le popolazioni locali intrise, da secoli, di islamismo radicalizzante e astio verso gli stranieri: già nel 2010, all’annuncio di Obama dell’avvio di un primo ritiro graduale dei contingenti a partire dal successivo 2011, i Talebani presero coraggio e iniziarono una serie di azioni di guerriglia e terrorismo che aggravarono il bilancio delle perdite alleate. Qui subentra il discorso della sicurezza dei soldati e dei “costi” in vite umane. Ritirarsi in grandi numeri lasciando sguarnite intere fette di territorio mai definitivamente conquistate aumenterà automaticamente ed esponenzialmente i rischi per i militari dei contingenti e per tutta la popolazione afgana. Qui vale la pena di ricordare che i caduti in missione già assommano ad oltre 3.600 militari (dei quali 2500 statunitensi). Sono compresi i suicidi e le vittime di incidenti, ma non sono quantificati i danni subiti dai sopravvissuti in termini di stress post traumatico (PTSD) e di relativo disadattamento dalla vita normale al rientro in patria. E anche fuori dall’Afghanistan la percezione di “vittoria jihadista” sarà con ogni probabilità condivisa da tanti avversari dell’occidente, col rischio di rinvigorire vecchi e nuovi antagonismi (islamizzanti e non). E c’è di peggio. Perché gli accordi precedenti (Accordi di Doha 2020) prevedevano un termine ancora più stretto per il ritiro: il 1° maggio la cui mancata osservanza ha di fatto autorizzato moralmente le controparti all’avvio (già in atto) di nuove pericolose ostilità.

Ripetiamo i successi, non gli errori

Il ripiegamento è sempre delicato e pericoloso, come ci ricorda la Storia Militare. Basti pensare ai combattimenti e alle esose perdite subite dai sovietici nella loro ritirata dell’inverno tra il 1988 e il 1989 o, per tornare alla più distante esperienza dell’Impero Britannico, con il disastro di Jalalabad nel gennaio 1842, quando dell’Armata d’Afganistan di Sua Maestà forte di quasi 17mila persone e che si stava ritirando da Kabul non sopravvisse un manipolo, gettando scoramento e scalpore nell’opinione pubblica d’Albione.

In tale contesto l’Italia, dopo aver partecipato alla precedente ISAF terminata il 31 dicembre 2014, allo stato attuale contribuisce alla successiva Operazione NATO “Resolute Support” (RS), incentrata sull’addestramento, consulenza ed assistenza in favore delle Forze Armate (Afghan National Security Forces – ANSF) e le Istituzioni afgane; la nuova missione, operando ai più alti livelli della catena gerarchica, è finalizzata a migliorarne la funzionalità e la loro capacità di autosostenersi. Il contributo nazionale è di una media di 800 militari, 145 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei, suddivisi tra personale con sede a Kabul e il contingente militare italiano dislocato ad Herat presso il TAAC-W.

Tuttavia, al di là di un paio di scarni comunicati del MAE e del Ministero della Difesa, non è facile comprendere se e quanto l’autorità politica sia realmente conscia e preoccupata dei costi del ripiegamento e dei rischi che esso oggettivamente comporta: laddove il mondo militare italiano e NATO si interrogano sui pericoli per l’incolumità di personale e mezzi, su problematiche tecniche e difficoltà ambientali e pianificano il ritiro degli assetti nazionali basandosi sulla conoscenza diretta del Teatro di Operazioni, tutta la politica e l’informazione mainstream paiono concentrate solo sull’emergenza nazionale Covid-19 e non del tutto consapevoli dei pericoli che questa complessa operazione logistica comporterà sia in Afganistan, sia nelle aree direttamente adiacenti sia, in fin dei conti, nella stessa Europa (con potenziali recrudescenze terroristiche, sia perché la ritirata fornisce all’universo talebano la carica emotiva necessaria a ripristinare gli sforzi della Jihad, sia perché la chiusura unilatere di un fronte comporta l’inevitabile ripiegamento su un unico fronte delle forze nemiche).

L’Italia, da sempre “trainata” dalla NATO e dalla leadership USA nelle Operazioni d’oltremare, pare anche in questo caso pericolosamente incapace di una visione autonoma efficace e di una prospettiva politica di sicurezza nazionale anche a breve e medio termine.

(Featured Image Credits: Difesa.it)

About the Author

Riccardo Italo Scano

“Sono uno studente universitario maniaco del lavoro, pessimista, estroverso, dipendente dal caffè, versatile, selettivo e politicamente impegnato, particolarmente interessato alle questioni politiche (locali, nazionali e internazionali) e culturali. Attualmente, frequento il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali (Luiss Guido Carli University) e il mio secondo corso intensivo in Geopolitica e Sicurezza Globale (ISPI School). Ho scritto la mia tesi di laurea sul rapporto tra l’ideologia di Samuel P. Huntington e la politica di confine di Donald J. Trump, insieme a una dozzina di news analyses per il settimanale online theWise Magazine, e non vedo l’ora di migliorare le mie conoscenze e competenze nel campo dei media.”. View more articles

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