Il Bivio Di Kabul: Quale Futuro Per L’Afghanistan?

Dopo la caduta della capitale Afghana, quali implicazioni per la stabilità e la sicurezza nella regione? Dopo venti anni di logoramento, gli USA danno applicazione definitiva agli accordi di Doha. La ritirata strategica serve a Washington per accollare i costi sui vecchi imperi asiatici. Consapevoli di non poter essere ovunque, gli americani lasciano la patata bollente ai propri rivali.

Il 15 Agosto le milizie dei talebani entrano vittoriose nella capitale dell’Afghanistan, Kabul. I Talebani, letteralmente gli studenti (di Dio), sono riusciti a prendere il controllo del palazzo presidenziale, consacrando definitivamente l’esito degli scontri avvenuti nei giorni precedenti. Parallelamente all’avanzata dei Talebani l’esercito statunitense ha condotto una rapida ed estenuante campagna di rimpatrio dei propri contingenti per lasciare definitivamente la polveriera asiatica dove gli USA si erano impantanati 20 anni fa. Al tempo, reduci del disastroso attacco terroristico dell’11 settembre, l’amministrazione e l’opinione pubblica statunitensi si scagliarono in un’irrazionale ed insensata (dal punto di vista strategico) campagna militare volta, almeno sulla carta, a sradicare il terrorismo internazionale nei teatri orientali ed esportare il proprio modello socio-politico a realtà estranee mediante manu militari. Gli USA giustificarono il loro operato perché Osama Bin Laden e i suoi seguaci trovavano asilo in Afghanistan grazie al benestare del governo talebano. Questa breve analisi intende fornire una visione mediata da vari punti di vista per delineare le implicazioni strategiche degli ultimi avvenimenti di agosto nel teatro afghano. In questa sede è impossibile trattare esaustivamente la tematica e fornire le dovute prospettive interpretative. Tuttavia, ci limiteremo ad esporre alcune implicazioni geopolitiche del ritiro USA del teatro centro-asiatico.

Una ritirata, quella degli USA, dall’Afghanistan inevitabile. Gli USA escono sostanzialmente logorati da una campagna militare estenuante e con numerose perdite economiche ed umane. Nell’arco di questi 20 anni sono stati spesi dall’amministrazione statunitense 837 miliardi dollari per finanziare i contingenti sul territorio, sono state registrate 2443 perdite in termini di operativi ed un numero esorbitante di feriti e mutilati di guerra. Tutto questo per un sostanziale fallimento perché l’iniziativa bellica si è rivelata, sin dal principio, alterata da presupposti concettuali anti-strategici. Ad esempio, si è rivelata infondata la pretesa di poter imporre unilateralmente il proprio modello sociale a contesti con storie e tradizioni radicalmente distanti dalla realtà occidentale, come appunto il contesto afghano caratterizzato da una forte divisione etnico-geografica ed un modello di stampo clanico-tribale dove si consumano da tempi immemori scontri per il controllo territoriale e la sopravvivenza del proprio gruppo di appartenenza. Il secondo punto teoricamente critico, in totale contrasto con la grammatica strategica, è la pretesa di compiere una guerra logorante contro una specifica forma di tattica, il terrorismo, ipostatizzandola come l’incarnazione del male assoluto, cioè consegnandole una soggettività geopolitica completamente impropria. Questi fattori, sicuramente correlati a molti altri, hanno indotto la superpotenza statunitense ad impantanarsi in un contesto tribale ed ingestibile dove l’esportazione di istituzioni liberal-democratiche si è rilevato pressappoco, per utilizzare un eufemismo, impraticabile. Gli statunitensi hanno armato, addestrato ed organizzato un esercito, ANSF (Afghan National Security Force), che si è rilevato un totale flop costato 145 miliardi di dollari spesi dagli statunitensi. Di fatto, le forze di sicurezza hanno cercato di controllare i principali centri cittadini senza considerare adeguatamente le periferie e le zone rurali, notoriamente controllate da capi tribù e signori della guerra locali. Una volta messi in ritirata gli statunitensi, come pattuito da entrambe le parti con gli accordi di Doha del 2020, i talebani sono riusciti a giocare il ruolo di componente chiave di mediazione tra realtà tribali eterogenee sul territorio afghano. Grazie a questo ruolo sono riusciti ad organizzare un’avanzata su più fronti e sono riusciti ad indurre numerose defezioni tra i componenti delle forze di sicurezza afghane inserite nella coalizione pro-Usa. Ciò è dovuto anche dalla composizione mista dell’esercito, che ha sicuramente risposto a richiami dei rispettivi leader locali, portando così la fantomatica forza di difesa anti-talebana a sciogliersi come neve al sole. Un’avanzata così rapida ed incontrastata non ha fatto altro che conferire un vantaggio tattico ai talebani sul campo, perché li ha resi capaci di influenzare i rimpatri dei paesi occidentali. Inoltre, l’avanzata ha riacceso una forte campagna di propaganda e proselitismo che ha indubbiamente rafforzato l’immagine e il ruolo dei talebani come mediatori tra le diverse etnie afghane.

Vediamo ora, sul piano internazionale, le implicazioni strategiche di questi ultimi avvenimenti. Gli USA hanno passato il testimone alle altre potenze regionali. Dopo anni di logoramento, l’opinione pubblica statunitense chiedeva da più parti e a gran voce il rientro dei contingenti in patria. Già dal secondo mandato Obama, le istituzione federali cercano un accordo ed una contro-narrativa per lasciare la polveriera orientale. Di fatto, gli Usa hanno assunto progressivamente una condotta meno assertiva in termini militari rispetto all’inizio del nuovo millennio. Su questo versante, la politica militare USA è maggiormente concentrata sul “Pivot to Asia” per contenere le ambizioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Inoltre, avendo lasciato il paese, i costi della gestione dell’instabilità regionale saranno scaricati sostanzialmente sui paesi limitrofi, tra cui Cina e Russia, non certo fraterni alleati della potenza a stelle e strisce.

La prima coppia da esaminare quella sino-pakistana. La Cina e il Pakistan sono paesi fortemente connessi da interessi geo-economici. Infatti, condividono i progetti dei corridoi infrastrutturali che partono dalla costa cinese, passando per lo Xinjiang e terminano al porto di Gwadar (Nuove Vie della Seta). Ora, un aumento dell’instabilità regionale comprometterebbe l’operatività di alcuni dei progetti e di conseguenza anche la resa economica. Inoltre, le ambizioni cinesi nell’area, in caso di insorgenza di nuovi radicalismi, potrebbero risentire di una notevole mancanza di stabilità e sicurezza. Inoltre, i cinesi vogliono esorcizzare la possibilità che le ondate di radicalismo jihadista si trasferiscano, per via della natura osmotica dei confini nell’area, alla popolazione degli Uiguri nello Xinjiang. Dal punto di vista pakistano, i talebani furono creati originariamente come costola di insorgenza armata gestista dei servizi di sicurezza pakistani (ISI) per contenere e respingere l’Unione Sovietica. È possibile perciò dedurre che i Talebani non siano oggi un attore del tutto indipendente da Islamabad che, grazie alla presa di Kabul, ha guadagnato una maggiore profondità strategica contro il suo storico rivale, l’India. Sul versante opposto, l’India si sente orfana dell’alleato statunitense che ha permesso unilateralmente che si consumasse questa complicazione strategica.

Gli altri attori da considerare sono senza dubbio la Russia, la Turchia e l’Iran. La Federazione russa ha rafforzato la sua presenza militare nelle repubbliche ex-sovietiche. Il Cremlino ha intenzione di impedire, come la Cina, che si aprano nuovi scenari di conflittualità lungo i propri ex satelliti, ormai da sempre a rischio radicalizzazione islamica. È possibile che il successo militare dei Talebani inviti altri gruppi jihadisti ad insorgere ed alimentare le fratture sociopolitiche dell’area, generando disordine ed instabilità. Invece, la Turchia e l’Iran intendono evitare che i flussi migratori di afghani apolidi invadano i loro confini territoriali. Con la presa di Kabul, Teheran ha sostanzialmente messo fine alle sua sfera di influenza su Herat. Di contrasto, la ritirata statunitense apre una potenziale finestra di opportunità per Ankara che mira, sebbene sprovvista di adeguate risorse materiali, ad essere il referente della Nato con i Talebani ed il mediatore tra il futuro governo afghano ed il resto dei paesi occidentali, aumentando così il proprio prestigio internazionale.  

Per concludere, se volessimo ridurre ad un comun denominatore strategico la situazione attuale, potremmo dire che le grandi potenze asiatiche cercheranno, anche intessendo solidi rapporti con il futuro governo di matrice talebana, di contenere il caos afghano dentro i propri confini per non permettere che vengano minate tanto le superiori ambizioni di potenza quanto le minime esigenze di sopravvivenza.

About The Author

Matteo Urbinati

Nato nell’estate del 1998 a Bologna, fin da piccolo ha nutrito un profondo interesse per tematiche politiche ed economiche. Dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico A. Volta di Riccione, ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma. Durante questo periodo ha avuto la possibilità di prendere parte ad un progetto Erasmus in Estonia e a lavorare come analista nell’ambito geopolitico e affari militari. Attualmente, frequenta il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics della Luiss Guido Carli. I suoi interessi sono da sempre la filosofia teoretica, la storia europea e l’economia. View more articles

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One thought on “Il Bivio Di Kabul: Quale Futuro Per L’Afghanistan?

  1. Non riesco a trovare il nesso logico fra questi eventi:
    1) gli Stati Uniti entrano in Afghanistan con una “campagna militare volta, almeno sulla carta, a sradicare il terrorismo internazionale nei teatri orientali…”.
    2) “Nell’arco di questi 20 anni sono stati spesi dall’amministrazione statunitense 837 miliardi dollari per finanziare i contingenti sul territorio,…”
    3) “Gli statunitensi hanno armato, addestrato ed organizzato un esercito, ANSF (Afghan National Security Force), che si è rilevato un totale flop costato 145 miliardi di dollari spesi dagli statunitensi. …”
    4) Gli Stati Uniti entrano in Afghanistan dopo la sconfitta militare e la ritirata dei russi
    5) il fanatismo islamico ha buone radici in Pakistan (così si mormora)
    6) gli eventi dell’11 settembre alle torri gemelle, pare abbiano una origine in Arabia Saudita (così si mormora)

    – Come è possibile che si spendano 1000 miliardi di dollari e si metta in moto una macchina militare così imponente solo per quattro terroristi fanatici?
    – E i soldi e gli sforzi militari dei Paesi Europei? Tutto per contrastare il terrorismo islamico?
    – Anche i russi andarono in Afghanistan per contrastare il terrorismo?
    – E’ risaputo che le origini di Osama Bin Laden sono in Arabia Saudita
    – E’ risaputo che il Pakistan possiede pure la bomba atomica

    Come si legano razionalmente queste cose?

    Infine una considerazione:
    – come riconvertiranno gli Stati Uniti quell’immane industria bellica sviluppata in questi anni?

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