La Lotta Tra Erdoğan E Lo Sport Turco: È Possibile Opporsi Al Potere Del Presidente?

Il 28 agosto 2014, Recep Tayyip Erdoğan viene nominato dodicesimo Presidente della Turchia. Ha in precedenza ricoperto sia la carica di Sindaco di Istanbul che di Primo Ministro, chiarendo fin da subito di non voler confinare il suo operato al ruolo cerimoniale che la Costituzione turca affida alla carica di Presidente, ma di voler assumere poteri sempre maggiori al fine di consolidare la propria preminenza nel Paese. Erdoğan – e il suo “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo” (Akp) – acquisì consensi basando la propria campagna elettorale su un programma fortemente riformista, che aveva come obiettivo principale quello di abbattere ogni barriera alla democratizzazione della penisola. In realtà, gran parte dell’operato del Presidente sembra andare in una direzione molto diversa.

Nonostante i continui attacchi contro la stampa, l’opposizione politica ed in generale nei confronti di tutti coloro che con la propria influenza potevano insidiare l’autorità del Presidente, le elezioni del 2018 di fatto legittimarono il presidenzialismo in Turchia e conferirono il potere esecutivo nelle mani di Erdoğan.

Ad oggi, ma già da molto tempo, il mondo sportivo – nelle sue mille sfaccettature – dà un contributo essenziale alla sensibilizzazione della popolazione sulle tematiche sociali di rilievo. Il più classico degli esempi è quello di Muhammad Ali, polarizzante figura del secolo scorso. Con le sue interviste, ai limiti – ed anche oltre – del politicamente corretto, e soprattutto con la decisione di rifiutare la chiamata alle armi del proprio Paese per la guerra del Vietnam, ha scosso le coscienze della nazione a stelle e strisce e non solo. Non meno importanti storicamente sono le ultime proteste del mondo NBA, sollevatosi a favore del movimento #BlackLivesMatter. Le morti di George Floyd, Jacob Blake e numerosi altri afroamericani hanno spinto la squadra dei Milwaukee Bucks, ad esempio, a non scendere in campo durante una gara valevole per i playoff, condannando in modo esplicito tali atrocità. Le successive gare sono state anch’esse boicottate e tutte le altre franchigie hanno seguito l’esempio di Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks) e compagni.

Il calcio in Turchia: chi appoggia il Presidente?

L’esempio più eclatante della presenza delle istituzioni pubbliche nel mondo sportivo turco è la società calcistica del Başakşehir. Essa milita nella prima serie del campionato turco ed è di proprietà del Ministero per la Gioventù e lo Sport. Gioca le sue partite al Başakşehir Fatih Terim, uno dei 21 nuovi stadi costruiti dal 2009 al 2017 su spinta del Presidente, che ha investito complessivamente 1 miliardo di euro statali nel progetto.
La squadra di Istanbul, inoltre, ha vinto l’ultima edizione del massimo campionato turco, candidandosi, anche per questa stagione, come pretendente alla vittoria insieme alle più quotate e storiche Galatasaray, Fenerbahçe e Beşiktaş. Sono queste ultime ad essersi contese fin dalla prima edizione della competizione la vittoria del titolo, con poche eccezioni.

È da notare che tutte e quattro le società citate hanno sede nella capitale economica e culturale del paese – Istanbul – e sono, fin dalla loro nascita, espressione di una chiara frangia di popolazione della città. Nello specifico, a cavallo degli anni ’70 il Galatasaray trovava i propri maggiori sostenitori nell’aristocrazia, il Fenerbahçe nella borghesia ed il Beşiktaş figurava come la squadra del popolo. L’avvento del Başakşehir ha decisamente cambiato la situazione. Il Presidente Erdoğan coglie infatti ogni occasione per esaltare le gesta dei propri “eletti”, indirizzando una gran parte del proprio elettorato, anche quello non troppo interessato alle vicende calcistiche, a sostenere la causa.

E la nazionale di calcio? È la maggior arma di propaganda di Erdoğan. Ad ogni goal segnato, i calciatori turchi esultano mimando il saluto militare e non sono poche le testimonianze del loro appoggio all’operato del Presidente. Così il difensore della Juventus, Merih Demiral, commenta su Twitter la questione siriana: «La missione è di prevenzione contro il terrore a cavallo del confine, riportando due milioni di siriani in territori sicuri. Il PKK e l’YPG sono stati responsabili della morte di circa 40.000 persone, incluse donne, bambini e neonati». O ancora, l’ex attaccante della Roma, ora in forza al Leicester, Cengiz Ünder, che ha anch’esso esultato con un saluto militare, ma in questo caso a seguito di un goal con la propria squadra di club.

Non è ben chiaro se la maggior rappresentazione del calcio turco si spinga a tali gesti per l’effettiva volontà di appoggiare il Presidente o per mantenere il quieto vivere ed evitare di essere esclusi dalle successive selezioni nazionali. Di certo l’immagine data è quella di completa unità di intenti e forte rappresentazione del potere politico, a prescindere dalle convinzioni personali.

Voci fuori dal coro: gli oppositori

Alcuni personaggi, anche molto influenti, appartenenti al mondo sportivo turco, si sono elevati ad oppositori del Presidente, subendo non poche ripercussioni.

Hakan Sukur e la sua parabola: da leggenda in patria a rinnegato.
Fonte: Reuters, sito Huffington Post

È il caso di Hakan Sukur. Con un passato nel calcio italiano con le maglie di Inter, Parma e Torino, Sukur è soprattutto conosciuto per essere stato un primatista di reti con la propria nazionale, che ha trascinato ad una storica semifinale mondiale nel 2002. È di fatto una leggenda del calcio turco, sebbene ad oggi, dopo una breve carriera politica in patria – proprio nell’AKP, partito di Erdoğan – guidi un Uber a Washington. In una lunga intervista al quotidiano tedesco Die Welt identifica l’inizio del suo declino con il tentato colpo di stato del 2016. Nel luglio di quello stesso anno una gremita schiera di oppositori di Erdoğan, in gran parte appartenenti alle forze armate, tentò di prendere il potere nel Paese, ma il golpe fu infine sventato. Le motivazioni che spinsero i rivoltosi a rovesciare il potere non furono mai del tutto chiarite, ma il Presidente identificò come organizzatore dell’attentato un predicatore e politologo esule negli Stati Uniti, Fethullah Gülen, anch’esso ex membro dell’AKP.

Sukur fu accusato di aver cospirato per favorire il colpo di stato e di fatto etichettato come traditore. Nella stessa intervista dichiara: «grazie al partito era aumentata la mia popolarità. Poi quando sono iniziate le ostilità è cambiato tutto. Ricevevo continue minacce. Hanno lanciato bombe nella boutique di mia moglie, i miei figli sono stati molestati per strada», ed invita il Presidente a dare maggior peso alla giustizia, alla democrazia e ai diritti umani.

Deniz Naki ed il suo tatuaggio “Azadî”, che significa libertà.
Fonte: sito Futbol Medya

Altra vicenda da ricordare nel mondo calcistico è quella che ha riguardato il calciatore curdo Deniz Naki. Oggi non calca più i terreni da gioco, costretto dalla Federazione turca ad una sospensione di tre anni e mezzo, ma l’attaccante, nato in Germania e con cittadinanza tedesca, ha rappresentato una minaccia mediatica considerevole per Erdoğan. Durante la propria carriera ha vestito la maglia del Gençlerbirligi, club di Ankara, per poi essere costretto a rescindere il proprio contratto, temendo per l’incolumità della propria famiglia. Un personaggio pubblico, fiero delle proprie origini e strenuo oppositore del trattamento che il potere centrale riservava ai suoi compatrioti, Naki era una minaccia troppo grande per passare inosservata. Nel 2018 fu vittima di un attentato, quando la sua auto fu raggiunta da due proiettili mentre si recava nella sua città natale Duren.

Ha militato anche nell’Amedspor, la squadra di origine curda più famosa, a cui è stato anche dedicato un documentario volto a celebrarne il percorso durante la Coppa di Turchia nel 2016. Anche all’interno del rettangolo verde si respirava tuttavia aria di conflitto: la squadra è stata infatti colpita da attacchi razzisti e i suoi sostenitori sono stati allontanati con la forza durante la sfida contro il ben più quotato Fenerbahçe.
Propaganda terroristica e istigazione al separatismo turco: queste le due accuse piovute sulla testa dell’attaccante tedesco, che ancora oggi, sebbene abbia appeso le scarpette al chiodo e sia ritornato in Germania, continua con la sua opera di denuncia e sensibilizzazione.

Il basket ed Enes Kanter, il cestista rinnegato

Enes Kanter, qui con la maglia dei Boston Celtics, una delle franchigie storiche della NBA.
Fonte: sito NBA Religion

Enes Kanter, star della NBA, non ha mai nascosto la propria opposizione ad Erdoğan. Sin dal suo arrivo negli Stati Uniti ha intrecciato una solida collaborazione con Fethullah Gülen, il presunto organizzatore del golpe del 2016, di cui sopra. È probabilmente la stella più riconoscibile del basket turco, ma ha vestito la casacca della nazionale soltanto in qualche sporadica apparizione e mai dal 2015 in poi.
Ha più volte ricevuto minacce di morte sul web, che lo costrinsero a chiudere temporaneamente l’account Twitter, suo principale canale di denuncia dell’operato del governo turco, soprattutto in merito alla questione siriana. Ma è solo la punta dell’iceberg.

Dal 2017 è apolide, condizione degli individui privi di qualsiasi cittadinanza. Infatti, i suoi documenti sono stati invalidati dalle autorità turche e sulla sua figura pende un mandato di arresto per terrorismo. Kanter è stato invitato dai vertici statunitensi a rimanere nei confini nazionali, poiché ad un eventuale allontanamento corrisponderebbe la minaccia di reclusione su mandato di Erdoğan.

Il Presidente fu apostrofato dal cestista “l’Hitler del nostro secolo”, frase che valse anche alla sua famiglia delle ripercussioni legali. Il padre, condannato a 15 anni di carcere, dovette pubblicamente rinnegare Enes ed invitarlo a riconsiderare le sue posizioni.
Nel 2020, dopo 7 anni, Mehmet Kanter, padre del cestista, è stato rilasciato. Sui social, Enes scrive che «questo dimostra come la voce del popolo alla fine spinga i dittatori a fare la cosa giusta. Non abbiate paura di battervi per ciò che è giusto, sempre. Lottate per la libertà. Lottate per la democrazia. Lottate per i diritti umani».

In conclusione, lo sport e i personaggi sportivi turchi sono sottoposti da parte del potere politico ad una pressione costante ed opprimente. Non è facile riuscire ad emergere in contesti del genere e chi ci riesce, grazie alla propria popolarità e al coraggio, ha il dovere di esprimere la propria opinione per tentare di migliorare un contesto complicato e, soprattutto, ha il dovere di veicolare messaggi positivi. Hakan Sukur, Deniz Naki ed Enes Kanter rappresentano di certo una minoranza, ma sono esempi lampanti di come si possano smuovere le coscienze e di come ci si possa opporre ai regimi anche a costo di complicare – e non poco – le proprie vite.

(Featured Image Credits: Istanbul Basaksehir’s Twitter Account)

About the Author


Camillo Cosenza


Nato a Cosenza nel 1999, è un grande appassionato di sport, economia e politica. Frequenta il Corso di Laurea triennale in Ingegneria Gestionale all’Università della Calabria. Ama anche la storia e la filosofia, passioni nate durante il periodo liceale. View more articles

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